Quando Bari fu colpita nel 1836 dall’epidemia di colera

(credits: Polito)
di VITTORIO POLITO - Com’è noto per epidemia si intende la manifestazione collettiva di una malattia che rapidamente si diffonde, per contagio, fino a colpire un gran numero di individui in poco tempo. In questi giorni, con le notizie che ci pervengono per il coronavirus o Covid-19, stiamo aggiornando le nostre conoscenze in materia.

Ma vediamo, con l’aiuto dello storico Vito Antonio Melchiorre (1922-2010), che succedeva a Bari circa due secoli fa.

Nel 1836 una epidemia di colera si manifestò a Bari e si annotarono 1290 casi di infezione e 238 decessi e, mentre sembrava attenuarsi il contagio entro dicembre, nel giugno 1837 riprese alla grande, causando altre 854 infezioni e 138 nuovi decessi. Considerando che Bari allora contava appena 26.000 abitanti, le autorità si preoccuparono non poco e negli atti si legge “…di provvedere intorno ai mezzi come accorrere in aiuto ai poveri infermi, e ciò per umanità, e perché la malattia dominante venisse debellata al più presto…”. Per reperire il danaro occorrente si utilizzarono i fondi destinati a soccorrere i poveri in caso di nevicate, quelle per la costruzione di un faro nel porto, di una chiesa e di un giardino pubblico, per un importo pari a 1100 ducati.

Furono acquistati letti, biancheria e vitto e ingaggiati 24 spazzini (gli attuali operatori ecologici), e 6 carretti per la pulizia delle strade per evitare “maligne influenze atmosferiche tanto nocive alla pubblica salute”. Furono istituiti comitati presieduti da parroci e composti da “uomini buoni e caritatevoli”, i quali fecero affiggere sulla porta di ogni chiesa un elenco di medici e farmacisti, ai quali la popolazione si poteva rivolgere presentando un biglietto firmato dal parroco o da uno dei membri del comitato e, in caso d’urgenza, anche senza alcun messaggio.

Nel 1873 un’altra infezione di colera si manifestò nel Mezzogiorno, minacciando anche Bari ed il prefetto costituì una commissione di 8 membri, presieduta da tale Beniamino Scavo, finalizzata ad accertare le condizioni igieniche della città che non risultarono proprio in regola. Si rilevarono così irregolarità al cimitero, luridume e infrazioni di ogni genere nei mercati, le osterie vendevano vini sofisticati con aggiunta di acqua, carbonati alcalini o calcarei e sostanze coloranti. Furono anche controllati 39 pizzicagnoli (il salumiere di oggi), di cui: 13 furono definiti mediocri, 6 cattivi, 6 pessimi e 14 passabili, 14 cantine, mentre in 5 abitazioni si smerciavano carni di cavallo, asini e muli, macellati senza alcun accertamento sanitario. Anche nelle 21 scuole furono riscontrate gravi irregolarità con servizi igienici inesistenti o sostituiti da recipienti di creta (?), per cui gli alunni erano costretti ad uscire da scuola per deporre sulla pubblica via feci e urine.

La situazione apparve subito disastrosa e la commissione propose di preparare grandi quantità di solfato di ferro e di cloruro di calce, intensificare la vigilanza sanitaria e isolare gli eventuali casi di colera con cautele e disinfezioni, proprio come si sta facendo oggi con la pandemia del coronavirus.

Bari, nel 1873, non fu interessata dal colera.
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