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Anche ‘sua maestà il polpo’ ha la giornata dedicata



VITTORIO POLITO - Non tutti sanno che al polpo è dedicata la giornata dell’8 ottobre per celebrare una delle specie marine più antiche del nostro pianeta.

Il polpo (octopus vulgaris) è il più intelligente degli invertebrati terrestri, al punto che è in grado anche di usare utensili e mimetizzarsi sui fondali marini modificando il colore della sua pelle fino a 177 volte in un’ora e adattandolo a quello dell’ambiente circostante. Un mollusco le cui carni sono ricche di tessuto connettivo, contiene ridotte percentuali di grasso, quindi poche calorie, ed è ricco di acqua, vitamine, minerali, ferro e contiene dosi minori di proteine rispetto ai pesci.

Le varietà del polpo sono numerose: il polpo di scoglio o “pulpe de pete” è il più apprezzato e si consuma, a Bari, prevalentemente crudo, dopo arricciato e battuto, o arrosto, o cotto con “l’acqua sua”, ma “u-amore du pulpe jè la cepodde” (il sapore del polpo è la cipolla).

Lino Patruno, giornalista e scrittore, già direttore de “La Gazzetta del Mezzogiorno”, in una nota pubblicata sullo stesso quotidiano il 3 novembre 2018, dal titolo “Onore al polpo fenomeno dei mari”, oltre a definire il polpo “sua maestà”, scriveva: «Giù la testa, signori, davanti al polpo. Quello che mangiamo crudo col massimo rispetto, è vero, ma senza immaginare che crimine sia. Se solo sapessimo che straordinaria creatura dei mari è. Se solo sapessimo che dei mari è l’essere più intelligente. Se solo sapessimo che di fronte alla sua intelligenza quella di certi umani è da trogloditi. Un crimine far fare quella fine al polpo se solo sapessimo che ha un cervello con 14 lobi in un’epoca in cui ci sono tanti mono-lobo in giro. Se solo sapessimo che ha una memoria formidabile. Se solo sapessimo che il suo antenato, è vissuto 600 milioni di anni fa. Se solo sapessimo che è curioso, simpatico e con senso dell’umorismo da attore nato. Un crimine quella fine del polpo se solo sapessimo con che coscienza si rende conto delle cose, come ragioni. Se solo sapessimo che sente il dolore e lo stress. Se solo sapessimo tutto questo e tanto altro».
 
Patruno prosegue: «Andando per mercati del pesce pugliesi, lo vediamo raccolto come un cucciolo, un batuffolo delizioso, il “polpitiello” dei baresi, e cullato come un bambino in una cesta, la ninna nanna del polpo. Eppure, eppure si stenterebbe a credere che quella creatura accarezzata con gli occhi come una fanciulla di primavera, quella tenerezza da succhiare come un fior di latte, sia il risultato di un calvario da film dell’orrore. Perché il polpo ha anche l’intelligenza di essere tanto pieno di nervi, tanto intricato di filamenti, tanto protetto di membrane da risultare indigesto al predatore se non ne spezzassero la resistenza con un trattamento da violazione di ogni diritto animale. L’operazione “sbattimento” del polpo è di una ferocia barbarica, di una brutalità primordiale, di una furia belluina, di una violenza inaudita. Una terapia da schiantare un elefante. Unico modo di ammorbidirlo e renderlo commestibile».

Pur considerando positivamente le sacrosante considerazioni di Patruno, che i baresi ignorano, non c’è freno al consumo del polpo in tutte le salse, ma soprattutto crudo.

Vi sono anche alcuni proverbi legati al polpo, come ad esempio quello relativo alla cottura con la sua acqua. Il proverbio, usato soprattutto in senso metaforico, è riferito a coloro che sono intrattabili e vanno quindi lasciati “cuocere nel loro brodo”, nel senso che chi non accetta consigli è bene che faccia esperienza a proprie spese.

Emanuele Battista, noto commediografo e poeta dialettale barese, narra la storia di un polpo e di una pelosa che si danno battaglia nel tentativo di soddisfare il proprio appetito, ma un pescatore che assiste alla lotta, afferra i polpo e lo sbatte su uno scoglio per gustarlo crudo, come prescrive la tradizione barese.

 

U PULPE E LA PELÒSE

di Emanuele Battista

 

Nu pulpe stève a fà la poste

A na pelòse tosta-tosta

 

U cirre chiàne, a chiàne sckaffàve,

la teccuàve, la sfettève, la provocàve

 

«Ce iìsse la cape do cuèste

te ja fà ’mbrìme la fèste!»

 

«Che me nge l’ha?

sinde a mè, vattìnne chiù dà»

 

«Nand’e tre com’a te stamatìne,

che me avònne fatte na brutta fine.»

 

«Iì no nzò fèsse,

non d’allàsseche mànghe u-uèsse»

 

«Vine dò, iìsse fore,

te ià strènge core a core».

 

La pelòse dètte nu scatte,

do buche zembò com’a na matte

 

U pulpe a chiumme se scettò

e iìnd’a nudde l’auandò

 

Ah… sì, ce iève chendènde,

non la lassàve chiù chedda fetènde.

 

Ce soddesfazziòne… nge parève ca volàve

e la cape attùrne-attùrne ng’aggeràve

 

Ce stève a seccète se ne frecàve,

iìdde se sendève nu Rè e spelpàve

 

Po’ sckandò, se sendì fore dall’acque du mare

e fu acciaffàte da la mane du marenàre.

 

Desperàte o vrazze s’attaccò

e cudde nu muèzzeche ’ngape nge terò.

 

La pelòse, mezza morte e totta sfraceddàte,

u vedeve ca chiangève, le forze u-avèvene lassàte.

 

«Le vite l’alde tre com’a te,

te u-avève ditte... mò ce uè da mè?»

 

«Aspìtte ca non iè angòre fernùte,

sop’o scòglie a d’aièsse sbattùte»

 

«Ah… ce brutta fine ca stogghe a fa’

iì penzàve, ca a mmè non avève teccuà ma’».