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Tommy Tedone. Dalla parte della gente, per dar voce a chi non ce l’ha!

ROBERTO BERLOCO - Una tra le più efficaci declinazioni di giornalismo sociale in Puglia, quella del cinquantasettenne conduttore barese Tommy Tedone. In radio (Radio Mi Piaci), in televisione o nei canali telematici, il lavoro del popolare Tommy, tra la gente e per la gente, emerge per una utilità d’immediato impatto, preziosa quanto quella d’un difensore civico, carismatica al pari di quella dell’attività di pensiero d’un ideologo. In circa trent’anni di passione dietro il microfono, con il linguaggio semplice e schietto del popolo, Tommy Tedone ha forgiato un legame di fiducia, unico e inimitabile, con quel popolo che, ogni mattina, trova nella sua voce una sponda affidabile ai problemi comuni e un solido scudo verso le abitudini della cattiva politica.

D.: Energico, simpatico, trascinante, Tommy Tedone è un conduttore radiofonico e televisivo al quale la platea pugliese è affezionata ormai da diversi decenni. Perché la sua è un’attività giornalistica in gran parte versata nel dar voce alle problematiche che affliggono la gente comune, spesso indifesa di fronte alle omissioni di politica ed istituzioni. Tommy, vuoi parlarci dei tuoi inizi? Quando e come nasce il fraterno giustiziere che siamo abituati ad ascoltare quotidianamente?

R.: Circa ventisette anni fa, gestivo una televisione che si chiamava RTG Puglia. L’editore era una società per azioni di cui era proprietario mio zio Mario Gismondi. Ad un certo punto, rimanemmo senza conduttori per una trasmissione che si chiamava “Belle Notizie e Mercatino”. Fu allora che mi proposi, malgrado le resistenze dello stesso mio zio, preoccupato che i miei carichi di lavoro divenissero eccessivi. Ma il mio lancio vero e proprio avvenne soprattutto per spinta del giornalista Nino Pezzilli, un conduttore meraviglioso, con tanto di barba morbida e bianca, dai modi di vero gentiluomo. Ebbene, un giorno mi guardò negli occhi e mi disse: non ascoltare nessun altro che te stesso, vai e tuffati, ricordando, nel caso dovessi commentare qualcosa di tragico, di far sorridere con qualcosa di allegro, perché è proprio quest’ultimo qualcosa che lega te al pubblico. Così fu e, da quel momento, fu un successo che dura ancora oggi. D’altra parte, è bello ricevere la telefonata per l’impianto di illuminazione che non funziona e, subito dopo, chiamare l’assessore al ramo. E’ bello intervenire con un sindaco, con un presidente del Consiglio comunale oppure con il governatore della Regione in persona. Il mio intercedere è sempre avvenuto su diversi fronti, alimentando il legame con la gente, rafforzandolo solidamente nel tempo. Ma, poi, è normale che quando qualcuno ti risolva un problema o, almeno, lo affronti, divenga qualcuno di cui fidarti.

D.: Durante le tue trasmissioni, non di rado emerge un sentimento di passione e un trasporto sincero verso la Puglia, ma particolarmente Bari e il suo territorio. In qualche modo, sembra sia proprio che sia uno spontaneo istinto patriottico a fare da sfondo agli stessi momenti con i tuoi ospiti, siano essi cittadini che ti chiedono di protestare, oppure rappresentanti istituzionali che chiami in causa per dar voce a quei cittadini …

R.: Ormai sono quasi ventisette gli anni di televisione e oltre venticinque quelli in radio. Confermo, alla base c’è un autentico amore nei confronti della mia terra, un’enorme passione in tutto e per tutto quello che faccio. Anche perché, per far di seguito, ogni giorno, quattro ore in radio e, poi, una in televisione, devono esserci, appunto, un grande calore, un forte attaccamento per quello che fai. Operiamo con capacità, senza essere presuntuosi e metto il plurale perché, in radio, c’è un regista e, in televisione, ce n’è un altro, entrambi splendidi. E’ una squadra che, cioè, agisce in perfetta armonia, puntando spesso all’improvvisazione, in quanto, inizialmente, non sai mai come affrontare tutte quelle ore di trasmissione, ma, poi, viene tutto in automatico: un po’ leggi l’almanacco, un po’ leggi qualche notizia, un po’ ricevi cento chiamate, ricevi quella più seria e quella meno, quella con il problema e quella senza. Tutto questo crea ascolto, sempre, però, in un contesto di simpatia. Perché, come accennavo prima, nel solco del maestro Nino Pezzilli, il mio approccio ai fatti seri è sì, sempre rigoroso, per cui mi rammarico se c’è un lutto, lacrimo se c’è da farlo, ma subito dopo offro una notizia gioiosa, creando, così, un distacco da quella triste data in precedenza.

Inoltre, anche se, dentro me, coltivo ideologie ben precise, tra cui una che, particolarmente, tiene a che fare con il rigore e con il rispetto, non essere legato ad alcun gruppo politico, non avere tessere o legami con un editore che ti sta con il fiato sul collo, mi garantisce la possibilità d’essere me stesso. Ed è questo me stesso che, infine, piace alla gente. Non a caso, tra gli accadimenti più belli che mi capitano sovente, c’è che vengono a salutarmi da ogni parte della Puglia, da Taranto a Grottaglie, da Foggia a Barletta. Mi seguono anche gli anziani e, addirittura, i bambini. Un giorno, con orgoglio, una mamma mi disse che suo figlio piccolo aveva preso addirittura ad imitarmi e, la mattina, non voleva saperne di scendere dall’auto per andare a scuola senza prima aver ascoltato almeno venti minuti della mia trasmissione. Ecco, queste sono le cose che più mi rafforzano, nonostante certi affanni, sia fisici che morali, dovuti a questa pandemia che non accenna a demordere.

D.: Il fatto di essere un’anima libera è spesso evidente nel tuo pubblico parlare. Dai tuoi canali, dalla radio ai vari telematici, questo particolare è lampante quando emergono contenuti che non avrebbero possibilità d’aver luce in quelli che tu stesso hai definito “media allineati”, soprattutto quando si affrontano argomenti che attengono al potere politico e alle azioni di questo. A cosa è dovuta questa impostazione?

R.: Ho sempre pensato che l’informazione non sia corrotta, ma allineata. Faccio un esempio: se l’Asl fa pubblicità su una certa emittente televisiva, è lapalissiano che l’Asl non sarà mai attaccata da quell’emittente. Ancora un esempio: se un Comune bandisce un avviso di gara a vantaggio di un certo quotidiano, è ovvio che quel quotidiano avrà sempre un occhio di riguardo per quel Comune. Noi, invece, siamo un’informazione fuori dalle linee. Siamo un’informazione libera per scelta cosciente. E siamo un’informazione che si è guadagnata nel tempo il rispetto da parte delle istituzioni. Questo è sempre stato il nostro stile ed è stato così che, d’altronde, abbiamo creato e conservato bei rapporti di amicizia con parecchi sindaci del territorio, presidenti di Provincia e così via, coi quali ci si risente anche a distanza di tanti anni, però, sempre, con il distacco dovuto. Perché noi non abbiamo padroni, né padrini. Non è un caso che le nostre trasmissioni siano piene di pubblicità commerciale e, solo rarissimamente, di messaggi istituzionali.

D.: Le tue coraggiose invettive non hanno riguardo per il potente di turno, se v’è una buona causa a giustificarlo, se v’è una linea di giustizia a far da coordinata di riferimento. Hai mai pensato di candidarti in una tua lista per portare in campo una concreta alternativa ad una politica che continua a tradire le legittime attese della gente?

R.: Ho un sogno nel cassetto: diventare sindaco della mia città, cioè della mia Bari. Ma mi rendo conto che il sogno resterà tale. Perché per fare il sindaco di una città come Bari, bisogna allinearsi ai voleri di alcuni potenti, che possono essere i palazzinari, ad esempio. Puoi vincere, insomma, solo se hai un potere alle spalle. Io, alle mie, ho la gente, è vero, ma la gente è come una bandiera. Spiego meglio. Nel tempo, Bari è stata la città più socialista d’Italia, la città più missina d’Italia, la città più comunista d’Italia, la città con il più alto gradimento d’Italia per la Democrazia Cristiana … insomma, il cambiamento di vento è continuo!

D.: Tema pandemia. Da un anno ormai, l’emergenza sanitaria dovuta al Covid 19 mortifica la comunità nazionale, piegando le ginocchia all’economia, mentre il Governo è costretto a far affidamento su corposi finanziamenti internazionali e comunitari, allargando sempre più le maglie del debito pubblico. Malgrado i cosiddetti ristori, che sembrano avere il sapore di inutili palliativi, gli operatori del commercio pugliesi sono esasperati dal prolungarsi delle restrizioni che, il più delle volte, appaiono perfino insensate. Poco tempo fa, allo scopo di una soluzione, hai coordinato un tavolo di confronto tra una rappresentanza di ristoratori locali e il sindaco di Bari Antonio Decaro. Pensi che, con questa nuova pagina, questa di Draghi al timone del Consiglio dei Ministri, possa cambiare qualcosa nell’approccio alla situazione?

R.: I ristori, già. Si, qualcuno li ha avuti, ma niente a che vedere con il reale incasso di un ristorante. Un locale che si rispetti incassa mediamente mille euro al giorno. Vuol dire trentuno mila euro al mese. Significa trecentocinquanta mila in un anno. Se il Governo fa perdere questa somma, ristorando il titolare con venticinque mila euro, con questi si riesce magari a pagare le utenze, poi tredicesime, quattordicesime e contributi per i collaboratori, tutto il resto proprio no. Con il domicilio e l’asporto paghi i fornitori, qualcuno che viene a collaborare ed è finita qui. In questo modo è stato distrutto il destino di intere aziende. Nel frattempo, hanno quintuplicato il costo delle mascherine e molti dispositivi sanitari hanno visto il proprio prezzo raddoppiare. Senza contare il capitolo degli ospedali. Tutt’a un tratto, ci siamo trovati a costruirne uno ex novo, con un progetto partito dal costare otto milioni di euro e arrivato a diciassette, perché, tra le altre cose, avevano dimenticato i bagni. Nel frattanto ancora, passano i mesi, saltiamo la Pasqua, il Natale, il Capodanno, l’Epifania e, di nuovo, la Pasqua. Un anno buttato, coi nervi che si tendono al limite e la gente che non riesce più ad andare avanti.

Quanto a Mario Draghi, prima di lui, al Governo, almeno percepivo un poco di sentimento. Adesso, invece, s’avverte solo la freddezza tipica di un banchiere. Inoltre, mi preoccupa il generale chiamato in causa. Mi vengono in mente i generali di Tito o di Pinochet. Si, poi, ricordo il recente incontro con Decaro. M’interfaccio con il sindaco di Bari tre o quattro volte a settimana. Comunque, tavoli tecnici con lui o anche con Emiliano, semplicemente, alla fin fine, non servono. Chi può di più, in quanto rappresentante diretto del Governo, semmai potrebbe essere il prefetto. Tuttavia, i prefetti, da funzionari statali quali sono, hanno di tutto proprio anche di esercitare l’arte del non decidere. Sono, le persone che ho citato, tutte con la pancia piena, non avvertono l’esigenza di dare una mano a chi ha la pancia vuota. Qualcosa si potrebbe fare, qualcosa di serio e di violento. Purtroppo, però, la comunità non ne ha le forze, perché queste, poco alla volta, sono andate esaurendosi.

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