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Il Covid-19 tra “Solitudine fondamentale” e "Sfiducia fondamentale“ o “Fiducia fondamentale”?

(CalvinRichi /Pixabay)

SANTA FIZZAROTTI SELVAGGI -
“I concetti di tempo variano quanto l’esperienza umana. Da un punto di vista fenomenologico essi sono esperienza umana.” (George  Steiner)

Sono stati firmati nel tempo della storia umana vari patti di pace e tregue nonostante l’uomo nutra il terribile, e per alcuni aspetti terrifico, amore per la guerra, come ha scritto Hillmann in un suo libro. Il trattato di Qadeš ("Kinza" in lingua ittita) fu il trattato siglato nel 1259 a.C. tra il re degli Ittiti Hattušili III e il faraone egizio Ramses II in seguito alla Battaglia di Qadeš del 1274 a.C. È considerato il più antico trattato di pace esistente. Una copia è esposta all’Onu a New York: il trattato porta anche  il sigillo di una donna: Puduhepa (1289 a.C. – 1200 a.C. ca.) la regina Ittita del XIII secolo a.C.. E’ evidente che spero che ora siano le donne a salvare il mondo da questa crudele realtà…Siamo, infatti,  tutti attratti dall’orrore, ma siamo tutti capaci di trasformare l’orrore che abita dentro di noi nella possibilità di credere, immaginare e progettare i luoghi del Bene: l’Utopia. 

Ma spesso proiettiamo all’esterno il Nemico che abita in noi. Talora lo rendiamo vero e estremamente temibile: il Covid 19 che sia stato un pipistrello o un laboratorio a crearlo non è poi così essenziale. Il problema risiede da un’altra parte: l’uso che di questo Virus alcuni fanno. Dico alcuni appositamente e non certo la maggior parte delle persone. E’ stato etico di ciascuno di noi tentare di  illuminare quei luoghi segreti che sottendono le varie realtà e la nostra connaturata violenza.

Ed è a questo punto di queste riflessioni vorrei ricordare Omero, quando nell’Iliade ci pone dinanzi a due aspetti dell’essere umano: l’efferatezza e la pietas. Mi riferisco all’episodio di Achille che dilania il corpo di Ettore e al pianto dello stesso Achille dinanzi a Priamo che gli richiedeva il corpo del figlio.

A queste voci intenerito Achille, membrando il genitor, proruppe in pianto e preso il vecchio per la man, scostollo dolcemente. Piangea questi il perduto Ettore ai piè dell’accusore, e quegli or il padre, or l’amico, e risonava di gemiti la stanza. (Omero, Iliade, trad. Monti)

Nel brano omerico emerge, nonostante tutto, il sentimento della “compassione”, ovvero del sentire insieme, della condivisione delle sofferenze. Si tratta della capacità empatica che dovremmo trovare dentro di noi per metterci “nei panni dell’Altro”, al posto dell’Altro, pur mantenendo la “giusta” distanza che consente la relazione d’aiuto. Non esiste umanità, non esiste civiltà senza “compassione”, senza “condivisione”. Ma è proprio questo il Punctum dolens: dove abita Madonna Compassione? Dove si è trasferita? Aumentano  atti di repressione, regimi autoritari: vittime della violenza  vulnerabili e i difensori dei diritti umani. L’essere umano è un essere complesso, e come tale sempre poco conoscibile nella sua interezza: l’uomo è ambivalente; in lui convivono tratti problematici, gli aspetti che tendono alla disarticolazione e alla disintegrazione.

«L’odio, come relazione nei confronti dell’oggetto – scrive Freud – è più antico dell’amore; esso scaturisce dal ripudio primordiale che l’Io narcisistico oppone al mondo esterno come sorgente di stimoli». Un odio che, come sostengono alcune Scuole Psicoanalitiche, può essere “freddo” o “caldo”: ma è quello freddo che si trasforma in indifferenza assoluta. Siamo dominati oggi forse più che in altri periodi dalla paura in un mondo abitato dal cinismo. Si osservano comportamenti primitivi, quasi tribali.

 «L’odio freddo può risultare alla fine più letale dell’odio caldo ed espressivo, e può assumere la forma di una indifferenza estrema. L’odio freddo è quello per esempio di Albert Speer, conosciuto per il suo apprezzamento di cose raffinate come l’opera, la musica classica e l’arte, che non ha mai ucciso un ebreo. Ugualmente Madeleine Albright, una diplomatica molto istruita e intelligente, non ha mai ucciso un’anima viva. Tuttavia, entrambi hanno preso decisioni e messo in pratica politiche che hanno ucciso centinaia e migliaia di civili innocenti». ( in Violenza o dialogo, a cura di S. Varvin e V D. Volkan, Borla, 2006).

È evidente che in qualche modo odiano e amano tutti: cambiano gli strumenti con cui si esprime l’odio ma «l’odio giustificato è una condizione pericolosa perché conduce facilmente alla disumanizzazione dell’altro. Tragicamente entrambe le parti credono che il loro odio sia giustificato e che sia una reazione all’odio e al comportamento dell’“altro”. Di conseguenza, qualsiasi cosa facciamo, è una risposta giustificata». (Ibidem)

Una disumanizzazione in cui proprio il “terrore” è il primum movens dell’annientamento della personalità, del nome, del corpo, della psiche e finanche della sepoltura. La tragedia di Antigone è a tutti nota. E la sepoltura, come si sa, facilita l’elaborazione del lutto che permette la possibilità di nuovi investimenti affettivi, nuovi legami. E invece in occasione di questa infinita pandemia molti corpi sono stati inceneriti forse non proprio come scelta ma come una “ necessità”, così è stato spesso scritto con impedimento alle autopsie. Nel genocidio, per esempio e come osservato da molti, la parola d’ordine è “sterminateli tutti”, a cominciare dalle donne dopo averle oltraggiate oltre misura. Alle vittime non rimane che il silenzio. D’altra parte, per alcuni psicoanalisti, “l’uccidere” ha anche il profondo significato inconscio di stupro: violazione della Madre-Terra, delle donne generatrici di vita.

La vita è, invece, il bene più prezioso, e la salute è onnicomprensiva e non ha riferimento certamente alla dimensione edonistica alla quale i media ci hanno abituato. Il rispetto per la persona umana è centrale : ma tale rispetto presuppone un ascolto diverso dell’Altro attraverso un ascolto di sé. È questo, credetemi, il focus centrale del dialogo e dell’aiuto efficace. La risposta deve necessariamente essere adeguata alla domanda d’aiuto.

Le crisi belliche, i conflitti, i virus crudeli sono storie di perdite irreparabili.

Il profondo messaggio di questo Covid 19 è che il mondo non è cambiato: l’uomo manifesta se stesso con modalità terribilmente arcaiche e terrifiche.

Il trauma psichico che si accompagna al trauma fisico rappresenta una ferita per la mente: qualcosa di esterno la invade e ne viola i confini, causando spesso uno stato di disperazione.  

Si tratta di una ferita che riapre altre piaghe, talvolta invisibili cicatrici che ricominciano a sanguinare al primo soffio di vento e che pertanto lasciano emergere improvvisamente il perturbante, il rimosso non rappresentabile dalla nostra mente che invece ha bisogno di controllare eventi e fatti all’interno dell’universo simbolico umano. Una ferita che genera  crisi di panico senza direzioni. Le emozioni difensivamente si congelano e tale condizione nel tempo può determinare gravi sofferenze. Vi sono anche traumi irrisolvibili!

L’inevitabile sofferenza dell’esistere in quanto tale a volte non trova parole che possano consentire la condivisione dell’infelicità: il dolore, infatti, può essere contenuto in maggior misura  da un “holding” adeguato. Uno degli aspetti più critici della terapia intensiva è quella della comunicazione. Il paziente necessita di una comunicazione empatica e per alcuni aspetti necessita di una bagno di maternità: non si dimentichi che il medico rappresenta il genitore arcaico che può far guarire con le tecniche di accudimento. Quando ci si ammala si regredisce e ancor più complessa appare la situazione del paziente intubato in  dipendenza che certo evoca quella  doppia dipendenza esperita durante l’infanzia. La relazione deve essere affettuosa e anche colma di stimoli Gli strumenti della comunicazione  sono fondamentali per creare i luoghi umanitari, fertile “humus” e ci permettono di conoscere sé e l’Altro. 

E sono proprio questi strumenti che possono tracciare nuovi sentieri  nell’ambito di un unico straordinario linguaggio, senza l’orrore del vuoto che genera il panico mortale, gesti insani e, in assoluto.

L’irrappresentabilità del trauma, come abbiamo detto ricordando le istanze delle Scuole Psicoanalitiche, produce angoscia e si ha la sensazione di sopravvivere e non già di vivere. L’essere umano ha bisogno di tempo prima di poter convivere con le tracce indelebili di quanto esperito. La violenza a volte assai subdola alla quale stiamo assistendo crea una inarrestabile catena di rancore e talora di odio.

Che fare allora per facilitare il contenimento dell’angoscia e rendere rappresentabile l’irrappresentabile? La traumatizzazione estrema, come l’essere in assoluta solitudine in reparti di rianimazione, implica una perdita assai grave: l’assoluta mancanza di contatto con gli affetti,

Nel villaggio globale assistiamo alla disintegrazione e all’azzeramento della sana comunicazione: non ci sono più parole in grado di costruire il discorso e il pensiero.

D’altra parte l’orrore al quale spesso assistiamo non è forse il risultato della tragedia di un mondo privo di parola, incapace di comunicare con sé e con l’Altro?

I freni inibitori si sono allentati e i sensi si sono anestetizzati. Ma dalle ferite dell’anima che il Covid 19 e l’ uso che alcuni mi par che ne fanno e sia sufficiente pensare alla querelle dei vaccini, può nascere un Uomo Nuovo.  Alcuni si riempiono la bocca della parola divenuta logora “ trasformazione”  senza comprendere  che la trasformazione è il risultato della innovazione che non dimentica la tradizione. In questo caso particolare l’esser medico non significa solo utilizzare strumenti d’avanguarde ma significa non perdere la propria identità di medico che a Ippocrate si ispira.

Si tratta, in realtà, dell’Arte della cura. Ritengo, però, che in questo esperienza planetaria sia soltanto la condivisione delle varie esperienze a rendere possibile il ritrovamento di quella “fiducia fondamentale” (cfr. D. W. Winnicott), che garantisce la relazione tra le persone e fonda il rapporto tra medico e paziente, non escluso il mondo volontaristico.

Fondamentale è la vera, e giammai virtuale, capacità di preoccuparsi delle persone e dei processi di cambiamento della società di appartenenza in un momento così difficile.

Si legge che “i 149 Paesi analizzati da Amnesty dimostrano come si sia fermato il progresso nei diritti umani, anzi, la pandemia è stata spesso usata per limitare i diritti umani delle popolazione a vantaggio di certi obiettivi” (in Dire oggi, rivista online, aprile 2021). E in modo particolare proprio nei confronti di coloro che sono più vulnerabili : minoranze, persone in stato di estrema difficoltà,  gli anziani. E i diritti umani non sono certo negoziabili: se lo ricordino gli Stati e quelle Associazioni di volontariato che dei diritti umani ne fanno una bandiera dimenticando che il principio più disatteso  è proprio l’Umanità. Ma quando non si approfondisce la storia si rischia di aprire il varco a coloro che in nome di un Virus la fanno da padroni.