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Renato Ciardo. La comicità irresistibile della baresità


ROBERTO BERLOCO - E’ un dato pacifico. Il capoluogo della Puglia è una madre generosa di talenti nei campi delle arti. Dal teatro al cabaret, fino al cinema d’autore, non c’è porzione della storia della città che non racconti di successi che hanno accompagnato intere generazioni. E di quella tipica comicità barese che avvolge e induce al buon umore, Renato Ciardo rappresenta, ormai, un solido paradigma. Nato a Bari quarantasette anni fa, Renato è il figlio di Gianni, da cui eredita non solamente una vistosa somiglianza fisica, ma pure doti e quel particolare genio comico che, oggi, lo elevano ad una delle stelle più luminose nel firmamento pugliese dello spettacolo.

D.: Renato, parlaci di te partendo dagli albori. Quando e come matura in te la decisione di fare l’artista? Qual è stata la prima molla decisionale che ti ha sospinto nel mondo dello spettacolo?

R.: Artisticamente nasco quando nacqui, dunque quarantasette anni fa! Appena uscito dal ventre di mia madre Annamaria, mi venne regalata una batteria giocattolo da mio padre, che voleva vedermi cominciare subito. Ho iniziato molto presto, poi, a fare le imitazioni, prima dei miei nonni, in seguito dei miei parenti e, a scuola, dei miei professori. Il mio ingresso nel mondo dello spettacolo è avvenuto così, assai spontaneamente, senza frequentare particolari istituti che potessero indirizzarmi all’arte.

D.: Renato Ciardo è il figlio di Gianni, una delle più interessanti anime della comicità che la Puglia abbia espresso in epoca moderna. Come in tutti i casi di figli d’arte, c’è qualcosa del proprio genitore di cui si conserva traccia viva nell’erede, insieme a qualcosa d’altro che lo distingue….

R.: Si, mio padre Gianni è un artista pugliese tra i più conosciuti in Italia. Per me, ovviamente, è un onore essere suo figlio, anche perché è proprio grazie a lui che sono entrato in questa realtà. Va da sé che, però, pur prendendo da lui, mi sono poi creato ampiamente da me, forgiando i miei personaggi, incidendo determinate trame, tracciando percorsi artistici che, ormai, mi caratterizzano marcatamente.

D.: La tua produzione artistica è ampia e diversificata. Si va dalle esibizioni canore alle scene comiche, dove risaltano le tue doti d’attore professionista, fino al puro cabaret, con manifestazioni che rimangono spesso impresse nel cuore della gente. In ogni caso, risulta sempre viva e calcata la “baresità” del tuo personaggio, oppure, forse, sarebbe meglio dire che, nel tuo personaggio e con opera di fine ironia, si rispecchiano le varie sfaccettature del carattere Barese, di quel tipico che esprime anche tanto di popolo autentico. Ebbene, quanto di Renato Ciardo c’è in questo tuo esilarante atteggiarti, e quanto, del personaggio che ne emerge, c’è in Renato Ciardo?

R.: I miei personaggi li ho creati basandomi sull’esperienza, parodiando diversi tipi, tutti reali e tipici della Bari che conosco. Ecco come sono nati il commercialista di Poggiofranco, contrapposto al cozzalo di Japigia, fino, ancora, al radical chic della Madonnella. Di me, in tutti loro, c’è quel tanto che basta  per mettere a fuoco il loro lato comico, mentre di essi, in me, c’è il tratto comune di un’autentica coscienza barese.

D.: Un po’ come accade nella parlata romana, che contiene un suono naturale il quale, da sé, accalora un risvolto umoristico, anche, cioè, a prescindere dai contenuti trasmessi, credi che pure l’idioma dialettale barese si presti particolarmente ad innescare il sorriso in chi l’ascolta? E se si, quanto peso tiene questo ingrediente nel successo dei personaggi che interpreti?

R.: Confermo, la parlata barese tiene un proprio carisma, che costituisce una certa percentuale del fascino umoristico dei miei personaggi. Ma non sempre è stato così. Come, ad esempio, nella parte di Michele, un mio personaggio nella serie televisiva “Le Battagliere”. In questo caso, non mi esprimevo verbalmente, perché a parlare era, piuttosto, il limite caratteriale che interpretavo.

(L'attore barese Renato Ciardo)

D.: Nello storico tormentone musicale “Ciaddì”, emerge uno spaccato di vita minima che,  sorprendentemente, finisce per entusiasmare anche chi, magari, non avrebbe mai fatto caso a certi aspetti del vivere comune d’una certa Bari. Espressioni tipiche del linguaggio spicciolo e quotidiano dei ceti popolari baresi risaltano piacevolmente, dettati dal tempo cadenzato del tuo canto e da musiche che gli stanno al passo. In un’altra tua opera musicale, dal titolo “Tiengo la susta”, questa ambientata nel porto di Torre a Mare, affronti, invece, il tema di un sentimento amoroso che sboccia, senza, però, abbandonare quel portamento ironico che determina un irresistibile e costante sorriso nello spettatore. Renato, vorresti svelarci come nascono i tuoi brani e se, al di là del creare un gustoso, immediato divertimento nella gente, brilli anche un messaggio più profondo, legato, ad esempio, a quei buoni e sani sentimenti che sono il collante della più genuina società pugliese e che, pure, traspaiono dal complesso del tuo lavoro?

R.: “Ciaddì” nasce dal caso. Accadde che, quando abitavo nel quartiere Japigia, ero affacciato al balcone e stavo fumando una sigaretta. D’un tratto, m’avvertii di due tipi che si salutavano a suon di “oh staffà tappò ciaddì”. Il bello è che lo dicevano come se, di sottofondo, ci fosse una ritmica di basso e batteria anni ’70. E’ da qui che è venuta fuori questa musica, con un testo scritto insieme a Silvia De Sandi. La stessa che ha fatto da autrice al brano di “Tiengo la susta”. La susta, si sa, è un modo di essere che molti hanno, soprattutto in questo periodo strano che stiamo vivendo da un anno e mezzo ormai. Sotto c’è un arrangiamento molto spagnoleggiante, per il quale mi sono avvalso della bravura di diversi musicisti, come Pasquale Maglione, Savio Vurchio, Pierpaolo “Cipo” Giandomenico e Tony Santoruvo.

D.: In “Cange u disk”, l’ultimo dei tuoi pezzi in ordine di tempo, ritorna il tema del sentimento amoroso, naturalmente reso sempre in quella chiave umoristica e col dialetto barese come lingua privilegiata al fondo. Stavolta, però, emerge anche il richiamo materno alla prudenza che, poi, nel corso della storia descritta, si sarebbe rivelato saggio e se, seguito per tempo, anche provvidenziale. Ma il tema di figure familiari e, soprattutto, la percezione di un dialogo sempre vivo tra te e chi, del tuo contesto familiare, ti è più vicino, s’avverte anche in altre forme e in altri modi, come se una costante e fiera armonia di famiglia rappresentasse una componente fondamentale della tua personalità artistica e non solo umana …

R.: “Cange u disk” è il sequel di “Lass a Cristian”, il pezzo con cui abbiamo debuttato a Dicembre scorso, parodiando George Michael, anzi gli Wham. E’ nato, così, questo personaggio che si chiama Giorgio Michele, che è convinto di essere il George Michael della Puglia. E’ vero pure che, ad un tratto importante della canzone, s’affaccia la figura materna, e, in effetti, il protagonista ammette che, se avesse dato retta ai consigli della madre, sarebbe andato tutto bene, senza ricevere una delusione cocente dalla ragazza alla quale ha tanto ambito. Ebbene si, ammetto, l’elemento familiare è spesso ricorrente, corrispondendo ad un valore che attiene alla mia identità e alla mia formazione personale.

D.: Sono quattro anni che la comunità social ha la possibilità di interagire direttamente con te attraverso il format del “Il Ciardatano”, una delle emissioni di Tele Bari attiva su Facebook. Una maniera efficace di entrare in sintonia con la tua simpatia e, in qualche modo, di farla al grigiore imposto dalla pandemia, con i suoi pericoli e le sue restrizioni. Le previsioni, comunque, giocoforza di vaccinazioni e caldi crescenti, danno un sicuro, prossimo miglioramento della situazione, con una riapertura graduale anche dei palcoscenici. Cos’hai in serbo per i prossimi mesi?

R.: Per il “Ciardatano”, anzitutto, sento di ringraziare Maddalena Mazzitelli, direttore responsabile di Telebari e Radiobari, l’autrice del programma e direttore di produzione Silvia De Sandi, ma anche Federico Semplice alla regia video e Tiziano Gonnella alla regia radio, tutti con un ruolo importante nel  successo del format. Abbiamo spettatori dalla Spagna, Grecia e, addirittura, dalle Americhe. All’interno della trasmissione, trattiamo di una varietà nutrita di temi, compreso quello della pandemia in corso, il tutto in diretta, con chiamate che portano all’impatto del contatto vivo. Nei prossimi mesi, invece, tornerò sul palcoscenico con “Sono solo in mezzo alla piazza” - canzoni, voci e fatti a stare. Racconterò il mio percorso, umano ed artistico, con aneddoti reali ma dal sapore surreale, ma ci saranno anche imitazioni, brani dal gusto retrò e, naturalmente, ballate e parodie degli usi e costumi baresi.

D.: Infine, cosa diresti se ti fosse chiesto il cosiddetto consiglio migliore, da parte di un giovane talentuoso che volesse cimentarsi nell’arte della comicità e del fare spettacolo?

R.: Il mio unico consiglio è di studiare sempre e di coltivare l’insegnamento di maestri prestigiosi, come Gigi Proietti, Walter Chiari, Franco e Ciccio, Edoardo De Filippo, Gabriella Ferri, Woody Allen, Mel Brooks e così via, ce ne sono davvero tantissimi.