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Da Giuseppe Romito ad Enrica e Lorenzo Gentile: “Viva Bare neste” e “Chèsse jè Bare”


LIVALCA
 - «…Meritevole da ultimo perché trabocca di quella saggezza e di quella serenità che sono proprie soltanto di quei pochi fortunati che camminano sveltamente e vedono lucidamente anche oltre la soglia degli ottanta anni e più…perché possano ancora guidarci ed insegnarci» questo  è il periodo conclusivo con cui il prof. Michele Melillo dell’Università degli Studi di Bari, il 13 settembre 1984, terminava la sua affettuosa presentazione (lui stesso precisava più che una presentazione, una dichiarazione di plauso) al libro «Dizionario della lingua barese» opera di Giuseppe Romito.  Lo stesso Romito in una ponderata e speranzosa premessa  puntualizzava il suo  proposito:«Nell’intento di dare a ciascuna voce dialettale barese il significato idiomatico più genuino, ho cercato di raccogliere ordinatamente, sia sotto il profilo alfabetico che sotto quello morfologico, il maggior numero di voci ‘veraci’ del nostro dialetto, evitando quelle che spesso vengono tradotte dall’italiano».   

Romito, con onestà indiscutibile (intellettuale non è frase di mio gradimento!) illustrava il suo metodo e preveniva le critiche che spesso, generosamente, accompagnano tutto ciò che riguarda ‘ad abundantiam’  la lingua barese. Nel dizionario di Romito in appendice viene riportato, con non comune acume e magnanimità verso i posteri ( cosa che oggi ripetiamo meccanicamente con la frase ‘a beneficio delle future generazioni’, dimenticando di allegare a sostegno  uno ‘straccio’ di contenuto…chi scrive queste note non è immune da questa carenza) una conversazione  tenuta dall’autore, il 7  marzo 1953 presso il Rotary club Bari centro,  sul contributo dato dai dialetti meridionali alla formazione della lingua italiana.  La conversazione fu così brillante da meritare di essere pubblicata nel volume di Romito, dove fu aggiunta anche una riflessione del prof. Saverio La Sorsa che, chiamato più volte in causa da Romito stesso, ritenne di inviare un commento.  La Sorsa (Molfetta 1877-Roma 1970), come era suo costume, in due paginette citò quelli che secondo lui erano i migliori poeti vernacoli contemporanei di Bari : Davide Lopez, Vito Barracano, Peppino Franco, Vito de Fano, Nicola Macina, Vito  Antonio Di Cagno, Giuseppe Lembo, Giuseppe Capriati, Agnese Palumbo, Ruggiero e Francesco Lopez, Giovanni Laricchia e Antonio Nitti.

Chiaramente vi era anche Giuseppe Romito di cui riporto ciò che scrisse La Sorsa:«Una nuova recluta ha avuto la poesia vernacola barese in Giuseppe Romito, il quale alla dinamica attività di uomo di affari accoppia una profonda cultura umanistica.  Le sue rime sono ispirate al folklore, di cui è geniale cultore, avendo una spigliatezza ed un colorito inconfondibile; vero interprete dell’anima popolare sa trarne gli aspetti più intimi e le aspirazioni più schiette con delicato sentimento e lodevole bravura».

Per darvi  una  seppur limitata ma efficace idea del lavoro del dr. Romito vi riporto due vocaboli estrapolati  dal suo “Dizionario”: Pèttue, s.f., frittelle con uva passita, al singolare corrisponde al lembo della camicia che fuoriesce dai pantaloni;  Corrue, s.f., carrube, baccello che serve all’alimentazione foraggera degli equini (cavalli/muli/asini); anticamente i ragazzi mangiavano specialmente quelle ‘infornate’ di sapore zuccherino dette ‘corrue a mmèle.    Di Romito posso dire un uomo colto e perbene che mi disse in un periodo in cui nutrivo  qualche perplessità nel procedere con mio padre «Mario un amico, un uomo eccezionale e nessuno più di me può confermarlo». Grazie dr.  Romito lei è stato, allora,  due volte eccezionale: uno di suo e uno per avermelo ricordato.

Altra persona  degna di nota (quindi eccezionale!) Lorenzo Gentile che nel 2007 ci propose «NUOVO DIZIONARIO DEI BARESI: ITALIANO-BARESE, BARESE-ITALIANO», precisando che si era già prenotato qualche anno prima e che aveva ascoltato i consigli di mio padre per rendere il suo lavoro più completo.  Mio padre è morto nel 2004, ma la parola data era da rispettare.  Senza dire che stimavo ed ammiravo Gentile fin dal 1996 quando pubblicammo la sua commedia in dialetto barese «U mbetate di Natale»  e mi raccontò del suo amore per il teatro e il cinema e della sua partecipazione al film di Michele Placido «Del perduto amore» (…già all’epoca lo ‘scritturai’ per le due pellicole che avevo intenzione  di realizzare  e per cui ho già tanti amici in attesa…selezione naturale permettendo o ‘risolvendo’?).

Contattai Vito Maurogiovanni per la presentazione e ricevetti un cortese rifiuto perché mi confidò di non volere entrare nelle ‘beghe’ del dialetto.  Dal momento che la verità gioca a carte scoperte ( la frase non è mia ma di William nato nel 1564 a Stratford.on-Avon) vi dirò, senza filtro, la pura… verità.   Vito era nel periodo di maggiori riconoscimenti per la sua carriera avendo pubblicato nel 2005 «Come eravamo»…”un libro che sarà consultato anche  nel prossimo millennio” ( Colui  che ha pronunciato la ‘profezia’  non è famoso come il Guglielmo di prima, ma possiede ‘autoretàte giùste’ per assumersene la paternità) e fui ben felice di stringere un patto con lui: scrivimi  la presentazione per  Gentile e ti pubblico immediatamente « Gli anni della speranza» (Chiaramente non è che non volessi pubblicare il testo, ma volevo dotarlo di quegli accorgimenti che fanno la differenza…nel tempo).  A ottobre 2007 uscì il volume di Enrica e Lorenzo Gentile ( come mi confidò Lorenzo fu mio padre nel loro primo incontro a consigliarlo di coinvolgere la figlia, professoressa presso il Dipartimento di Informatica dell’Università di Bari) e 23 giorni dopo, a novembre,  quello di Vito Maurogiovanni.

La presentazione di Maurogiovanni fu molto apprezzata, perché il giornalistaa-sceneggiatore radiofonico-scrittore-commediografo  fu, al solito, generoso e non certo sibillino:« Per quanto riguarda i mesi, nota Lorenzo che ‘Luna settembrine sétte mise se strascìne’ e che ‘Acquanne la lune jè chjène pure le cozze so chjène’. E la ‘lune’ ha anche momenti mistici. Annota l’autore: ‘luna mèa nove non d’agghie viste angore, mò ca t’agghie viste racchemanneme o core de Criste’. Tutti questi bei modi formano una bella cornice linguistica attorno all’indicazione lune. E sono cose che vanno lette, rispettate e studiate. Se poi ci sarà chi dirà che la scrittura è questa e non quella, o quella e non questa, credo ogni studioso abbia diritto ad utilizzare le proprie interpretazioni, che, come nel caso di questo dizionario, non sono né gratuite né tanto meno banali e il discorso sulla esattezza linguistica, se discorso c’è da fare, ha bisogno di studi e riflessioni non di garanti».  Con queste parole terminava la sua introduzione Vito  e bisogna dire che è stato un virtuoso ed efficace  ‘profeta’,  spianando la strada ad altri generosi e capaci interpreti della lingua barese.

Vito Maurogiovanni il giorno in cui avemmo un piccolo battibecco relativo alla ‘presenza-assenza’  mi confidò una ‘verità’ che, secondo il modo di intendere la vita può essere considerato un pregio o un difetto,  ma  che è sempre stata  una peculiarità della casa editrice Levante: la discrezione, da non confondere con il disinteresse, con cui abbiamo sempre accompagnato i nostri  autori. Abbiamo sempre risposto ‘presente’ e mai fatto mancare il  nostro appoggio incondizionato in ogni fase della vita di un libro, ma una possibile   eventuale  ‘gloria’ è sempre stata  di esclusiva spettanza dell’autore, a noi bastava la scritta ‘Levante-Bari’.

Vito mi regalò una citazione latina per dire  ‘modus operandi=modus vivendi, ossia il nostro modo di agire corrisponde al modo di vivere, aggiungendo  mai procedete  ‘a la scùse’ (all’insaputa, di nascosto).

Vito quando verrò a trovare il nutrito gruppo barese doc ormai costituitosi,  ti porterò il ‘bacio-saluto’ di  una  Celeste, che non è il  colore del fiocco che tu e mio padre avete atteso per tutta la vita, ma è il frutto di quell’AMORE che oggi, come ieri e speriamo domani, risulta essere la maggiore felicità della vita.