Il tesoro invisibile, la bellezza nascosta di un popolo masochista

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FRANCESCO GRECO - “Dagli antri più oscuri dei depositi dei musei e dai faldoni accatastati negli archivi…”. Ricordate Nanni Moretti? “Dai, facciamoci del male...”. 

Se la bellezza ci salverà e se essa è un diritto, solo un popolo di masochisti votati per dna al lamento, e al suicidio, poteva nasconderla e rinunciare così, somma iniuria, a un bel pezzo di pil che così svanisce come le famose mille bolle blu. Anche per questo, nonostante il vasto patrimonio artistico e architettonico avuto in dote, non siamo, di riflesso, il paese più visitato al mondo, se si pensa che in Giappone solo un quadro attira oltre 5 milioni di visitatori all’anno. 

Ma la bellezza è anche coscienza, e se essa non c’è, allora ogni bellezza è sospesa in un limbo indefinito. Noi non ne dimostriamo molta quando il turista giunge davanti alle porte di un museo il giorno di Ferragosto e le trova sbarrate. Non solo, ma il territorio è cosparso di rifiuti e devastazioni ovunque. Occorre una crescita in termini di civiltà, la scuola potrebbe metter giù un progetto per le nuove generazioni.    

A tracciare il percorso fascinoso di una sorta di museo parallelo (“i depositi sono luoghi onirici, sospesi in un’atmosfera di attesa quasi trascendentale…”), vietato al mondo e ignoto a noi nativi, una ricognizione (parziale “tra le migliaia di oggetti custoditi nei depositi dei musei italiani…”) emozionante sospesa tra centro (Roma, Milano, Venezia) e periferia (Taranto), Filippo Cosmelli e Daniela Bianco (fondatori di “If Experience”, storico dell’arte lui, architetto prestato alla moda e al lifestyle lei) ne “Il tesoro invisibile” (Viaggio nell’arte custodita nei depositi dei musei italiani), Utet, Milano 2021, pp. 208, € 22,00 (cover di Alessandro Celani), con un sorprendente corredo fotografico che rende l’opera unica e preziosa, degna di dimorare sic stantibus nelle nostre biblioteche dove un giorno metteranno mano figli, nipoti, bisnipoti.

 Tesori d’ogni epoca (dal “Tesoro di Taranto” agli stupendi gioielli del Parco archeologico di Pompei e le chiavi e i chiavistelli di Palazzo Barberini, Roma) abbandonati nel sottosuolo sudicio del nostro disincanto, “al buio, avvolti in fogli di carta velina, chiuso dentro a cassetti  o a grossi armadi”, presumiamo manco censiti come si deve, quindi de facto inesistenti, metafisici. E mentre Goethe (marzo 1787) si emozionò dinanzi alle rovine di Pompei (“Molte sciagure sono accadute nel mondo, ma poche hanno procurato altrettanta gioia alla posterità”), i poeti d’oggi che raggiungono il Malpaese sperando di provare le stesse emozioni, magari fissandole sulla carta, restano ahimè delusi.    

Questa opera rende una vaga idea di giustizia ai tanti artisti che nel tempo hanno lavorato per rimanere abbandonati all’ombra dei sotterranei: almeno adesso hanno una fugace citazione in un museo visitabile da casa, senza muoversi e senza mostrare alcun green pass.    

 Resta la nostra amarezza di indigeni incoscienti e indifferenti, rafforzata dalla certezza che, se si aprisse un dibattito sulle responsabilità, non troveremmo un cane disposto ad assumersele. E, ove lo trovassimo, non potrebbe che essere l’altro, quello che c’era prima di noi, l’avversario politico, al limite un defunto.  


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