La 'Gazzetta del Mezzogiorno': l’assenza come presenza costante
GIANNI CAVALLI - Il participio presente del verbo latino absum, abes, afui, abesse è absens absentis che significa essere lontano, non presente e, quindi, assente. Chi scrive da sempre ha sostenuto che non vi è ‘presenza più regolare dell’assenza’ e ritengo di averlo anche sottolineato a metà degli anni settanta sul giornale “IL MERIDIONALE”, creato e diretto dall’avvocato Alberto Margherita di Latiano, per giustificare una parziale sospensione della pubblicazione. Ultimamente come mi ha fatto notare il capo del servizio amministrativo della questura area metropolitana di Bari Michele Petruzzelli, uno dei nove componenti del ‘Gruppo amici di San Nicola’, vi è una frase della nota giornalista Concita De Gregorio: «L’assenza è una presenza costante: ti sfida in un corpo a corpo quotidiano, ti assedia» che esprime perfettamente il concetto. Secondo voi posso contestare tale primato? Mi rifugio da Virgilio «Non omnia possumus omnes» (Egloghe) e lascio volentieri il perfezionamento del pensiero alla conduttrice televisiva pisana perché «Apertis verbis, ubi maior…».
Il 1 agosto 2021 - per me il 2 agosto è stata una data che ogni padre auspica per i propri figli - il direttore Michele Partipilo rivelava ufficialmente quello che si paventava da tempo, ma che sembrava impossibile potesse accadere: La Gazzetta del Mezzogiorno annunciava l’interruzione, momentanea, delle uscite. Partipilo precisava con signorilità e amarezza: «Se lo vorranno, infatti, le istituzioni interessate potranno rendere brevissima l’assenza della Gazzetta dalle edicole. Sarebbe sufficiente che il Comitato dei creditori esprimesse subito, magari domani stesso, la sua valutazione delle due proposte in campo. Dopodiché al giudice non resterebbe che prenderne atto e procedere all’assegnazione della testata. Anche in attesa della procedura di omologa, l’assegnatario avrebbe tutte le carte in regola per riportare la Gazzetta in edicola».
Nel giugno del 2020 il direttore Giuseppe De Tomaso concludeva la sua prefazione al volume di Nicola Mascellaro “La Gazzetta del Mezzogiorno dal 1887. Storia del quotidiano più longevo del Sud” (LB edizioni, Bari) con queste parole: «Infine. L’editoria attraversa un periodo assai difficile, come dimostra il nostro caso. Il Web è una piattaforma competitiva fortissima, non foss’altro perché gratuita. Ma la Rete rappresenta un’opportunità, una grande opportunità. E la Gazzetta non se la lascerà sfuggire, come già sta facendo. Puntando sul giornalismo di qualità e sforzandoci di migliorare contenuti e grafica, siamo certi di poter continuare a informare pugliesi e lucani da una posizione di vertice nel panorama mediatico del Sud. On line e off line. Intanto, cari amici, leggete questo splendido libro. La nostra storia di ieri e di oggi. Prenotando, da Nicola Mascellaro, anche quella di domani».
La ripartenza è affidata all’esperienza di Oscar Iarussi che, per qualche mese, è stato un direttore di testata…senza ‘quotidiano’. A Iarussi - sarebbe meglio specificare al suo enciclopedico volume «Andare per i luoghi del cinema» (il Mulino, Bologna 2017) - devo la soluzione di un ‘enigma’ che mi ha accompagnato dai mitici anni della contestazione giovanile del secolo scorso. «D’altronde, Paparazzo era il cognome di un albergatore di Catanzaro citato in un libro degli inizi del Novecento, “Sulla riva dello Jonio” dell’inglese George Gissing. Sceneggiando “La dolce vita” Ennio Flaiano l’attribuisce al personaggio del fotografo di via Veneto ed è subito mito» questa la spiegazione esemplare di Iarussi, che spero possa, con la stessa semplicità, competenza e verità storica - magari in un libro (scusami Mascellaro spazio ai giovani, anche perché ti manca il materiale d’archivio) che potrebbe essere la trama di un film dove gli attori, invece che dalla strada, verrebbero arruolati tra i dipendenti della «Gazzetta» che tornerebbero a fare i protagonisti - narrare ai lettori come sia stata la ‘storia’dell’attesa-assenza.
Il quotidiano è stato assente in edicola per 180 giorni consecutivi che, secondo una ‘cabala’ piuttosto pratica, corrisponde al numero novanta che viene associato al termine ‘paura’, ma nel senso di ‘malessere’ dovuto a stress che può essere superato facilmente con riposo o vacanza. Cabala è un termine ebraico con cui si intende un insegnamento, di tipo religioso, trasmesso per via orale da maestro a maestro. Ora non intendo ‘provocare’ nessuno tra vacanze e cabala perché vi sono delle persone e delle famiglie che dall’informazione traevano le risorse per il vivere quotidiano, per cui mi dirigo verso lidi più presenti, in cui la ‘giustifica non è un passaporto’.
Preferisco concentrarmi sull’assenza dal momento che è un termine che ha visto scendere in campo grossi nomi del panorama mondiale: come non pensare ai sette volumi de «Alla ricerca del tempo perduto» di quel Marcel Proust , il cui protagonista cadde in depressione nell’apprendere che un suo vecchio, indimenticato amore era morto per una caduta da cavallo. La nostra «Gazzetta» è ‘caduta’, ma si è ripresa e forse qualcuno nel tempo, magari, in un solo volume, ci racconterà di colpe e mancanze qualora ci siano state. Continuando il mio personale excursus sull’assenza vi sottopongo una frase di Arthur Schopenhauer che così recita: «L’uomo non sente la mancanza di beni cui mai ha pensato di aspirare. La lontananza e la lunga assenza vanno a scapito dell’amicizia». Non posso esimermi dal dissentire con il filosofo tedesco nato a Danzica (Polonia), perché tutti noi giovani di allora anelavamo intraprendere la carriera di giornalista per approdare alla mitica «Gazzetta». Ho un ricordo personale da ragazzino per aver gioito dell’assunzione del grande e sfortunato giornalista Andrea Castellaneta da Conversano. Anche sull’assenza che nuoce all’amicizia instaurata tra il lettore e la «Gazzetta» nutro perplessità: sarà un rientro trionfale. Senza nulla togliere ai coraggiosi che si sono assunti l’impegno di sostituirla in questo periodo, e che potranno tranquillamente continuare in nome di quel pluralismo dell’informazione che assicura che le notizie siano state filtrate e non siano ad uso di correnti poco coerenti con l’etica professionale, il rapporto riprenderà ancora più forte: ritrovarsi è una formula segreta di felicità assicurata, cosa diversa dalla ‘minestra riscaldata’ che, a mio modesto parere, dovremmo riabituarci a…’consumare’ ( mi riferisco all’alimentazione di coloro che non sono stati abituati a mangiare il cibo ‘rimasto’).
Per molti di noi la «Gazzetta» era l’altro che incontravi ogni mattina, magari ne parlavi con affetto…’male’, ma ti era indispensabile perché parte integrante della tua giornata. Ora, pur con il rispetto che si deve all’assenza di Sigmund Freud, penso che il libro di Massimo Recalcati «Incontrare l’assenza» sia una valida prova che la difesa saprà ben valorizzare in caso di ‘processo’. Come non pensare al «Il processo» dello scrittore boemo di lingua tedesca Franz Kafka (Praga 1883-Vienna 1924) che, nonostante fosse nato in una famiglia ebraica benestante praghese e si fosse laureato in Giurisprudenza nel luogo nativo, iniziò subito a lavorare nel ramo delle Assicurazioni a Trieste per poi passare nell’Istituto assicurazione contro gli infortuni sul lavoro dove rimase fino a 18 mesi prima della morte, che avvenne per tubercolosi presso la clinica di Kierling. Questo romanzo, pubblicato postumo nel 1925, può essere definito misterioso, enigmatico, incomprensibile ma forse ‘sibillino’ è il termine più adatto. Il protagonista del libro è il procuratore di banca Josef K. che, messo agli arresti ‘senza aver commesso nulla’ e senza che sia stato provato nulla contro di lui, viene giustiziato ‘come un cane’. Per fortuna la nostra «Gazzetta» è riuscita a dimostrare la sua innocenza di fondo e l’eventuale ‘processo’ chiarirà forse qualche lato oscuro della vicenda, ma non potrà che confermare l’assoluzione del corpo redazionale e dei lettori ‘innocenti oltre ogni ragionevole dubbio’. Non posso non chiudere queste semplici divagazioni senza citare uno dei tanti italiani MIGLIORI, sparsi nel mondo, che hanno sacrificato la propria vita affinché quell’orgoglio che ci porta ad affermare SIAMO ITALIANI sia ogni giorno, ora e minuto una costante presenza che guidi non solo le parole, ma anche le azioni nel rispetto che dobbiamo alle Istituzioni, ai figli e nipoti: Giovanni Falcone.
Il magistrato palermitano, massacrato a soli 53 anni, ci ha lasciato una frase che vorrei venisse citata nel suo discorso di insediamento dal prossimo presidente della Repubblica Italiana: «Si muore o si è assenti perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore perché non si hanno le necessarie alleanze e si resta privi di sostegno».
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