'Esterno Notte': la recensione


FREDERIC PASCALI -
16 marzo 1978, il momento più vicino al collasso di una nazione, di un sistema di idee, di un modo di vivere, di pensare, di scrivere la propria storia. Poco dopo le 9 del mattino, in via Fani, un commando di brigatisti rossi sequestra l’onorevole Aldo Moro trucidando i 5 agenti della scorta. È lo spartiacque di un’epoca difficile, di lì a poco destinata a mutare in un tessuto sociale e politico più complesso e completamente succube delle sue derive clientelari.

Marco Bellocchio, dopo il suo intenso “Buongiorno Notte”, riprende le fila del discorso e dirige una sua personale ricostruzione dei fatti in una maniera che va ben oltre la rievocazione o l’appello alla memoria. Le sottolineature di cui si avvale hanno la consistenza del grassetto, tale da intersecare con maestria la linea dei pensieri degli uomini con quella delle loro maschere pubbliche.

Un implacabile, lento, intenso ritratto di un’umanità cupa, attonita, schiacciata da un’ingovernabile e imprescindibile ossessione: la responsabilità. Un afflato manzoniano ne consolida la scrittura e definisce la struttura narrativa che sembra incastonarsi nei canoni del romanzo storico ottocentesco, con il rigore marziale del racconto che scolpisce i suoi protagonisti miscelando al meglio la tragedia con il ricorso alla finzione.

Bellocchio, autore anche della sceneggiatura con Stefano Bises, Ludovica Rampoldi e Davide Serino, incide la patina della cronaca e ne svela i corpi che la compongono; senza remora alcuna disseziona le paure e le angosce che raschiano i cuori salvaguardandone la consistenza.

I tre episodi racchiusi in questa prima parte, sostanzialmente incentrata sul rapimento e i giorni immediatamente successivi, defluiscono nel segno dei loro protagonisti principali: Aldo Moro, naturalmente, Francesco Cossiga, l’allora Ministro dell’Interno e papa Paolo VI. Egregiamente interpretati, rispettivamente, da Fabrizio Gifuni, Fausto Russo Alesi e Toni Servillo sono il perno di un’azione che non prescinde dall’uso sapiente del primo piano. La macchina da presa li rende quasi delle icone scrutandone le personalità attraverso la sintesi delle loro espressioni più identitarie. Un magnifico gioco d’intarsio a cui dà un contributo fondante la fotografia livida di Francesco Di Giacomo, architrave di un’opera assolutamente da non perdere.

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