Stoici per sopravvivere nella Babele 2.0


FRANCESCO GRECO -
Meglio tardi che mai: dopo duemila anni, anche gli americani “scoprono” gli stoici. Meglio: la loro declinazione quotidiana, nel senso che i precetti di Zenone ripresi poi da Seneca e altri pensatori possono essere utili a vivere meglio, a inseguire obiettivi raggiungibili e non chimere: in una parola, a non buttare via l’esistenza.

In senso accademico, cioè come mera speculazione filosofica da aule di college e riviste di nicchia e di convivio, gli stoici sono sempre stati presenti negli USA.

Ad agganciarli alla complessità del XXI secolo ci prova William B. Irvine in “L’antica arte di saper vivere” (Una guida alla gioia stoica), Piano B edizioni, Prato 2022, pp. 272, € 18,00, con un’abbondante bibliografia a supporto e la calibrata traduzione di Antonio Tozzi.

Perché in questi tempi deliranti e folli, in cui abbiamo smarrito la retta via, siamo intrigati dallo stoicismo, sarebbe materia di discussione.

Da Epitteto a Marco Aurelio (“l’ultimo e più perfetto rappresentante dello stoicismo romano”), senza trascurare Seneca, che adottò la variante, diciamo così, più venale della corrente di pensiero (era più ricco dell’Imperatore!), la resilienza appare la password per farcela, unita a una serenità d’animo, accontentarsi di quel che si ha e si è sono proposti anche dal docente universitario (insegna Filosofia alla Wright University in Ohio).

Forse il prof. non se ne accorge, ma le teorie che egli vorrebbe adottassimo nella nostra vita risalgono a tanti secoli fa, quando il mondo non era “liquido”, non c’erano i social né gli influencer, la società era cristallizzata, le classi, le gerarchie rigidissime.

Con la rivoluzione industriale, Marx e Freud, gli stoici sono stati relativizzati e la composizione di classe non è qualcosa di posticcio né un optional, ma la scansione strutturale della società e dell’uomo. Troppe rivoluzioni abbiamo alle spalle, e ora la cancel culture e il pensiero unico le stanno formattando.

Per cui alla fine, dopo aver rammentato la pazienza di Marco Aurelio nell’apprendere l’arte del governo e l’astuzia di Seneca nell’adattare i suoi principi alla sua stessa vita, dovremmo concludere che ci vediamo costretti a far restare le speculazioni degli stoici materia per elzeviri, saggi, salotti. In quanto a farli interagire in termini estetici con la vita che si è fatta così complicata e dipendente da algoritmi e big-data, siamo pessimisti.

Resta la scansione esistenziale, obbligata, nel senso che, per sopravvivere ai frutti marci della modernità e alle patologie, siamo dovuti diventare resilienti, cioè stoici.

Seneca però non se la prenda: se oggi sic stantibuspuntassimo i patrimoni delle ricche vedove come faceva nell’Urbe bene, la giustizia, prima dell’etica, avrebbe da ridire. Fuor di metafora: se lo stoicismo era “poco attraente” quando “corruzione e depravazione” – dopo la morte dell’imperatore-filosofo - erano le cifre di quel mondo in rapida decomposizione, oggi che anche il nostro mondo arranca sotto i relativismi e il mainstraem, i troppi diritti e i pochi doveri, lo stoico non può che darsi una pausa di riflessione.

Il saggio di Irvine è godibilissimo, retto da abbondante bibliografia, si compone di quattro scomparti: “Ascesa dello stoicismo”, “Tecniche psicologiche eroiche”, “Consigli stoici” e “Stoicismo per la vita moderna”.

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