Altamura. Cultura. Divinità piegata dagli idoli del luogo


ROBERTO BERLOCO -
Altamura. Cultura. Cosa è mai questo vocabolo, che fa rima con postura, quella degli intelletti onestamente versati all’interesse per tutto ciò che stimola l’elevazione dell’umano essere verso crinali di coscienza che allontanano dallo stadio animale, ma che rimeggia pure con impostura, quando a farsene interprete è chi di errore, per orgoglio o norma d’inferiorità, fa prassi di esistenza?

“Cultura” - affermava Antonio Gramsci, offrendo del termine un’intonazione maggiormente sociale - “non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto”.

E ancora, a penna dell’unico, vero martire del Fascismo: “la cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri”.

In parole più d’ingresso, la cultura, vale a dire quel coltivare tutto ciò che porta coscienza della propria dignità di uomini, ha questo di caratteristico e puntuale: apre l’intelletto ad orizzonti di identità che permettono di guardare fieramente dall’alto quel poco di finito che, altrimenti, si sarebbe stati.

Questa, che è una verità a dire poco intuitiva, afferrabile sommariamente anche da chi non abbia uso di dedicarsi alla riflessione, rimane tuttavia lontana dall’essere pratica quotidiana e condivisa, perlomeno da quelle fasce da ritenersi deputate o loro dintorni, soprattutto in determinate aree geografiche, dove particolari storie millenarie hanno plasmato in certo modo quella che viene appellata “mente comune”.

Il pensiero sgorga da sé, ma è d’altronde risaputo. La chiusura mentale tipica del Mezzogiorno è ancora regola in fieri, vistosa, genetica, ancestrale, con eccezioni talvolta financo imponenti, ma che, nella più parte dei casi, tali sono divenute solo dopo un percorso di sacrificio che ha portato a trovare fruttuoso rifugio presso luoghi lontani, in altre aree di Italia oppure definitivamente altrove, in quelle nazioni d’Europa, le quali, ieri come ancora oggi, fanno da moto d’ispirazione, traino di progresso e principio di evoluzione per tutto il Vecchio Continente.

Ad amara conferma, quel che pare emergere regolarmente dallo stesso mondo altamurano di oggi. Malgrado l’enormità delle convinzioni, gracchiate in sordina o conclamate pubblicamente a pompa, alcune entità culturali cittadine continuano a sembrar esprimere ancora una realtà compressa in sé medesima, soprattutto quando, a capo, si impongano caporali che ambiscono a fare i generali. A covare sotto le ceneri, questa la sensazione, un’arrogante e talvolta violenta saccenteria, puntualmente velata, ma anche no, di doverosa o sorridente gentilezza, mentre è drammaticamente palpabile l’assenza di basi umanistiche e professionali, il tutto condito dall’unica, effettiva preoccupazione, quella di tenersi stretta la mammella delle sponsorizzazioni. Con un orizzonte culturale che coincide a quello della propria sopravvivenza economica, o, quando questa si fa più solida, della propria avidità, oppure, peggio ancora, delle proprie umane insicurezze.

Alle loro manifestazioni, quelle sporadiche volte che vi si cimentano di persona, e, di nuovo una sensazione, non certo per propria iniziativa - perché, se potessero, per pigrizia e sincero disinteresse, ne farebbero volentieri a meno - il pubblico è raro, e, per giunta, in imbarazzo, con autorevolezze implorate di venire, mentre almeno qualcuno ha il coraggio di osservare che “la città non risponde”. E’ ovvio! Se quelle stesse entità di cui si fanno padroni, per loro vocazione chiamate a tener distinta una virtuale anima culturale da quella verace del luogo, commerciale, ferrata ai luoghi comuni e pronta alle consuete reazioni del primo istinto, poi non lo fanno per inidoneità al ruolo o sostanziale disinteresse d’animo di chi le troneggi, è solo pretesa che possano decollare, rimanendo il loro uso e consumo confinato a quello che rimane un paese, ereditato tale e quale dal passato, e, comunque, neanche.

Quasi a contrappeso, altre entità, pure queste culturalmente intenzionate, ma impegno, serietà e bontà di volontà vanno loro riconosciuti, danno in vigore opposto, utilizzando ogni fondo proveniente da imprese illuminate per rendere un servigio alla locale collettività, sia esso direzionato alla divulgazione o all’attività di informazione, di cui la popolazione ha sempre un grande e mai davvero corrisposto bisogno, sia che, magari grazie alla mano di privati mecenati o anche con il sostegno finanziario di pubblici poteri, sia indirizzato ad eventi capaci di attirare sano movimentismo artistico, teatrale, cinematografico o di promuovere il marchio città.

Reali piani culturali. Appunto con rare e lodevoli eccezioni per volontà di singoli, corpi di associazione o sotto forma di isolate intraprese, è sensazione che non esistessero e non ne esistano. E non si vuol dire certo di quelli complessi, bensì, appena, di semplici, purché fondati sopra una ricerca qualificata e una selezione sostenuta da capacità e motivazioni autentiche all’origine, snudate da ogni sospetto di opportunismo. Invece, appena ciò che si riesce ad afferrare, contenuti che circolano già in rete, oppure cose fatte o pensate da altri, stimoli raccattati nell’aria circostante, tutto quanto brigantescamente possa essere messo a servo della fame di profitto o di successo. Così, accade che quella che avrebbe dovuto essere anzitutto una missione morale, diventi al più un espediente per raggiungere traguardi di esistenza sociale, o, più concretamente, per produrre reddito, che si vuole custodire gelosamente, come, gelosamente, ci si guarda con terrore a che nessun altro possa entrare nei “meccanismi”. Proprio l’esatto opposto di ciò che avrebbe dovuto essere il dovere di chi agisce per quel progresso delle menti che l’attività culturale comporta.

Diventa così palese che quella divinità, alla quale stava di incarnare l’ideale luminoso di una coscienza scevra da ogni tentazione che trascinasse all’animale cecità di spirito, risulti legnata, sottomessa, piegata definitivamente proprio da quegli stessi idoli che l’istruzione, con quel che significa e avrebbe dovuto innescare, teneva in dovere di imprigionare, impedire, impotentare sotto coltri di beata e salda indifferenza. Proprio da quei venti di debolezza, psicologica e morale, che, con il processo di acculturazione, avrebbero dovuto essere respinti con lo scudo della virtù che porta esempio, o, almeno, con un autentico sforzo in questo senso.

Un dato, questo, robusto, corposo e capace di costernare profondamente, tanto più se si dovesse operare un raffronto con un passato non poi così lontano, se si considera quanto sia in effetti corso della nascita del genere umano: appena tre secoli fa. Quando, cioè, Altamura conobbe un tale fermento di passione per lo scibile, che finì per fiorirvi persino una Università, presto assurta a seconda per importanza, in quello che era il Regno dei Borboni, solo a quella di Napoli. E non a caso, fu la stessa epoca in cui, alla città, fu consegnato l’appellativo di Apula Atene.

Proprio Altamura fu patria genetica di geni scientifici del calibro di Luca De Samuele Cagnazzi, al quale si deve l’introduzione della Statistica in Italia, o di giganti delle arti musicali, del pari di Giacomo Tritto o di Saverio Mercadante, i cui componimenti, ancora oggi, sono eletti a materia di ammirazione nei Conservatori di tutta la nazione, ma pure ben oltre.

Di certo, anche se piuttosto è mera speranza, verranno tempi nei quali, alla parola “cultura”, corrisponderà la laboriosità di anime più mature e di sentimenti non compromessi da meschine mire o da attitudini più consone ai lavori di braccia. Tanto dovrà finire per farsi dovere di volere, se si vorrà preservare delicatezza e integrità delle responsabilità, e tanto dovrà farsi bastare, se si vorrà evitare di sprofondare tra le sabbie mobili dell’illusione. Di certo, e stavolta non vi è necessità di sperarci, quello dell’elevazione culturale è un processo che chiama in causa tappe che non corrispondono all’arco temporale di una generazione, ma che, in comune a quelle che si susseguono, deve almeno preservare e tenere ferma la linea del nobile obiettivo finale, più di un ideale, meno di una utopia, nulla d’impossibile: la libertà dell’uomo a far di sé bene, e qual bene, per sé medesimo, come, a dovuto riflesso, per la comunità nella quale si trova a vivere.

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