Incertezza, potere e responsabilità del pensiero


Non sapere con esattezza dove stiamo andando, oggi più di ieri, è una presa di consapevolezza più onesta di qualsiasi dichiarazione perentoria. In questo senso, l’incertezza diviene un’attitudine ad osservare criticamente ciò che accade.

Le cronache recenti restituiscono un panorama in cui il potere parla con voce assoluta: le decisioni sono imposte come inevitabili; al dilagare della violenza aumentano narrazioni costruite su misura che millantano sicurezza; le azioni militari sono presentate come necessarie. Tutto ciò sotto l’ostentazione di un’autorità che non tollera esitazioni, ruotando attorno all’idea che governare significhi decidere secondo la logica dell’imposizione.

L’incertezza, di fronte a questi scenari, rende la responsabilità più esigente, costringendo a fermarsi prima di agire, a interrogare le conseguenze e a riconoscere che nessuna decisione è mai neutra.

In questo senso è incompatibile con la retorica dell’onnipotenza, che spinge i titolari del potere a pretendere di vedere, prevedere e controllare tutto.

L’incertezza introduce uno squarcio cognitivo, ricordandoci che la realtà eccede sempre gli schemi che cerchiamo di imporgli.

Non è un caso che i regimi autoritari abbiano sempre diffidato dell’educazione critica e dell’arte, poiché entrambe lavorano sull’apertura di senso e sulla possibilità che una cosa non significhi una sola. 

Paulo Freire, nella Pedagogia della speranza, insiste su un punto: l’educazione è un processo fatto di tentativi, di errori e ripensamenti. Non chiede adesione immediata ma comprensione lenta, e quando accetta l’incertezza non produce individui indecisi ma soggetti responsabili, capaci di opporsi a interpretazioni riduttive.

In un mondo in cui le vite vengono spesso valutate in base alla loro utilità, politica o economica, questa modalità appare quasi sovversiva.

Anche l’arte, quando non ricondotta a decorazione o intrattenimento, svolge una funzione analoga: non rassicura, non fornisce risposte pronte e non indica la direzione giusta, al contrario mette in crisi lo sguardo, disorienta e costringe a rivedere ciò che sembrava scontato.

Susan Sontag, nei suoi saggi raccolti in Davanti al dolore degli altri, avverte del rischio di una visione che consuma la sofferenza senza comprenderla. Guardare non basta: occorre indugiare, accettare di non capire subito e lasciare che le immagini lavorino dentro di noi. L’incertezza, in questo caso, è una forma di rispetto che riconosce l’altro non riducibile a una categoria, e non esaurisce velocemente le situazioni con una spiegazione univoca.

Hannah Arendt, riflettendo sulla banalità del male, mostrava come i disastri più grandi non nascano necessariamente da intenzioni demoniache ma dall’incapacità di pensare. Pensare, per Arendt, non significa interrogare il senso di ciò che si fa, ma implica sempre una quota di indeterminatezza.

Non c’è pensiero autentico dove tutto è già deciso.

Vi sono poi elementi che rendono l’incertezza poco tollerabile per le autorità: la sua prossimità alla satira, al pensiero critico e all’informazione non addomesticata.

Chi esercita il potere teme ciò che non si lascia prevedere, ma più di tutto ciò che non si lascia disciplinare. L’informazione libera non attacca frontalmente bensì devia, mette in ridicolo e smaschera la vacuità dei discorsi assoluti. Per questo viene spesso colpita da restrizioni, delegittimata come irresponsabile, sorvegliata e compressa entro confini sempre più stretti, proprio perché efficace.

Dove l’autorità e il potere chiedono adesione e consenso, la satira introduce distanza. Parallelamente l’informazione “critica” rallenta, rimettendo in circolo le domande.

La repressione della satira e della libertà di informazione non è un effetto collaterale delle crisi contemporanee ma un segnale preciso: indica che il dubbio fa paura più della protesta esplicita, perché non può essere facilmente neutralizzato.

Rivalutare l’incertezza significa sottrarla alla cieca automatizzazione e riconoscere che ogni gesto, sia esso politico, educativo o artistico, va compiuto con attenzione, con ascolto e con una disponibilità a correggersi.

È un atteggiamento che non offre protezione, non produce leader infallibili e non semplifica il mondo, ma non tradisce la complessità dell’umano. L’incertezza diventa una risorsa fragile ma necessaria, in tempi in cui il potere si irrigidisce e la violenza viene come normalizzata, attraverso la ripetizione. Non è un vuoto da colmare quindi, ma uno spazio intermedio in cui educazione e arte possono ancora operare come pratiche di disarmo simbolico, restituendo spessore al pensiero e dignità all’esitazione.


Articolo a cura di Veronica Di Mauro

(autrice di ©CronacheCreative https://cronachecreative.wordpress.com )