Sulle tracce della Memoria: Buon anno 2026
SANTA FIZZAROTTI SELVAGGI - Con questo anno 2026 appena cominciato, tra venti di guerra e problemi comprensibili ma certo discutibili, il pensiero va a quei giovani arsi nella discoteca svizzera, ai loro genitori, alle loro vite spezzate, alla superficialità con cui si vive sprezzanti di situazioni rischiose come può essere una guida automobilistica non in stato di lucidità, all’uso di sostanze, al modus vivendi senza ideali, alla cultura di Thanatos che sembra serpeggiare insieme a un sottile ma inquietante ageismo degno dell’antica Sparta.
Non posso non pensare a chi si toglie la vita e a chi invece la invoca in stato di difficoltà, come può essere una patologia; vale per tutti il desiderio di un trapianto di cuore per poter continuare a vivere o di rene per non essere dipendenti da una dialisi.
I messaggi mediatici non sono sempre confortanti; a volte si percepiscono quelli subliminali, ma in genere il tutto viene affidato a immagini che si potrebbero evitare, come la cosiddetta “scena primaria”, che tanto può turbare l’infanzia e l’adolescenza. Mi riferisco all’inevitabile associazione con il “coito genitoriale”…
Ma so di parlare al vento in un deserto…
Il corpo dell’Altro, oggi, diventa spesso un corpo-cosa che con il territorio dell’Io-Persona sembra non aver nulla a che vedere.
Ma le considerazioni di Freud ci ricordano che “l’Io è anzitutto un’entità corporea, non è soltanto un’entità superficiale, ma anche la proiezione di una superficie”, e che il corpo “parla” fino a che non trova altre parole in un “linguaggio altro” in grado di comunicare, comunque, la struttura del Sé, che è essa stessa corporeità ed insieme una sua proiezione.
In questi lunghi e talora noiosi giorni di vacanze natalizie (salvati solo dalla ideazione di futuri progetti), ho riflettuto sul comportamento di alcuni sanitari (in maggior misura medici più che personale infermieristico) che sembrano assomigliare a burocrati ben attenti a seguire i cosiddetti “protocolli”, scotomizzando il paziente nella sua interezza di corpo-psiche-mente. Sarà forse il risultato della medicina difensiva, l’accusa facile al medico come se fosse onnipotente, sarà forse il tipo di formazione con la quale si tende a delegare diagnosi e quant’altro a TAC, RMN, PET, raggi X vari, robot e robottini… e infine alla cosiddetta Intelligenza artificiale, grande banca dati, ma solo banca dati da interpretare bene. Il rischio a questo punto è l’amputazione simbolica della mano del chirurgo e del clinico, vale a dire dell’identità medica come tale. Ricordo che dopo un incidente di macchina da me subito (a ventuno anni) bastò una mano sull’addome e lo sguardo del grande chirurgo prof. Giuseppe Marinaccio per fare la diagnosi corretta, senza raggi o altro. E che dire poi delle domande anamnestiche stereotipate, così come, a domande del paziente circa l’uso di un farmaco, la risposta è laconica, senza se e senza ma. Certo, l’ausilio della tecnologia è meraviglioso, ma non si deve delegare per non perdere le precipue capacità di discernimento clinico-chirurgico-diagnostico, per non parlare del rapporto medico-paziente, in cui il medico sembra recepire notizie di cronaca senza ascoltare profondamente il paziente e il suo disagio. Anzi, a volte si percepisce un sottile sadismo nel comunicare terapie e conseguenze…
Mi chiedo se è davvero così difficile domandarsi che significato può avere la malattia per il paziente.
Molte persone ricorrono alla malattia in occasione di difficoltà dell’esistenza; gli stati di tensione e disagio vissuti nelle funzioni del corpo vengono messi in primo piano, e su di essi si fonda la ricerca di un aiuto esterno.
Gli psicoanalisti nordamericani, per esempio, stanno da tempo approfondendo la vita immaginativa del corpo e del linguaggio corporeo in un momento storico in cui il corpo è molto esposto in senso estetizzante e negante la corporeità, quasi dissociata dalla psiche che lo abita.
Piccole precisazioni
Il termine “psicosomatica” risale all’Ottocento e sta a indicare quelle complesse relazioni che intercorrono tra il corpo e la psiche. L’idea generale contemporanea è che la malattia possa essere determinata da sofferenze psichiche.
Galimberti (1992), infatti, afferma che la psicosomatica guarda all’uomo come un tutto unitario, dove “la malattia si manifesta a livello organico come sintomo e a livello psicologico come disagio”. Sofferenze non comprese, non accettate e non elaborate determinano continue condizioni di stress nella quotidianità dell’individuo, generando la disfunzione dell’organo che per il paziente rappresenta simbolicamente la causa del suo disagio.
È da anni ormai crollata quella barriera cartesiana che divideva il corpo dalla mente e viceversa, giungendo alla considerazione che il Paziente organizza la sua malattia per poter in qualche modo comunicare all’Altro la sua sofferenza e il suo vissuto (cfr. M. Balint, Medico Paziente Malattia).
La malattia è una domanda, comunicazione e linguaggio. Si tratta di una metafora che l’inconscio utilizza per consentirci di avvicinarci all’universo simbolico sul quale fondiamo la nostra esistenza.
In realtà il corpo, in quanto tale, con la sua postura, sguardi, gesti, sorrisi, ci parla e ci consente di cogliere comunicazioni implicite e tutto ciò che non si può dire.
In fondo sembra che l’Inconscio faccia sentire la sua voce attraverso la malattia, che è come un sogno fatto di condensazioni, spostamenti, sostituzioni, simboli…
E ciascuno di noi “sceglie l’organo” che rappresenta la sua rabbia e il suo dolore per poter dire la sua impronunciabile parola.
In tal senso le parti del corpo colpite dalla malattia sono quelle che appartengono alla relazione difficile tra Sé e l’Altro.
Alcuni Autori, per quanto riguarda il “cancro”, ci ricordano che “secondo Galeno, il termine era stato suggerito dalla somiglianza tra le vene gonfie di un tumore esterno e le zampe di un granchio. Il cancro è definito (metaforicamente) ‘invasivo’, poiché invade uno spazio che non gli compete; ‘enigmatico’, perché se ne ignorano le cause”. Non a caso oggi abbiamo la grande metafora del Cancro (dal greco karkínos e dal latino cancer, che significa granchio), che in sé contiene l’immagine dell’eccesso tissutale, una sorta di “gravidanza maligna” che dimora nel corpo, un evento narcisistico e implosivo che distrugge i tessuti sani. Oggi è diventata anche la metafora di una disintegrazione sociale.
L’elenco delle malattie che originano da profondi disagi si è notevolmente arricchito: mi riferisco ai disturbi dell’alimentazione, alle patologie gastrointestinali, ai problemi respiratori e del sistema muscoloscheletrico, all’apparato genitourinario e così via… Sicuramente nel DNA è scritto il nostro destino, ma le emozioni che l’ambiente determina nel nostro mondo interno possono facilitare l’insorgere della patologia o anche, evidentemente, contenerla. Certo è che da numerosi studi e osservazioni si è notato che le emozioni troppo dolorose non possono essere espresse in parole, per cui precipitano nel soma e danno origine all’organizzarsi della malattia. Sifneos coniò il termine alessitimia per indicare quel tratto caratteriale di molte persone che consiste nel “non avere parole per le emozioni”, e da molte ricerche si evince che esiste una stretta correlazione tra il malato di cancro e la difficoltà ad esprimere in parole le proprie profonde emozioni. Di qui il concretizzarsi visibile della sofferenza in alcune parti del corpo che, in tal modo, può essere devastato e infine distrutto.
La malattia forse non è solo la metafora del non-detto, ma la concretizzazione dell’inespresso che, non essendo stato simbolizzato e trasformato in “parola” consapevole, attacca profondamente il corpo: lo strumento del nostro essere al mondo. Ma ancora una volta si tratta del tentativo di stabilire una relazione con l’Altro. Il corpo vivente è anche il corpo senziente e pertanto sempre desiderante.
Come ho innanzi detto, tutto ciò che è psichico ha in qualche maniera relazione con il soma, per cui il corpo può diventare concretamente parola utilizzando lo sviluppo della malattia.
Grichka Bogdanov afferma che gli ultimi esperimenti dimostrano che le molecole comunicano fra loro. Molti ricercatori ci dicono che le proteine, in questa comunicazione, si trasformano… e nella trasformazione grande parte hanno le emozioni, che possono renderci molto vulnerabili ma che sono l’occasione unica e straordinaria per mutare i nostri percorsi cognitivi e la nostra visione del mondo. Quando l’emozione rimane allo stadio doloroso del non-detto, può concretizzarsi in un “linguaggio organico”, modificando l’omeostasi dell’organismo.
Non a caso un grande medico, Bichat (1800), affermava che la salute si manifestava con il “silenzio degli organi”, mentre la malattia era l’espressione “della loro rivolta”.
Una rivolta che si traduce in dolore, accompagnata da grida d’angoscia senza più alcuna parola che non sia appunto il silenzio del nulla.
E allora, in questa realtà contemporanea priva di dialogo se non quello imposto, in forma più o meno manifesta, dai poteri dominanti, in una società omologata e allineata al pensiero unico, anzi binario, deprivata di parola libera e creativa se non quella della protesta che rimane solo protesta senza esiti, il minimo che possa accadere è l’instaurarsi del disturbo bipolare o schizoparanoico, fino all’annientamento delle individualità con l’affiorare di disturbi e patologie sempre più invasive e talora non curabili.
Con il rischio che gli esseri umani, medici compresi, si robotizzino e i robot si umanizzino…
