Barbara Politi (intervista) «L’autorevolezza nel giornalismo la si difende continuando a lavorare seriamente… senza inseguire gli algoritmi»
NICOLA RICCHITELLI - Giornalista professionista, conduttrice televisiva e volto stimato del lifestyle italiano. Dalle news del telegiornale al racconto delle nostre eccellenze, ha saputo conquistare il pubblico con programmi di successo su Rai e Gambero Rosso, fino a ricevere il prestigioso Premio Ischia per la narrazione enogastronomica. Sulle pagine de La Gazzetta del Mezzogiorno continua a farci viaggiare tra i sapori con la sua rubrica "Tour del Gusto". Oggi sulle pagine de Il Giornale di Puglia accogliamo Barbara Politi.
Dalle news generaliste al lifestyle: come è nata la scelta di specializzarsi nel racconto del cibo e del territorio?
R: «Non l’ho mai vissuta come una specializzazione in senso stretto. Il cibo, nella mia idea di racconto, è sempre stato un pretesto: un modo per attraversare paesaggi, mestieri, biografie. Vengo dal Sud, da una terra dove la tavola è ancora il primo luogo di comunità, e raccontarla mi è sembrato il modo più onesto per restituire complessità a territori spesso ridotti a cartolina. La cronaca mi ha insegnato il rigore; il racconto enogastronomico mi ha permesso di applicare quello stesso rigore a una materia viva, fatta di persone prima ancora che di piatti».
La tua firma compare in TV e sulla carta stampata. Preferisci il ritmo incalzante dello schermo o lo spazio di riflessione della tua rubrica "Tour del Gusto"?
R: «Sono due grammatiche diverse, non due alternative. La televisione obbliga all’immediatezza, a trovare in pochi secondi la chiave che apre una storia. La rubrica, invece, restituisce il tempo del dettaglio: una varietà di grano, il gesto di un pastaio, la biografia di un casaro. Ho bisogno di entrambe. Lo schermo mi tiene allenata alla sintesi, la carta mi tiene fedele al contesto».
Programmi come Pizza Girls e Puglia Mon Amour hanno avuto un ottimo riscontro. Qual è l’ingrediente segreto per far appassionare il pubblico da casa?
R: «L’autenticità. Il pubblico da casa riconosce subito quando una storia è vissuta e quando è recitata. Funziona ciò che resta vero anche con la telecamera spenta: i protagonisti che parlano con le mani, i luoghi che non si concedono facilmente al racconto, persino gli errori che restano dentro la narrazione invece di essere tagliati in montaggio. La televisione enogastronomica che amo non è quella che spiega: è quella che fa entrare».
Il lavoro sul set regala sempre sorprese. Qual è l’imprevisto più divertente o memorabile che ti è capitato durante le riprese?
R: «Le riprese in esterna riservano sempre qualcosa. Mi è capitato di iniziare un’intervista a un produttore in mezzo a un uliveto e di concluderla rincorrendo le galline che si erano infilate nell’inquadratura. Un’altra volta, durante una preparazione in masseria, è andata via la corrente: abbiamo finito il segmento a lume di candela, e quel passaggio è diventato uno dei più belli di tutta la puntata. Gli imprevisti, in televisione, non sono incidenti: spesso sono regali».
Con Linea Azzurri hai raccontato lo sport e le storie dei nostri atleti. Cosa ti ha lasciato a livello umano questa esperienza?
R: «La disciplina e la pulizia. Gli atleti che ho incontrato condividono una qualità che ho ritrovato poche volte altrove: la capacità di essere generosi con il proprio tempo anche dopo anni di sacrifici. Mi ha insegnato a non avere mai paura di una domanda diretta, perché chi ha lavorato seriamente sa rispondere con altrettanta serietà. È un’esperienza che mi porto dentro ogni volta che mi siedo davanti a un interlocutore».
Ricevere il Premio Ischia per la narrazione enogastronomica è un traguardo importante. Che valore ha per te questo riconoscimento oggi?
R: «Il valore di una conferma e, insieme, di una responsabilità. È un premio che non si limita a registrare un percorso, ma chiede di continuare a meritarlo. Lo conservo come una soglia: un punto da cui ripartire, non un traguardo a cui appoggiarsi».
Quando selezioni una storia di un produttore o di uno chef da raccontare, qual è la prima cosa che cerchi?
R: «La coerenza. Non mi interessa il prodotto migliore in assoluto, mi interessa il prodotto che racconta una scelta. Un piccolo produttore che difende una varietà autoctona vale, narrativamente, quanto uno chef stellato: entrambi hanno deciso di stare da una parte. Quando un’intervista finisce e ho ancora voglia di tornare in quel posto, so che è una storia da scrivere».
Oggi i "food influencer" invadono i social. Come si difende la qualità e l’autorevolezza del vero giornalismo enogastronomico?
R: «Con il metodo. La differenza non sta nel mezzo — oggi anche il giornalismo passa dai social — ma nel modo in cui si arriva a un contenuto. Verifica, contesto, gerarchia delle fonti: cose che non si improvvisano. Il pubblico, alla lunga, distingue chi conosce ciò di cui parla da chi fotografa un piatto e basta. L’autorevolezza si difende continuando a lavorare seriamente, senza inseguire gli algoritmi».
Se dovessi consigliare una meta o un sapore italiano emergente e ancora poco conosciuto, su cosa punteresti?
R: «Punterei sull’entroterra pugliese, quella fascia che dalla Murgia scende verso l’Arco Jonico: territori che custodiscono varietà antiche — il grano arso, le cipolle di Acquaviva, i caciocavalli podolici — e che oggi vivono una rinascita silenziosa grazie a una generazione di produttori sotto i quarant’anni. È un’Italia gastronomica che non ha ancora trovato la sua narrazione mainstream, e per questo è la più interessante da raccontare».
C’è un nuovo progetto o un programma nel cassetto che puoi già anticiparci per il futuro?
R: «Diversi progetti sono in lavorazione, alcuni più definiti, altri ancora in fase di costruzione. Quello che posso dire è che la direzione resta coerente con il percorso fatto finora: continuare a raccontare i territori, il cibo e le persone con uno sguardo che intrecci radici e contemporaneità. Mi interessa esplorare nuovi linguaggi, sperimentare formati diversi e, soprattutto, allargare il pubblico di chi si appassiona a queste storie. Il Sud ha ancora moltissimo da dire e io ho intenzione di restare al suo fianco, dentro e fuori dallo schermo».
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