Gianni Maroccolo (intervista): «Il basso? Rappresenta lo strumento ideale per trasformare in suoni e note le mie suggestioni e la mia creatività»
NICOLA RICCHITELLI - Cinque decenni di rock italiano racchiusi nelle frequenze di un basso elettrico. Sabato 30 maggio, il Palazzo delle Arti Beltrani di Trani ospita Gianni Maroccolo, cofondatore dei Litfiba e colonna portante di progetti storici come CCCP e CSI. L’occasione è la tappa pugliese de “Il Sonatore di Basso”, un format multimediale nato da un successo editoriale in crowdfunding che celebra i 50 anni di simbiosi tra l’artista e il suo strumento. Non un semplice amarcord, ma un’immersione critica nella metamorfosi della musica d’autore nel nostro Paese. Abbiamo incontrato Maroccolo a poche ore dal suo arrivo sul palco tranese.
Mezzo secolo con lo stesso strumento: come è cambiato nel tempo il tuo modo di dialogare con il basso e cosa rappresenta oggi per te?
R: «È cambiato poco o nulla, direi. Ho sempre pensato di essere un musicista ancor prima che un bassista. Il basso per me rappresenta lo strumento ideale per trasformare in suoni e note le mie suggestioni, la mia creatività. Mi ha permesso e mi permette di connettermi con altri musicisti e appassionati di musica e soprattutto di sperimentare senza limiti. Non sono certo un bassista virtuoso né ipertecnico e credo che, se qualcuno nel tempo si è affezionato al mio modo di suonare il basso, sia proprio perché non sono un bassista ortodosso».
“Il Sonatore di Basso” unisce musica e racconto: quanto è stato difficile scavare nei ricordi per dare vita al diario “Memorie di un Sonatore di Basso”?
R: «Lo è stato all’inizio perché mi sforzavo di scrivere in modo compiuto una sorta di biografia che ripercorresse in modo temporale la mia vita musicale; un processo troppo pretenzioso per me che da sempre mi trovo meglio a comunicare attraverso suoni e note. Poi mi sono detto… oh, non prenderti troppo sul serio, non sei uno scrittore! Da quel momento ho iniziato ad appuntare ricordi, pensieri e aneddoti in forma di flashback che alla fine abbiamo sistemato con Andrea Salvi (Libriaparte Editore); così è nato il libro. D’altronde, 50 anni di musica sarebbero comunque difficili da sintetizzare».
Dai Litfiba ai CCCP, fino ai C.S.I.: qual è il filo rosso che unisce queste esperienze così diverse e cosa resta oggi di quella urgenza creativa?
R: «Il mio desiderio di incontrare e confrontarmi con artisti di talento, di sperimentare e condividere musica con gli altri. E oggi è come allora: la mia vita musicale (e non solo) necessita di stimoli continui e di curiosità insaziabile».
Sul palco sarai affiancato da una voce narrante e altri musicisti: come avete lavorato per trasformare un catalogo rock in un’esperienza così intima e teatrale?
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| ph_Marco Pacini |
R: «Sul palco ci sarà Andrea Chimenti, voce cantante oltre che narrante, Mur Rouge, bassista come me e artefice de “Il Sonatore di Basso”, e Andrea Salvi. Avevamo deciso di fare due o tre presentazioni del progetto che poi nel tempo sono diventate sorprendentemente una trentina (quella di stasera sarà l’ultima perché dovremmo interrompere per le reunion di 17 Re e di CSI). Sono incontri particolari che non saprei definire: non è un concerto, non è uno spettacolo teatrale, non è una presentazione di un libro. Le serate non sono mai uguali e sono fortemente condizionate dall’interazione che ogni volta si crea tra noi e il pubblico. C’è un po’ di tutto quindi, all’impronta».
Il tuo progetto editoriale è nato da un crowdfunding: che effetto fa sapere che centinaia di appassionati hanno finanziato direttamente la tua storia?
R: «È emozionante. Non smetterò mai di sorprendermi nel constatare quanto affetto e quanta stima ci sia nei miei confronti. Non me ne capacito. In fondo sono un bassista. Mi rendono orgoglioso queste attenzioni da parte di tutti coloro che da anni mi supportano e mi seguono, a cui sono sinceramente legato e a cui devo infinita riconoscenza. Al tempo stesso, mi rende felice sapere che tutto sommato devo avere combinato qualcosa di buono; un piccolo segno del mio passaggio in questa vita terrena».
Di recente sei tornato sul palco con Piero e Ghigo per i 40 anni di “17 Re”: che emozioni hai provato nel suonare di nuovo quelle tracce e che impatto hanno ancora oggi?
R: «Ogni volta che mi ritrovo con Piero, Ghigo e Aiazzi per me è festa. Non sono più giovane e aitante come negli anni ’80, ma l’approccio mentale ed emozionale rimane lo stesso. Così come le vecchie dinamiche di gruppo che rimangono sempre le stesse di allora. Suoniamo meglio ma in fondo siamo rimasti gli stessi, nei pregi e nei difetti, e l’affetto che ancora oggi ci lega va al di là di ogni aspetto. E poi si festeggia 17 Re, uno dei dischi più importanti della mia vita! Non vedo l’ora che inizino i concerti».
In un’epoca dominata da algoritmi e musica liquida, quale consiglio ti senti di dare a un giovane che decide di imbracciare il basso elettrico nel 2026?
R: «Non saprei. Vivere il proprio tempo ben consapevoli di ciò che accade a noi stessi e all’umanità. Le mutazioni epocali le attraversiamo da sempre, quella in atto è potentissima e piena di incognite, ma in fondo si fa musica e la si farà anche in futuro e poco importa se cambiano modalità, supporti e tecnologie… l’importante è ritagliarsi un proprio spazio (anche piccolino), coltivarlo giorno dopo giorno e farlo crescere. Se scegli di fare il musicista nella vita devi essere consapevole che dovrai dedicare gran parte della tua vita e del tuo tempo alla musica».
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