Nicola Dibitonto (intervista): «Un sogno per il futuro? Mi piacerebbe tornare a lavorare a Cagliari»
NICOLA RICCHITELLI – Foggia, Monza, Cremonese e ora Venezia: dove c’è Nicola Dibitonto, c’è profumo di Serie A. Il curriculum del preparatore dei portieri pugliese, da anni colonna portante dello staff di Giovanni Stroppa, si è trasformato in una vera e propria garanzia di successo per il calcio italiano. Una striscia vincente aperta con la storica scalata dalla C alla B in terra foggiana e consacrata negli ultimi anni attraverso promozioni e cavalcate entusiasmanti nelle piazze più calde del Nord. In questa intervista esclusiva, l’ex portiere di Cagliari, Barletta e Fidelis Andria analizza i segreti di un metodo di lavoro che continua a fare scuola, raccontando l'evoluzione di un ruolo sospeso tra la gestione dei giovani talenti e le rigide richieste tattiche del calcio moderno.
Con il Venezia è arrivata l'ennesima promozione in Serie A, dopo i successi con Cremonese, Monza e, ancora prima, la scalata dalla Serie C alla B con il Foggia. Partendo dagli ultimi anni, qual è il segreto di questo lavoro che si sta rivelando così vincente?
R: «Il segreto profondo non lo so, io conosco solo una strada: il lavoro. Cerchiamo di dare più informazioni possibili al gruppo, poi devono essere i ragazzi bravi a trasformare le nostre idee in campo. Tutto parte sempre, comunque, dalla fortuna di avere a disposizione dei buoni giocatori».
Sono già una decina d'anni che lavorate insieme: come spiega l'alchimia che si è creata con mister Stroppa?
R: «C'è alchimia perché abbiamo una linea comune che abbiamo sposato tutti. Seguiamo le sue direttive e lui, di conseguenza, è contento del nostro operato».
Potrebbe essere l'anno giusto per vedere Stroppa stabilmente in Serie A?R: «Penso di sì, noi ce lo auguriamo. I presupposti ci sono tutti, anche perché a Venezia ci siamo trovati benissimo. Tutto è possibile, ma credo e spero che potremo confermarci».
Quest'anno hai lavorato con il portiere Filip Stanković. È pronto per il salto nei grandi palcoscenici, magari per un ritorno all'Inter e per affrontare le pressioni che quella maglia impone?
R: «Credo che la risposta possa darla solo il campo. L'anno scorso Filip ha disputato 18 partite nella massima serie prima di subire un infortunio che lo ha frenato. Non so cosa succederà l'anno prossimo e come si svilupperà il mercato del Venezia, se resterà con noi o se andrà in una grande squadra. Sinceramente non ne ho la minima idea perché non si è ancora parlato di questo. Ha un ottimo potenziale, è un ragazzo che apprende e che ha tanta voglia: ha tutte le caratteristiche per fare bene, ma alla fine è sempre il campo che deve parlare».
Quanto senti la responsabilità di gestire un ruolo così delicato e come ci si comporta quando un portiere commette un errore grave in partita? Come lo si rimette in carreggiata?
R: «Guarda, un buon preparatore o un buon allenatore deve prima di tutto evitare di fare danni. Meno danni fa, meglio è. Nel calcio non c'è bisogno di inventarsi nulla: devi dare due o tre direttive, quelle giuste, e avere la fortuna che il portiere le recepisca. Poi, ovviamente, i ragazzi ci devono mettere del loro».
Ai tuoi tempi, quando capitava la partita sbagliata, tu come reagivi?
R: «La mia fortuna è stata l'incoscienza. Era una mia caratteristica che purtroppo non tutti gli allenatori apprezzavano: tendevo sempre a sdrammatizzare, stavo sempre col sorriso. Qualcuno a volte fraintendeva, ma non capiva che in realtà quella era la mia forza. È quello che dico sempre anche oggi: bisogna andare avanti, pensare alla palla successiva. Quello che è successo si analizza poi in settimana. La vita va avanti, non bisogna mai rallentare».
Hai avuto la fortuna di difendere i pali del Barletta, la squadra della tua città, in Serie B. Cosa ha significato per te? Sentivi maggiormente la responsabilità, considerando che eri quasi un esordiente?
R: «Io venivo dalle categorie inferiori: ho fatto Promozione, Interregionale, poi la C con il Trani e all'improvviso mi sono trovato in B con il Barletta. Non so se fossi pronto o quasi pronto, ma di certo non ero un portiere affermato. All'inizio ho sofferto l'adattamento alla qualità dei giocatori e alla diversa velocità di pensiero. Poi mi sono adattato e ho iniziato a esprimermi e a dare qualcosa di mio».
Quell'esperienza ti ha poi portato al Cagliari, in Serie A. Come hai vissuto il distacco dalla tua terra per trasferirti in Sardegna, due realtà all'epoca diametralmente opposte?
R: «Era un'altra dimensione. La massima serie è un altro mondo, sia a livello tecnico che di atmosfera. È qualcosa di bellissimo. Io probabilmente, come dicevo prima, forse non ero pronto per quelle categorie. Ho fatto tanti anni il secondo portiere, avendo poche possibilità perché forse non avevo le caratteristiche giuste per la Serie A. Posso garantire, però, che a livello di vita è stata un'esperienza meravigliosa».
In linea generale, come è cambiato il ruolo del portiere dai tuoi anni a oggi?
R: «Nella tecnica di base non è cambiato affatto: il portiere deve sempre parare, deve sempre bloccare la palla e deve sempre uscire. È cambiata la partecipazione al gioco. Prima si difendeva in undici e si attaccava in dieci. Oggi, invece, si difende e si attacca in undici, in quanto il portiere è molto coinvolto e richiesto nella fase di possesso palla».
Da ex portiere, condividi la filosofia della costruzione dal basso?
R: «Assolutamente sì. La costruzione dal basso è un nostro elemento cardine, fa parte del nostro modo di pensare e di interpretare il calcio, quindi la condivido al 100%».
Quest'anno in Puglia c'è entusiasmo: il Barletta in Lega Pro e a Trani, dove lei è cresciuto calcisticamente, c'è molto ottimismo per un ritorno al calcio che conta. Nei suoi progetti o sogni futuri c'è la possibilità di tornare a collaborare con queste realtà?
R: «In questo momento il Barletta ha già un ottimo allenatore dei portieri che è Daniele Cilli, un ragazzo che ha tanta voglia di crescere e di mettersi in discussione, quindi la piazza è ben coperta. In futuro chissà, mai dire mai nella vita».
E per quanto riguarda Trani?
R: «Mi auguro che possa tornare nelle categorie che gli competono, perché Trani è una piazza meravigliosa. Io lì ho fatto tutto, dalle giovanili fino alla prima squadra. Ho visto da vicino quanto quella piazza sappia caricarsi quando le cose vanno bene, vi posso garantire che è qualcosa di unico e meraviglioso. Spero davvero possa tornare ai fasti di un tempo».
Quale portiere ti piacerebbe allenare in futuro?
R: «A me piacciono le sfide e mi piacciono i giovani: se dovesse capitarmi un ragazzo giovane sarei ben contento, e ce ne sono parecchi di bravi in queste categorie».
In quale piazza invece ti piacerebbe allenare in futuro?
R: «Avendo girato quasi tutto il Sud e la Puglia sia da giocatore che da allenatore, non saprei. Però, se devo esprimere un desiderio, mi piacerebbe molto tornare a lavorare a Cagliari, questa volta nel ruolo di allenatore dei portieri».


