A Bari un percorso urbano per ripensare il rapporto tra corpo e città
BARI - Fino a lunedì 6 luglio l’Accademia di Belle Arti di Bari proporrà nella città di Bari “Abitare lo
Spazio Pubblico - Soglie Emotive Urbane”, un intervento urbano in forma di manifesti pubblici
che attraversa la città con un percorso di micro‑azioni dedicate alla produzione di benessere
condiviso e partecipato.
Il progetto, ideato dal collettivo Pink Line composto dalle studentesse Doriana Capacchione, Lan Lan Angela, Raffaella Longo, Gina Tamborra, Ruiwen Yi e Zhang Xueqi nell’ambito del corso di Land Design tenuto dalla professoressa Jasmine Pignatelli, nasce da una riflessione sul rapporto tra corpo femminile e spazio urbano e sulla possibilità di abitare la città senza ridurre la propria presenza emotiva e fisica.
Per molte donne lo spazio pubblico non è un luogo neutro, ma un territorio di continua negoziazione, attenzione e allerta. L’esperienza dell’attraversamento urbano si configura spesso come un percorso obbligato, finalizzato unicamente al raggiungimento di una meta. Il progetto si rivolge proprio a quelle donne che, per ragioni diverse, vivono una difficoltà nell’abitare lo spazio pubblico e sviluppano strategie invisibili di adattamento, fatte di autocontrollo, monitoraggio costante dell’ambiente, gestione dello sguardo e riduzione spontanea del tempo di permanenza. Abitare lo Spazio Pubblico non affronta il tema della sicurezza né si concentra sulla paura: propone invece una ricerca artistica sulle condizioni di abitabilità dello spazio urbano e sulla possibilità di esistere nella città senza sottrarre parti di sé.
L’intervento si sviluppa attraverso ventiquattro manifesti affissi in diversi punti della città, concepiti come dispositivi temporanei di rallentamento e decompressione. I manifesti funzionano come piccole soglie emotive che interrompono l’automatismo dell’attraversamento e suggeriscono quattro movimenti: fermarsi, deviare, ascoltare e abitare. Ogni manifesto è costruito su tre livelli testuali. Le frasi di stop invitano a un’azione immediata, le frasi di soglia rappresentano il pensiero che emerge da quell’azione e le frasi poetiche, tratte da autori come Judith Butler, Clarice Lispector, Italo Calvino e Gaston Bachelard, amplificano l’esperienza aprendo uno spazio interpretativo più ampio. La parola occupa così lo spazio che il corpo spesso fatica ad abitare e diventa presenza, orientamento, possibilità.
L’intervento è accompagnato da un Qr Code che rimanda a una mappa digitale partecipata, articolata in diversi layout tematici dedicati ai profumi, ai luoghi di pace e agli spazi di bellezza. Ogni utente può inserire in forma anonima il proprio pin emotivo, contribuendo alla costruzione di un archivio vivo della città, basato su percezioni personali e sguardi non convenzionali. Il progetto nasce all’interno del corso di Land Design come esperienza didattica che unisce ricerca artistica e riflessione sullo spazio urbano. Pur originato da un punto di vista femminile, sviluppa una vocazione universale: ricreare una relazione più consapevole e sensibile con la strada, ampliando i gradi di libertà comportamentali e progettuali e favorendo un dialogo attivo con lo spazio naturale e antropizzato.
Il progetto, ideato dal collettivo Pink Line composto dalle studentesse Doriana Capacchione, Lan Lan Angela, Raffaella Longo, Gina Tamborra, Ruiwen Yi e Zhang Xueqi nell’ambito del corso di Land Design tenuto dalla professoressa Jasmine Pignatelli, nasce da una riflessione sul rapporto tra corpo femminile e spazio urbano e sulla possibilità di abitare la città senza ridurre la propria presenza emotiva e fisica.
Per molte donne lo spazio pubblico non è un luogo neutro, ma un territorio di continua negoziazione, attenzione e allerta. L’esperienza dell’attraversamento urbano si configura spesso come un percorso obbligato, finalizzato unicamente al raggiungimento di una meta. Il progetto si rivolge proprio a quelle donne che, per ragioni diverse, vivono una difficoltà nell’abitare lo spazio pubblico e sviluppano strategie invisibili di adattamento, fatte di autocontrollo, monitoraggio costante dell’ambiente, gestione dello sguardo e riduzione spontanea del tempo di permanenza. Abitare lo Spazio Pubblico non affronta il tema della sicurezza né si concentra sulla paura: propone invece una ricerca artistica sulle condizioni di abitabilità dello spazio urbano e sulla possibilità di esistere nella città senza sottrarre parti di sé.
L’intervento si sviluppa attraverso ventiquattro manifesti affissi in diversi punti della città, concepiti come dispositivi temporanei di rallentamento e decompressione. I manifesti funzionano come piccole soglie emotive che interrompono l’automatismo dell’attraversamento e suggeriscono quattro movimenti: fermarsi, deviare, ascoltare e abitare. Ogni manifesto è costruito su tre livelli testuali. Le frasi di stop invitano a un’azione immediata, le frasi di soglia rappresentano il pensiero che emerge da quell’azione e le frasi poetiche, tratte da autori come Judith Butler, Clarice Lispector, Italo Calvino e Gaston Bachelard, amplificano l’esperienza aprendo uno spazio interpretativo più ampio. La parola occupa così lo spazio che il corpo spesso fatica ad abitare e diventa presenza, orientamento, possibilità.
L’intervento è accompagnato da un Qr Code che rimanda a una mappa digitale partecipata, articolata in diversi layout tematici dedicati ai profumi, ai luoghi di pace e agli spazi di bellezza. Ogni utente può inserire in forma anonima il proprio pin emotivo, contribuendo alla costruzione di un archivio vivo della città, basato su percezioni personali e sguardi non convenzionali. Il progetto nasce all’interno del corso di Land Design come esperienza didattica che unisce ricerca artistica e riflessione sullo spazio urbano. Pur originato da un punto di vista femminile, sviluppa una vocazione universale: ricreare una relazione più consapevole e sensibile con la strada, ampliando i gradi di libertà comportamentali e progettuali e favorendo un dialogo attivo con lo spazio naturale e antropizzato.
