L’alchimia del flusso: le risonanze liquide di Grazia Tavaglione
Esiste un momento esatto, nel silenzio di uno studio o tra i banchi di un liceo artistico, in cui un segno smette di essere solo grafite e diventa destino.
Conosco Grazia da quando i nostri sogni avevano la forma di
“ghirigori” d’inchiostro nero, grovigli di segni che già allora cercavano una
via d’uscita.
Oggi, guardando le sue opere, quel nero si è sciolto, lasciando il posto a una liquidità ancestrale, un universo di acquerelli che sembrano respirare sulla carta.
Nata a San Severo nel 1987, Grazia ha costruito il suo
percorso accademico tra l’Accademia “Pietro Vannucci” di Perugia e quella di
Foggia. Ma è nella sottile tensione tra la “città del pensiero” (San Severo) e
la “città dei sentimenti” (Peschici) che la sua arte trova linfa.
La sua è una pittura evocativa, un richiamo costante all’elemento acquatico dove il colore non è mai statico ma fluttua, penetra le trame della carta e genera forme che evocano ora cellule primordiali, ora pietre levigate dal tempo, ora organi pulsanti.
Abbiamo condiviso una conversazione che non è solo un racconto, ma un viaggio a ritroso tra crisi necessarie e rinascite cromatiche.
Grazia, il tuo percorso sembra un lento processo di
erosione.
Ricordo i tuoi disegni “aguzzi” delle superiori, ispirati al profilo slanciato delle architetture scoperte a Perugia. Com’è avvenuta la metamorfosi che ha trasformato quelle linee rigide nel mondo fluido e gocciolante che abiti oggi?
«È stata una gestazione, letteralmente.
Il passaggio cruciale è avvenuto durante il secondo anno di
Accademia a Perugia. Il mio professore dell’epoca, Sauro Cardinali (oggi mio
stimato amico), mi impose di abbandonare l’acrilico per l’olio. Fu un disastro,
una tecnica che sentivo estranea, che non mi apparteneva.
Per nove mesi ho vissuto una crisi profonda: producevo
costantemente, ma con la consapevolezza che nulla funzionasse.
Poi, quasi per caso, a casa di amici, ho iniziato a giocare con l’acqua e l’acquerello. È stato un colpo di fulmine: ho imparato ad amare persino i “prosciughi”, quegli errori tecnici che per molti sono difetti, ma che per me sono diventati la chiave per sbloccare il mio mondo interiore. Ho capito che la pittura per me è un racconto fisiologico, non mediato dalla razionalità.»
Oltre alla tecnica, c’è stato un incontro visivo che ha cambiato la tua percezione del colore?
«Sì, nel 2008 a Roma, una personale di Mark Rothko al
Palazzo delle Esposizioni mi ha folgorata. Davanti a quelle tele enormi
percepivo fisicamente la vibrazione e l’energia delle bande di colore. È stata
un’esperienza spirituale.
Cerco quella stessa vitalità che ammiravo nei Futuristi o la
morbidezza quasi tattile della pelle che vidi in una mostra sulle bagnanti di
Renoir a Bologna.
Ma la sorpresa più grande è stata scoprire, anni dopo, Paul Jenkins: guardando i suoi lavori ho pensato: “Cavolo, questi sembrano i miei quadri”. Mi aveva anticipato di un secolo, ma quel legame ideale mi ha confermato che ero sulla strada giusta.»
Le tue radici sembrano essere il “doppio fondo” della tua arte. Come convivono San Severo e Peschici nelle tue sfumature e nella tua ricerca?
«Inconsciamente, l’acqua è il mio legame con le origini.
Peschici è il luogo del sentimento, dove risiedono i ricordi dei miei nonni che
sento ancora vivi. I tramonti lì non sono mai uguali a se stessi e questa
mutabilità è la stessa che ricerco sulla carta.
Sono attratta dalla natura e dalle sue forme in divenire,
che non hanno un confine fisso ma interagiscono con lo spazio circostante.
La mia identità è doppia, divisa tra due città: sono “la
peschiciana” a San Severo e “la sanseverese” a Peschici. Forse la mia pittura è
l’unico luogo dove queste due anime, proprio come il blu-verde Ftalo del mio
colore preferito, smettono di contraddirsi per fluire insieme.»
«Dipingo sempre con la musica in sottofondo. Sono una fan sfegatata dei Doors, amo il rock psichedelico anni ’60 e ’70, dai Pink Floyd a Janis Joplin. Mi sento quasi nata in un’epoca sbagliata. Ma amo anche la musica italiana d’autore: in particolar modo Paolo Conte ma anche Gaber, Buscaglione, il vecchio Modugno. C’è una vibrazione nel suono che cerco di riportare sulla carta, una sorta di “mappa mentale” cromatica, simile a quella che ammiravo nei lavori di Franz Ackermann.»
Il tuo vecchio studio in via Daunia è stato per anni un crocevia di storie, prima che la tua vita si spostasse tra i banchi di scuola. Si racconta di incontri quasi cinematografici e la presenza discreta ma potente di Giuliana, la madre di Andrea Pazienza. Che sapore ha il ricordo di quelle conversazioni e di quel legame così intimo con la memoria di “Paz”?
«Quel luogo non era solo uno studio, ma un porto di mare per
anime affini.
C’era un ragazzo che abitava lì e passava spesso a trovarmi.
Un giorno, conoscendo la mia passione per la musica, mi regalò una sua
collezione di vinili.
Ma l’incontro più prezioso è stato appunto quello con la
signora Giuliana. Non avevamo bisogno di scambiarci i numeri di telefono: lei
passava, mi vedeva al lavoro e con semplicità mi diceva:
“Sali su”. E io salivo.
La prima volta mi offrì un liquore tipico di San Benedetto del Tronto e mi mostrò le foto e i disegni di Andrea da bambino. È stata un’emozione indescrivibile. Mi sentivo immersa in un museo privato, circondata da quadri originali ovunque; era come toccare con mano l’origine del genio di Andrea Pazienza, è stato bellissimo!»
Oggi dividi il tuo tempo tra la produzione e l’insegnamento. Come riesci a catturare l’attenzione di ragazzi abituati ai tempi rapidissimi dei social?
«È una sfida quotidiana. Cerco di creare collegamenti
insoliti: posso partire dall’ingegneria delle fogne romane per arrivare alla
“Cloaca” di Wim Delvoye, o mostrare la danza serpentina su YouTube per spiegare
la “Belle Époque” e Toulouse-Lautrec.
Voglio trasmettere ai ragazzi che l’arte è l’unica materia che ti lascia davvero libero di essere ciò che sei, senza compiti preimpostati o costruzioni sociali. Insegnare non è solo un lavoro, ma un modo per restituire quella passione che mi ha ispirata.»
Invece di cercare altrove, Grazia ha scelto di non recidere
le sue radici e di scommettere sulla propria terra, intraprendendo una “prova
di resistenza”‘: ha lavorato come guida turistica e persino come gelataia nelle
estati di Peschici, accumulando supplenze e sogni, vedendo nel luogo in cui
tutto è iniziato il posto perfetto in cui investire, seminare il proprio
talento e coltivare il futuro.
La maturità poetica di Grazia trova poi un’eco straordinaria
nel 2016 a Eboli con la mostra “Cammina leggero perché cammini sui miei sogni”:
qui, sotto la cura di Teo De Palma, la sua astrazione liquida diventa un invito
a esplorare con estrema delicatezza territori dell’anima intessuti di acqua e
colore. Infine, con la personale “A prima vista”, tenuta a Foggia nel 2019, il
dialogo con lo spettatore si fa diretto e quella fluidità appare ormai
padroneggiata con una naturalezza disarmante.
La sua è un’arte che, pur nascendo da un bisogno viscerale e
non dal profitto, sa farsi riconoscere: come accaduto durante la collettiva
“Accadia in blues”, dove la forza delle sue opere ha spinto l’amministrazione
comunale ad acquistare quattro dipinti per la collezione pubblica.
Fino ad arrivare alle recenti “Stratificazioni” del 2026 a Torremaggiore: un percorso espositivo a cura di Fuori Museo e Annarita Mastrogiacomo, in cui la sua ricerca si fonde e dialoga con lo spazio e con il tessuto urbano.
Le sue forme nascono così, da un’urgenza interiore: restano
sospese sulla carta, in attesa che lo sguardo dell’osservatore attribuisca loro
un destino. Perché, proprio come l’acqua, l’arte di Grazia non ha una forma
fissa, ma assume quella del cuore di chi la guarda.
Contatti Artista:
Instagram: @grazia.gracegrace
Facebook: Grazia Grace Grace
Articolo a cura di Veronica Di Mauro ( Autrice di ©Cronache
Creative https://cronachecreative.wordpress.com)
