'Quando incontrai Corrado Cagli…', vita e vite di Luigi Sergi, l’artista
FRANCESCO GRECO - I suoi primi critici? Le vicine degli ombrosi, sfavillanti cortili di calce di Gagliano nell’infanzia sfortunata. La mamma Caterina se n’era andata all’improvviso, a 39 anni, lasciando il padre Giovanni “mesciu parataru” (pietra a secco) solo con quattro figli (Luigi era il maggiore).
Infanzia fra Gagliano e Presicce, dopo un periodo in collegio, il ragazzo era tornato e al padre aveva detto di voler fare studi d’arte.
Era d’agosto, quando tornano gli emigranti e si festeggiano i Santi. “Sii?- disse Mesciu Giovanni – e allora vediamo cosa sai fare…”.
E gli diede un ventaglio devozionale: con i nastri di Santa Marina, sono in tutte le case di Terra d’Otranto.
Gli piacque il San Rocco protettore disegnato su una facciata, così lo mandò agli studi a Lecce, ma lo avvertì: “Se ti bocciano, ti aspetta la zappa”.
Oggi quel ventaglio è un’icona preziosa, che fa parte della collezione di opere esposte nella Casa dell’Arte nel cuore del centro storico di Presicce, il “dono” alla sua comunità inaugurata due anni fa e dove è stato presentato il catalogo di Luigi Sergi, in una serata di intenso pathos condotta dalla collega Ilaria Lia.
“Quando partii la prima volta, promisi che sarei tornato: ed eccomi qua…”, sorride l’artista.
Mezzo secolo di vita e di arte sospesa fra XX e XXI secolo scorrono così davanti agli occhi del pubblico nella serata afosa.
“E’ la prima parte, poi ci sarà la seconda. Un punto di arrivo, ma anche di partenza…”, ha osservato Anna Cesi (Centro Studi Leonardo La Puma) e dello storico dell'arte contemporanea Massimo Guastella, docente a Unisalento (“Un catalogo come momento di creazione e di memoria”).
E infatti il ragazzo di tanti anni fa continua a lavorare senza requie, a “un’opera unica”, come le tessere di un mosaico infinito, mentre annuncia un laboratorio d’arte per grandi e piccini (dal 17 luglio) e una mostra sulla mail-art (13-26 luglio) dove dialoga con l'artista Giuseppe Lisi.
Mentre è stata inaugurata al cimitero di Corsano (Lecce) la mostra itinerante "Il volo delle anime" (negli anni passati era stata proposta a Gagliano e a Presicce), con un intenso vernissàge (tema: la luce) all'Anfiteatro Comunale davanti a oltre mille persone.
Location originale, di solito si va al museo. Un luogo di morte, dove l'esistenza è sospesa, è così riletto e rivissuto come un'agorà che pulsa di vita e di rinascita: se ne coglie il respiro nelle farfalle che volano al confine dei due mondi, delle due dimensioni, che quindi coesistono: in una dialettica che è una forma di consolazione e memoria per chi è andato, ha oltrepassato quel confine, ma anche per chi è rimasto...
D. Studi a Lecce, poi la via per Roma e l’incontro con Corrado Cagli: come avvenne?
R. "Eravamo nella metà degli anni Settanta. Mi sono avvicinato a uno dei suoi studi, la sua ricerca astratta, illusoria, dove l'opera appariva appunto sotto forma di illusione, in dialettica fra concavo e convesso. Ma sempre a Roma ho incontrato anche Rocco Coronese, che mi spronò a continuare nella mia ricerca".
D. Inizi a dipingere, poi, improvvisa la crisi, creatività interrotta, il vuoto, l'afasia, non sapere la direzione da prendere e durò 5 anni: come ne uscisti?
R. "La crisi iniziata a Roma, proseguì poi a Novara, dove cominciai a insegnare nelle scuole. Nel frattempo la mia ricerca è proseguita sulla psicologia della forma e sui colori. Negli anni Ottanta riprendo poi la ricerca facendo riferimento all'opera di Cagli".
D. Il trasferimento al Nord (Novara) e l'insegnamento, dunque: l'incontro col critico d'arte Giovanni Quaglino, di cui parli spesso e che purtroppo mancò ancora giovane, e che ti aiutò a trovare la tua strada...
R. "E' stato il mio critico di riferimento, fino al 1991, l'anno della sua prematura scomparsa. Mi seguì per molti anni, insieme al critico d'arte de La Stampa, il prof. Marco Rosci".
D. Ci spieghi il codice estetico dei pacchi postali, il gioco dell'aprirli o lasciarli intonsi?
R. "La dialettica del pacco postale? Li ho spediti realmente a tanti collezionisti, mettendoli davanti a una scelta: aprirli e quindi rompere l'opera, magari per scoprire che dentro non c'è nulla, oppure, se qualcosa c'è, la loro curiosità è stata premiata: cosa faranno?".
D. E del Mosaico Polifonico, quell’opera fatta a pezzi e donata alla gente, con la speranza, un giorno, chissà, di poterla ricomporre?
R. "La prima risale al 1991, la proposi in una mostra proprio qui, a Presicce. L'opera fu scomposta, selezionata in tantissimi rettangoli. Se un giorno tutti quelli che ne posseggono uno ci ritroveremo, ricostruiremo il concetto iniziale. Non sarà facile perché quelli che ne conservano un elemento chissà nel frattempo che fine hanno fatto...".