Se Dio avesse conosciuto questa piana: San Severo, tra orizzonti infiniti e ritorni necessari




«Se Dio avesse conosciuto questa piana di Puglia, luce dei miei occhi, si sarebbe fermato a vivere qui».

Si narra che con queste parole Federico II di Svevia, lo Stupor Mundi, suggellasse il suo amore viscerale per il Tavoliere, un orizzonte sconfinato che non è solo un’area geografica, ma uno stato dell’anima.
Questa terra di sollevamento, emersa da un preistorico fondo marino per farsi granaio d’Italia, distende i suoi tremila chilometri quadrati tra i Monti Dauni e l’Adriatico, offrendo allo sguardo una piatta immensità che toglie il respiro.
È un mare d’erba e di grano che sfuma a oriente, verso i riflessi delle zone umide costiere, dove la terra si arrende finalmente all’abbraccio del mare.

Nel cuore dell’Alto Tavoliere, dove il terreno si fa più drenante e il clima assume tratti continentali, sorge San Severo, una città d’arte che sembra voler sfidare la piattezza dell’orizzonte con le proprie verticalità.
I suoi campanili non sono semplici appendici architettoniche, ma veri e propri fari per chi attraversa la piana. Quello della Chiesa Matrice di San Severino, alto ben 50 metri, è un gioiello che fonde il Medioevo della base con il Barocco della cuspide maiolicata, simbolo di una continuità storica che resiste ai secoli.

Passeggiare nel centro storico significa immergersi in una teologia di pietra che trova il suo apice nella Chiesa di San Lorenzo delle Benedettine, il cui campanile accompagna una delle facciate rococò più eleganti dell’intera Puglia, realizzata in quel marmo di Apricena che è carne e ossa di questo territorio.
È in questo tempio che si ammira il segno di Giuseppe Sanmartino, lo scultore napoletano celebre per il Cristo Velato. Nel 1793, Sanmartino realizzò per San Lorenzo tre altari monumentali, arricchendoli con le sue raffinate sculture marmoree che nobilitano l’impianto barocco a pianta centrale. Il suo passaggio nel territorio è suggellato anche nel capoluogo, dove nella Cattedrale si trovano due grandi angeli marmorei da lui scolpiti e firmati, posti sull’imponente altare maggiore settecentesco.
Queste opere testimoniano come San Severo sia stata un polo d’attrazione per i più grandi maestri del Settecento, capace di trasformare la ricostruzione post-terremoto in un’esplosione di bellezza.

L’anima di San Severo, però, non è fatta solo di marmo immobile, ma di un dinamismo esplosivo che si manifesta durante la Festa del Soccorso.
Per i residenti e per chi è lontano, questa celebrazione è una grande e aggregante liturgia barocca. Qui l’aria si riempie del fragore delle “batterie” pirotecniche, sequenze ritmate che sono la colonna sonora di una dionisiaca fuga dalla morte. I fujenti, sfidando le scintille e il fumo, corrono “appresso il fuoco”, trasformando la paura in un inno alla gioia di vivere che nasce dal superamento del dolore ancestrale.

Proprio da questo sostrato di asprezza e splendore è fiorito il genio irriverente di Andrea Pazienza.
San Severo celebra questo suo figlio visionario al MAT (Museo dell’Alto Tavoliere), dove la matita di “Paz” ha saputo trasformare la provincia in un palcoscenico universale. Pazienza incarna perfettamente il paradosso di questa terra: la necessità di fuggire per poterne narrare l’essenza, portandosi dentro quel fardello di luce e polvere che solo il Tavoliere sa regalare.

Vivere il Tavoliere significa, da sempre, confrontarsi con il concetto di partenza. Per secoli, questa pianura è stata il terminale della transumanza: ogni autunno, i pastori scendevano dalle aspre montagne abruzzesi lungo il Tratturo Magno verso le locazioni pugliesi in cerca di pascoli miti.
Quel «caldo odore di lana e di pioggia» che annunciava l’arrivo delle greggi è rimasto impresso nella memoria collettiva come un simbolo di un’economia che permetteva la sopravvivenza dei borghi.

Oggi, la transumanza ha cambiato volto. Non sono più le pecore a spostarsi, ma i giovani della Capitanata che partono in cerca di fortuna, ricalcando idealmente quegli antichi percorsi d’erba.
È una partenza spesso venata di un odio sottile per la lentezza della provincia e la mancanza di opportunità. Eppure, la distanza opera una metamorfosi: il rifiuto si trasforma in nostalgia, e quella che era una “piana infestata dalla malaria” diventa, nel ricordo, un paradiso perduto di luce accecante.

Fortunatamente, assistiamo oggi a una controriforma del cuore. C’è chi torna. Non per riposare, ma per reinvestire competenze e passioni.
Le masserie fortificate, un tempo baluardi contro le incursioni e centri di vita autosufficienti, stanno vivendo una nuova giovinezza. Da ruderi di pietra, queste strutture rinascono come centri di eccellenza enogastronomica dove la storia abita la terra.

Tornare significa oggi puntare sulla qualità estrema. Significa valorizzare i vitigni autoctoni che, grazie a un clima sub-continentale perfetto, danno vita a vini pregiati (DOC e DOCG) celebrati in tutto il mondo.
San Severo, in particolare, si distingue per una viticoltura raffinata che ha saputo elevare il territorio attraverso spumanti di metodo classico, come le celebri bollicine di d’Araprì, trasformando il nettare di Bacco in un vanto internazionale.
La stessa Madonna del Soccorso, protettrice dei campi, stringe tra le mani un grappolo d’uva, quasi a suggellare questo legame indissolubile tra sacro e agricoltura.

Investire nel Tavoliere significa anche puntare sull’oro giallo: l’olio extravergine d’oliva prodotto da oliveti secolari che disegnano geometrie d’argento tra il grano e il mare.
Chi torna porta con sé uno sguardo nuovo, capace di vedere in questa immensità non un limite, ma una risorsa infinita da seminare per il futuro.


Articolo a cura di Veronica Di Mauro ( Tratto dal blog © Cronache Creative https://cronachecreative.wordpress.com/)