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L'Isola del Giglio? Famosa già al tempo di Federico II

L'Isola del Giglio? Famosa già al tempo di Federico II


di PIETRO VITALE* - Mi è capitato di leggere su di un notiziario on-line (Tiscali) una nota molto interessante. Storia che conoscevo e che ho ampliato leggendo la battaglia dell'Isola del Giglio, luogo in cui Federico II, impegnò la sua flotta. Orbene, l'isola oggi è diventata ancor più famosa per il naufragio della più grande nave da crociera italiana, che ha agganciato, mentre salpava, uno scoglio, versando in mare migliaia di turisti sgomenti. In passato l'isola fu famosa per la più grande battaglia navale del Medioevo che buttò in mare migliaia di ecclesiastici innocenti, che viaggiavano verso Roma per obbedire al loro papa.

La battaglia del Giglio la combatté il nostro Federico II, re di Sicilia e imperatore del Sacro Romano Impero, contro papa Gregorio IX e i suoi cardinali da lui convocati per un Concilio Ecumenico che aveva lo scopo di deporlo, dopo averlo scomunicato. La rabbia di Federico fu tale che predispose la contromossa. La sua lotta titanica col Papa era ormai pluridecennale e combattuta con tutti i mezzi: la diplomazia, l’astuzia, le scomuniche e tant’altro. La posta in gioco: il Potere Assoluto. Il Papa rivendicava il suo come rappresentante di Cristo in terra; Federico rivendicava il suo come erede dell’Impero Romano. L’Europa stava a guardare attonita. I due si scambiavano complimenti-invettive del tipo: “Federico è la Bestia che sorge dal mare carica di nomi blasfemi”, diceva Gregorio IX; “Questo Papa è il fariseo assiso sulla Cattedra di un dogma perverso, unto con l’olio della malvagità” diceva Federico II. All’Isola del Giglio questo grande conflitto esplose. L’imperatore chiuse le vie terrestri al convoglio di Legati, Cardinali, Abati, Arcivescovi e diplomatici di tutt’Europa che si recavano a Roma. Il suo esercito ghibellino sbarrò tutte le strade. 

Allora il Papa dette ordine di farli arrivare via mare, con l’aiuto delle navi della fedele Genova il cui Comandante Jacopo Malocello li avrebbe condotti, scortati e difesi con le sue armi fino al porto di Civitavecchia-Ostia. Egli si recò a Nizza a imbarcare spagnoli e francesi (gli inglesi, esperti di marineria, si rifiutarono) e poi a Genova imbarcò i prelati lombardi. Federico fece partire dalla Sicilia la sua flotta di 27 navi guidate dall’ammiraglio Ansaldo de’ Mari (una nobile famiglia d’origine proprio genovese, le cui propaggini si impiantarono in Puglia dando anche, negli ultimi nostri anni, il Prefetto De Mari a Bari). Erano con lui il figlio Andreolo e il pisano Buzzacarino. E dalla Pisa ghibellina giunsero altre 40 navi in appoggio: uno spiegamento enorme per bloccare la flottiglia guelfo-pontificia. 

Quando Malocello, giunto dopo una settimana di navigazione all’altezza delle coste Toscane, ne ebbe notizia, cercò di virare verso la Corsica, ma l’agguato era già teso nelle acque dell’arcipelago toscano. Le navi imperiali erano nascoste dietro l’Isola del Giglio e la piccola isola di Montecristo, quasi un imbuto. Sbucarono improvvisamente da dietro gli scogli e accerchiarono e arrembarono le navi genovesi, sconfiggendole clamorosamente. Alcune colarono a picco, tutte le altre furono trascinate fin nel porto di Pisa. Era il 3 maggio 1241, ricorrenza dell’esaltazione della Croce. E siccome nel Medioevo tutto veniva letto in chiave religiosa, Federico credette di leggere nella sua vittoria la volontà di Dio e il favore della Divina Provvidenza che puniva il Papa indegno. Nello scontro alcuni prelati morirono, la maggior parte venne presa prigioniera e, dopo essere stata messa ai remi a mo’ di sfregio, fu sbarcata a Pisa, dove il figlio di Federico II, re Enzo, tributò il trionfo ai vincitori, ma anche il rispetto ai vinti. 

Cosa che Federico non gradì molto; il suo trionfo sapeva di vendetta. E smistò nelle carceri pugliesi e lucane i prelati prigionieri, pensando di farne oggetto di scambio col Papa. Il quale invece, più irriducibile di prima, esortava i suoi al martirio. La sfida e la vittoria dell’Imperatore sul Papa fecero scalpore in tutta l’ecumene cristiana, suscitando scandalo e apprensione. L’Isola del Giglio rimase per secoli sinonimo di sfida laica al potere temporale dei Papi. E il suo fedele comandante che fine fece? Jacopo Malocella: fuggì prima che la battaglia fosse conclusa: quasi come il comandante della Costa Crociere Schettino, che è stato arrestato anche per questo!
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*Corpo Militare del S.M.O.M., Capitano Commissario (cdo), Cav. Uff. della Repubblica Italiana

Castel del Monte, un luogo d'iniziazione?

Castel del Monte, un luogo d'iniziazione?

di PIETRO VITALE* - L’argomento sul quale vi intratterrò, amici lettori del 'Giornale di Puglia' (con questo mio breve lavoro, sintetico, ma pregnante nel suo primario significato, certamente, non tratterò conclusioni definitive circa la costruzione del manufatto, tanti altri appassionati e studiosi di scienze esoteriche seguiranno, immagino, con la scoperta di altri “misteri” che nasconde questa meravigliosa costruzione), riguarda un famoso monumento pugliese, il quale, ancora oggi, non ha svelato tutto il suo mistero ed è attento oggetto di studiosi e di studio. Come avrete certo di già intuito, mi sto riferendo a Castel del Monte, manufatto che pare sia stato commissionato da Federico Ruggero appartenente alla dinastia degli Hoenstaufen, senza dubbio molto più noto come Federico II di Svevia, del tredicesimo secolo.

Prima di addentraci nell’argomento, ritengo sia d’obbligo soffermarsi brevemente sul personaggio che ha legato il suo nome a questa stupenda opera. Federico II di Svevia è nato il 26 dicembre 1194 a Jesi da Enrico IV discendente del mitico Barbarossa e del potente Ruggero II Re di Sicilia, e da Costanza d’Altavilla. Restò orfano a soli tre anni e fu affidato dal padre in punto di morte alla tutela di Papa Innocenzo III. Il  tutore non si occupò molto del piccolo re, il quale crebbe a Palermo in mezzo al popolo apprendendo l’idioma, gli usi ed i costumi. Va ricordato che a quel tempo Palermo, capitale della Sicilia fino all’avvento angioino, era punto d’incontro di tutte le varie culture mediterranee ed in maniera particolare di quella araba, sotto il cui dominio era stata sino all’anno 1072 quando fu conquistata dai Normanni, il che contribuì in maniera determinante alla sua formazione culturale.

Infatti non appena iniziò a regnare, si circondò di illustri studiosi italiani e stranieri quali, per citarne alcuni, il matematico pisano Leonardo Fibonacci, l’astrologo scozzese Michele Scotus, l’ebreo provenzale Jacopo Ben Abbamani, il campano Pier delle Vigne, Bernardo di Casacca, prima arcivescovo di Bari e poi di Palermo, ed Ermanno di Salsa, gran Maestro dell’Ordine Teutonico. Con altri illustri sapienti intrattenne rapporti epistolari, come l’ebreo di Toledo, Giuda Cohen, al quale chiese la soluzione di un problema di geometria. Questo celebre personaggio muore a soli 56 anni, il 13 dicembre 1250 a Castel Fiorentino, presso Foggia, “Sub-flore” come egli era stato predetto dall’astrologo scozzese Michele Scotus.

Un’ultima considerazione: Federico II è nato il 26 dicembre sotto il segno del Capricorno quando il sole inizia la sua ascesa nel cielo e la luce aumenta la sua intensità, ed è morto il 13 dicembre sotto il segno del Sagittario quando il sole sta per avvicinarsi con il Solstizio d’inverno al suo punto più basso e diffondere solo la sua minima luce.

Ed ora dedichiamoci a quella che viene considerata la sua opera. Castel del Monte è costruito sulla collina della Murgia Barese, alta circa m. 540 sul livello del mare a km. 19 a sud di Andria e più precisamente a 41° 5’1 “di Lat. Nord e a 16° 16’8” Long. Est da Greenwich, con conci di tufo calcareo. Una leggenda racconta che in quel posto, nell’antichità, vi fosse un tempio. Davanti a questo tempio vi era una statua, con questa scritta  misteriosa sulla fronte “Ora il mio capo è di bronzo, ma alle calende di maggio sarà d’oro”. Un anno, all’alba, alle calende di maggio, fu scavato nel posto dove il sole proiettava l’ombra della testa della statua e fu rinvenuto un tesoro che fu utilizzato per la costruzione del castello. Per arrivare a Castel del Monte da Bari si percorre la S.S. 98 per Ruvo di Puglia, km. 27 e poi si svolta sulla S.S. 170 ancora per altri 19 km. Mentre ci si avvicina alla meta in alto d’improvviso appare, ancora in lontananza, ben stagliata sull’azzurro del cielo, la sagoma di questa bellissima, misteriosa costruzione. Essa ha l’aspetto di una mitica corona litica imperiale.

Ed ora, cari lettori, entriamo assieme nel “cuore” della costruzione, iniziamo l’analisi di quanto viene scritto su questo manufatto che da tutti viene chiamato castello. Una delle prime considerazioni deve essere dedicata all’uso dei alcuni numeri i quali sono stati impiegati nella progettazione dell’opera. I numeri sono quelli dell’inizio della serie di Leonardo Fibonacci, matematico pisano dell’epoca, nella quale a partire dal 3 numero ogni valore è dato dalla somma dei valori dei due precedenti (1-2-3-5-8-13-21-34-ecc). Ed infatti nell’esame di questo manufatto si incontrano i primi numeri di questa serie.

Uno  - l’edificio
Due  - gli ingressi
Tre   - i portali d’ingresso nel cortile, le finestre sul cortile, i caminetti del 1° piano le torri con le scale a chiocciola, tristili le finestre del 1° piano.
Cinque – le torri con gli stanzini, il numero complessivo dei caminetti, le pareti del cortile senza finestre.
Otto – le torri, le cortine delle torri, le sale al piano terra, le sale al primo piano, le finestre esterne, ed anche gli abachi ed i plinti delle colonne sono a base ottagonale e pure gli scalini della scala a chiocciola i quali sono 104 che si ottiene moltiplicando il n. 8X13.
Tredici – le monfore che si affacciano sul cortile.
Ventuno – i modiglioni nella parte inferiore del frontone, i modiglioni dell’architrave.
Trentaquattro – quadrifogli inframmezzati dai modiglioni del portale (34:21=1,619).

Da quanto sopra è evidente, che il progettista, fra tutti quei valori, ha voluto in maniera particolare privilegiare il numero otto, quindi è necessaria qualche considerazione su questo valore Plutarco nel suo scritto la vita di Teseo ci dice che “l’otto, primo cubo di un numero pari, è il doppio del primo quadrato, bene esprime la salda ed immobile potenza di Dio”.

Inoltre tutti sappiamo che il quattro rappresenta l’origine terrestre ed il cerchio è l’espressione dell’ordine celeste; perciò l’ottagono, che è la figura intermedia, è un simbolo di rigenerazione. L’otto, il quale ruota di 90° ha significato matematico di infinito, ci ricorda la figura del caducco ermetico, nel quale i due serpenti intrecciati sono il simbolo dell’equilibrio fra forze spirituali e quelle naturali. In una delle figurazioni contenute nell’Azoth dei filosofi di Basilio Valentino si vede una serpe che, in forma di otto , si avvolge intorno al sole ed alla Luna, due impulsi essenziali, solare lunare, i quali debbono essere domati e controllati in perfetto equilibrio.

La pianta di questo manufatto è stata disegnata sul canovaccio di quattro rettangoli sovrapposti a croce di Sant’andrea, ed i lati di questi rettangoli sono in rapporto aureo fra di loro, ossia 1,618. Questo numero il quale fu studiato attentamente sia Euclide che da Pitagora, è definito irrazionale, fu denominato “Divina proporzione” da Fra Luca Paciugo e “sezione aurea” da Leonardo da Vinci. Perché divina proporzione? Perché molte parti del corpo umano sono in rapporto fra loro in questa proporzione: l’altezza dell’uomo da terra all’ombellico moltiplicato per questo numero da l’altezza dell’uomo, così come per la altre parti del corpo umano. Anche il volto dell’uomo è tutto scomponibile in una griglia nelle quali tutti i rettangoli sono in rapporto aureo fra di loro. Ed ora amici lettori, qualche cenno sul punto geodetico che è stato scelto per costruire il manufatto di cui stiamo “indagando”.

Si rivela che il castello si trova quasi perfettamente allineato fra la città di Gerusalemme e la cattedrale di Notre Dame di Chartres costruita in Francia fra il 1194 ed il 1245. Si deve aggiungere che il castello è anche situato alla metà esatta della distanza fra la Cattedrale di Chartres e la Piramide di Cheope a Giza. Quando a Giza sono le ore 13,00 ed a Chartres sono le ore 11,00 a Castel del Monte è mezzogiorno. Alla latitudine di Castel del Monte nel dì equinoziale un ‘ora prima di mezzogiorno il sole ha un’apertura angolare rispetto alla meridiana di 22°33’, e la stessa apertura si riscontra un’ora dopo mezzogiorno per cui sommando i due valori si ottiene 90° che è l’ampiezza dellangolo che divide una circonferenza in otto parti uguali, il che è stato utilizzato per la costruzione dell’edificio.

Abbiamo menzionato che esiste un rapporto fra l’edificio eretto sulla collina pugliese e la piramide costruita nel deserto di Giza. Infatti è interessante leggere le seguenti misure:

                                C. d. M.                 Piramide Rapporto

Lato                       52.33 232.434 4.44
Perimetro 209.32 929.732 4.44
Diagonale 74                         328.72 4.44
Circonferenza 232.434                 1032.51 4.44


Come si nota il rapporto costante fra le misure esposte è di 4.44 ossia quel 444 che cubiti egiziani è la misura del lato della piramide.

L’Abate Moreaux nel suo trattato “La Scienza misteriosa dei Faraoni” scrive che niente ci può far supporre che gli antichi egiziani avessero conoscenza del fenomeno della pressione, della Stella Polare, del peso della terra, della misura dello sferoide terrestre, del volume della terra, della distanza fra la terra ed il sole, della frazione esatta del raggio solare ed ecc…, eppure tutte queste conquiste moderne allo stato di grandezza  naturali misurate e sempre misurabili, avendo soltanto bisogno del significato metrico che portano in se per mostrarci in piena luce, si trovano tutte nella grande piramide.

Ed ora rivolgiamo la nostra attenzione pur senza entrare nel dettaglio al modo con il quale i progettisti di questa opera hanno determinato tutte le misure che sono che sono servite alla realizzazione del progetto. L’architetto Vitruvio, vissuto venti secoli fa, all’epoca di Augusto, nel non libro della sua opera “De Architettura” ci parla della gnonomica che è lo studio delle ombre di un bastone conficcato in terra, ombre che ci consentono di stabilire le ore del giorno, i giorni dell’anno, la latitudine del luogo.

In questo libro Vitruvio ci ha descritto un “analemma” e cioè un disegno geometrico in base al quale è possibile, se conosciamo la latitudine del luogo nel quale il bastone è piantato, determinare la lunghezza delle ombre del bastone alle date in cui il sole entra nei diversi segni zodiacali.
Ed è con questo criterio che sono state determinate le misure per realizzazione di Castel del Monte. Infatti l’altezza del cortile dell’edificio è appunto il bastone dell’analemma di Vitruvio ed ha dato con la proiezione degli angoli le distanze per la misurazione di tutti gli elementi occorrenti alla realizzazione delle diverse parti dell’opera.

Per una comprensione completa di questa realizzazione è necessaria una attenta visualizzazione dei diversi disegni dai quali quando su esposto emerge in maniera chiara.

Invece per completare questo mio lavoro di ricerca, il quale per il tempo in cui deve essere svolto non può scendere in più dettagliate analisi, proseguo sull’aspetto estetico e funzionale della costruzione , aspetto che esclude sia quello di costruzione bellica che quella di luogo di caccia o di piaceri. Domanda: perché non può essere una costruzione di difesa? Perchè non ha fossato intorno al suo perimetro, non ha un ponte levatoio, ha otto finestre esterne molto grandi che ne pregiudicano la difesa, le feritoie non sono abbastanza ampie perché siano usate dagli arcieri, non vi sono scantinati, non vi sono cucine, alloggi per la truppa ed altro, ancora, altra domanda: perché non luogo di piacere? Perché non vi sono come prima cosa, cucine e dispense, camere da letto, una stanza per il trono, stanze per cortigiani, non vi sono scaloni d’onore.

Invece, amici lettori, questo manufatto ha otto sale inferiori e otto al primo piano, tutte comunicanti fra loro. Le stanze del piano terra hanno tutte ad eccezione di quella fra la seconda e la terza, le porte di comunicazioni fra di loro una a destra e l’altra a sinistra della parete che le divide: quasi ad indicare un percorso obbligato.

Terminato il giro delle otto stanze a piano terreno, caratterizzate dalla penombra per la poca luce che filtrava attraverso i portali e le strette finestre, ci accingiamo ad accedere al secondo piano al quale si consiglia di salire per la scala della quarta torre per avere la possibilità di girare tutte le stanze. Arrivati a questo piano, siamo subito colpiti dalla luminosità, per la tanta luce che entra dalle finestre esterne e da quelle che danno sul cortile. Sembra quasi che il visitatore abbia percorso un cammino iniziatici pervenendo alla fine dello stesso alla luce. Anche qui le otto stanze sono tutte comunicanti fra loro ad eccezione della parete fra l’ottava e la prima stanza che è chiusa. L’ottava stanza, al primo piano, è quella che si trova ad oriente sul portale di ingresso. Tutte questa stanze hanno, lungo le pareti, delle panche di travertino chiaro, il che fa pensare che esse fossero utilizzate quali luoghi di riunione e a giudicare dalla progressione delle stanze stesse, a vari livelli.

Da rilevare che i caminetti, costruiti con cappe che somigliano a copricapi di maghi, sono troppo piccoli per riscaldare quegli ambienti e sembra che abbiano, in effetti, più la funzione di bruciatori di aromi ed incensi. Orbene, per finire questo mio lavoro, desidero evidenziare che la costruzione di questo castello è da qualcuno attribuita all’Ordine dei Templari, in considerazione della sua forma ottagonale, forma preferita degli stessi ed utilizzata in varie loro opere come la Cappella di “Le-en Velay”, quella di Lunate in Spagna, la quale è anche circondata da una cinta ottagonale, dall’interno della chiesa di San Giovanni al Sepolcro di Brindisi, dal cortile del “donjon” del Castello di Gisor ed altri. In ultimo, per chiudere, nel quindicesimo secolo in Francia, quale allegoria della distruzione dell’Ordine del Tempio, apparve una stampa raffigurata una torre ottagonale in fiamme.

Bibliografia:
A. Tavolato: Castel del Monte e opere varie
C.A. Willense: Castel del Monte
Vlora-Mongelli-Resta: Il segreto di Federico II

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*Corpo Militare del S.M.O.M., Capitano Commissario (cdo), Cav. Uff. della Repubblica Italiana

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