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sabato, settembre 06, 2014

Venezia 71: Leone d'oro a svedese 'Un piccione su un ramo'

Adam Driver (nella foto) miglior attore
Il Leone d'oro è andato al film svedese 'Un piccione su un ramo' che riflette sull'esistenza di Roy Andersson, il Leone d'argento al Postino di Andrej Konchalovskij, il Gran Premio della Giuria a The look of silence di Joshua Oppenheimer.

Successo dell'Italia con la doppia coppa Volpi per gli interpreti di Hungry Hearts di Saverio Costanzo, Alba Rohrwacher e Adam Driver.

"Grazie a Saverio, grande regista e artista, coraggioso e tenace. Questo film esiste solo perché lo ha voluto lui e lo ha portato sulle sue spalle. Con lui fare un film è intraprendere un'avventura ed è stata un'avventura emozionante e indimenticabile", ha commentato la Rohrwacher, emozionata e commossa.A Belluscone. Una storia sicialiana di Franco Maresco il premio speciale della giuria Orizzonti.
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venerdì, settembre 05, 2014

Belen e Stefano scaldano il red carpet a Venezia

di Marco Masciopinto - Al Festival del Cinema di Venezia non potevano mancare Belen Rodriguez e il marito Stefano De Martino, che hanno subito infiammato il red carpet tra baci e l'urlo dei fans. Lei super elegantissima in un abito nero a sirena con scollatura generosa, la coppia che a breve festeggerà il loro primo anno di matrimonio, è stata inviata alla proiezione del film "Pasolini" di Abel Ferrara. Belen e Stefano non si sono risparmiati autografi e foto con i loro fans, entusiasti per il loro arrivo al Lido. Peccato per l'outfit scelto per il ballerino: stile 'circense'.
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VENEZIA '14 / L’ultima giornata di Pasolini, prima del sacrificio

dal nostro inviato Francesco Greco.
VENEZIA – “Sono uno che scende all’inferno…”. E’ qui la poetica di Pier Paolo Pasolini, l’ultimo intellettuale vero, “maudit” della storia patria, mito del Novecento, assassinato 39 anni fa, la notte dei Morti del 1975. Il cui pensiero è attuale e sempre lo sarà. Scrittore, poeta, regista, tormentato, complesso, dalla password barocca.

Le ultime due giornate di vita del grande friulano delle “Ceneri di Gramsci”, “Uccellacci e uccellini” e “L’ultima giornata di Sodoma” è il tema del film “Pasolini”, del newyorchese Abel Ferrara, in concorso a Venezia 71, applaudito sia dalla stampa che dal pubblico, in una Mostra che declina verso la chiusura, mentre la città si veste dei toni crepuscolari dell’autunno, fra piogge improvvise e vento forte. Com’è triste Venezia, aveva ragione Aznavour…

E’ una “visione” molto personale quella offerta da Ferrara – lo considera un maestro e confessa di essere cresciuto abbeverandosi al suo cinema - che ibrida elementi reali, carte processuali, ad altri diciamo fantastici. Deluso comunque chi si aspettava “dritte” sull’omicidio. Non era facile approcciare un personaggio così ispido. Ma se l’intento estetico e politico era di raffigurare un intellettuale italiano non schierato se non con le proprie ossessioni, militanze, provocazioni, trasgressioni, il film allora è pienamente riuscito.

E quel che dice fa riflettere, soprattutto in tempi del tutto secolarizzati come i nostri, perché non oggetto a relativismi di sorta. Anzi, il pensiero del poeta di Casarsa del Friuli, che viveva all’Eur con l’anziana madre Susanna (la bravissima Adriana Asti) a cui era molto affezionato, una cugina (Giada Colagrande), Nico Naldini, Laura Betti (Maria de Medeiros) oggi dovrebbe interagire con un contesto sociale e politico degradato, da apocalipse now e la sua opera riproposta senza scandalismi di sorta, ma in senso dialettico.

Accennati nell’ultimo romanzo, uscito postumo, “Petrolio”, che ha avuto vita tormentata (troppo radicale l’attacco al sistema politico e industriale) ma anche il film che non è riuscito a fare, dal titolo impossibile: “Porno Teo Colonial” (voleva Eduardo De Filippo come protagonista). Il viaggio di un ragazzo e un uomo maturo che, seguendo la stella cometa, si ritrovano a Utòpia, città nelle mani degli omosessuali.

Emerge ancora una volta la violenta denuncia politica, morale, inconoclasta (che era anche negli scritti corsari sul “Giorno” prima e sul “Corriere della Sera” poi) del reale, le sue aberrazioni e violenze, le insensatezze della classe politica insipiente, immersa in una corruzione senza limiti né confini che oggi, senza più barriere ideologiche, è tracimata, ed è ancor più scandalosa – se si potesse - rispetto agli anni Settanta dell’altro secolo.

Il film (“la chiave usata? La compassione” dice Ferrara) abbatte le barriere temporali e scorre via con incursioni rapide e sapide come pennellate espressioniste. Riccardo Scamarcio, lo stesso Ninetto Davoli (che torna a Venezia dopo mezzo secolo), Valerio Mastandrea, Adriana Asti: “Credevo fosse immortale…”), Willem Defoe che lo incarna con commovente realismo assecondano con bravura e disinvoltura il regista (di religione buddista, la meditazione gli è stata assai utile) scambiandosi i ruoli e anche la lingua è intrecciata, contaminata: l’italiano alternato al romanesco dà più forza e realismo al racconto nella Roma pallida e stremata degli anni di piombo.

Il “credo” laico ma al fondo intimamente religioso di Pasolini è dispiegato in tutta la sua interezza e accecante bagliore. Fu un uomo cosciente di essere, con le sue intuizioni, al di sopra del suo tempo, e anche di doverne pagare il prezzo. Fino all’estremo sacrificio: crocifisso all’Idroscalo di Ostia, che ci lasciò orfani. Poi gattopardi e sciacalli si presero la scena con gran clamore. E non la lasciarono più. Chissà cosa ne scriverebbe oggi PPP?


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mercoledì, settembre 03, 2014

'Italy in a Day', l’umanità da Quarto Stato

Dal nostro inviato Francesco Greco. VENEZIA – Soffre, ma con dignità. Stordita dall’annuncite, coltiva i suoi sogni, non li abortisce. Nutre la speranza che la “nuttata” prima o poi passerà. Gode dei piccoli desideri soddisfatti, le sudate conquiste quotidiane, delle quisquilie direbbe Totò. E’ l’Italia ferita ma non vinta, incazzata ma non rassegnata, fortemente critica ma non fatalista, smarrita ma ancora capace di autostima “vista” dal regista napoletano Gabriele Salvatores (Oscar per “Mediterraneo”), che in “Italy in a Day” (Un giorno degli italiani) ha colto il nostro grande popolo genio e sregolatezza nella visione che ha di se stesso al tempo del selfie selvaggio, che alimenta un narcisismo ancora tutto da decodificare.

Il format non è originale: un regista britannico, Tim Burton, l’ha usato prima. Ma sorprende la dimensione delle risposte, come se ci fosse une estremo, impellente bisogno di comunicare: una pioggia di ben 44.197 video inviati da filmaker della domenica: ma la qualità delle immagini è buona: gli italiani padroneggiano bene le nuove tecnologie. In tutto 2.200 ore (“na cifra” direbbero a Trastevere). Da questa montagna di materiale il regista ha estratto, lavorando per un anno, un docu-film di un’ora e mezzo, montando i frammenti di un autoritratto involontario degli italiani, un diario trasversale (dalla ragazzina pigra con gatto all’anziano svagato), un sottinteso outing di massa di filosofi da strapazzo, chirurghi, pensionati illividiti dalla fame, operai, ecc.

Nell’opera, presentata fuori concorso e accolta molto bene alla 71ma edizione della Mostra del Cinema di Venezia, traspira il grande cinema neorealista ibridato all’input estetico e sociologico di quei documentari-candid camera anni Settanta di cui detiene il copyright un troppo dimenticato Nanni Loy (ricordate quando al bar inzuppava il cornetto nel cappuccino altrui?).

Salvatores assembla di tutto, strutturando il suo documentario secondo le scansioni della giornata italiana, la quotidianità minimalista (sveglia, colazione nel tinello Ikea, scuola o lavoro, ritorno fra le quattro mura, la cena e infine la notte) scandita al tempo della crisi infinita in cui siamo avvolti con sgomento. Il tratto realista vale più di mille dotti trattati sociologici, anche perché privo di accademia e di onanismo intellettuale. Tutto è live, crudo assai, persino spaventoso, ma anche squisitamente antropologico, didascalico, diremmo quasi intravisto con la lente spessa dell’entomologo.

Vengono alla mente quei documentari anglosassoni che beccano le giraffe a corteggiarsi e poi ad accoppiarsi. E anche in “Italy in a Day” c’è una coppia narcisista che lo fa per 24 ore (come i ricci, o i leoni, si dice…), quelle del giorno indicato dal regista: il 26 ottobre 2013. Lo spaccato analitico che ne vien fuori sancisce fra l’altro anche la fuoruscita dal luogo comune dei santi, navigatori e poeti, ma anche della pizza, mandolino e ‘o sole mio.

Siamo nell’epoca del pixel e del selfie, per cui, tablet o cellulare, siamo tutti autori. E’ il cinema dal basso, underground, contaminato: una ricerca in progress di qualcosa che sfugge, il senso dello stare al mondo e delle parole usate che scatta quando si accende il led rosso e la parolina “rec”.

Dovrebbe essere proiettato in tutte le scuole della Repubblica cogliendone il sostrato pedagogico; magari anche visto dalla classe politica che interpretata da quest’Italia pensante e sudata pare composta da alieni lontani anni-luce dal sottosuolo dostoevskijano, dalla marginalità, non tanto geografica quanto esistenziale di milioni di persone che pure conservano il rispetto per se stessi e intrecciano ragnatele di futuro, per se stessi e i propri cari. E invece sarà rimosso con fastidio da politici e intellettuali, casta di bramini distanti da un popolo arrabbiato ma non disperato, che pretendono di parlare in sua vece. Sarà distribuito il 23 settembre, ma quante copie? E dicono anche di un passaggio tv: nel cuore della notte?

Particolare curioso sottolineato in conferenza-stampa da Salvatores (oltre alla cifra sentimentale che ha voluto dare al lavoro): nessun contributo amatoriale è giunto dalle classi alte, non da chi se ne sta al largo delle coste sullo yacht da 25 metri, evadendo le tasse e portando i soldi lontano, ma della borghesia italiana impegnata a consumare, arroccata nel suo status e i suoi feticci. Ma c’è anche una borghesia illuminata responsabilizzata sui destini di quello che si intravede come un Quarto Stato aggiornato al XXI secolo. Ma su questo elemento potrebbero riflettere i sociologi, oltre che gli psicanalisti. Col suo docu-film Salvatores ha aperto il solco. E va bene così.

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martedì, settembre 02, 2014

VENEZIA '14 / Leopardi: “Un giovane favoloso”, e rivoluzionario

dal nostro inviato Francesco Greco. VENEZIA – Favoloso, si, ma anche, soprattutto rivoluzionario. Rispetto al tempo che gli toccò in sorte, il suo pensiero è modernissimo, antiromantico, in anticipo, scagliato nel futuro da ogni punto di vista: politico innanzitutto, poi morale, estetico, filosofico, ecc.

A banalizzarlo è stata la scuola italiana, parruccona e ammuffita, che dall’opera monumentale ha tratto quasi sempre l’ovvio: il fidanzato di Silvia, il cantore della natura vista in chiave quasi panteistica, il retore bucolico. Leopardi è stato altro, tanto altro. Cantore della solitudine cosmica dell’uomo ma anche illuminista, razionale, che all’uomo accredita quel libro arbitrio con cui potrebbe governare il proprio destino.

Se diamo a questo incipit valore d’assunto, la conclusione è che “Il giovane favoloso” (terzo e ultimo film italiano in concorso alla 71ma edizione della Mostra del Cinema firmato da Mario Martone) accenna, ma non riesce a sdoganare in toto il Leopardi sovversivo, dal pensiero destrutturante. Nonostante l’adesione precisa, stanislawskjana di Elio Germano che reinterpreta i tic, gli sguardi, la fisicità del Grande Poeta di Recanati.

Peccato! Le premesse c’erano, le conclusioni un po’ meno. Eppure era quello l’aspetto più intrigante del Nostro, la sfida da affrontare se si voleva scaraventarlo nel III Millennio per farlo interagire con il nostro tempo e i suoi archetipi culturali e politici.

Nato al tramonto del Settecento, Leopardi è un uomo e un poeta che ispira tenerezza. Il regista lo coglie in tre incroci della sua breve parabola, ma non riesce a trasmetterci tutta la potenza maieutica del suo pensiero, a darci il senso del suo essere poeta “sovversivo”. Così vediamo Giacomo ragazzino geniale, che studia intensamente i classici (capirà da adulto di essersi rovinato la salute): la biblioteca del padre Monaldo è vastissima e il genitore riversa sul figlio le ambizioni frustrate dalla sua modestia intellettuale.

La provincia gli va stretta, come accade a ogni genio, gli orizzonti lo soffocano: non resta che partire, poco più che adolescente (24enne), per nutrire la sua sensibilità, la sua anima con altre visioni. Firenze lo accoglie come merita, ma i fiorentini sono un po’ spocchiosi e non accettano confronti, specie con un intellettuale di statura superiore. I circoli lo ricacciano ai limiti degli ambienti che contano, ma Leopardi è abbastanza forte, e anche ironico, da non soffrirne più di tanto.

Forse quello colto a Napoli è il Leopardi più vero, sincero, emozionante. Lo accoglie l’amico Ranieri e in una città sanguigna, passionale, il Poeta si trova subito a suo agio. Adora la gente dei Quartieri Spagnoli, si intrattiene con le persone modeste ma di gran cuore. Non cerca più il successo letterario e ha consumato le illusioni sentimentali. Il fisico gli si rivolta contro, anche se non è stato mai un “fisicato”. Martone spinge tutto ciò fino alla caricatura. Il carisma della parola, la luce dello sguardo non si deteriorano con le rughe e i muscoli.

Il Poeta può lasciarsi andare. Frequenta osterie mangiando smodatamente, adora i gelati (qui la psicanalisi potrebbe dirci perché), ama le ragazze del popolo (Martone fa capire che sono escort, in realtà non è così: altra forzatura). Quando scoppia il colera Ranieri lo trascina a Torre Annunziata. Qui pare abbia scritto “La ginestra”, che contiene tutta la sua poetica e dove svela la forza potente del suo pensiero immortale.

Morirà a Napoli appena 37enne. Il film è stato ben accolto, e tuttavia lascia quel senso di incompletezza che chi è sceso nel profondo delle viscere, nel sottosuolo magmatico della speculazione leopardiana sa che c’è. Ma forse si continua ad aver paura di quel pensiero capace di demolire le nostre misere certezze: la sua luce è troppo potente, turba e sconvolge com’è sempre per le parole di chi si è consegnato già in vita all’eternità aprendosi un varco nel tempo, illuminato dalla gloria perenne e dalla tenerezza e gratitudine di noi posteri.





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lunedì, settembre 01, 2014

VENEZIA '14 / 'Belluscone': storia siciliana, tragedia italiana

dal nostro inviato Francesco Greco. VENEZIA – Era uno dei film “politici” più temuti da Augusto Barbera (adesso incombe quello di Sabina Guzzanti) in questa 71ma edizione della Mostra Internazionale del Cinema. E il selezionatore ne ha tutte le ragioni. Partito per fare una cosa sul rapporto fra Berlusconi e Cosa Nostra, il regista palermitano Francesco Maresco (orfano di Daniele Ciprì, Cinico tv), ha finito col firmare un possente affresco al vetriolo sull’Italia di questi anni, dove paradossalmente la filologia del racconto (molto materiale d’archivio, soprattutto dai tg), più dell’ex Cavaliere “utilizzatore finale” devasta gli italiani che si sono fatti incantare dal suo modo di comunicare, votandolo più e più volte, magari inconsciamente per emularne le gesta, arricchire smodatamente, avere l’harem dentro casa. Il declino se lo sono voluto loro.

Peccato che Maresco se n’è rimasto rintanato a Palermo: al Lido ci sono stati applausi a sottolineare i passaggi più significativi di questa farsa molto italica e alla fine “Belluscone. Una storia siciliana” ha avuto la standing-ovation. Se il pubblico eterogeneo in sala fosse uno spaccato del Belpaese potremmo concludere che il berlusconismo ormai ce l’abbiamo alle spalle. Ma lo stesso Maresco sa che così non è: e ha fatto in tempo a impaginare Matteo Renzi, premier che come Carlo Magno si è autoincoronato, agli “Amici” di Maria e a X Factory. dicendoci così che la tragedia italiana continua, e che magari l’uomo di Arcore governa per interposta persona. E’ il passaggio che è stato evidenziato con applausi scroscianti. Il film è stato proposto nelle stesse ore della foto in cui l’Economist ha ritratto Renzi col gelato sulla barca che affonda, a cui ha risposto con la caduta di stile del carrettino col logo dentro Palazzo Chigi e la sua passeggiata col cono artigianale. L ’avesse fatto la signora Merkel, i tedeschi l’avrebbero accompagnata a calci alla Porta di Brandeburgo. Da noi il livello di tolleranza è assai alto. E anche il film (Sezione “Orizzonti”) è stato schiacciato, derubricato dalla storiella raccontata dal figlio di Costanzo e il divismo triste di Al Pacino.

Insomma, come spesso accade per le cose che fanno riflettere, è passato inosservato. Peccato. Perché l’opera di Maresco è spudorata e a tratti far sentir male. Provoca disagio, piccole ulcere. Di più: ci fa sentire estranei nel Paese dove viviamo e che pure amiamo: come turisti stranieri, o alieni caduti da galassie sconfinate in un’Italia violentata, stuprata nell’intimo. Tutto l’indugiare sui cantanti neomelodici presenti nella vita di B. ci dice che siamo diventati un popolo volgare, incapace di cogliere la bellezza, la poesia: come se avessimo formattato il nostro passato. E’ quella musica dolciastra, falsa e vuota la colonna sonora di questi ultimi lustri, con l’opzione di altri 20 anni, vs Renzi, ovvio.

A ogni passaggio di questo film nel film speri che la storia cambi registro, che abbandoni il livello morale e politico in cui scorre per virare nel costume, parli di bunga bunga o magri della Santanchè o dei servizi sociali tanto ci si sente male, come sulle spine. Molte delle scansioni sono impaginate in “Belluscone” sono peraltro su Wikipedia e quindi tutti le sanno: col web infatti non ci sono più alibi: nessuno può dire non sapevo.

Si ride amaro, ma di noi stessi: come per scacciare una zanzara petulante e continuare a deresposabilizzarsi. Dal tg Dell’Utri pontifica come un padre della patria, Gaspare Mutolo parla con toni da urbi et orbi, Renzi celia con i bulletti vanitosi di “Amici”. Capisci che la tragedia italiana non avrà mai fine. Il declino dell’anima italiana, il suo abbrutimento continuerà ancora. Il fatalismo, la rassegnazione ci posseggono come spiriti malvagi. Da storia siciliana a pochade, a dramma italiano. Un tunnel viscido, infame: senza uscita.
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venerdì, agosto 29, 2014

VENEZIA '14 / Andreotti “visto da vicino”? Cinefilo appassionato e moralista

dal nostro inviato Francesco Greco. VENEZIA – Stroncò il Neorealismo (“Ladri di biciclette”, l’opera più alta, significativa) e i suoi aedi (De Sica, Rossellini, Zavattini, Visconti, Aldo Fabrizi, ecc.) al grido di “i panni sporchi laviamoli in famiglia” con cui si consegnò ai posteri. Intendeva relativizzare il successo planetario di “Sciuscià”, “Umberto D.”, “Roma città aperta”, “Avanti c’è posto!”. Magari se ne pentì, chissà, perché poi quelle opere sono state studiate dai grandi registi americani (Scorsese in primis). O forse proprio quell’astio ideologico spinse opere politiche che spogliavano il Re nell’Italia operosa della ricostruzione, materiale e morale.

L’Andreotti che non ti aspetti, il “Divo” Giulio nascosto, insospettato, sconosciuto, fu anche un grande appassionato cinefilo: capì per primo la grande forza dialettica del cinema, l’enorme valenza culturale e di comunicazione popolare. Lo stroncò, con la chiarezza concettuale che lo contraddistinse, ma anche lo sostenne senza se e senza ma.

Sorprende pertanto il bellissimo docu-film, “Giulio Andreotti, il cinema visto da vicino” (presentato a Venezia 71 nella sezione “Classici”) di un’ora e mezza, firmato da Tatti Sanguineti, critico raffinato, visionario, che propone lo statista in un ruolo inedito, da un’angolazione inedita. Che si trasfigura anche in una pagina della storia d’Italia.

Era pronto da anni, ma non trovava produttore e distributore. Ore e ore di incontri (Giulio cambia 21 vestiti diversi!) col politico in veste di critico, di registrazione e infine la selezione per poter essere messo in giro. Lunghe conversazioni, materiali da Istituto Luce, frammenti di film in b/n e a colori (ritroviamo con un tuffo al cuore “Il tassinaro”, col sublime Alberto Sordi).

Immaginiamo che per Sanguineti non deve essere stato facile. A metterlo sulla pista fu lo sceneggiatore Rodolfo Sonego: “Se vuoi capire il cinema del dopoguerra vai da Andreotti… Ha ammazzato 5 film ma ne fatti fare 5mila!”. Apprendiamo così che il “Divo” (morto 94enne a Roma, dove nacque nel 1919, a maggio dell’anno passato) valorizzò Cinecittà come grande industria italiana da cui poi Hollywood scopiazzò (Mussolini l’aveva fondata e asservita con i film mitologici e i telefoni bianchi), sostenendola, come dire, in solido. Che si battè per una legge che contenesse lo strapotere del cinema Usa e dei suoi blockbuster.

Che, per diffondere la settima arte anche nel centro rurale più sperduto dell’Italia postbellica, aiutò i 4000 cinema parrocchiali, che negli anni Cinquanta e Sessanta erano sempre stracolmi di pubblico (come ricalcò Fellini in “Roma”).

Ma fu anche un censore furioso: interveniva sia in termini preventivi (sulle sceneggiature) che successivamente: alla “prima” proiezione nella saletta (era membro della commssione che concedeva il nulla-osta per l’uscita). Scene di nudo, e si può capire (etica cattolica) ma anche “Don Camillo e Peppone”, per esempio. Cosa sia caduto sotto le forbici non lo sappiamo. Siamo in tempi di guerra fredda, di blocchi contrapposti, del Muro di Berlino e del Vietnam, lo scontro ideologico è pane quotidiano nella dialettica politica. Questo era il contesto: rigore calvinista, quasi vittoriano. “Censore io? Tutta propaganda del Pci”, si è sempre difeso Andreotti.

E dunque rendiamo onore a un “Divo” grande statista che avrà avuto il suo livello sotterraneo (in questo molto italiano, è il nostro dna e Andreotti non ha fatto eccezione), ma che amò il cinema e lo aiutò. Oggi si fa rimpiangere: sono i tempi bui dei Razzi, i De Gregorio, le Picierno, su cui meglio stendere un pietoso “No comment”.

Ancor più in anni in cui alla cultura (e al cinema) si destinano le briciole infinitesimali, mentre la Francia, sostenendola, l’ha fatta superare, come fatturato, l’industria automobilistica. Noi siamo ancora a quel ministro che, anni fa, si ridicolizzò sospirando: “Con la cultura non si mangia…”. Il resto l’ha fatto l’etica berlusconiana e la sua ontologica subcultura. O tempora, o mores!          

 

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VENEZIA '14 / “Premio Sorriso Diverso”: 9 film in concorso

VENEZIA - La Mo­stra In­ter­na­zio­na­le d'Ar­te Ci­ne­ma­to­gra­fi­ca di Ve­ne­zia ha un pre­mio col­la­te­ra­le di ec­cel­len­za dove con­cor­re­ran­no in molti: il Pre­mio di Cri­ti­ca So­cia­le Sor­ri­so Di­ver­so Ve­ne­zia 2014 (ideato da Diego Righini, col patrocinio di Rai, Inail, Mibact, Mlps, Regione Lazio, Roma Capitale, partner culturale CIFA Onlus).

Sarà as­se­gna­to da una giu­ria di qua­li­tà al­l'o­pe­ra ci­ne­ma­to­gra­fi­ca che rap­pre­sen­te­rà me­glio l'in­clu­sio­ne so­cia­le della di­ver­si­tà. La giuria è pre­sie­du­ta da Ro­ber­to Bar­zan­ti, at­tual­men­te pre­si­den­te della So­cie­tà Gior­na­te degli Au­to­ri Ve­ni­ce Days che or­ga­niz­za una ras­se­gna al­l'in­ter­no della Mo­stra; fa parte, in qua­li­tà di esper­to, del co­mi­ta­to con­sul­ti­vo sul di­rit­to d'au­to­re nel­l'am­bi­to del Mi­ni­ste­ro per i Beni e le At­ti­vi­tà Cul­tu­ra­li.

Tiene corsi su isti­tu­zio­ni e po­li­ti­che au­dio­vi­si­ve in Eu­ro­pa nella Fa­col­tà di Let­te­re e Fi­lo­so­fia dell'Uni­ver­si­tà di Pisa e nella Fa­col­tà di Let­te­re e Fi­lo­so­fia dell'Uni­ver­si­tà di Siena, lau­rea spe­cia­li­sti­ca in ra­dio­fo­nia. Ha pub­bli­ca­to il vo­lu­me I con­fi­ni del vi­si­bi­le (Lu­pet­ti, Mi­la­no 1994) sulle po­li­ti­che co­mu­ni­ta­rie in tema di ci­ne­ma e au­dio­vi­si­vo.

Suoi saggi, ar­ti­co­li e re­cen­sio­ni tra l'al­tro in eco­no­mia della cul­tu­ra, su “il Ri­for­mi­sta”, “L'in­di­ce dei libri del mese”, “Gli ar­go­men­ti umani”, “Te­sti­mo­nian­ze”, “Gul­li­ver”, “Il Ponte”, ri­vi­sta, que­st'ul­ti­ma, della cui di­re­zio­ne è mem­bro.

Gli altri com­po­nen­ti della sud­det­ta Giu­ria sono: Paola Dei, senese, psi­co­lo­ga, psi­co­te­ra­peu­ta, esper­ta di Ci­ne­ma e com­po­nen­te, come psi­co­lo­ga, della Com­mis­sio­ne di re­vi­sio­ne ci­nema­to­gra­fi­ca del Mi­bact che dà il nulla osta per la pro­ie­zio­ne dei film; Mas­si­mo Nar­din, do­cen­te uni­ver­si­ta­rio pres­so la Lumsa di Roma in sce­neg­gia­tu­ra e co­stru­zio­ne della scena di­gi­ta­le non­chè in teo­ria e tec­ni­ca del lin­guag­gio ci­ne­ma­to­gra­fi­co; Ca­tel­lo Ma­sul­lo, cri­ti­co ci­ne­ma­to­gra­fi­co, esper­to di Ci­ne­ma, com­po­nen­te della Com­mis­sio­ne di re­vi­sio­ne ci­ne­ma­to­gra­fi­ca del Mi­bact; Ugo Bai­stroc­chi (se­gre­ta­rio giu­ria), 1982-1993: civil ser­vant, Mi­ni­ste­ro Tu­ri­smo e Spet­ta­co­lo, Roma; 1988-1993 con­si­glie­re d'am­mi­ni­stra­zio­ne (prima sup­plen­te poi ef­fet­ti­vo) Mi­ni­ste­ro Tu­ri­smo e Spet­ta­co­lo; 1991-1993: re­spon­sa­bi­le ME­DIA-de­sk Roma (spor­tel­lo in­for­ma­ti­vo sul­l'au­dio­vi­si­vo eu­ro­peo); 1994-1995: civil ser­vant, Ser­vi­zio stam­pa Di­par­ti­men­to dello Spet­ta­co­lo; 1990-1991 e 1995-1996 civil ser­vant, Os­ser­va­to­rio dello Spet­ta­co­lo; 1993-1996: di­ret­to­re re­spon­sa­bi­le del pe­rio­di­co “Il Prin­ci­pio di Peter”; 1996: au­to­re e re­spon­sa­bi­le di fatto della WWW.​page del Di­par­ti­men­to dello Spet­ta­co­lo; Mariolina Gamba di “Ragazzo Selvaggio”; Franco Mariotti, collaboratore della Mostra Cinematografica di Venezia, del "David di Donatello", del "Premio De Sica" e dei "Nastri d'Argento", del Festival dei Popoli di Firenze, degli “Incontri internazionali di Sorrento”, Direttore artistico e ideatore del "Primo piano sull'autore" di Assisi, Vicepresidente del Sindacato Giornalisti Cinematografici Italiani, collaboratore di varie rassegne e festival cinematografici, co-organizzatore e membro di giuria del "Premio Flaiano", responsabile del cerimoniale della Biennale di Venezia e Presidente dell'Associazione culturale "Amarcord".

E' stato anche addetto all'ufficio-stampa e pubbliche relazioni di Cinecittà spa e responsabile dell'ufficio stampa, relazioni esterne ed eventi e della promozione del Cinema italiano in Italia e assistente della Presidenza di Cinecittà Holding.


FILM IN CONCORSO AL PREMIO DI CRITICA SOCIALE SORRISO DIVERSO VENEZIA 2014:
Venezia 71

EN DUVA SATT PÅ EN GREN OCH FUNDERADE PÅ TILLVARON (A PIGEON SAT ON A BRANCH REFLECTING ON EXISTENCE) - ROY ANDERSSON

http://www.labiennale.org/it/cinema/71-mostra/film/sel-uff/venezia71/en-duva.html

Venezia 71

GHESSEHA (TALES) - RAKHSHAN BANIETEMAD

http://www.labiennale.org/it/cinema/71-mostra/film/sel-uff/venezia71/ghesseha.html

Orizzonti

SENZA NESSUNA PIETÀ - MICHELE ALHAIQUE

http://www.labiennale.org/it/cinema/71-mostra/film/sel-uff/orizzonti/senza-nessuna-pieta.html

Orizzonti

IO STO CON LA SPOSA [FUORI CONCORSO] - ANTONIO AUGUGLIARO, GABRIELE DEL GRANDE, KHALED SOLIMAN AL NASSIRY

http://www.labiennale.org/it/cinema/71-mostra/film/sel-uff/orizzonti/sto-con-la-sposa.html

Fuori Concorso

WORDS WITH GODS - GUILLERMO ARRIAGA, EMIR KUSTURICA, AMOS GITAI, MIRA NAIR, WARWICK THORNTON, HECTOR BABENCO, BAHMAN GHOBADI, HIDEO NAKATA, ÁLEX DE LA IGLESIA

http://www.labiennale.org/it/cinema/71-mostra/film/sel-uff/fuori-concorso/words-with-gods.html

Fuori Concorso

SHE'S FUNNY THAT WAY - PETER BOGDANOVICH

http://www.labiennale.org/it/cinema/71-mostra/film/sel-uff/fuori-concorso/funny-that-way.html

Biennale College - Cinema

SHORT SKIN - DUCCIO CHIARINI

http://www.labiennale.org/it/cinema/71-mostra/film/sel-uff/bcc/short-skin.html

Final Cut in Venice

POSSESSED BY DJINN - DALIA AL KURY

http://www.labiennale.org/it/cinema/71-mostra/film/sel-uff/final-cut/possessed-by-djinn.html

Final Cut in Venice

ROLLABALL - EDDIE EDWARDS

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giovedì, agosto 28, 2014

VENEZIA '14 / “Birdman” e i fantasmi di Hollywood

Dal nostro inviato Francesco Greco.VENEZIA – L’idea non è nuova: il cinema in b/n anni Quaranta e Cinquanta (ma anche prima: ricordate quel film con un sublime Erich Von Stroheim?) l’ha spremuta a dovere. Il tempo che passa, l’incapacità di accettarsi sul viale del tramonto, il passato che torna perché mal metabolizzato, i fantasmi. E poi la paranoia, la schizofrenia, a volte la follia.

“Birdman” (Michael Keaton) non riesce a farsene una ragione. Non riesce a rimodularsi. Sta per debuttare in teatro come regista e protagonista. Emergono come iceberg insidiosi tutte le debolezze, le insicurezze: i conflitti sono enfatizzati. E’ l’ennesima storia sulla crudeltà di un mondo dorato, Hollywood, dove si fabbricano sogni che si vorrebbero eterni. Ma la Mecca del cinema non c’entra nulla: è l’uomo che ha perso l’equilibrio dentro se stesso, che non sa accettarsi, che si dà aspettative eccessive incurante della realtà, con cui ha rotto ogni sintonia: d’altronde, è l’America, bellezza: competizione folle come archetipo culturale.

Applausi di rito per il primo film in concorso a Venezia 71, la black-comedy che porta la firma del messicano Alejandro Gonzales Inarritu ed è interpretato in scioltezza, oltre che da Keaton anche da Emma Stone, alla sua prima volta al Lido. Il suo è il personaggio più moderno: perduta nei social, da cui però in conferenza-stampa (ma non si capisce se è sincera o una strategia da ufficio-stampa) prende le distanze. Altra cosa che non si capisce: perché il regista considera “sperimentale” una pellicola che al contrario ha una grammatica omologante, quasi banale.

Hollywood, è vero, è cinica, spietata, frantuma i sogni, ma siamo noi spiazzati rispetto all’ambizione di esistere in una bolla metafisica. Vorremmo rivivere la felicità di ieri senza cercare una sua nuova dimensione. Ben lo sapeva Dorian Grey che finì col frantumare lo specchio implacabile nel mostrargli quel che era. Per cui il successo planetario di “Birdman” è irripetibile a teatro: non si possono avere le ali per tutta la vita e non si può chiedere troppo al proprio alter-ego. Ma non è colpa della figlia capricciosa né del coprotagonista con cui deve competere, e nemmeno dell’insonnia né dei ricordi del passato: ma dei fantasmi che alleviamo dentro noi stessi e che ci sconvolgono, rovinandoci la vita.       
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mercoledì, agosto 27, 2014

Venezia 71: clima crepuscolare, da caduta degli déi

Dal nostro inviato Francesco Greco. VENEZIA – Veri o finti, i mendicanti sono aumentati. Rispetto a un anno fa, la loro presenza è pervasiva, a tratti petulante. Li si nota di più perché a Venezia non te li aspetti: tutto è ricco, sontuoso, sfolgorante, barocco. Per cui, quando a Piazza Roma inciampi nellozingarello balcanico claudicante che tende la mano, pensi per associazione di idee al set di un docu-drama sulla caduta degli déi. E come in un film del britannico Joseph Losey o del cileno Miguel Littin, ti aspetti che siano comparse e che qualcuno batta il “ciak”.

  Vagano come ectoplasmi sudici alla deriva del XXI secolo, e ognuno ti ricorda che la recessione non è un’invenzione sociologica ma triste realtà quotidiana con cui fare i conti. D’altronde, anche FrauMerkel annaspa come l’Italia e persino la grandeur francese s’è data una regolata, un bagno di umiltàCome un rito scaramantico, un € lo dai volentieri fra calle e campielli all’inizio della giornata, col sole che brilla già caldo e sfavilla negli occhi delle turiste (quest’anno sono più alte e non è il tacco 12!) e incendia i morbidissimi capelli portati sciolti. Sul Ponte (di vetro) di Calatrava (ancora se ne parla polemicamente, come per il Mose, di cui gli ambientalisti de “L’Altro Lido”, specie dopo arresti e mazzette eccellenti, ci dicono peste e corna) la zingara verso mezzogiorno conta i soldi delle elemosine. Non è andata male a giudicare dal sorriso ampio benché orfano diqualche incisivo. Il pranzo è assicurato e noi siamo contenti penando a Pertini: “Svuotate gli arsenali, riempite i granai”.Il cibo c’è per tutti, se solo fossimo meno egoisti.

  Altri indugiano sui gradini della Stazione, qualcuno all’ombra riposante di Foscari. Solo a Piazza San Marco non ci sono barboni. O li tengono lontani o loro stessi ritengono blasfemo approssimarvisi. La fila per vedere i tesori d’arte è già bella lunga. Venezia cuore d’Europa al tempo della crisi, crescita zero, consumi al palo, nuttata” che non riesce a passare.

  Per il Belpaese poi è ancora più visibile(altri Paesi UE se la sono messa alle spalle) perché leggiamo i giornali (salutiamo il nostro edicolante, siamo diventati amici: scherzando ci siamo detti,ostregheta!, che vedremo l’edizione n. 171) e le Cassandre iettatrici: ti striscia addosso. Non è però che ci spaventa o non la combattiamo. Sarà pure un’impressioneo cattiva memoria, ma i prezzi sembrano calati. Persino il ticket del vaporetto: meno 50 c., forse I gelati sicuramente, e sono pure più abbondantiVecchi amici che qui vivono, beati loro!, ci danno le dritte: dove mangiare low cost, dove vendono i gadget meno costosi, ecc.

  I turisti virano verso la pizza al taglio, il take away. Ai tavolini lungo i canali ordinano solo il primo piatto e mangiano lentamente sotto lo sguardo di camerieri silenziosi. Davanti alle pensioncine e aib&b le proprietarie indugiano osservando il pigro serpente dello struscio. Segno che hanno ancora stanze vuote. Mercato immobiliare fermo, affitti in ribasso. Forse non abbiamo ancora visto gli angoli giusti, ma la sera e poi la notte il silenzio ci avvolge: niente baccano da movida.

  Ma siamo a Venezia, cavolo!, ogni pensiero triste lo devi scacciare, sennò è meglio se riparti. Ti sono simpatiche perfino le enormi navi da crociera attraccate al molo bianche come neve con la musichetta che si spande nel cielo lindo, i rumori gentili delle posate apranzo, le risate dei bambini che fanno colazione. Ci sarà un Tazio diafano cheturbò il protagonista di “Morte a Venezia” di Thomas Mann?
  Venezia è un appuntamento rinnovato tacitamente, sottinteso. La città confonde,sconvolge, come sempre, specie a fine estate quando è più sensualelanguida. Forse d’inverno è diverso: acqua alta e umidità che sale dai canali. La stessa che fece ammalare di reumatismi Giacomo Casanova finito ai “Piombi” (sott’acqua) per le troppe intemperanze amorose e salottiere: un grande intellettualed’Europa. Ritroviamo la chiesa di sempre, buia, cupa, per fare una piccola offerta propiziatoria.

  Al Lido la sabbia scintilla, immacolata,pulitissima. Ci si sveglia col rumore del motore della barca dell’operaio che va al lavoro. Le cinesine sono già in bikini alle 8 del mattino. Ci dicono che quest’anno ci sarà meno mondanità: feste, party, ricevimenti. Meglio: faremo di necessità virtù: smaltiremo un po’ dellapastafattaccasa” delle sagre pugliesi e ci purificheremo. Sarà una Mostra spartana,sobria, barocchismi formattati. Previdenti, alla Totò e Peppino, ci siamo portati un pòdi frise di grano (pane greco)olio d’oliva,pomodori greco-romani: non si sa mai vien fame la notte.  

  Al Palazzo del Cinema va molto il selfiecol leone nella hall. Si attendono i divi. Al Pacino, Naomi Watts, James Franco, ecc. Già si parla di “Berluscone” (del sicilianoFranco Marescoorfano di Daniele Ciprì: ricordate i peti nel Blob in b/n?) e del film su Leopardi (con Elio Germano), ma anche del Pasolini di Abel Ferrara, l’intellettuale italiano ritratto nell’ultimo giorno di vita (“Fosse vivo mi denuncerebbe”, s’è fatto scappare il regista). Vedremo. All’imbarcadero una piccola folla di fans, più folta davanti all’entrata: gli implacabili cacciatori di autografi capaci di farsi 12 ore sotto il sole feroce. Stasera alle 7 si apre. Ci sarà il presidente Giorgio Napolitano (dicono che è un cinefilo) e il ministro dei BB.CC. Enrico FranceschiniIntercettiamo nella hall la dolce, burrosa Luisa Ranieriin camicetta bianca: ma da cronisti vissuti evitiamo di chiedere dell’abito: bluffiamo dicendo di sapere colore e griffe e lei sorride misteriosa…

  Per il resto, tutto uguale a se stesso, col suo Carro di Tespi: i cinefili da Cahièrs duCinema con la barbetta filosofica, le studentesse che durante l’anno han messo via un euro dopo l’altro per pagarsi la pensioncina e che si imbucheranno in sala la mattina per uscire la sera: ci si vedrà sul vaporetto. Stessi eventi collaterali a cui c’è poca gente: e infatti si portano la mamma e l’amante appresso. Stesse aspiranti attrici sedute nei salottini, annoiate, a sfogliare riviste di cinema e fanzine: le riconosci alle pelle messa in evidenza (tatuaggi inclusi) e mentre prima erano tutte italiane, ora sono anche straniere. Ma non ci sono più i produttori di una volta che corteggiavano le ragazze, le sposavanone facevano delle star: dalla Mangano alla Loren. E’ la globalizzazione, bellezza! Il cinema però ha sempre il suo fascino: è l’arte più immediata, e perciò temuta, dal potere. Il fascismo naufragò nel ridicolo dopo i centurioni romani con l’orologio al polsodi “Scipione l’Africano”: quale il film che farà fuoruscire la little Italy dalberlusconismo?
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