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giovedì, maggio 25, 2017

"TAP? Serve all'Italia e all'Europa". Intervista al prof. Boero

di FRANCESCO GRECO - MELENDUGNO (LE). Toh, un prof. a favore della TAP (TransAdriatic Pipeline), dopo le battaglie NO-TRIV. E' Ferdinando Boero, genovese, docente di Zoologia all'Università del Salento, autorità in materia di mari e oceani, instancabile divulgatore, autore di molti libri, il primo, “Ecologia della bellezza" appena presentato a Tricase Porto (Lecce), gli altri due sono Ecologia ed evoluzione della religione, e Economia senza natura. La grande truffa.

Gli editori gli chiedono testi tecnici, con i paroloni, ma così i libri finirebbero in una nicchia per pochi eletti, e non sarebbero in linea con la sensibilità e la formazione culturale del figlio di un partigiano.

E se un uomo è anche la sua stretta di mano, quella di Boero è vigorosa e sicura come chi crede in ciò che fa, dice, insegna, chi possiede valori forti, visioni, skyline vaste, militanze, passioni, come quella per la rockstar di riferimento, Frank Zappa, cui vent'anni fa dedicò una nuova medusa trovata nel Pacifico, ricambiato con una canzone: “Lonesome cowboy Nando" (video).

Professore, allora, ci spieghi: che sul fronte ”anti” ci sia un bel po' di turgidità ideologica con accessi di anti-modernità è la narrazione che appare ai più, ma Terra d'Otranto ha davvero bisogno di quel gas per il suo modello di sviluppo futuro? 

RISPOSTA: No, non ne ha bisogno. Ne ha bisogno l’Europa e il paese intero. La Puglia prende moltissimo dall’Europa, pensiamo ai fondi dell’obiettivo 1. Agli aiuti per l’agricoltura. E non voglio adesso parlare di come viene spesso truffata. Lo stesso avviene con molti altri fondi che “arrivano” e spesso sono spesi male o addirittura non sono spesi. Chi dà ha diritto di chiedere. Ovviamente a certe condizioni.

D. Più si dice “No” più si è moderni, ma la modernità è anche rischio, responsabilità, spesso rinunce... 

R. Ho detto moltissimi NO nella mia vita. No all’abusivismo, no alla pesca dei datteri di mare, no allo sbancamento delle dune, no alle trivellazioni, no al carbone, no al nucleare. A volte mi sono trovato solo o quasi, in queste battaglie. Per dire NO bisogna anche saper dire SI ma, lo ripeto, sempre a certe condizioni.

D. Quindi indietro non si può tornare, il sito è quello e si ormai tratta solo di negoziare il cosiddetto “ristoro”, magari sotto forma di royalties? 

R. Questo dovrebbe essere negoziato dai politici locali. Quelli che hanno detto NO al piano delle coste che cercava di frenare la cementificazione delle coste, per esempio. O che hanno permesso gli scempi che sono sotto gli occhi di tutti. Non certo da me. Comunque qualche suggerimento lo sto dando. Per esempio rimuovere la spazzatura marina che si accumula su queste coste. Questa volta senza alcuna responsabilità da parte della politica locale. Qui arriva tutta la spazzatura dell’Adriatico!

D. Ci sarebbe da chiedersi dove stavano e cosa facevano gli ambientalisti fondamentalisti quando le coste erano assalite dall'abusivismo delle seconde case (per cui c'è sempre una sanatoria politica in progress) e la bellezza soggiogata dal profitto, nella logica di un'estetica da rapina, egoista e devastante... 

R. Già, questa costa è stata devastata da un abusivismo edilizio di scarsa qualità, per un mare vissuto un mese all’anno. Le dune costiere sono sbancate per fare parcheggi, ci sono costruzioni che arrivano fino in mare. Roca Vecchia, una città di 4000 anni fa, è in completo abbandono, e anche la grotta vicino a quella della Poesia. Le spiagge sono invase dalla spazzatura marina. E l’unica minaccia ambientale è un tubo di 90 cm di diametro? Mi viene da dire come Totò: mi faccia il piacere!

D. Ieri NO-TRIV, oggi SI-TAP: c'è un denominatore comune? 

R. Veramente NO-TAP fa il verso a NO-TAV. La TAV è un’opera costosissima, pagata con fondi pubblici, che devasta l’ambiente. E’ giusto dire NO. E le trivellazioni sono la stessa cosa. Perforare il fondo del mare per estrarre combustibili fossili è una follia. Sono due NO sacrosanti. La risposta radicale dei NO-TAV… se abitassi lì probabilmente andrei anche io a sabotare i cantieri. Per il NO-TRIV sono andato a tribune referendarie, con Teresa Bellanova, ho partecipato a decine di conferenze (una con l'oncologo Giuseppe Serravezza), ho scritto articoli, ho scritto documenti tecnici. E continuo a dire in ogni occasione (il 12 maggio l’ho detto a una commissione del Parlamento del Mediterraneo, alla Camera di Monte Citorio) che si tratta di azioni che espongono il Mediterraneo a rischi che non vale la pena di correre.

D. Stiamo rimodulando un'idea di futuro, fra neo-Umanesimo industriale e ritorno alla bellezza: meno fossili, più energie dolci, alternative, impatto soft, sostenibile: per Brindisi e Taranto che riconversioni ipotizzare? 

R. La sfida dell’umanità consiste nella conversione ecologica, predicata ANCHE, da Papa Francesco, il primo religioso convertitosi a una scienza: l’ecologia. Dobbiamo rimetterci in armonia con la natura. E dobbiamo quindi reinventarci i nostri sistemi produttivi. Quasi da zero. Dobbiamo imparare a costruire case che non consumano energia tradizionale (basata sulla combustione), dobbiamo produrre il cibo in modo da non distruggere gli ecosistemi naturali, dobbiamo consumare senza produrre spazzatura. Le tecnologie devono essere sviluppate a questi fini. Io credo che ci sia la possibilità di vivere senza distruggere. La parola Umanesimo non mi piace, perché parla di “uomo”. Noi abbiamo dato troppa importanza a noi stessi. Ci siamo addirittura inventati un dio a nostra immagine e somiglianza.
E’ questo complesso di superiorità che ci sta mettendo nei guai. Dobbiamo fare un bel bagno di umiltà, ridimensionare le nostre aspettative. Gli ultimi papi hanno visto giusto. La natura si ribellerà a quello che le stiamo facendo, disse Giovanni Paolo II, e disse anche che non ci può essere pace senza giustizia.
Gli occidentali hanno ridotto il mondo in questo stato, e ora lo devono rimettere a posto. Francesco predica la conversione ecologica. Non credo all’uomo invisibile che vive nell’alto dei cieli e che ci guarda da lassù, ma credo che chi parla a suo nome finalmente ha capito quello che la scienza dice da molto tempo: non possiamo andare avanti così, dobbiamo cambiare. Dobbiamo usare la tecnologia per realizzare il cambiamento. Ma abbiamo bisogno di una nuova visione del mondo. Quella che ci mette DENTRO la natura e non SOPRA la natura.

D. Serravezza in sciopero della fame e della sete: il messaggio subliminale è che Tap porta brutte patologie: non è un'enfasi pericolosa, oltre che una forzatura (come anche Arpa-Puglia ha rammentato)?

R. Serravezza, pur essendo un medico, ha una visione ecologica dei problemi. Cura i sintomi (il cancro), ma dice che la vera cura è rimuovere le cause (l’ambiente che genera il cancro). Anche se pare un ragionamento banale, non è per nulla ovvio ed è una strategia che raramente si persegue. La cura dell’ambiente è poco sentita, da noi. Siamo in perfetta sintonia. Il mio mestiere è l’ambiente, il suo è la salute umana. Quel tubo non causa grandi problemi ambientali, e non ha conseguenze sulla salute umana. Tutti abbiamo un gasdotto che entra a casa nostra (si chiama tubo del gas) e il gas arriva nelle nostre case attraverso i gasdotti.
Ma di che stiamo parlando? Mi spiace: Serravezza sbaglia. Sbaglia soprattutto perché inscena una protesta radicalissima (lo sciopero di fame e sete) per un problema marginale. Non mi pare lo abbia mai fatto prima.
Ma con tutti i problemi che ci sono, per la salute umana a causa del degrado ambientale, proprio TAP doveva scegliere? L’impressione è che sia una minaccia enorme e terribile. Ora la sua posizione è che sia la goccia che fa traboccare il vaso. Quella che colma la misura. Sono d’accordo con Serravezza al 99%, ma su questo proprio non sono d’accordo, anzi, si tratta di una posizione che paradossalmente squalifica le posizioni precedenti. Questo ambientalismo viscerale toglie forza alle proteste sacrosante, e le squalifica.

D. Cos'è il progetto Lter?
R. Significa Long Term, Lungo Termine. I progetti di ricerca sono di solito di tre o quattro anni, poi i ricercatori devono presentarne altri, rispondendo a bandi che assegnano fondi. Si devono rincorrere i vari argomenti coperti dai bandi.
Ma la natura ha la sua “storia” che deve essere seguita e, per farlo, ci vuole il lungo termine. Per la meteorologia lo sappiamo benissimo. Non si chiede ai meteorologi: per tre anni studiate i temporali, poi nei successivi tre anni studiate il vento, e poi, invece, focalizzate sulle ondate di calore.
I meteorologi studiano il tempo atmosferico sul lungo termine, realizzando serie storiche che ci permettono di ricostruire, appunto, la “storia” delle condizioni meteorologiche. Lo stesso si deve fare con tutte le altre manifestazioni della natura: osservazione a lungo termine. All’Avamposto Mare di Tricase Porto vorremmo fare proprio questo. Fare un inventario della biodiversità di questo mare e osservare, nel lungo termine, la sua evoluzione.
Per comprenderne il cambiamento e comprenderne le cause. Per farlo, ci vuole un sostegno a lungo termine della ricerca. Tutto qui. Ora non si sta facendo. 

mercoledì, maggio 10, 2017

ESCLUSIVO. “Xylella, ecco come l’abbiamo sconfitta…”

di FRANCESCO GRECO. TERRA D’OTRANTO - Dire xylella fastidiosa è come dire leggende metropolitane. La neve dell’Epifania 2017 doveva ridimensionare il batterio, invece pare che lo abbia rafforzato. Altra leggenda: le cosiddette “buone pratiche”, la pulizia dei campi dalle erbacce infestanti. Irrilevante: ci sono distese di ulivi senza un solo filo d’erba, ma attaccate dal terribile batterio-killer.

Eppure, in questa tragedia biblica, tipo cavallette o lebbra, pare aprirsi un piccolo spiraglio di speranza per salvare una pianta secolare, trasfigurata nell’icona del Mediterraneo.

In Salento, da Lecce nord a Leuca, su circa 120 Ha, da oltre un anno, è in corso una sperimentazione informale, naturale, che sta dando buoni risultati (lo confermano soddisfatti alcuni olivicoltori di Alessano): risveglia e ripristina la vitalità e la produttività della pianta e ridimensiona l’azione devastante del batterio.

Ne parliamo con Roberto Polo, contadino.

DOMANDA: La vostra è una sperimentazione naturale: come funziona e in che modo agisce?
RISPOSTA: “E’ assolutamente una sperimentazione naturale. Funziona ripristinando la biodiversità microbica del suolo attraverso la somministrazione di specifici consorzi microbici, che vivendo in simbiosi con la pianta, provvedono a potenziare i nutrimenti e le difese attraverso meccanismi di induzione genomica. Per semplificare, come nell’uomo dopo una cura con antibiotici si ripristina la flora batterica con fermenti lattici, così noi provvediamo al ripristino della biodiversità simbiotica dell’albero e integriamo la sostanza organica”.

D. La pianta reagisce?
R. “Il ciclo di recupero consiste in una prima somministrazione di circa 5000 miliardi di spore ad albero, che si svilupperanno completamente in tre anni. Dopo il primo anno bisogna somministrare un decimo di 5000 miliardi di spore ad albero. Questo comporta che trascorsi circa 60 giorni i microorganismi cominciano man mano a riprodursi e collegarsi simbioticamente con le radici della pianta aiutandola a nutrirsi e ad assimilare tutte le sostanze necessarie. Inoltre gli endofiti dei consorzi microbici, andando in circolo nella pianta, provvedono ad attivare ledifese necessarie. L’albero reagisce rinforzando la vigoria vegetativa e talvolta ricacciando su branche secche nuovi germogli. Il processo di recupero non è immediato”.

D. E’ vero che si usa anche con gli ortaggi?
R. “Si può usare in qualsiasi coltura, in quanto il principio è uguale per tutte le piante. La differenza tra le frutticole e le orticole è che sulle seconde l’evidenza è immediata. L’importanza di questo approccio è che oltre ad aumentare le difese delle piante aumenta le proprietà organolettiche producendo cibi funzionali”.

D. Tutti possono fare questo trattamento?
R. “Tutti gli olivicoltori possono farlo per salvare gli ulivi, ma bisogna anche dare un reddito che garantisca una giusta remunerazione per poter assistere meglio le nostre campagne, quindi non più olio lampante ma alta qualità”.

D. Ci sono altre sperimentazioni diciamo così ufficiali in corso e che risultati stanno dando?
R. Come noi esistono circa 13 altre iniziative di sperimentazione approvate dalla Regione Puglia. Non posso conoscere i risultati delle in quanto la Regione non ha ancora provveduto a stanziare i finanziamenti approvati. Per questa ragione l’anno scorso abbiamo avviato una sperimentazione dal basso con circa 70 operatori agricoli e non, per una superficie di circa 120 Ha, che sta proseguendo e a Nociglia il 24 gennaio scorso abbiamo presentato i primi risultati”.

D. In futuro dovremo cambiare modo di coltivare, senza più chimica, come in passato e producendo olio di alta qualità?
R. “E’ abbastanza evidente il risultato della cosiddetta rivoluzione verde ed è necessario cambiare pagina in quanto i produttori agricoli hanno la responsabilità etica e morale di produrre alimenti che non danneggiano l’uomo. Oggi il cosiddetto benessere ha aumentato la disponibilità’ di cibo, ma di pari passo anche danneggiato fortemente la salute delle persone. E’ possibile fare agricoltura naturale e sostenibile”.

domenica, aprile 23, 2017

Tap, "E se la spostassimo nelle zone già industrializzate?"

di FRANCESCO GRECO - Tap si, Tap no, Tap dove. Ulivi da spostare, poi torneranno (come quelli della Maglie-Otranto): l’arte dei pazzi. Intanto arrivano infiltrati e provocatori di professione: che devastano i muretti a secco, mentre il Tar del Lazio sospende i lavori per qualche giorno.

E’ una lotta contro il progresso? Non vogliamo assumerci i rischi che esso comporta? Non manca intanto il risvolto populista di chi gioca al tanto peggio tanto meglio. La rete che porta il gas ha fatto 8000 km passando dalla Turchia, la Grecia e l’Albania. Non hanno avuto paura. Ora si fermerà?

Ne parliamo col regista Massimo Fersini (“Totem Blue”, 2009), che sulla questione sta preparando un docu-film.

DOMANDA: In questi giorni ci sono stati scontri e proteste nella zona di Melendugno relative alla Tap. Lei che idea si è fatto? 
RISPOSTA: “Sono stato fuori per impegni di lavoro e non ero presente sul territorio, ma seguo quello che accade. Dinanzi a questi fatti cerco di pormi sempre con la massima imparzialità per dare una lettura oggettiva delle cose e per non essere tacciato di pregiudizi a priori, ma ahimè anche stavolta ci ritroviamo davanti a una brutta pagina che coinvolge il nostro territorio. Si parla sempre in nome del progresso e dello sviluppo, mi sono letto dei volantini divulgativi che vogliono tranquillizzare i cittadini, convincerli che la Tap non causa alcun danno, che si tratta solo di un canale che passa sottoterra e nessuno vede nulla. Ma non è proprio così. Intanto dove passa il cosiddetto canale, le piante vengono distrutte, il terreno viene scavato in profondità, ed è molto improbabile che si possa ristabilire tutto così com’era, e poi verranno costruite quelle macchine infernali preposte al funzionamento del gasdotto che non sono certo del tutto innocue, al contrario sono un pericolo per l’inquinamento, in una zona come quella di San Foca, tra le più belle d’Europa”.

D. E’ il caso di spostarlo da un’altra parte? 
R. “Qui non si tratta che nel mio orticello non va bene e negli altri si… Ma mi viene da chiedermi se è davvero necessario far passare miliardi di metri cubi di gas tra spiagge meravigliose e oliveti secolari, anziché in zone già industrializzate. Comunque il problema è la visione globale che ancora oggi si ha di progresso. Noi dobbiamo entrare nell’era che io definisco di “Capitalismo Bianco”, cioè un capitalismo moderno fondato sulle fonti energetiche pulite, sulla riduzione degli sprechi, dell’inquinamento, ma non solo, il Capitalismo Bianco deve rivoluzionare interamente il modello di vita attuale sempre più schizofrenico, con conseguenze anche sull’aspetto psichico delle persone. Bisogna scegliere un modello più slow, avere più attenzione verso ciò che ci circonda se vogliamo che il pianeta ci sopporti ancora per qualche decennio”.

D. E’ una questione che non riescono a risolvere a livello mondiale… 
R. “Non lo vogliono risolvere, e con questi chiari di luna… Tuttavia, negli altri paesi si stanno facendo passi avanti, nonostante tutto. Hanno cominciato la coltivazione della canapa industriale, poi il vento, l’acqua, il sole, addirittura si fanno esperimenti sul processo della fotosintesi come ipotesi di energia alternativa e qui ancora parliamo di gas e carbone”.

D. Si riferisce alla centrale di Cerano? 
R. “Esattamente. Il Salento è continuamente sottoposto a feroci violenze di natura ambientale. Dall’Ilva di Taranto, alla centrale a carbone di Cerano, Brindisi, adesso ci ritroviamo la Tap, per non parlare del flagello della xylella che ha distrutto l’intera economia agricola. E non finisce qui, spesso in mare e in terra c’è il ritrovamento di rifiuti tossici sotterrati per arrivare poi alle trivelle del petrolio in mare. Ma ci vogliamo dare una regolata o no? Tutto questo in un fazzoletto di terra come il Salento, una terra fragile che va preservata. Cosa ne vogliamo fare della penisola Salentina?”.

D. Nonostante tutto è sempre una delle méte turistiche più gettonate… 
R. “Al momento rimane la nostra unica fonte di guadagno, ma non credo che tutte queste operazioni distruttive giovino all’industria turistica. Vede, la forza del turismo nel Salento è proprio la valorizzazione del territorio. Le faccio un esempio: ogni struttura, dal più piccolo b&b al grande villaggio, si sposano con le caratteristiche del territorio. Ogni cosa si immerge nella natura salentina, crea una simbiosi con la campagna circostante, col cibo, col mare… Si crea un ambiente unico che permette agli ospiti di immergersi interamente nella nostra cultura che tradizionalmente è molto accogliente, ricca di storia, di tradizioni. Anche le strutture cosi dette di “divertimentifici”, se mi permette il termine, non sono corpi del tutto estranei al contesto. E questo risultato è stato possibile grazie all’intraprendenza delle persone che ci lavorano, al loro ingegno, che con poco hanno saputo creare un habitat importante per lo sviluppo turistico”.

D. Eppure Briatore dice che questo turismo non funziona con i ricchi… 
R. “Questa cosa mi fa un po’ ridere. Io non so Briatore a quali ricchi si riferisse. Probabilmente a una categoria di ricchi che ama il turismo escort, droga e discoteche. Una volta era sesso droga e rock and roll. Che con tutte le contraddizioni del caso almeno era un manifesto di libertà. Ma al di là delle battute, io so invece che molti ricchi amano proprio il nostro modello di turismo. E le posso assicurare che in Salento ci sono strutture di lusso, molto eleganti, che rispecchiano tutte le caratteristiche di cui dicevo prima. Guardi, dobbiamo capire una cosa. Non siamo a Dubai, dove in mezzo al deserto hanno costruito strutture post-moderne, extra lusso, corpi completamente estranei in mezzo a sterminati km di deserto. Qui da noi è completamento l’opposto. Una sinergia tra territorio, cultura, tradizione, cibo, mare e ovviamente le persone”.

D. Possiamo dire che in questo le politiche regionali hanno funzionato? 
R. “Stop! Non diamo ai politici meriti oltre il loro vero valore. I meriti, ripeto, sono tutti della gente che ci lavora”.

domenica, aprile 16, 2017

INTERVISTA. Mauro Tummolo, dal Sud alla conquista delle classifiche con l’album 'Parto da Qui'

BARI - Un nuovo appuntamento attende l’artista lucano Mauro Tummolo che, Sabato 22 Aprile alle 21,00, presenterà il suo nuovo album ‘Parto Da Qui’ presso il Teatro Alta Luce di Milano. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare le emozioni e i prossimi appuntamenti che lo attendono.
Mauro ha incontrato la musica alla tenera età di otto anni, iniziando a suonare la tromba e il flicorno nella Banda Municipale del suo paese.

Durante il periodo militare, diventa trombettista ufficiale del Corpo D’Armata Della Brigata di  Gorizia e suona in importanti manifestazioni, come Picchetto d’Onore, per personalità come il Presidente Francesco Cossiga e il Papa Karol Wojtyla. E’ proprio durante questo periodo che esplode in lui la passione per il canto ed inizia così a prendere lezioni di tecnica e interpretazione vocale. In seguito agli ottimi risultati decide di iscriversi all’Accademia Saint Louis di Roma.

In questi giorni sei in giro con il tuo nuovo tour promozionale. Come la stai vivendo?

Sono delle bellissime sensazioni che non avevo mai provato prima. Ad esempio, giorni fa, ero a Basile ospite di uno spettacolo ed ho avuto un'accoglienza straordinaria da parte del pubblico e del mio nuovo managaement. Tra poco invece, sarà la volta di Milano, dove presenterò il mio nuovo disco e avrò il piacere di ospitare sul palco molti miei amici come il rapper lucano Alfy Kaiba,Alex Normanno,Massimo Tornese e Luca Capizzi.

Cosa ci racconti di queste giornate? 

Che la vita è un dono e che qualsiasi cosa tu voglia fare devi farla perché non ci sono altri giorni come quelli che trascorri.Secondo me le giornate devono essere piene di gioia amore e musica per star sempre bene.


Com'è cambiato il tuo modo di fare musica?

È cambiato grazie ai miei viaggi, alle nuove conoscenze e a molti incontri che sto facendo. Tutto ti forma e ti apre nuovi orizzonti da ammirare e da studiare dove devi essere bravo a prendere tutto. Poi devi essere astuto e bravo a mettere in pratica  le nuove idee che raccogli.

Da cosa nascono le tue canzoni?

Le mie canzoni sono immagini sparse, racconti passati, ricordi, sensazion,  viaggi ed esperienze nuove. Tutto si ferma in te e dopodiché, di getto, butti su di un foglio tutto ciò per dar luce a nuovi progetti.

Quali progetti bollono in pentola?

Sono al lavoro sul mio singolo estivo e non vedo l’ora di farvelo ascoltare. Credetemi, sono nel pallone, perchè l’emozione è tanta.  Sicuramente sarà qualcosa di fresco e allegro.

http://www.maurotummolo.it/

mercoledì, aprile 12, 2017

INTERVISTA. Litfiba: "Un album di inediti con Maroccolo e Aiazzi? L’impossibile non c’è…"

di NICOLA RICCHITELLI – A ben pensarci in realtà sono due i motivi per cui un bel giorno decisi di rincorrere il sogno di diventare un giornalista. Il primo era quello di voler cambiare il mondo attraverso i tasti di una tastiera, l’altro era quello di potergli parlare almeno una volta nella vita. Difficile spiegare in poche righe cosa hanno rappresentato per me – e per tanti come me - questi due signori da almeno vent’anni a questa parte, di quel cuore con le corna – 'Cornucuore', come lo apostrofò lo stesso Piero tempo addietro – disegnato su tutti i banchi di scuola e sui muri di mezza Barletta, un modo, per dirla alla sua maniera, "di appartenenza ad una razza, segno che quello che sei, quello che fai, non potrai smettere di viverlo mai".

Cosa davvero difficile potervi spiegare cosa hanno rappresentato questi due artisti per noi ragazzi nati nella metà degli anni ottanta. Grazie a loro, forse, abbiamo iniziato a capire l’Italia che ci circondava con 'Terremoto', cantando a squarciagola 'Maudit' e 'Dimmi il nome', abbiamo conosciuto Licio Gelli e la P2, non proprio cose che si studiano durante l’ora di storia; abbiamo saputo di certi segreti del Vaticano e della chiesa in Africa, di elezioni e obiezioni, di stragi senza nome e di autoelogi e insabbiamenti.  

Li abbiamo amati, fino a farne una ragione di vita, tanto da prendere quell'''io obbietto e disobbedisco' e a farne un manifesto generazionale, fino a ritrovarci in quel maledetto luglio 1999 a guardarci negli occhi e a chiederci che cazzo ci saremmo ascoltati di lì in avanti.

Tante le cose che sono cambiate in questi vent’anni, anche se a ben pensarci una è rimasta sempre là e porta diritto ad Arcore, ma accontentiamoci di quelle cose che cambiano noi stessi – capelli bianchi compresi – e che cambiano la nostra vita, ritrovandoci dopo vent’anni chi addirittura nonno, chi padre, e chi padre tra qualche mese lo sarà.

Una chiacchierata lunga dodici minuti e cinquantasei secondi, in cui si è parlato anche del concerto di Bari: «Sarà uno spettacolo molto particolare, intanto iniziamo con il dire che musicalmente assisterete a due ore e mezzo di concerto senza alcuna interruzione, una cosa mai successa durante la nostra storia, proprio perché abbiamo tanta energia da condividere con chi verrà al concerto», e dell’ultimo album 'Eutòpia' ed in particolare di due brani contenuti in esso 'In nome di Dio' e 'Maria Coraggio', i quali risultano essere di fatto tra i momenti più significativi di questo quattordicesimo album della ditta Pelù – Renzulli.

L’attenzione si è spostata quindi sulla scaletta del concerto. Lo stesso Piero ha ribadito come sia stata fatta mettendoci dentro tutta la storia dei Litfiba: «…questa è la prima tournée dei Litfiba in assoluto, dove ci sarà qualcosa di ogni album che abbiamo fatto», fino a chiudere questa chiacchierata con una speranza che porta diritto a quell’album che tutti i fan sognano con Gianni Maroccolo e Antonio Aiazzi: «L’impossibile non c’è…».

D: Allora ragazzi – o 'ragazzacci' che dir si voglia – che tour avete preparato e quindi eventuali sorprese che ci saranno durante le varie tappe in giro per l’Italia….

Ghigo: «Di sorprese ce ne saranno tante, chiaramente in quanto tali non le possiamo svelare, ma ne vedrete e ne sentirete delle belle. Cose mai successe fino ad ora…».

Piero: «Sarà uno spettacolo molto particolare, intanto iniziamo con il dire che musicalmente assisterete a due ore e mezzo di concerto senza alcuna interruzione, una cosa mai successa durante la nostra storia, proprio perché abbiamo tanta energia da condividere con chi verrà al concerto, e ci teniamo che questo scambio avvenga nei migliori dei modi. Poi ci saranno delle altre cose che succederanno e che insomma scoprirete in occasione del concerto, ma una cosa è sicura: lo spettacolo che facciamo in questa primavera non verrà poi riproposto durante il tour estivo, quindi chi vuole vedere questo particolare spettacolo dovrà venire a Bari per vederselo».

D: Quindi possiamo benissimo dire che l’età non ha un peso nel rock?

Piero: «Hanno peso le idee nel rock, ha peso l’energia, hanno peso i dischi che raccontano qualche cosa, ed 'Eutòpia', è sicuramente un disco che racconta tante cose…».

D: Inoltriamoci appunto in questa 'Eutòpia' e andiamo a parlare proprio dell’ultimo singolo in rotazione nelle radio da qualche settimana, 'Maria Coraggio', brano dedicato a Lea Garofalo. Da dove nasce l’esigenza di raccontare e far conoscere - per certi versi - la storia di questa donna uccisa dalla mano della  'ndrangheta?

Piero: «Io anni fa avevo letto la storia di Lea Garofalo in un bellissimo libro di un giornalista calabrese che raccontava appunto le varie storie di queste donne coraggio, perché ricordiamolo, oltre a Lea e Denise Garofalo, ci sono tante storie di Maria Coraggio che si sono ribellate ai clan mafiosi famigliari. La storia di Lea Garofalo mi ha particolarmente colpito, mi ha colpito un po’ tutta la dinamica di come è stata ingannata e quindi uccisa da suo marito. In realtà, il nostro pensiero ora va a Denise Garofalo – sua figlia – che è ancora viva, in quanto anche lei ha denunciato il clan di famiglia, ed è costretta a vivere sotto scorta, insomma è costretta a vivere una vita d’inferno. Quello che ci è interessato è sottolineare attraverso questa canzone il coraggio di queste donne che hanno messo a repentaglio la loro stessa vita affinché la verità venisse fuori, affinché mafia e malaffare non continuassero a contaminare la loro vita e di tutte quelle persone che ne subiscono le conseguenze».

D: Altro brano molto forte contenuto in questo album è 'In nome di Dio', un brano dove parlate di terza guerra mondiale, uno dei pochi effettivamente ad ammetterlo…

Ghigo: «'In nome di Dio' è un brano molto attuale, mi fa piacere che lo reputi un pezzo forte dell’album…».

Piero: «'In nome di Dio' è un pezzo etno-metal, una via di mezzo tra l’etnico e il metal, è un pezzo che ci piace molto, è uno stile che abbiamo affrontato forse per la prima volta proprio in questo disco. Si, i temi affrontati in 'In nome di Dio' sono effettivamente molto duri, ma noi facciamo appunto musica rock, non è che pensiamo ad accarezzare eccessivamente i pruriti adolescenziali. Ci piace raccontare quello che è il mondo attorno a noi. Con 'Eutòpia' ci piace vivere anche gli aspetti positivi, nonostante siamo circondati da situazioni non facili, però siamo convinti che con la musica rock, con le energie positive, si riescono a raccontare qualsiasi problema».

D: Quanto coraggio ci è voluto nel trattare questi argomenti, visto quanto difficile sia diventato oggi come oggi parlare di religione e di religioni?

Ghigo: «Si, beh, vorrei innanzitutto sottolineare che questo è un brano dedicato alle vittime del Bataclan, quindi parlare di una cosa che è successa, come questa, è sempre difficile, ma in realtà non è difficile doverne parlare…».

Piero: «Si, il brano è dedicato alle vittime del Bataclan, anche se la scrittura del testo in realtà guarda un po’ ad un livello un po’ più ampio, e quindi al fatto che ci sia il rischio dell’inizio di nuove crociate fra culture, e quindi fra Islam e Occidente. Sarebbe una cosa devastante se dovesse prendere veramente piede. Mi auguro chiaramente che buon senso e l’intelligenza, nonché la cultura e la forza mentale della gente abbia la meglio».

D: Parliamo della scaletta, oltre ai brani del nuovo album 'Eutòpia' – suppongo che verranno eseguiti la maggior parte di essi – sostanzialmente che criteri avete usato per mettere su la scaletta? 

Ghigo: «Non eseguiremo tutti i brani dell’album Eutòpia ma solo una parte, il resto verranno riproposti questa estate. Devo dirti che mettere giù la scaletta non è stato facile, avendo un repertorio davvero importante di 150 brani, quindi diciamo che è stato un bel casino».

Piero: «Però è giusto dire che è stata fatta una bella selezione, come dicevo prima ci saranno due ore e mezzo di concerto – basti pensare che gli americani quando vengono in Italia arrivano giusto a ottanta minuti – questo mi fa sentire in pace con me stesso ma soprattutto con i fans».

D: Negli ultimi anni per l’appunto vi è stato un gran lavoro di recupero – con la trilogia del potere tour prima e con la tetralogia degli elementi poi – della vostra storia musicale, però da questa operazione di recupero sembra esserci rimasto fuori l’album 'Infinito'…

Piero: «Aspetta a dirlo... Aspetta a dirlo…».

D: La domanda era appunto se anche con 'Infinito' avevate intenzione di mettere su un'operazione simile, magari rivisitarlo in qualche modo, magari proponendo una lettura nuova dal punto di vista musicale di questo album che, seppur rappresenta un momento controverso per la vostra storia, vanta brani degni di nota e di un certo livello? 

Ghigo: «Purtroppo 'Infinito' è un album che ci ricorda alcun cose brutte, pur essendo il nostro album di maggior successo…».

Piero: «Lasciamo stare le cose brutte, siamo andati oltre queste cose. Tutto quello che posso dire è che questa è la prima tournée dei Litfiba in assoluto, dove ci sarà qualcosa di ogni album che abbiamo fatto».

D: Piero, avrei voluto aprire l’intervista facendoti gli auguri visto che sei diventato da qualche settimana nonno, ma ho voluto lasciare questo momento nella parte conclusiva dell’intervista. Quindi, Piero, permettimi di farti sinceri auguri per quello che stai vivendo!

Piero: «Grazie. Grazie di cuore. Noi Litfiba siamo sempre in controtendenza, mentre l’Italia ha sempre meno nascite ed ha sempre più gente che scappa, noi come Litfiba, quindi io e Ghigo, con tutta la nostra tribù, la stiamo ripopolando…».

Ghigo: «Beh, fondamentalmente siamo persone ancora ancorate ai veri valori, io sono molto ancorato a valori ben precisi, volendo anche classici: uno di questi è sicuramente la famiglia, che è sicuramente molto importante».

D: Chiudo con questa domanda. Si è fatto riferimento qualche domanda fa alla reunion del 2013 in occasione della 'Trilogia del potere tour'. Vi è una qualche speranza di rivedervi di nuovo insieme, magari nella composizione di un nuovo album di inediti?

Piero: «Nella vita non bisogna mai dire mai… come si dice 'L’impossibile non c’è?'».

Ghigo: «Certo, nella vita tutto può succedere…». 

martedì, aprile 04, 2017

STORIE. Scrittore americano 'prigioniero' in Italia

di FRANCESCO GRECO - “Sono come un cane abbandonato...”.  Esperto di Borsa e di finanza negli USA, giocatore-istruttore di tennis per i figli dei ricchi in Svizzera (permesso di soggiorno “B”), scrittore “per gioco” di fiabe in Italia (“Gino and His Trullo”, SBPRA, USA 2012), una storia vera: il cane è morto a 13 anni (91 per un uomo) e ha pronta il seguito della storia, ma nel cassetto ha anche due romanzi: uno di fantascienza ambientato nel 3000 e una storia di bullismo e di crisi adolescenziali.

Famiglia middle class, immigrati dalla Cecoslovacchia nel 1968 alla vigilia dell'invasione dell'URSS, padre meccanico industriale, madre operaia), il protagonista di questa storia incredibile è nato a Praga nel dicembre 1959 e cresciuto negli USA, ottimi studi, un futuro dorato davanti. Ma la sua vita è finita in un buco nero.

Daniel Z Cis incarna perfettamente l'archetipo dell'americano che abbiamo in Europa, il mito della frontiera, dei pionieri, dell'uomo che ogni giorno si mette in discussione, che lancia il cuore oltre l'ostacolo: non sono stati proprio quelli come lui a far grande l'America, la superpotenza ieri di Obama e oggi di Trump che ora sembra aver dimenticato un suo figlio?
 
Da 13 anni infatti c'è un americano “sommerso” che nessuno, né gli italiani né gli USA, vedono. La sua vita è finita nelle sabbie mobili per un amore finito male, un corto circuito da cui vuole uscire con tutte le sue forze, ma non riesce a sottrarsi.
Stritolato dalla burocrazia, dalle nostre leggi farraginose, dal carattere ingenuo, da un amore sbagliato: un mix micidiale.

Storia di Daniel, l'americano-fantasma, "prigioniero" in Italia: vive da 13 anni nel Salento meridionale, la terra che ama e in cui si è smarrito, ma è come se non esistesse. Alla sua email hanno cambiato password e non può sapere se e chi lo cerca. Non ha permesso di soggiorno. Una storia buona per Hollywood: c'è l'amore, anche l'amore, la Casa Bianca, i Marines, la Guerra Fredda, la Cia...

DOMANDA: A che età la sua famiglia si è trasferita negli USA?
RISPOSTA: "Nel 1968, tre settimane prima che che i sovietici occupassero la Cecoslovacchia, partimmo per New York City".
D. Che studi ha fatto?
R. "La Business of Arts, diploma alla Union College e Rutgers University nel New Jersey".
D. E dopo? 
E. "Ho lavorato alla Tuscan Dairy (produceva latte, gelati crema, panna , ecc.) e poi alla Equitable Assurance (Borsa, Finanza, Assicurazioni, ecc.)".
D. Ma in America cercate sempre nuove performance...
R. "Ho superato due volte gli esami per Air Force Academy, a 18 anni e a 26 per fare il Marines come pilota militare. Solo che mi hanno fermato, c'era la Guerra Fredda e il governo USA temeva che scappassi con i segreti tecnologici per darli all'URSS".
D. Ma l'America le stava stretta, così è emigrato in Svizzera...
R. "Nel 1996 sono andato a Zurigo e da giocatore e allenatore ho insegnato tennis, ho iniziato prima col Grasshopper e un anno dopo a livello professionale. Ho fatto tornei internazionali. Negli anni '70 e '80 in Florida ero ai primi posti nel ranking".
D. I guai cominciano con una donna...
R. "In Svizzera ho incontrato e mi sono innamorato di un'italiana, lei stava divorziando e aveva un figlio. Abbiamo vissuto insieme nella mia casa. Faceva la traduttrice".
D. Dalla Svizzera al Salento...
R. "Arrivammo qui nel 2004 e mi innamorai di Finibus Terrae. Lei mi raggiunse nel 2006. L'ho aspettata un anno e mezzo. Dovevamo sposarci Anche per avere finalmente il permesso di soggiorno e non stare più clandestino. Lei aveva la doppia cittadinanza, italiana e svizzera".
D. Il divorzio arrivò?
R. "Nel 2007 ha divorziato definitivamente, dopo 22 anni di matrimonio. Lei comprò una casa a Alessano e io dei terreni a Castrignano del Capo, zona "Serine", che intestai a lei. Ma ci ha ripensato: la nostra storia è finita nel 2011".
D. Oggi non ha più niente, solo i cani che gli portano il Comune di Alessano e la Asl Lecce 2...
R. "Una vita rovinata. Non ho più niente. Da 13 anni non riesco ad avere il permesso di soggiorno. Mi hanno rubato i documenti. Non posso lavorare, non ho tessera sanitaria, non ho futuro: sono come un fantasma, un cane abbandonato...".
 
Daniel ora piange, i suoi grandi occhi blu si riempiono di lacrime. Non te lo aspetti grande e grosso com'è. Strano per un uomo che si rifà al codice dei Cavalieri, o dei soldati. E' stanco e sfiduciato. E' impigliato in una faccenda giudiziaria. Il suo avvocato, Pietro Luigi Nuccio (Foro di Lecce), che l'ambasciata USA gli ha messo a disposizione lo sta aiutando tantissimo. Intanto vive in un trullo sulle colline fra Alessano e Specchia (la “Serra dei Cianci”), dove nel Medioevo passava la Via dei Pellegrini, accoglie e sfama i cani abbandonati (nella foto).

Non vuole lavorare a nero (etica luterana). Parla correntemente quattro lingue (inglese, tedesco, ceco, italiano), ma non ha più niente se non la forza d'animo di voler cambiare la sua vita. Fortuna che ad Alessano qualche amico lo aiuta.

“Aiuto tutti e tutti mi aiutano, ma rivoglio la mia vita... E la mia vita ora è qui a Finibus Terrae...”.
Daniel l'americano fantasma, "prigioniero" in Italia, ha fretta di ritrovare se stesso e il tempo perduto.
God save Daniel!

martedì, marzo 28, 2017

ESCLUSIVO. Archeologia, la dea Minerva in aiuto di Castro

di FRANCESCO GRECO - CASTRO. La dea di Athenaion dormiva da secoli protetta da una teca di pietra. Intorno i doni dei devoti da tutto il Mediterraneo: oggetti in osso, avorio, ecc. Il suo tempio era nella zona detta “Capanne”. La Castro messapica fu distrutta nel 214 a. C. (guerre puniche) dai Numidi di Annibale: un “sacco” che gelò per sempre i suoi sogni di piccola “capitale” a Sud-Est dell'Europa.
 
I Romani mandarono 200 famiglie per ricomporre il demo e la chiamarono Castrum Minervae. Sui Messapi “romanizzati”, assimilati dall'Impero cadde la damnatio memoriae: si perse anche il nome (almeno sino a ora), a differenza di Ozan (Ugento), Alixia (Alezio), Bastae (Vaste), ecc. Destino toccato anche a Muro Leccese.
 
L'aria del mito a Castro si confonde con quella del mare e dei pollini dei fiori dee peschi e i mandorli in questa dolce primavera gravida di grandi orizzonti in tema sia di altri scavi che di valorizzazione e marketing turistici (e quindi di opportunità di lavoro).
 
Dopo il ritrovamento di una piccola Athena di bronzo, anni fa, il pool di archeologi guidato dal prof. Francesco D'Andria (Università del Salento) ha appena ritrovato il busto della la statua della dea Minerva, che era alta oltre 3 metri.
 
I vari aspetti dell'importantissimo ritrovamento sono stati spiegati in una serata intensissima dal titolo “Le recenti scoperte dell'archeologia a Castro” (Castello Aragonese, piazza Armando Perotti (1885-1924), un barese innamorato della città tanto da averle dedicato un libro che è un classico).
 
Le mani che hanno toccato per prime la dea amata e venerata da tutti i popoli del Mediterraneo sono state anche quelle dell'ing. Angelo Micello, uno studioso appassionato, a suo agio nel mito, che ha diretto i lavori della campagna di scavi e che concede questa intervista esclusiva al Giornale di Puglia.

DOMANDA: Emozionato?
RISPOSTA: In quei momenti guardai costantemente il volto degli archeologi che erano al lavoro. Da un paio di anni sotto le loro mani erano passati tanti reperti, dalla ceramica più umile fino a tanti pezzi lavorati ognuno del quale avrebbe fatto la felicità per anni di un ricercatore. Più si pulivano le pieghe di quell’enorme pezzo di pietra leccese e più ci si rendeva conto che non fosse la cornice regolare di un pezzo di architettura. Quando si mise in luce la parte dell’ascella la speranza di un “colpaccio” diventò realtà, si intuiva chiaramente che fossero ormai i drappeggi di una veste e che le dimensioni anatomiche erano almeno doppie e che l’esagerazione di solito appartiene agli dei. Quando lessi negli occhi degli esperti la gioia e subito dopo il senso della responsabilità di quella scoperta ebbi un senso della misura di quei momenti. Personalmente dirigevo lavori in quella parte del Centro Storico dal 2000 e tutto all’epoca era partito dalla riscoperta di alcuni conci di  mura messapiche. In tanti avevamo scommesso che quella non fosse solo la solita città messapica fortificata benché all’epoca Castro non fosse neppure molto citata come centro abitato prima del III secolo a.C., e già quella delle mura era stata una grande scoperta  
     
D. Tutto il materiale ritrovato andrà fra poco a Roma, in mostra, all'Ara Pacis?
Gli accordi e le intese ci sono tutti. Il museo dell’Ara Pacis è un contenitore visitato da più di 300'000 persone l’anno. Ma oltre alla visibilità e all’opportunità di far conoscere il nostro territorio, l’intento culturale alla base di questa esposizione, e in quel particolare contesto, è quello di rivedere nel giusto peso le espressioni dell’arte italica pre-romana spesso banalizzata o trascurata anche nei libri di scuola.

D. E' avviato un protocollo con la Turchia, che vuole riscrivere il percorso dell'eroe troiano Enea, anche con la riproduzione di una nave: voi parteciperete?
R. E’ un vecchio progetto turco nato alcuni anni fa quando la Turchia spingeva per ricordare in ogni modo i legami culturali e direi “parentali” con l’Italia in vista di appoggi favorevoli all’ingresso nella comunità europea. Oggi lo scenario politico è un po’ cambiato, ma la città di Castro resta sempre comunque gemellata con la città di Antandros, una città della Turchia sul mare egeo dove le fonti letterarie fanno imbarcare i superstiti troiani verso un viaggio ignoto. Delegazioni di Castro si sono recate in passato in Turchia nelle estati scorse e delegazioni di Antandros hanno restituito la cortesia

D. Si pensava che Enea partito da Troia, dopo Butrinto (Albania) e verso Pratica di Mare, si sia fermato anche a Leuca e Badisco. Voi date per certo che sacrificò solo a Castro, ad Athena?
R. Siamo ovviamente sempre sul piano letterario, ma sappiamo bene che Virgilio monta le location del suo poema sempre in posti reali, anzi di più, in posti che lui ha personalmente visitato. Virgilio muore a Brindisi non a caso, ha già visitato la Grecia due volte, conosce e si compiace nel suo poema di conoscere l’arte nautica. Un porto, un tempio di Atena ed un posto abitato da alleati degli Achei, e solo Castro oggi può dimostrare queste circostanze. Ma già i primi commentatori latini di Virgilio nel IV secolo avevano messo una pietra sopra questa faccenda.

D. Castro fu quindi un luogo di culto cui guardavano tutti i popoli mediterranei?
R. Quello che viene fuori dai reperti dimostra una imponenza architettonica e una ricchezza economica e culturale che non può certo riferirsi alla solo demografia interna della Castro messapica. E’ già stupefacente trovare il culto di una divinità mediterranea in strutture templari doriche in ambiente che fino ad oggi era dichiarato di stretta religiosità messapica, Anche per questo l’archeologia ufficiale aveva dato finora poco peso ai ricordi e alle ricostruzioni virgiliane, per gli esperti, come è noto, le manifestazioni templari sono piuttosto da riferire all’area che parte da Taranto e si spinge fino in Sicilia secondo le direttrici della colonizzazione greca. Ma il santuario di Athena a Castro forse è già al suo posto in quei secoli a guidare i naviganti del Canale d’Otranto.

D. Sotto quei 6 metri che ancora scaverete, cosa ci potrà essere?
R. Di tutto, non è la stratificazione naturale di una città che si ricostruisce sempre in ordine verticale, sovrapponendosi. Sono terrapieni in cui è stato deposto di tutto, da riporti di terreno di frequentazione proto-storica dell’età del Bronzo ai resti dell’ultimo santuario di Minerva che pare quasi seppellito con una certa “pietas”dai primi coloni romani portati qui dal Lazio.

D. Nella stratificazione medievale sono apparse fave arrostite e gusci di cozze: erano nel menù dei nostri avi?
R. Se alle conoscenze degli scavi in grotta Romanelli, recentemente ripresi con nuove tecnologie di indagini, aggiungiamo le conoscenze del periodo protostorico acquisite in località Palombara, e queste dell’area templare che vanno fino ai giorni nostri è possibile ricostruire la dieta di un popolo che vive sulla costa dalla preistoria ad oggi. Sono in genere alimenti di raccolta, in genere chiocciole, gusci di mitili, cozze patelle, ecc.. che avendo un guscio calcareo si sono perfettamente conservate, oppure di produzione che per effetto di alcuni incendi si sono carbonizzate come fave o grano. Ma anche lische di pesce ed ami di metallo in periodo del Bronzo, e la prova che anche nel ‘400 dopo Cristo il cervo era ancora nel Salento. E poi enormi scarichi di ossa bovine e di maiale  macellate con continuità in ogni periodo della storia.

D. Prima o poi spunterà da qualche parte anche il nome della Castro messapica?
R. Per ora è tutto sotto inchiesta. Una inchiesta vera e propria con tanto di perizie e indagini. Se la mappa di Soleto, tanto discussa, verrà confermata nella sua autenticità il vecchio nome di Castro è già noto e sarebbe LIK, guarda caso molto assonate col nome di Lictio Idomeneo, leggendario fondatore di Castro e Lecce, e sarebbe questa un’altra conferma del punto di sbarco di Enea in quanto Virgilio fa un chiaro riferimento ai pericoli che potrebbe avere Enea salendo alla città del tempio di Atena abitata da coloni cretesi che l’Ilide dice alleati dei greci contro Troia.
Ma se non fosse questo credo che non lo si scoprirà mai e forse perché il nome della località era molto più banalmente tradotto in ogni lingua del Mediteranneo in qualcosa come il “Santuario di Atena japigio”, come lo chiamavano Athenaion i greci e Castrum Minervae i romani. Un posto di culto e un santuario così noto da non dover precisare altro. 

venerdì, marzo 24, 2017

INTERVISTA. Elisa Calogiuri, da Lecce alla conquista delle classifiche: 'A passo lento' è il suo primo album

di MARCO MASCIOPINTO - Con il disco ‘A passo lento’ la giovanissima cantautrice leccese Elisa Calogiuri debutta nel panorama musicale italiano. Il progetto, composto da sei brani, racchiude il mondo e le emozioni di una ragazza che porta con sè il sogno di fare la cantante e di far conoscere la sua musica.

Classe 1997, Elisa si avvicina alla musica all'età di 8 anni e a 13 anni prende le sue prime lezioni di chitarra acustica, da cui nacquero i primi brani e la partecipazione ai primi concorsi.  Nel 2013 partecipa al Tour Music Fest in Umbria all'interno della tenuta che ospita il CET di Mogol.

Il 27 Giugno 2016 fa il suo debutto discografico con il singolo "Occhi Negli Occhi", brano scritto da Elisa Calogiuri e Damiano Mulino e composto, registrato e masterizzato dallo stesso produttore salentino.

Cosa racchiude questo disco? 
‘’Questo primo album, contiene sei brani e  ogni canzone, ha la sua sfumatura e il suo  significato. Ho voluto buttare giù tutto  quello che avevo dentro e che non ho mai raccontato. Così abbiamo creato insieme al mio produttore questo grande progetto che condivido con tutti voi’’.

Qual è il brano del disco a cui sei più legata? 
‘’Non ho una preferenza, perché credo che quando i testi vengono scritti da se stessi, riesci a dare un'interpretazione e quindi hai un legame differente per ogni brano’’.

Nel corso della tua infanzia quali sono state le tue influenze musicali?
‘’Le mie influenze sono state e lo sono anche ora , Elisa, che reputo una grande artista, polistrumentista, compositrice e mi ha insegnato tanto. In lei mi ci ritrovo molto.  A livello internazionale invece, amo l’energia di Alicia Keys. La sua voce grintosa ma allo stesso tempo angelica mi trasmette tante emozioni. Lei è stata una grande insegnante per me’’.

Ascolti molta musica per poi avere la giusta ispirazione?
‘’Assolutamente sì. Devo dire che in questo periodo, mi sto appassionando a generi musicali diversi e questo mi aiuta nel momento in qui scrivo un pezzo.Bisogna ampliare il proprio bagaglio’’.

La strada del talent (da molti criticata) è ancora un trampolino per i giovani artisti?
‘’Certo! Anch’io, come tanti altri cantanti, ha sostenuto il provino e ci riproverò. Credo che i talent sono un trampolino di lancio per noi giovani emergenti’’.

 Adesso cosa ti aspetti?
‘’Bhe, è una domanda dove potrei fare un elenco infinito, però vado a passo lento, proprio come il titolo del mio primo progetto. Questo è il mio sogno e questo farò, non importa se sarà difficile’’.

Contatti:
https://www.facebook.com/elisacalogiuriofficial/?fref=ts

domenica, marzo 19, 2017

INTERVISTA. Fabrizio Moro: "Non smetterò mai di ringraziare Pippo Baudo per aver creduto in me"

di NICOLA RICCHITELLI - Abbiamo raggiunto telefonicamente Fabrizio Moro in occasione dell’instore avvenuto presso la Feltrinelli di Bari lo scorso 15 marzo.

Si parla soprattutto del suo ultimo lavoro “Pace” – l’ottavo album della sua carriera – contenente il brano sanremese “Portami via”, un album che il cantautore romano descrive così: «Rappresenta un periodo di grandi emozioni e di cambiamenti nella mia vita. Racconto, o meglio cerco di raccontare – dire racconto sarebbe troppo pretenzioso forse – la ricerca di equilibrio e di pace che è stata una costante che è mancata nella mia vita, essendo una persona abbastanza combattiva e quindi competitiva; ecco, non credo che la pace la troverò spesso, quindi è una condizione che va e che viene…».

E non si è mancato di tornare un po’ indietro nel tempo, fino ad arrivare a quel 2007, quando con il brano “Pensa” Moro si faceva conoscere al grande pubblico vincendo, tra l’altro, la sezione nuove proposte del Festival di Sanremo: «…Stiamo parlando di una canzone che ha fatto un po’ il giro delle sette chiese come si dice a Roma. Fu una canzone che proposi a diverse case discografiche, ma nessuno volle investire in quel brano lì. Ad un certo punto andai caparbio – da buon calabrese quale sono – direttamente da Pippo Baudo, che finalmente mi accolse, ascoltò la canzone e poi è successo quello che è successo, però, ecco, è stato lui in primis a crederci».

D: Dunque Fabrizio, partiamo dal tuo ultimo lavoro, “Pace”, contenente il pezzo sanremese “Portami via”. Aldilà di quanto raccontato a Sanremo, cosa dice di sé Fabrizio Moro in questo album e quali sono gli elementi significativi che un ascoltatore dovrebbe cogliere?
R: «E’ un album che ho scritto in due anni e rappresenta un periodo di grandi emozioni e di cambiamenti nella mia vita. Racconto, o meglio cerco di raccontare – dire racconto sarebbe troppo pretenzioso forse – la ricerca di equilibrio e di pace che è stata una costante che è mancata nella mia vita, essendo una persona abbastanza combattiva e quindi competitiva, ecco, non credo che la pace la troverò spesso, quindi è una condizione che va e che viene. Racconto questo stato d’animo con cui ho vissuto questo nuovo momento della mia vita, specie negli ultimi due anni che sono stati abbastanza difficili per me dove sono successe cose belle e meno belle, cose che ho cercato di raccontare appunto in questo album».

D: Tra l’altro nell’album è contenuto, così come si accennava sopra, il brano portato a Sanremo “Portami via”, un brano che, come dichiarato in varie occasioni, rappresenta un grido, una richiesta di aiuto fatta a tua figlia. Da dove è nata questa esigenza?
R: «Chiedere aiuto è stata una cosa sempre molto complicata per me, questo in generale nella mia vita. Poi succede che arrivi ad una certa età – io ho quasi quarantadue anni – che inizi ad accettare anche qualche limite, anche se ci sono dei limiti che non supererò mai nella vita questo già lo so; limiti che appartengono a me stesso, alla mia personalità, contro i quali continuo a combattere ma so già che non supererò mai. Limiti che fanno parte della mia vita e del percorso emotivo di vita. Una volta iniziato a conviverci con questi limiti ho imparato anche a chiedere aiuto, e l'ho fatto alla persona più importante della mia vita che è mia figlia».

D: Fabrizio, raccontare le proprie emozioni in un testo di una canzone e quelle stesse emozioni poi cantarle dinnanzi ad un pubblico. Che differenza c’è tra questi due momenti?
R: «La parte live è la parte più importante – almeno nel mio percorso artistico – perché durante i live hai la possibilità di farti apprezzare – e perché no fatti disprezzare – a 360 gradi, e quindi non sono solo i tre minuti del passaggio radiofonico. I live sono la parte del mio lavoro che più mi danno soddisfazioni e che mi interessano di più. Non sono mai stato un artista che si è pubblicizzato più di tanto in televisione e in radio, specie negli ultimi due, quindi i live sono sempre stati la base che mi hanno supportato in questo percorso da venticinque anni a questa parte».

D: Giusto dieci anni fa vincevi la sezione delle nuove proposte a Sanremo con un brano che prepotentemente è entrato nella storia della musica italiana: “Pensa”. Ma aldilà di questo, penso che bisogna sottolineare il coraggio che ha avuto Pippo Baudo nel portare questo pezzo a Sanremo. Quanto ha pesato l’incontro in tal senso con Pippo sulla tua carriera?
R: «Molto, perché stiamo parlando di una canzone che ha fatto un po’ il giro delle sette chiese, come si dice a Roma. Fu una canzone che proposi a diverse case discografiche, ma nessuno volle investire in quel brano lì. Ad un certo punto andai caparbio – da buon calabrese il quale sono – direttamente da Pippo Baudo, che finalmente mi accolse, ascoltò la canzone e poi è successo quello che è successo, però ecco è stato lui in primis a crederci».

D: Quanto ha pesato la sua sicilianità e, quindi, una certa sensibilità ai problemi della sua terra nella scelta del pezzo?
R: «Questa cosa si è pensata, però credo che lui non si sia basato solo su un certo legame geografico, credo che lui sia rimasto colpito dal brano in sé per sé, e dall’attualità che ancora oggi ripercorre».

D: Fabrizio, parliamo un po’ del tuo ruolo di professore nella scuola di “Amici”. Spesso hai parlato e raccontato di te come una persona introversa e timida. Quanto lavoro hai dovuto fare su te stesso per affrontare questa esperienza?
R:«Si, soprattutto nell’ultimo anno. Erano già un paio di anni che la produzione mi contattava chiedendomi di far parte dello staff assumendo il ruolo di professore, però devo dire che non me la sono mai sentita. Ogni volta che sei in televisione e dici qualcosa questo fa il giro dei social, insomma la televisione è un posto dove devi calcolare ogni parola, ogni passo, e questa cosa qui devo dire che mi ha sempre spaventato. Però ho visto questa occasione come un momento importante per la mia maturazione artistica, e comunque a quarantadue anni ho fatto un po’ pace con certe dinamiche esistenziali e con un certo tipo di mondo e ho quindi ho deciso di mettermi in gioco. All’inizio mi hanno chiesto di fare due lezioni – senza firmare il contratto – quindi mi hanno dato la possibilità di provare. Dopo queste due lezioni mi sono sentito a mio agio, ha avuto quasi un effetto terapeutico questa cosa, perché ho scoperto un Fabrizio che non conoscevo, molto estroverso, però aldilà di tutto è stato molto bello poter mettere a disposizione dei ragazzi tutta la mia esperienza».  

D: Fabrizio, chiudiamo con il tour: quando partirà e quando ti vedremo in Puglia?
R: «Si, il tour partirà da metà giugno fino a metà ottobre, dove suoneremo in venti città italiane, e in Puglia sono previste due date, una a Bari e un’altra Lecce. Prima del tour ci saranno due anteprime, il 20 aprile al Fabrique di Milano e il 26 e 27 maggio al Palalottomatica di Roma».

lunedì, marzo 13, 2017

INTERVISTA. Into the Circus: "Con Prime Luci mostriamo al mondo la nostra vera indentità"

di REDAZIONE - Testi forti e coinvolgenti per gli Into The Circus, band alternative rock delle Marche, che fa il suo esordio nel panorama musicale con il brano ‘Prime Luci’. Il singolo, disponibile in tutte le radio italiane, è accompagnato dal videoclip che sta ottenendo un ottimo riscontro dal web.

La band composta da Di Venere Stefano (voce); Occhioni Stefano (basso); Sancricca Michele (batteria); Alessio Calvigioni (Chitarra ed effetti); punta ad un rock moderno e ricco di influenze elettroniche e punk.

Il singolo fa parte dell’ep omonimo in uscita in questi giorni.

Come nasce 'Prime luci'? 

E’ l'insieme di idee, suoni e stili che piú ci rappresentano. É il titolo giusto se vuoi dimostrare che, dopo tanto lavoro, siamo pronti ad uscir fuori e mostrare al mondo che siamo all'altezza delle aspettative.

Quando avete deciso di fare musica insieme? 

Il progetto "Into the Circus" è iniziato tre anni fa. E’ stato costruito su di un altro genere e soprattutto una diversa formazione, ricercando suoni nuovi e condivisibili. E' stato un lungo percorso, abbiamo raggiunto dei piccoli traguardi ma ci aspetta tanta strada da fare, siamo carichi al punto giusto.


A breve uscirà il vostro Ep. Cosa ci anticipate? 
Sará un disco molto energico dalle tonalitá scure e tonalitá piú accese.Abbiamo lasciato lavorare le nostre emozioni che tra di loro hanno trovato la giusta sintonia creando qualcosa di vivo e sincero. Diciamo che siamo riusciti a stabilizzare uno stile musicale tutto nostro.

Ci sarà un tour? 

Per il tour ci stiamo attrezzando. Vogliamo regalare ai nostri supporters uno spettacolo elettrizzante ed energico per far ballare e pogare dalla prima all'ultima nota.

Un palco dove vi piacerebbe suonare un giorno? 

Non é solo un palco che ci piacerebbe calcare ma di certo posti epici come Wembley,la meravigliosa arena di Verona, Madison Square Garden o partecipare al mega festival Red Rock, senza tralasciare L'Alcatraz di Milano.

domenica, marzo 12, 2017

INTERVISTA. Barletta, quella volta del barlettano Lello detto 'Raf' al 'Gioco delle coppie'

di NICOLA RICCHITELLI - È stato uno dei programmi cult degli anni '80: stiamo parlando del “Gioco delle coppie”, in onda sulle reti Mediaset dal 1985 al 1994. Fu tra l’altro il programma dove hanno fatto le loro prime comparsate concorrenti poi divenuti Simona Ventura, Valerio Staffelli e Maria Grazia Cucinotta.

In un primo momento andava in onda dal lunedì al venerdì alle ore 19.00 su Italia 1, poi successivamente cambiò fascia oraria – ore 14.15 - e fu inserito nel palinsesto televisivo di Rete 4 fino alla definitiva promozione sulla rete ammiraglia Canale 5. Capitò dunque che in un pomeriggio di fine anni '80 la città di Barletta tutta si ritrovò a seguire il tentativo di un figlio di Eraclio di nome Raf di conquistare la concorrente di turno, che però virò su un concorrente del centro Italia.

All’epoca si faceva notare per il capello lungo, tanto di moda in quegli anni, oltre all’intatta passione per le barzellette condita da quel tocco di barlettanità che non rinunciò a portare nel programma di Predolin, lasciando la trasmissione con quel saluto al Gruppo Erotico di Barletta che ancori in molti credono essere un fan club di Rocco Siffredi…

D: Allora, Raffaele “Raf”, cosa ci faceva un barlettano al “Gioco delle Coppie” al cospetto di Marco Predolin? 
R:«Tutto nacque per gioco. Negli anni '80 la tv era il sogno di tutti così come ai giorni d’oggi. C’era questo bellissimo programma presentato da Marco Predolin – “Il Gioco delle Coppie” – che andava in onda all’epoca su Canale 5 quindi feci domanda per parteciparvi. Feci dapprima il provino a Bari, poi dopo sette mesi quando oramai non ci speravo più fui contattato dallo staff del programma; tra l’altro quella fu una delle ultime puntate di Marco Predolin. Insomma, ricordo quell’esperienza come fosse ieri, fu davvero una bella avventura».
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D: Piccola curiosità: nel programma il tuo nome era Raf. Centra qualcosa il noto autore de “Il Battito Animale”?
R:«Si, in un certo qual senso si. Io all’epoca ero un grande fan di Raf, però più che altro la scelta di chiamarmi Raf nel programma centrava con il fatto che su Radio Gamma conducevo un programma che si chiamava “l’Italia che va con Raf”».

D: Tra l’altro hai partecipato ad altri programmi cult degli anni '80…
R:«Si certo. Ho partecipato a due programmi celebri all’epoca, uno era “Ok il prezzo giusto” della mitica Iva Zanicchi – assieme ad un altro amico barlettano Savio Casardi il quale poi partecipò al gioco – all’epoca in onda su rete 4 e al programma “Perdonami” condotto all’epoca dal mitico Davide Mengacci. Fu un’altra bella avventura, ritrovarsi dinanzi ad una delle regine della televisione era fantastico, poi tutte quelle bellissime veline, in quell’edizione tra l’altro vi era la bellissima Ana Laura Ribas, insomma sono esperienze che ti porti dentro per tutta la vita».

D: Se non sbaglio vi è un aneddoto legato proprio a “Ok il prezzo è giusto?
R:«Bhè si, il saluto alla città di Barletta da parte della Iva a cui chiedemmo venisse fatto quando lei si avvicinò a noi durante la pubblicità. Fu molto gentile ed esaudì la nostra richiesta».   

D: Come ti sentivi prima che partisse la diretta?
R:« Più che la diretta, bisogna dire che la trasmissione era registrata. Le registrazioni avvenivano nell’arco della settimana. Quindi quando si veniva chiamati bisognava soggiornare a Cologno Monzese per l’intera settimana poiché un giorno era l’uomo che sceglieva, il giorno dopo era la donna. Quindi bisognava attendere che la produzione ti inserisse in una delle registrazioni delle puntate. Indubbiamente però vi era grande emozione soprattutto ritrovarsi in questa città dello spettacolo che era Cologno Monzese, al cospetto di tutti quei artisti in quei grandi studi televisivi. Tra l’altro proprio accanto allo studio dove si registrava il “Gioco delle coppie”, vi era lo studio del “Gioco del nove”, e spesso ti imbattevi dinanzi ad un certo Raimondo Vianello, Sandra Mondaini, insomma era tutto un altro mondo». R:«All’epoca io conducevo un programma musicale su Radio Gamma “l’Italia che va con Raf”, quindi la mia radio all’epoca ne parlò in radio, e quella puntata fu vista da quasi l’intera città di Barletta. Subito dopo la messa in onda, non appena misi piede tra le vie della città fu una festa, per un momento mi sono sentito anch’io una star della televisione».

D: Perché partecipavi a questi programmi televisivi?
R:« Bhè ti dirò. Io sono un po’ narcisista, in quegli anni essere presente in quei programmi e quindi andare in televisione era un evento eccezionale che ti dava importanza e in un qualche modo lustro».

D: Come erano visti questi ragazzi del sud negli studi di Cologno Monzese?
R:«Erano visti con simpatia e non vi era nessun razzismo nei nostri confronti. Tra barzellette e simpatia ad esempio io ed un altro ragazzo di Napoli entrammo subito nei cuori dei ragazzi della produzione».

D: E questi ragazzi che vedevano il bel mondo in questi studi televisivi, con che occhi vedevano la loro Barletta una volta finito il sogno?
R:« chiaramente la Barletta dei fine anni '80, non era la stessa Barletta di oggi. Qui a Milano spesso capitava di perdersi nella bellezza della movida e delle discoteche milanesi, cose che a Barletta all’epoca non c’erano. Era tutto un altro mondo così come forse lo è oggi, però all’epoca la differenza era maggiore. Però fortunatamente a Barletta qualcosa si è mosso, e ti dirò nonostante tutto non mi è mai balenata per la testa l’idea di lasciare la mia città per la bella metropoli, perché diciamocelo, il mare e il sole di Barletta non li troverai mai da nessuna parte».

D: Avevi compagni di avventura?
R:« Bhè, uno era Dima! Un mio amico oggi trasferitosi a Milano che spesso mi accompagnava in queste mie avventure».

D: Quanti sacrifici comportava sia a livello economico e in termini di tempo per essere presenti nei vari studi televisivi?
R:«Molti. Loro registravano fortunatamente nei week end, massimo il lunedì, però era dura organizzarsi con il lavoro. Sacrifici economici quelli anche ne ho fatti, anche se fortunatamente il viaggio – all’epoca andare a Milano costava all’incirca 120 mila lire - il pernottamento e il vitto era pagato dalla produzione, ad ogni modo tra le vie di Milano ti scappava di pagarti qualche sfizio».

D: Di cosa ti occupavi all’epoca? R:«All’epoca io ero un venditore ambulante, vendevo t-shirt ai mercati rionali».

D: Qual era il grande sogno di quel Raffaele “Raf” che all’epoca partecipava al “Gioco delle coppie”?
R:«Bhè, avendo vent’anni, un bel fisico, il capello lungo, non ti nego che il mondo dello spettacolo lo sognavo. Ero un tipo molto allegro e divertente, certo non oso dire che ero un novello Checco Zalone, però qualcosa nel mondo della televisione mi sarebbe piaciuto farlo, che so anche a livello di teatro. Ad oggi mi resta qualche commedia barlettana in cui ho recitato, però si, il sogno era un po’ quello…».

D: E oggi? Qual è il tuo più grande sogno?
R:«Diciamo che oggi oramai sono grande, anche se ho partecipato da poco ad un provino del Grande Fratello a Bari. Vivo tutto per gioco, sono un folle, mi piace sempre ridere ed essere allegro scherzando magari sui problemi che oggi giorno sono tanti e troppi».

D: Tra l’altro al “Gioco delle coppie” non hai rinunciato a portare un pizzico di barlettanità, con quel saluto al Gruppo Erotico che, a quanto pare, Predolin ha scambiato per qualcos’altro…
R:«Ma no. Ti spiego quest’altro aneddoto. Dopo la fine del gioco non ti nego che ero abbastanza deluso dal fatto che la tipo non mi avesse scelto. Durante la pubblicità con Predolin si parlava del più e del meno e quindi si parlava di Barletta. Quindi gli confidai che ero uno dei capì ultrà del Barletta, appunto il Gruppo Erotico. Chiaramente lui in un primo momento fraintese, però io poi spiegai in realtà di cosa si trattava. Lui nella puntata fingeva di non capire per copione, però, ecco, sapeva che il Gruppo Erotico era il gruppo dei tifosi biancorossi. Insomma, fu una cosa simpatica».

INTERVISTA. "Non mi sento un politico ma un cittadino qualunque…", la nostra chiacchierata con Giovanni Ceto (Fi)

di NICOLA RICCHITELLI - Da qualche mese a questa parte sta raccontando e denunciando la Barletta che va aldilà di argomenti quali Bar.Sa., terreni edificabili e assessorati da contendersi; di quella Barletta ferma a qualche decennio fa in cerca di una nuova vocazione dopo il tramonto dell’industria tessile e calzaturiera: «…Siamo ancora alla ricerca di una nuova vocazione di questa città, per demerito di chi l’ha amministrata, occupandosi di parlare soltanto di Barsa, di terreni edificabili e di assessorati da contendersi, e senza minimamente preoccuparsi di individuare un progetto attorno al quale creare prospettive di sviluppo. Ma forse parlare di progetti di sviluppo per un certo tipo di classe politica, come quella che ci sta amministrando, è qualcosa che va al di là delle sue umane possibilità».

Una voce nuova e di belle speranze quella che si sta facendo largo dal giorno della sua nomina – risale allo scorso maggio la nomina a commissario cittadino della sezione barlettana di Forza Italia da parte dell’on. Luigi Vitali - nello scenario politico barlettano. Nel mezzo un lavoro fatto di iniziative importanti per il territorio quali l’istituzione di un tavolo di concertazione tra mondo del lavoro e mondo della scuola per l’istituzione dell’indirizzo triennale di 'Operatore delle calzature' e diploma quinquennale di 'Tecnico delle calzature', e la proposta in merito all’attivazione di un servizio bus per i lavoratori impegnati quotidianamente nelle zone industriali della Città della Disfida.

Questo, in breve, quanto fatto dal Commissario cittadino di Forza Italia Giovanni Ceto da circa dieci mesi a questa parte. Nato a Barletta 46 anni fa, sposato e con due figlie, laureato in Economia e Management, ha frequentato un Master in Diritto del Lavoro presso la Infor di Milano, iscritto all’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili; da oltre 20 anni Responsabile Ufficio Risorse Umane della CofraSrl di Barletta. Candidato alle amministrative del Comune di Barletta nel 2013 nelle liste del Pdl.

D: Dottor Ceto, lo scorso maggio l’on Luigi Vitali formalizzava la sua nomina a commissario cittadino della sezione barlettana di Forza Italia. Con quale spirito ha accettato questo delicato ruolo?
R:« Lo spirito di chi ha tanta voglia di mettersi in gioco e raccogliere la sfida in una città in cui il centro destra è da sempre ai margini e in cui anche i cattolici votano a sinistra».

D: Che significa per lei fare politica e perché si sceglie di fare politica? 
R:« Io non mi sento un politico ma un cittadino qualunque che come tanti è stanco di come vanno le cose, ed è profondamente dispiaciuto di come Barletta sta regredendo sempre più economicamente e socialmente; pessimo tenore di vita e scarse prospettive per i giovani. Per questo vuole impegnarsi, mettendo a disposizione proprie capacità e competenze convinto che si possa dare una svolta a questa città, che ha potenzialità enormi, sotto il profilo del patrimonio artistico, storico e culturale posseduto, e della capacità di fare impresa essendo stata da sempre un polo industriale tra i più importanti di tutta la Puglia, e con un fiorente settore agricoltura».

D: La figura di un commissario al comando di un partito da l’idea di un qualcosa che fino a quel momento non ha funzionato o semplicemente ha smesso di funzionare: è quanto successo in Forza Italia qui a Barletta? 
R:«Tutto il centro destra negli ultimi anni ha subito profondi cambiamenti. Forza Italia ricostituita con lo scioglimento del PDL, ha continuato a perdere altri pezzi. Tutto questo aveva contribuito a creare un clima di pessimismo e di incertezza. Un momento storico in cui a Barletta, in particolar modo, bisognava ripartire con persone nuove che avessero quell’entusiasmo che era venuto a mancare».

D: Qual è la situazione partitica che ha raccolto al momento della sua nomina?
R:«Considerando la situazione contingente, innanzi spiegata, Forza Italia a Barletta era diventato un insieme di individualità, ognuna delle quali era un partito a se stante».

D: Quali sono stati, e quali saranno, i punti di continuità e quindi di rottura su cui poggerà la sua azione politica rispetto alle passate gestioni? 
R:«Credo che ogni gestione sia figlia di un contesto politico nazionale adatta a quel momento storico. Oggi ritengo sia il momento di puntare sulla squadra piuttosto che sulla spasmodica ricerca del nome che possa calamitare da solo qualche migliaio di voti. Ho cercato quindi di dare una struttura al partito; una segreteria con un direttivo e una sezione giovani con il coordinatore Antonio Dicuonzo, che sta diventando il fiore all’occhiello di questo partito».

D: Sin da subito e quindi sin dai giorni successivi alla sua nomina, la sua voce si è fatta prepotentemente largo nei disastri di questa amministrazione targata Cascella, nonché nei tanti tormenti di questi città. Cosa resta da salvare di questa Barletta e da cosa dovrebbe ripartire… 
R:« La città è ormai ferma da qualche decennio, dopo il tramonto della Barletta città industriale, siamo ancora alla ricerca di una nuova vocazione di questa città, per demerito di chi l’ha amministrata, occupandosi di parlare soltanto di Barsa, di terreni edificabili e di assessorati da contendersi, e senza minimamente preoccuparsi di individuare un progetto attorno al quale creare prospettive di sviluppo. Ma forse parlare di progetti di sviluppo per un certo tipo di classe politica, come quella che ci sta amministrando, è qualcosa che va al di là delle sue umane possibilità».

D: Dottor Ceto, una sua opinione sull’opposizione e sul modo di fare ed essere opposizione del centrodestra qui a Barletta… 
R:«Fare opposizione in questa città a volte diventa frustrante, considerando che tutto quello che fai si spegne di fronte alla logica di voto di moda a Barletta».

D: Quanto ha pesato l’addio di Giovanni Alfarano nel quadro politico del centrodestra barlettano?
R:«In termini di voti, sicuramente tanto; in prospettiva però questo ci ha dato la spinta, l’impulso e la scossa necessaria per ricostruire qualcosa di importante».

D: Un centrodestra al comando dell’amministrazione comunale di Barletta, un sogno, un'utopia. Che distanza c’è tra tutto questo alla realtà e quanto lavoro c’è da fare? 
R:«I barlettani sono soliti lamentarsi e piangersi addosso, poi votano sempre le stesse persone. Noi rappresentiamo il cambiamento; giovani, motivati e provenienti da una scuola politica di cui oggi si è capito che non si può prescindere. Siamo qua, pronti a rimboccarci le maniche».

D: Dottor Ceto, tra qualche mese immagino inizieranno le grandi manovre per le amministrative del 2018. In che modo state lavorando per presentare una coalizione in grado di mettere in difficoltà il centrosinistra? 
R:«Da diverso tempo stiamo lavorando ad una coalizione, un cartello per Barletta 2018. Cambiare si può, ripartendo dal chi è rimasto e non ha voluto salire sul carro dei vincitori».

venerdì, marzo 10, 2017

INTERVISTA. La svolta di Jake Sarno: "Sono cresciuto e ho voglia di raccontare la mia vita in musica"

di MARCO MASCIOPINTO - Tolte le vesti di attore, il talentuoso Jacopo Sarno si tuffa nella musica come Jake Sarno e pubblica il suo nuovo singolo “Feathers And Wax”, estratto  dall’album “Chapter 1” in uscita il 17 marzo. Il brano, scritto e composto da Jake Sarno assieme a Fausto Cogliati (produttore di Fedez, J-Ax, Raphael Gualazzi, Francesca Michielin), è una rivisitazione del mito di Icaro.

Dopo aver costruito le proprie ali “con piume e cera”, questo personaggio affronta il dubbio sul proprio viaggio e la paura di impazzire. Spicca il volo e, come narra la leggenda, perde le ali, che si sciolgono sotto i raggi del sole e lo lasciano sospeso senza alcuna protezione.  La differenza rispetto al mito sta nel finale: Icaro, invece di precipitare continua il suo volo e incontra “migliaia di persone” che assieme a lui stanno compiendo lo stesso viaggio, ad alta quota, “attraverso la luce del giorno”.

Jake Sarno è autore e compositore del brano uscito da poco assieme a Fausto Cogliati (produttore di Fedez, J-Ax, Raphael Gualazzi, Francesca Michielin) che ha prodotto e arrangiato l’intero album.  Il video, scritto e diretto da Pablo Papeltengo, è prodotto da Cloverthree Film (la stessa produzione del progetto “Palle di Natale”, oltre 6 milioni di views su YouTube).

Da Jacopo a Jake. Perchè questo cambio?
Ufficialmente dovrei dire “perché l’album è in inglese e sarà disponibile sui digital stores di tutto il mondo”… ma la verità è che Jacopo, fuori dall’Italia, non sa pronunciarlo nessuno. Così ho scelto la versione più semplice del mio nome abbreviato, l’unica che non ricorda un famoso pirata del cinema.

Come nasce 'Feathers and Wax'?
La canzone racconta il volo di Icaro, che ha costruito le sue ali “con piume e cera”. Quando Icaro si avvicina troppo al sole, come narra il mito, perde le ali… il finale della canzone però ha una sorpresa: Icaro non cade. Al contrario, scopre di poter volare senza artefatti e si ritrova in uno stormo di mille persone che, come lui, volano attraverso la luce del giorno.

In cosa ti senti cambiato?
A vent’anni vivevo il sogno di fare il cantante, oggi scrivo musica e parole per raccontare storie. Credo che il vero successo di un autore, un musicista o un pittore, si realizzi quando qualcuno si emoziona per l’opera e ci si riconosce, a prescindere da chi l’ha ideata.

Ti rivedremo recitare?
Non escludo la possibilità di tornare a recitare, il mestiere dell’attore è straordinario ed è sempre una grande occasione di crescita. Non sarò io però ad aspettare il ruolo giusto, semmai spero di essere lì quando sarò l’attore giusto per un determinato ruolo (se saprò guadagnarmelo!).

Cosa hai voluto includere in questo nuovo album?
Il mio disco di esordio, 1989, era un album di canzoni pop scritte da autori eccellenti, egregiamente prodotte. Chapter 1, questo nuovo album, è un viaggio: 7 canzoni che raccontano momenti e luoghi di un percorso di crescita. L’album è interamente cantato in inglese e vuole unire la sensibilità italiana a una scrittura che si ispira alla musica tradizionale americana.

Ci sarà un tour?
Sì, è in fase di organizzazione una serie di date live. Sarò accompagnato da tre polistrumentisti in un set up che unisce l’elettronica a strumentazione acustica ed elettrica. La ricerca del suono della band, durante le prove in studio, mi sta dando grandi soddisfazioni e non vedo l’ora di portare 'Chapter 1' sul palco, dal vivo.

mercoledì, marzo 08, 2017

8 MARZO. Scienziata e letterata, eccellenza di Puglia: Protopapa story

di FRANCESCO GRECO. GALLIPOLI (LE) - Da Archita da Taranto al Galateo (è il 500mo della morte), passando per messer Tafuri, sino a De Giuseppe, il genio di Terra d'Otranto (e del Mediterraneo) è da sempre polisemico. E' il suo dna, la sua koinè, la password. E vale sia per le arti e le scienze che per le classi povere: i nostri padri e nonni non facevano forse mille lavori?
 
Scienziata e letterata, Maria Teresa Protopapa (foto), salentina di Gallipoli, è l'ultimo esempio di genio multiforme di cui veniamo a conoscenza: è, infatti, scienziata e letterata, una di quelle presenze di cui Terra d'Otranto (che un tempo si spingeva sino a Matera), che vorrebbe uscire dalla società liquida e alienata, pregna di cinismo e volgarità e sintonizzarsi su una dimensione neo-umanistica, potrebbe contare.
 
Laureata in Medicina, specializzata in Chirurgia (lavora all'Asl di Lecce, frequenta il corso specialistico di secondo livello di Biomedicina Molecolare), pubblica libri scientifici (“Alleanza terapeutica contro i mali del tempo”, “Trattato sulle malattie rare”) e al contempo coltiva la passione per la scrittura, poesia (“Mi vestirò di vento”) e narrativa (“Il Duca di Biancamano”). Ma sono solo alcuni dei titoli della sua bibliografia.

DOMANDA: Come nasce la passione per la Medicina?
RISPOSTA: “E' una passione tanto vecchia, o grande, quanto lo sono io. E' nata con me come forma e cellula del mio cuore, ossia il cuore stesso. Senza cuore non si vive, e io senza la mia arte medica, e la responsabilità che la professione comporta cesserei di essere io”.

D. E per la scrittura?
R. “L'arte di dar voce all'anima attraverso i versi e la prosa sono un dono che da anni cerco di non ostentare, ma anche di non nascondere. Farei un torto a Dio e a me stessa”.

D. Di cosa parlano i suoi saggi scientifici?
R. “Spaziano in tutte le discipline medico-scientifiche: dal ramo deontologico e psicologico a quello della ricerca in ambito genetico e chirurgico, perché non si può non mettersi in gioco se si è medici, e in particolare con  studi approfonditi nella fattispecie in ambito biomolecolare, come quelli che ho condotto sino allo scorso anno presso i Dream al Vito Fazzi di Lecce”.

D. Cosa vuole dare agli altri e al mondo?
R. “E' semplice: di riuscire, ascoltando le ragioni del contingente che la vita impone, e quelle semplici dell'anima, troppo spesso azzittite dal rumore dello scorrere del tempo. L'anima non segue regole temporali, ma magistrali e delicatamente velate, alla quale tutti siamo tutti chiamati liberamente ad attingere“.  

martedì, marzo 07, 2017

INTERVISTA. Mike P: "Con ‘Nuovi Colori’ faccio il mio esordio e dico addio al passato"

di REDAZIONE - Fa il suo debutto nel mondo della discografia il rapper barese Mike P con il brano ‘Nuovi Colori’, un inno alla vita e alla voglia di combattere, dopo un periodo buio e delicato, che ha vissuto all’interno delle mura domestiche.

In ‘Nuovi Colori il giovane rapper, nato e cresciuto a Bari, racconta del giorno in cui i carabinieri hanno fatto irruzione in casa sua e dell’arresto di suo padre.

Grazie alla passione per la musica e al coraggio di cambiare, pubblica il suo primo singolo e collabora con il producer salentino Walter Suray e il rapper Marmo, entrambi noti nell’ambiente musicale nazionale.

Come nasce 'Nuovi colori'?
‘’Questo brano per me è un grande traguardo, un nuovo percorso e un nuovo stile. Spero di arrivare a più persone possibili, raccontando quello che sono e cosa ho passato. La mia vera storia è questa, spero che l’apprezziate ‘’.

A quali persone vorresti arrivare con questo brano?
‘’Il mio scopo è quello di arrivare a tutti quei ragazzi che pensano di non potercela fare e di essere ormai indirizzati su quella strada che non porta da nessuna parte. Dico a loro di inseguire i propri sogni’’.

Cosa ricordi di quei momenti?
‘’Ricordo ogni singolo momento, ogni piccolo particolare che ha segnato la mia vita e che mi ha formato’’.

In quei giorni ti rifugiavi nella musica?
‘’La musica era l’unica via di fuga, mi immedesimavo in una vita diversa, ma tutto svaniva non appena levate quelle dannate cuffiette’’.

Cosa pensi dei talent show?
‘’Possono essere un ottimo trampolino di lancio ma i veri talenti emergono anche senza queste trovate televisive’’.

Adesso chi è Mike P?
‘’Mike P è un ragazzo pieno di sogni con mille aspettative, uno che non molla e che sicuramente riuscirà a farsi notare dalla scena italiana’’.