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martedì, marzo 28, 2017

ESCLUSIVO. Archeologia, la dea Minerva in aiuto di Castro

di FRANCESCO GRECO - CASTRO. La dea di Athenaion dormiva da secoli protetta da una teca di pietra. Intorno i doni dei devoti da tutto il Mediterraneo: oggetti in osso, avorio, ecc. Il suo tempio era nella zona detta “Capanne”. La Castro messapica fu distrutta nel 214 a. C. (guerre puniche) dai Numidi di Annibale: un “sacco” che gelò per sempre i suoi sogni di piccola “capitale” a Sud-Est dell'Europa.
 
I Romani mandarono 200 famiglie per ricomporre il demo e la chiamarono Castrum Minervae. Sui Messapi “romanizzati”, assimilati dall'Impero cadde la damnatio memoriae: si perse anche il nome (almeno sino a ora), a differenza di Ozan (Ugento), Alixia (Alezio), Bastae (Vasto), ecc. Destino toccato anche a Muro Leccese.
 
L'aria del mito a Castro si confonde con quella del mare e dei pollini dei fiori dee peschi e i mandorli in questa dolce primavera gravida di grandi orizzonti in tema sia di altri scavi che di valorizzazione e marketing turistici (e quindi di opportunità di lavoro).
 
Dopo il ritrovamento di una piccola Athena di bronzo, anni fa, il pool di archeologi guidato dal prof. Francesco D'Andria (Università del Salento) ha appena ritrovato il busto della la statua della dea Minerva, che era alta oltre 3 metri.
 
I vari aspetti dell'importantissimo ritrovamento sono stati spiegati in una serata intensissima dal titolo “Le recenti scoperte dell'archeologia a Castro” (Castello Aragonese, piazza Armando Perotti (1885-1924), un barese innamorato della città tanto da averle dedicato un libro che è un classico).
 
Le mani che hanno toccato per prime la dea amata e venerata da tutti i popoli del Mediterraneo sono state anche quelle dell'ing. Angelo Micello, uno studioso appassionato, a suo agio nel mito, che ha diretto i lavori della campagna di scavi e che concede questa intervista esclusiva al Giornale di Puglia.

DOMANDA: Emozionato?
RISPOSTA: In quei momenti guardai costantemente il volto degli archeologi che erano al lavoro. Da un paio di anni sotto le loro mani erano passati tanti reperti, dalla ceramica più umile fino a tanti pezzi lavorati ognuno del quale avrebbe fatto la felicità per anni di un ricercatore. Più si pulivano le pieghe di quell’enorme pezzo di pietra leccese e più ci si rendeva conto che non fosse la cornice regolare di un pezzo di architettura. Quando si mise in luce la parte dell’ascella la speranza di un “colpaccio” diventò realtà, si intuiva chiaramente che fossero ormai i drappeggi di una veste e che le dimensioni anatomiche erano almeno doppie e che l’esagerazione di solito appartiene agli dei. Quando lessi negli occhi degli esperti la gioia e subito dopo il senso della responsabilità di quella scoperta ebbi un senso della misura di quei momenti. Personalmente dirigevo lavori in quella parte del Centro Storico dal 2000 e tutto all’epoca era partito dalla riscoperta di alcuni conci di  mura messapiche. In tanti avevamo scommesso che quella non fosse solo la solita città messapica fortificata benché all’epoca Castro non fosse neppure molto citata come centro abitato prima del III secolo a.C., e già quella delle mura era stata una grande scoperta  
     
D. Tutto il materiale ritrovato andrà fra poco a Roma, in mostra, all'Ara Pacis?
Gli accordi e le intese ci sono tutti. Il museo dell’Ara Pacis è un contenitore visitato da più di 300'000 persone l’anno. Ma oltre alla visibilità e all’opportunità di far conoscere il nostro territorio, l’intento culturale alla base di questa esposizione, e in quel particolare contesto, è quello di rivedere nel giusto peso le espressioni dell’arte italica pre-romana spesso banalizzata o trascurata anche nei libri di scuola.

D. E' avviato un protocollo con la Turchia, che vuole riscrivere il percorso dell'eroe troiano Enea, anche con la riproduzione di una nave: voi parteciperete?
R. E’ un vecchio progetto turco nato alcuni anni fa quando la Turchia spingeva per ricordare in ogni modo i legami culturali e direi “parentali” con l’Italia in vista di appoggi favorevoli all’ingresso nella comunità europea. Oggi lo scenario politico è un po’ cambiato, ma la città di Castro resta sempre comunque gemellata con la città di Antandros, una città della Turchia sul mare egeo dove le fonti letterarie fanno imbarcare i superstiti troiani verso un viaggio ignoto. Delegazioni di Castro si sono recate in passato in Turchia nelle estati scorse e delegazioni di Antandros hanno restituito la cortesia

D. Si pensava che Enea partito da Troia, dopo Butrinto (Albania) e verso Pratica di Mare, si sia fermato anche a Leuca e Badisco. Voi date per certo che sacrificò solo a Castro, ad Athena?
R. Siamo ovviamente sempre sul piano letterario, ma sappiamo bene che Virgilio monta le location del suo poema sempre in posti reali, anzi di più, in posti che lui ha personalmente visitato. Virgilio muore a Brindisi non a caso, ha già visitato la Grecia due volte, conosce e si compiace nel suo poema di conoscere l’arte nautica. Un porto, un tempio di Atena ed un posto abitato da alleati degli Achei, e solo Castro oggi può dimostrare queste circostanze. Ma già i primi commentatori latini di Virgilio nel IV secolo avevano messo una pietra sopra questa faccenda.

D. Castro fu quindi un luogo di culto cui guardavano tutti i popoli mediterranei?
R. Quello che viene fuori dai reperti dimostra una imponenza architettonica e una ricchezza economica e culturale che non può certo riferirsi alla solo demografia interna della Castro messapica. E’ già stupefacente trovare il culto di una divinità mediterranea in strutture templari doriche in ambiente che fino ad oggi era dichiarato di stretta religiosità messapica, Anche per questo l’archeologia ufficiale aveva dato finora poco peso ai ricordi e alle ricostruzioni virgiliane, per gli esperti, come è noto, le manifestazioni templari sono piuttosto da riferire all’area che parte da Taranto e si spinge fino in Sicilia secondo le direttrici della colonizzazione greca. Ma il santuario di Athena a Castro forse è già al suo posto in quei secoli a guidare i naviganti del Canale d’Otranto.

D. Sotto quei 6 metri che ancora scaverete, cosa ci potrà essere?
R. Di tutto, non è la stratificazione naturale di una città che si ricostruisce sempre in ordine verticale, sovrapponendosi. Sono terrapieni in cui è stato deposto di tutto, da riporti di terreno di frequentazione proto-storica dell’età del Bronzo ai resti dell’ultimo santuario di Minerva che pare quasi seppellito con una certa “pietas”dai primi coloni romani portati qui dal Lazio.

D. Nella stratificazione medievale sono apparse fave arrostite e gusci di cozze: erano nel menù dei nostri avi?
R. Se alle conoscenze degli scavi in grotta Romanelli, recentemente ripresi con nuove tecnologie di indagini, aggiungiamo le conoscenze del periodo protostorico acquisite in località Palombara, e queste dell’area templare che vanno fino ai giorni nostri è possibile ricostruire la dieta di un popolo che vive sulla costa dalla preistoria ad oggi. Sono in genere alimenti di raccolta, in genere chiocciole, gusci di mitili, cozze patelle, ecc.. che avendo un guscio calcareo si sono perfettamente conservate, oppure di produzione che per effetto di alcuni incendi si sono carbonizzate come fave o grano. Ma anche lische di pesce ed ami di metallo in periodo del Bronzo, e la prova che anche nel ‘400 dopo Cristo il cervo era ancora nel Salento. E poi enormi scarichi di ossa bovine e di maiale  macellate con continuità in ogni periodo della storia.

D. Prima o poi spunterà da qualche parte anche il nome della Castro messapica?
R. Per ora è tutto sotto inchiesta. Una inchiesta vera e propria con tanto di perizie e indagini. Se la mappa di Soleto, tanto discussa, verrà confermata nella sua autenticità il vecchio nome di Castro è già noto e sarebbe LIK, guarda caso molto assonate col nome di Lictio Idomeneo, leggendario fondatore di Castro e Lecce, e sarebbe questa un’altra conferma del punto di sbarco di Enea in quanto Virgilio fa un chiaro riferimento ai pericoli che potrebbe avere Enea salendo alla città del tempio di Atena abitata da coloni cretesi che l’Ilide dice alleati dei greci contro Troia.
Ma se non fosse questo credo che non lo si scoprirà mai e forse perché il nome della località era molto più banalmente tradotto in ogni lingua del Mediteranneo in qualcosa come il “Santuario di Atena japigio”, come lo chiamavano Athenaion i greci e Castrum Minervae i romani. Un posto di culto e un santuario così noto da non dover precisare altro. 

venerdì, marzo 24, 2017

INTERVISTA. Elisa Calogiuri, da Lecce alla conquista delle classifiche: 'A passo lento' è il suo primo album

di MARCO MASCIOPINTO - Con il disco ‘A passo lento’ la giovanissima cantautrice leccese Elisa Calogiuri debutta nel panorama musicale italiano. Il progetto, composto da sei brani, racchiude il mondo e le emozioni di una ragazza che porta con sè il sogno di fare la cantante e di far conoscere la sua musica.

Classe 1997, Elisa si avvicina alla musica all'età di 8 anni e a 13 anni prende le sue prime lezioni di chitarra acustica, da cui nacquero i primi brani e la partecipazione ai primi concorsi.  Nel 2013 partecipa al Tour Music Fest in Umbria all'interno della tenuta che ospita il CET di Mogol.

Il 27 Giugno 2016 fa il suo debutto discografico con il singolo "Occhi Negli Occhi", brano scritto da Elisa Calogiuri e Damiano Mulino e composto, registrato e masterizzato dallo stesso produttore salentino.

Cosa racchiude questo disco? 
‘’Questo primo album, contiene sei brani e  ogni canzone, ha la sua sfumatura e il suo  significato. Ho voluto buttare giù tutto  quello che avevo dentro e che non ho mai raccontato. Così abbiamo creato insieme al mio produttore questo grande progetto che condivido con tutti voi’’.

Qual è il brano del disco a cui sei più legata? 
‘’Non ho una preferenza, perché credo che quando i testi vengono scritti da se stessi, riesci a dare un'interpretazione e quindi hai un legame differente per ogni brano’’.

Nel corso della tua infanzia quali sono state le tue influenze musicali?
‘’Le mie influenze sono state e lo sono anche ora , Elisa, che reputo una grande artista, polistrumentista, compositrice e mi ha insegnato tanto. In lei mi ci ritrovo molto.  A livello internazionale invece, amo l’energia di Alicia Keys. La sua voce grintosa ma allo stesso tempo angelica mi trasmette tante emozioni. Lei è stata una grande insegnante per me’’.

Ascolti molta musica per poi avere la giusta ispirazione?
‘’Assolutamente sì. Devo dire che in questo periodo, mi sto appassionando a generi musicali diversi e questo mi aiuta nel momento in qui scrivo un pezzo.Bisogna ampliare il proprio bagaglio’’.

La strada del talent (da molti criticata) è ancora un trampolino per i giovani artisti?
‘’Certo! Anch’io, come tanti altri cantanti, ha sostenuto il provino e ci riproverò. Credo che i talent sono un trampolino di lancio per noi giovani emergenti’’.

 Adesso cosa ti aspetti?
‘’Bhe, è una domanda dove potrei fare un elenco infinito, però vado a passo lento, proprio come il titolo del mio primo progetto. Questo è il mio sogno e questo farò, non importa se sarà difficile’’.

Contatti:
https://www.facebook.com/elisacalogiuriofficial/?fref=ts

domenica, marzo 19, 2017

INTERVISTA. Fabrizio Moro: "Non smetterò mai di ringraziare Pippo Baudo per aver creduto in me"

di NICOLA RICCHITELLI - Abbiamo raggiunto telefonicamente Fabrizio Moro in occasione dell’instore avvenuto presso la Feltrinelli di Bari lo scorso 15 marzo.

Si parla soprattutto del suo ultimo lavoro “Pace” – l’ottavo album della sua carriera – contenente il brano sanremese “Portami via”, un album che il cantautore romano descrive così: «Rappresenta un periodo di grandi emozioni e di cambiamenti nella mia vita. Racconto, o meglio cerco di raccontare – dire racconto sarebbe troppo pretenzioso forse – la ricerca di equilibrio e di pace che è stata una costante che è mancata nella mia vita, essendo una persona abbastanza combattiva e quindi competitiva; ecco, non credo che la pace la troverò spesso, quindi è una condizione che va e che viene…».

E non si è mancato di tornare un po’ indietro nel tempo, fino ad arrivare a quel 2007, quando con il brano “Pensa” Moro si faceva conoscere al grande pubblico vincendo, tra l’altro, la sezione nuove proposte del Festival di Sanremo: «…Stiamo parlando di una canzone che ha fatto un po’ il giro delle sette chiese come si dice a Roma. Fu una canzone che proposi a diverse case discografiche, ma nessuno volle investire in quel brano lì. Ad un certo punto andai caparbio – da buon calabrese quale sono – direttamente da Pippo Baudo, che finalmente mi accolse, ascoltò la canzone e poi è successo quello che è successo, però, ecco, è stato lui in primis a crederci».

D: Dunque Fabrizio, partiamo dal tuo ultimo lavoro, “Pace”, contenente il pezzo sanremese “Portami via”. Aldilà di quanto raccontato a Sanremo, cosa dice di sé Fabrizio Moro in questo album e quali sono gli elementi significativi che un ascoltatore dovrebbe cogliere?
R: «E’ un album che ho scritto in due anni e rappresenta un periodo di grandi emozioni e di cambiamenti nella mia vita. Racconto, o meglio cerco di raccontare – dire racconto sarebbe troppo pretenzioso forse – la ricerca di equilibrio e di pace che è stata una costante che è mancata nella mia vita, essendo una persona abbastanza combattiva e quindi competitiva, ecco, non credo che la pace la troverò spesso, quindi è una condizione che va e che viene. Racconto questo stato d’animo con cui ho vissuto questo nuovo momento della mia vita, specie negli ultimi due anni che sono stati abbastanza difficili per me dove sono successe cose belle e meno belle, cose che ho cercato di raccontare appunto in questo album».

D: Tra l’altro nell’album è contenuto, così come si accennava sopra, il brano portato a Sanremo “Portami via”, un brano che, come dichiarato in varie occasioni, rappresenta un grido, una richiesta di aiuto fatta a tua figlia. Da dove è nata questa esigenza?
R: «Chiedere aiuto è stata una cosa sempre molto complicata per me, questo in generale nella mia vita. Poi succede che arrivi ad una certa età – io ho quasi quarantadue anni – che inizi ad accettare anche qualche limite, anche se ci sono dei limiti che non supererò mai nella vita questo già lo so; limiti che appartengono a me stesso, alla mia personalità, contro i quali continuo a combattere ma so già che non supererò mai. Limiti che fanno parte della mia vita e del percorso emotivo di vita. Una volta iniziato a conviverci con questi limiti ho imparato anche a chiedere aiuto, e l'ho fatto alla persona più importante della mia vita che è mia figlia».

D: Fabrizio, raccontare le proprie emozioni in un testo di una canzone e quelle stesse emozioni poi cantarle dinnanzi ad un pubblico. Che differenza c’è tra questi due momenti?
R: «La parte live è la parte più importante – almeno nel mio percorso artistico – perché durante i live hai la possibilità di farti apprezzare – e perché no fatti disprezzare – a 360 gradi, e quindi non sono solo i tre minuti del passaggio radiofonico. I live sono la parte del mio lavoro che più mi danno soddisfazioni e che mi interessano di più. Non sono mai stato un artista che si è pubblicizzato più di tanto in televisione e in radio, specie negli ultimi due, quindi i live sono sempre stati la base che mi hanno supportato in questo percorso da venticinque anni a questa parte».

D: Giusto dieci anni fa vincevi la sezione delle nuove proposte a Sanremo con un brano che prepotentemente è entrato nella storia della musica italiana: “Pensa”. Ma aldilà di questo, penso che bisogna sottolineare il coraggio che ha avuto Pippo Baudo nel portare questo pezzo a Sanremo. Quanto ha pesato l’incontro in tal senso con Pippo sulla tua carriera?
R: «Molto, perché stiamo parlando di una canzone che ha fatto un po’ il giro delle sette chiese, come si dice a Roma. Fu una canzone che proposi a diverse case discografiche, ma nessuno volle investire in quel brano lì. Ad un certo punto andai caparbio – da buon calabrese il quale sono – direttamente da Pippo Baudo, che finalmente mi accolse, ascoltò la canzone e poi è successo quello che è successo, però ecco è stato lui in primis a crederci».

D: Quanto ha pesato la sua sicilianità e, quindi, una certa sensibilità ai problemi della sua terra nella scelta del pezzo?
R: «Questa cosa si è pensata, però credo che lui non si sia basato solo su un certo legame geografico, credo che lui sia rimasto colpito dal brano in sé per sé, e dall’attualità che ancora oggi ripercorre».

D: Fabrizio, parliamo un po’ del tuo ruolo di professore nella scuola di “Amici”. Spesso hai parlato e raccontato di te come una persona introversa e timida. Quanto lavoro hai dovuto fare su te stesso per affrontare questa esperienza?
R:«Si, soprattutto nell’ultimo anno. Erano già un paio di anni che la produzione mi contattava chiedendomi di far parte dello staff assumendo il ruolo di professore, però devo dire che non me la sono mai sentita. Ogni volta che sei in televisione e dici qualcosa questo fa il giro dei social, insomma la televisione è un posto dove devi calcolare ogni parola, ogni passo, e questa cosa qui devo dire che mi ha sempre spaventato. Però ho visto questa occasione come un momento importante per la mia maturazione artistica, e comunque a quarantadue anni ho fatto un po’ pace con certe dinamiche esistenziali e con un certo tipo di mondo e ho quindi ho deciso di mettermi in gioco. All’inizio mi hanno chiesto di fare due lezioni – senza firmare il contratto – quindi mi hanno dato la possibilità di provare. Dopo queste due lezioni mi sono sentito a mio agio, ha avuto quasi un effetto terapeutico questa cosa, perché ho scoperto un Fabrizio che non conoscevo, molto estroverso, però aldilà di tutto è stato molto bello poter mettere a disposizione dei ragazzi tutta la mia esperienza».  

D: Fabrizio, chiudiamo con il tour: quando partirà e quando ti vedremo in Puglia?
R: «Si, il tour partirà da metà giugno fino a metà ottobre, dove suoneremo in venti città italiane, e in Puglia sono previste due date, una a Bari e un’altra Lecce. Prima del tour ci saranno due anteprime, il 20 aprile al Fabrique di Milano e il 26 e 27 maggio al Palalottomatica di Roma».

lunedì, marzo 13, 2017

INTERVISTA. Into the Circus: "Con Prime Luci mostriamo al mondo la nostra vera indentità"

di REDAZIONE - Testi forti e coinvolgenti per gli Into The Circus, band alternative rock delle Marche, che fa il suo esordio nel panorama musicale con il brano ‘Prime Luci’. Il singolo, disponibile in tutte le radio italiane, è accompagnato dal videoclip che sta ottenendo un ottimo riscontro dal web.

La band composta da Di Venere Stefano (voce); Occhioni Stefano (basso); Sancricca Michele (batteria); Alessio Calvigioni (Chitarra ed effetti); punta ad un rock moderno e ricco di influenze elettroniche e punk.

Il singolo fa parte dell’ep omonimo in uscita in questi giorni.

Come nasce 'Prime luci'? 

E’ l'insieme di idee, suoni e stili che piú ci rappresentano. É il titolo giusto se vuoi dimostrare che, dopo tanto lavoro, siamo pronti ad uscir fuori e mostrare al mondo che siamo all'altezza delle aspettative.

Quando avete deciso di fare musica insieme? 

Il progetto "Into the Circus" è iniziato tre anni fa. E’ stato costruito su di un altro genere e soprattutto una diversa formazione, ricercando suoni nuovi e condivisibili. E' stato un lungo percorso, abbiamo raggiunto dei piccoli traguardi ma ci aspetta tanta strada da fare, siamo carichi al punto giusto.


A breve uscirà il vostro Ep. Cosa ci anticipate? 
Sará un disco molto energico dalle tonalitá scure e tonalitá piú accese.Abbiamo lasciato lavorare le nostre emozioni che tra di loro hanno trovato la giusta sintonia creando qualcosa di vivo e sincero. Diciamo che siamo riusciti a stabilizzare uno stile musicale tutto nostro.

Ci sarà un tour? 

Per il tour ci stiamo attrezzando. Vogliamo regalare ai nostri supporters uno spettacolo elettrizzante ed energico per far ballare e pogare dalla prima all'ultima nota.

Un palco dove vi piacerebbe suonare un giorno? 

Non é solo un palco che ci piacerebbe calcare ma di certo posti epici come Wembley,la meravigliosa arena di Verona, Madison Square Garden o partecipare al mega festival Red Rock, senza tralasciare L'Alcatraz di Milano.

domenica, marzo 12, 2017

INTERVISTA. Barletta, quella volta del barlettano Lello detto 'Raf' al 'Gioco delle coppie'

di NICOLA RICCHITELLI - È stato uno dei programmi cult degli anni '80: stiamo parlando del “Gioco delle coppie”, in onda sulle reti Mediaset dal 1985 al 1994. Fu tra l’altro il programma dove hanno fatto le loro prime comparsate concorrenti poi divenuti Simona Ventura, Valerio Staffelli e Maria Grazia Cucinotta.

In un primo momento andava in onda dal lunedì al venerdì alle ore 19.00 su Italia 1, poi successivamente cambiò fascia oraria – ore 14.15 - e fu inserito nel palinsesto televisivo di Rete 4 fino alla definitiva promozione sulla rete ammiraglia Canale 5. Capitò dunque che in un pomeriggio di fine anni '80 la città di Barletta tutta si ritrovò a seguire il tentativo di un figlio di Eraclio di nome Raf di conquistare la concorrente di turno, che però virò su un concorrente del centro Italia.

All’epoca si faceva notare per il capello lungo, tanto di moda in quegli anni, oltre all’intatta passione per le barzellette condita da quel tocco di barlettanità che non rinunciò a portare nel programma di Predolin, lasciando la trasmissione con quel saluto al Gruppo Erotico di Barletta che ancori in molti credono essere un fan club di Rocco Siffredi…

D: Allora, Raffaele “Raf”, cosa ci faceva un barlettano al “Gioco delle Coppie” al cospetto di Marco Predolin? 
R:«Tutto nacque per gioco. Negli anni '80 la tv era il sogno di tutti così come ai giorni d’oggi. C’era questo bellissimo programma presentato da Marco Predolin – “Il Gioco delle Coppie” – che andava in onda all’epoca su Canale 5 quindi feci domanda per parteciparvi. Feci dapprima il provino a Bari, poi dopo sette mesi quando oramai non ci speravo più fui contattato dallo staff del programma; tra l’altro quella fu una delle ultime puntate di Marco Predolin. Insomma, ricordo quell’esperienza come fosse ieri, fu davvero una bella avventura».
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D: Piccola curiosità: nel programma il tuo nome era Raf. Centra qualcosa il noto autore de “Il Battito Animale”?
R:«Si, in un certo qual senso si. Io all’epoca ero un grande fan di Raf, però più che altro la scelta di chiamarmi Raf nel programma centrava con il fatto che su Radio Gamma conducevo un programma che si chiamava “l’Italia che va con Raf”».

D: Tra l’altro hai partecipato ad altri programmi cult degli anni '80…
R:«Si certo. Ho partecipato a due programmi celebri all’epoca, uno era “Ok il prezzo giusto” della mitica Iva Zanicchi – assieme ad un altro amico barlettano Savio Casardi il quale poi partecipò al gioco – all’epoca in onda su rete 4 e al programma “Perdonami” condotto all’epoca dal mitico Davide Mengacci. Fu un’altra bella avventura, ritrovarsi dinanzi ad una delle regine della televisione era fantastico, poi tutte quelle bellissime veline, in quell’edizione tra l’altro vi era la bellissima Ana Laura Ribas, insomma sono esperienze che ti porti dentro per tutta la vita».

D: Se non sbaglio vi è un aneddoto legato proprio a “Ok il prezzo è giusto?
R:«Bhè si, il saluto alla città di Barletta da parte della Iva a cui chiedemmo venisse fatto quando lei si avvicinò a noi durante la pubblicità. Fu molto gentile ed esaudì la nostra richiesta».   

D: Come ti sentivi prima che partisse la diretta?
R:« Più che la diretta, bisogna dire che la trasmissione era registrata. Le registrazioni avvenivano nell’arco della settimana. Quindi quando si veniva chiamati bisognava soggiornare a Cologno Monzese per l’intera settimana poiché un giorno era l’uomo che sceglieva, il giorno dopo era la donna. Quindi bisognava attendere che la produzione ti inserisse in una delle registrazioni delle puntate. Indubbiamente però vi era grande emozione soprattutto ritrovarsi in questa città dello spettacolo che era Cologno Monzese, al cospetto di tutti quei artisti in quei grandi studi televisivi. Tra l’altro proprio accanto allo studio dove si registrava il “Gioco delle coppie”, vi era lo studio del “Gioco del nove”, e spesso ti imbattevi dinanzi ad un certo Raimondo Vianello, Sandra Mondaini, insomma era tutto un altro mondo». R:«All’epoca io conducevo un programma musicale su Radio Gamma “l’Italia che va con Raf”, quindi la mia radio all’epoca ne parlò in radio, e quella puntata fu vista da quasi l’intera città di Barletta. Subito dopo la messa in onda, non appena misi piede tra le vie della città fu una festa, per un momento mi sono sentito anch’io una star della televisione».

D: Perché partecipavi a questi programmi televisivi?
R:« Bhè ti dirò. Io sono un po’ narcisista, in quegli anni essere presente in quei programmi e quindi andare in televisione era un evento eccezionale che ti dava importanza e in un qualche modo lustro».

D: Come erano visti questi ragazzi del sud negli studi di Cologno Monzese?
R:«Erano visti con simpatia e non vi era nessun razzismo nei nostri confronti. Tra barzellette e simpatia ad esempio io ed un altro ragazzo di Napoli entrammo subito nei cuori dei ragazzi della produzione».

D: E questi ragazzi che vedevano il bel mondo in questi studi televisivi, con che occhi vedevano la loro Barletta una volta finito il sogno?
R:« chiaramente la Barletta dei fine anni '80, non era la stessa Barletta di oggi. Qui a Milano spesso capitava di perdersi nella bellezza della movida e delle discoteche milanesi, cose che a Barletta all’epoca non c’erano. Era tutto un altro mondo così come forse lo è oggi, però all’epoca la differenza era maggiore. Però fortunatamente a Barletta qualcosa si è mosso, e ti dirò nonostante tutto non mi è mai balenata per la testa l’idea di lasciare la mia città per la bella metropoli, perché diciamocelo, il mare e il sole di Barletta non li troverai mai da nessuna parte».

D: Avevi compagni di avventura?
R:« Bhè, uno era Dima! Un mio amico oggi trasferitosi a Milano che spesso mi accompagnava in queste mie avventure».

D: Quanti sacrifici comportava sia a livello economico e in termini di tempo per essere presenti nei vari studi televisivi?
R:«Molti. Loro registravano fortunatamente nei week end, massimo il lunedì, però era dura organizzarsi con il lavoro. Sacrifici economici quelli anche ne ho fatti, anche se fortunatamente il viaggio – all’epoca andare a Milano costava all’incirca 120 mila lire - il pernottamento e il vitto era pagato dalla produzione, ad ogni modo tra le vie di Milano ti scappava di pagarti qualche sfizio».

D: Di cosa ti occupavi all’epoca? R:«All’epoca io ero un venditore ambulante, vendevo t-shirt ai mercati rionali».

D: Qual era il grande sogno di quel Raffaele “Raf” che all’epoca partecipava al “Gioco delle coppie”?
R:«Bhè, avendo vent’anni, un bel fisico, il capello lungo, non ti nego che il mondo dello spettacolo lo sognavo. Ero un tipo molto allegro e divertente, certo non oso dire che ero un novello Checco Zalone, però qualcosa nel mondo della televisione mi sarebbe piaciuto farlo, che so anche a livello di teatro. Ad oggi mi resta qualche commedia barlettana in cui ho recitato, però si, il sogno era un po’ quello…».

D: E oggi? Qual è il tuo più grande sogno?
R:«Diciamo che oggi oramai sono grande, anche se ho partecipato da poco ad un provino del Grande Fratello a Bari. Vivo tutto per gioco, sono un folle, mi piace sempre ridere ed essere allegro scherzando magari sui problemi che oggi giorno sono tanti e troppi».

D: Tra l’altro al “Gioco delle coppie” non hai rinunciato a portare un pizzico di barlettanità, con quel saluto al Gruppo Erotico che, a quanto pare, Predolin ha scambiato per qualcos’altro…
R:«Ma no. Ti spiego quest’altro aneddoto. Dopo la fine del gioco non ti nego che ero abbastanza deluso dal fatto che la tipo non mi avesse scelto. Durante la pubblicità con Predolin si parlava del più e del meno e quindi si parlava di Barletta. Quindi gli confidai che ero uno dei capì ultrà del Barletta, appunto il Gruppo Erotico. Chiaramente lui in un primo momento fraintese, però io poi spiegai in realtà di cosa si trattava. Lui nella puntata fingeva di non capire per copione, però, ecco, sapeva che il Gruppo Erotico era il gruppo dei tifosi biancorossi. Insomma, fu una cosa simpatica».

INTERVISTA. "Non mi sento un politico ma un cittadino qualunque…", la nostra chiacchierata con Giovanni Ceto (Fi)

di NICOLA RICCHITELLI - Da qualche mese a questa parte sta raccontando e denunciando la Barletta che va aldilà di argomenti quali Bar.Sa., terreni edificabili e assessorati da contendersi; di quella Barletta ferma a qualche decennio fa in cerca di una nuova vocazione dopo il tramonto dell’industria tessile e calzaturiera: «…Siamo ancora alla ricerca di una nuova vocazione di questa città, per demerito di chi l’ha amministrata, occupandosi di parlare soltanto di Barsa, di terreni edificabili e di assessorati da contendersi, e senza minimamente preoccuparsi di individuare un progetto attorno al quale creare prospettive di sviluppo. Ma forse parlare di progetti di sviluppo per un certo tipo di classe politica, come quella che ci sta amministrando, è qualcosa che va al di là delle sue umane possibilità».

Una voce nuova e di belle speranze quella che si sta facendo largo dal giorno della sua nomina – risale allo scorso maggio la nomina a commissario cittadino della sezione barlettana di Forza Italia da parte dell’on. Luigi Vitali - nello scenario politico barlettano. Nel mezzo un lavoro fatto di iniziative importanti per il territorio quali l’istituzione di un tavolo di concertazione tra mondo del lavoro e mondo della scuola per l’istituzione dell’indirizzo triennale di 'Operatore delle calzature' e diploma quinquennale di 'Tecnico delle calzature', e la proposta in merito all’attivazione di un servizio bus per i lavoratori impegnati quotidianamente nelle zone industriali della Città della Disfida.

Questo, in breve, quanto fatto dal Commissario cittadino di Forza Italia Giovanni Ceto da circa dieci mesi a questa parte. Nato a Barletta 46 anni fa, sposato e con due figlie, laureato in Economia e Management, ha frequentato un Master in Diritto del Lavoro presso la Infor di Milano, iscritto all’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili; da oltre 20 anni Responsabile Ufficio Risorse Umane della CofraSrl di Barletta. Candidato alle amministrative del Comune di Barletta nel 2013 nelle liste del Pdl.

D: Dottor Ceto, lo scorso maggio l’on Luigi Vitali formalizzava la sua nomina a commissario cittadino della sezione barlettana di Forza Italia. Con quale spirito ha accettato questo delicato ruolo?
R:« Lo spirito di chi ha tanta voglia di mettersi in gioco e raccogliere la sfida in una città in cui il centro destra è da sempre ai margini e in cui anche i cattolici votano a sinistra».

D: Che significa per lei fare politica e perché si sceglie di fare politica? 
R:« Io non mi sento un politico ma un cittadino qualunque che come tanti è stanco di come vanno le cose, ed è profondamente dispiaciuto di come Barletta sta regredendo sempre più economicamente e socialmente; pessimo tenore di vita e scarse prospettive per i giovani. Per questo vuole impegnarsi, mettendo a disposizione proprie capacità e competenze convinto che si possa dare una svolta a questa città, che ha potenzialità enormi, sotto il profilo del patrimonio artistico, storico e culturale posseduto, e della capacità di fare impresa essendo stata da sempre un polo industriale tra i più importanti di tutta la Puglia, e con un fiorente settore agricoltura».

D: La figura di un commissario al comando di un partito da l’idea di un qualcosa che fino a quel momento non ha funzionato o semplicemente ha smesso di funzionare: è quanto successo in Forza Italia qui a Barletta? 
R:«Tutto il centro destra negli ultimi anni ha subito profondi cambiamenti. Forza Italia ricostituita con lo scioglimento del PDL, ha continuato a perdere altri pezzi. Tutto questo aveva contribuito a creare un clima di pessimismo e di incertezza. Un momento storico in cui a Barletta, in particolar modo, bisognava ripartire con persone nuove che avessero quell’entusiasmo che era venuto a mancare».

D: Qual è la situazione partitica che ha raccolto al momento della sua nomina?
R:«Considerando la situazione contingente, innanzi spiegata, Forza Italia a Barletta era diventato un insieme di individualità, ognuna delle quali era un partito a se stante».

D: Quali sono stati, e quali saranno, i punti di continuità e quindi di rottura su cui poggerà la sua azione politica rispetto alle passate gestioni? 
R:«Credo che ogni gestione sia figlia di un contesto politico nazionale adatta a quel momento storico. Oggi ritengo sia il momento di puntare sulla squadra piuttosto che sulla spasmodica ricerca del nome che possa calamitare da solo qualche migliaio di voti. Ho cercato quindi di dare una struttura al partito; una segreteria con un direttivo e una sezione giovani con il coordinatore Antonio Dicuonzo, che sta diventando il fiore all’occhiello di questo partito».

D: Sin da subito e quindi sin dai giorni successivi alla sua nomina, la sua voce si è fatta prepotentemente largo nei disastri di questa amministrazione targata Cascella, nonché nei tanti tormenti di questi città. Cosa resta da salvare di questa Barletta e da cosa dovrebbe ripartire… 
R:« La città è ormai ferma da qualche decennio, dopo il tramonto della Barletta città industriale, siamo ancora alla ricerca di una nuova vocazione di questa città, per demerito di chi l’ha amministrata, occupandosi di parlare soltanto di Barsa, di terreni edificabili e di assessorati da contendersi, e senza minimamente preoccuparsi di individuare un progetto attorno al quale creare prospettive di sviluppo. Ma forse parlare di progetti di sviluppo per un certo tipo di classe politica, come quella che ci sta amministrando, è qualcosa che va al di là delle sue umane possibilità».

D: Dottor Ceto, una sua opinione sull’opposizione e sul modo di fare ed essere opposizione del centrodestra qui a Barletta… 
R:«Fare opposizione in questa città a volte diventa frustrante, considerando che tutto quello che fai si spegne di fronte alla logica di voto di moda a Barletta».

D: Quanto ha pesato l’addio di Giovanni Alfarano nel quadro politico del centrodestra barlettano?
R:«In termini di voti, sicuramente tanto; in prospettiva però questo ci ha dato la spinta, l’impulso e la scossa necessaria per ricostruire qualcosa di importante».

D: Un centrodestra al comando dell’amministrazione comunale di Barletta, un sogno, un'utopia. Che distanza c’è tra tutto questo alla realtà e quanto lavoro c’è da fare? 
R:«I barlettani sono soliti lamentarsi e piangersi addosso, poi votano sempre le stesse persone. Noi rappresentiamo il cambiamento; giovani, motivati e provenienti da una scuola politica di cui oggi si è capito che non si può prescindere. Siamo qua, pronti a rimboccarci le maniche».

D: Dottor Ceto, tra qualche mese immagino inizieranno le grandi manovre per le amministrative del 2018. In che modo state lavorando per presentare una coalizione in grado di mettere in difficoltà il centrosinistra? 
R:«Da diverso tempo stiamo lavorando ad una coalizione, un cartello per Barletta 2018. Cambiare si può, ripartendo dal chi è rimasto e non ha voluto salire sul carro dei vincitori».

venerdì, marzo 10, 2017

INTERVISTA. La svolta di Jake Sarno: "Sono cresciuto e ho voglia di raccontare la mia vita in musica"

di MARCO MASCIOPINTO - Tolte le vesti di attore, il talentuoso Jacopo Sarno si tuffa nella musica come Jake Sarno e pubblica il suo nuovo singolo “Feathers And Wax”, estratto  dall’album “Chapter 1” in uscita il 17 marzo. Il brano, scritto e composto da Jake Sarno assieme a Fausto Cogliati (produttore di Fedez, J-Ax, Raphael Gualazzi, Francesca Michielin), è una rivisitazione del mito di Icaro.

Dopo aver costruito le proprie ali “con piume e cera”, questo personaggio affronta il dubbio sul proprio viaggio e la paura di impazzire. Spicca il volo e, come narra la leggenda, perde le ali, che si sciolgono sotto i raggi del sole e lo lasciano sospeso senza alcuna protezione.  La differenza rispetto al mito sta nel finale: Icaro, invece di precipitare continua il suo volo e incontra “migliaia di persone” che assieme a lui stanno compiendo lo stesso viaggio, ad alta quota, “attraverso la luce del giorno”.

Jake Sarno è autore e compositore del brano uscito da poco assieme a Fausto Cogliati (produttore di Fedez, J-Ax, Raphael Gualazzi, Francesca Michielin) che ha prodotto e arrangiato l’intero album.  Il video, scritto e diretto da Pablo Papeltengo, è prodotto da Cloverthree Film (la stessa produzione del progetto “Palle di Natale”, oltre 6 milioni di views su YouTube).

Da Jacopo a Jake. Perchè questo cambio?
Ufficialmente dovrei dire “perché l’album è in inglese e sarà disponibile sui digital stores di tutto il mondo”… ma la verità è che Jacopo, fuori dall’Italia, non sa pronunciarlo nessuno. Così ho scelto la versione più semplice del mio nome abbreviato, l’unica che non ricorda un famoso pirata del cinema.

Come nasce 'Feathers and Wax'?
La canzone racconta il volo di Icaro, che ha costruito le sue ali “con piume e cera”. Quando Icaro si avvicina troppo al sole, come narra il mito, perde le ali… il finale della canzone però ha una sorpresa: Icaro non cade. Al contrario, scopre di poter volare senza artefatti e si ritrova in uno stormo di mille persone che, come lui, volano attraverso la luce del giorno.

In cosa ti senti cambiato?
A vent’anni vivevo il sogno di fare il cantante, oggi scrivo musica e parole per raccontare storie. Credo che il vero successo di un autore, un musicista o un pittore, si realizzi quando qualcuno si emoziona per l’opera e ci si riconosce, a prescindere da chi l’ha ideata.

Ti rivedremo recitare?
Non escludo la possibilità di tornare a recitare, il mestiere dell’attore è straordinario ed è sempre una grande occasione di crescita. Non sarò io però ad aspettare il ruolo giusto, semmai spero di essere lì quando sarò l’attore giusto per un determinato ruolo (se saprò guadagnarmelo!).

Cosa hai voluto includere in questo nuovo album?
Il mio disco di esordio, 1989, era un album di canzoni pop scritte da autori eccellenti, egregiamente prodotte. Chapter 1, questo nuovo album, è un viaggio: 7 canzoni che raccontano momenti e luoghi di un percorso di crescita. L’album è interamente cantato in inglese e vuole unire la sensibilità italiana a una scrittura che si ispira alla musica tradizionale americana.

Ci sarà un tour?
Sì, è in fase di organizzazione una serie di date live. Sarò accompagnato da tre polistrumentisti in un set up che unisce l’elettronica a strumentazione acustica ed elettrica. La ricerca del suono della band, durante le prove in studio, mi sta dando grandi soddisfazioni e non vedo l’ora di portare 'Chapter 1' sul palco, dal vivo.

mercoledì, marzo 08, 2017

8 MARZO. Scienziata e letterata, eccellenza di Puglia: Protopapa story

di FRANCESCO GRECO. GALLIPOLI (LE) - Da Archita da Taranto al Galateo (è il 500mo della morte), passando per messer Tafuri, sino a De Giuseppe, il genio di Terra d'Otranto (e del Mediterraneo) è da sempre polisemico. E' il suo dna, la sua koinè, la password. E vale sia per le arti e le scienze che per le classi povere: i nostri padri e nonni non facevano forse mille lavori?
 
Scienziata e letterata, Maria Teresa Protopapa (foto), salentina di Gallipoli, è l'ultimo esempio di genio multiforme di cui veniamo a conoscenza: è, infatti, scienziata e letterata, una di quelle presenze di cui Terra d'Otranto (che un tempo si spingeva sino a Matera), che vorrebbe uscire dalla società liquida e alienata, pregna di cinismo e volgarità e sintonizzarsi su una dimensione neo-umanistica, potrebbe contare.
 
Laureata in Medicina, specializzata in Chirurgia (lavora all'Asl di Lecce, frequenta il corso specialistico di secondo livello di Biomedicina Molecolare), pubblica libri scientifici (“Alleanza terapeutica contro i mali del tempo”, “Trattato sulle malattie rare”) e al contempo coltiva la passione per la scrittura, poesia (“Mi vestirò di vento”) e narrativa (“Il Duca di Biancamano”). Ma sono solo alcuni dei titoli della sua bibliografia.

DOMANDA: Come nasce la passione per la Medicina?
RISPOSTA: “E' una passione tanto vecchia, o grande, quanto lo sono io. E' nata con me come forma e cellula del mio cuore, ossia il cuore stesso. Senza cuore non si vive, e io senza la mia arte medica, e la responsabilità che la professione comporta cesserei di essere io”.

D. E per la scrittura?
R. “L'arte di dar voce all'anima attraverso i versi e la prosa sono un dono che da anni cerco di non ostentare, ma anche di non nascondere. Farei un torto a Dio e a me stessa”.

D. Di cosa parlano i suoi saggi scientifici?
R. “Spaziano in tutte le discipline medico-scientifiche: dal ramo deontologico e psicologico a quello della ricerca in ambito genetico e chirurgico, perché non si può non mettersi in gioco se si è medici, e in particolare con  studi approfonditi nella fattispecie in ambito biomolecolare, come quelli che ho condotto sino allo scorso anno presso i Dream al Vito Fazzi di Lecce”.

D. Cosa vuole dare agli altri e al mondo?
R. “E' semplice: di riuscire, ascoltando le ragioni del contingente che la vita impone, e quelle semplici dell'anima, troppo spesso azzittite dal rumore dello scorrere del tempo. L'anima non segue regole temporali, ma magistrali e delicatamente velate, alla quale tutti siamo tutti chiamati liberamente ad attingere“.  

martedì, marzo 07, 2017

INTERVISTA. Mike P: "Con ‘Nuovi Colori’ faccio il mio esordio e dico addio al passato"

di REDAZIONE - Fa il suo debutto nel mondo della discografia il rapper barese Mike P con il brano ‘Nuovi Colori’, un inno alla vita e alla voglia di combattere, dopo un periodo buio e delicato, che ha vissuto all’interno delle mura domestiche.

In ‘Nuovi Colori il giovane rapper, nato e cresciuto a Bari, racconta del giorno in cui i carabinieri hanno fatto irruzione in casa sua e dell’arresto di suo padre.

Grazie alla passione per la musica e al coraggio di cambiare, pubblica il suo primo singolo e collabora con il producer salentino Walter Suray e il rapper Marmo, entrambi noti nell’ambiente musicale nazionale.

Come nasce 'Nuovi colori'?
‘’Questo brano per me è un grande traguardo, un nuovo percorso e un nuovo stile. Spero di arrivare a più persone possibili, raccontando quello che sono e cosa ho passato. La mia vera storia è questa, spero che l’apprezziate ‘’.

A quali persone vorresti arrivare con questo brano?
‘’Il mio scopo è quello di arrivare a tutti quei ragazzi che pensano di non potercela fare e di essere ormai indirizzati su quella strada che non porta da nessuna parte. Dico a loro di inseguire i propri sogni’’.

Cosa ricordi di quei momenti?
‘’Ricordo ogni singolo momento, ogni piccolo particolare che ha segnato la mia vita e che mi ha formato’’.

In quei giorni ti rifugiavi nella musica?
‘’La musica era l’unica via di fuga, mi immedesimavo in una vita diversa, ma tutto svaniva non appena levate quelle dannate cuffiette’’.

Cosa pensi dei talent show?
‘’Possono essere un ottimo trampolino di lancio ma i veri talenti emergono anche senza queste trovate televisive’’.

Adesso chi è Mike P?
‘’Mike P è un ragazzo pieno di sogni con mille aspettative, uno che non molla e che sicuramente riuscirà a farsi notare dalla scena italiana’’.

domenica, marzo 05, 2017

INTERVISTA. Joe Marzetto, "Vi racconto 'Nuage', Vivian Darkangel e il progetto 'Hit Mania special edition 2016'"

di NICOLA RICCHITELLI – Abbiamo detto e parlato di lui qualche settimana fa, abbiamo raccontato della sua “Nuage” – brano realizzato assieme alla sexy music star Vivian Darkangel e contenuta nella prestigiosa compilation "Hit Mania special edition 2016" – e quindi di tutto ciò che si cela dietro l’arrivo di questo prestigioso traguardo.

Un traguardo ma non un arrivo. “Nuage” vuole essere sicuramente il là per l’inizio di un qualcosa di importante per Joe Marzetto – musicista e produttore andriese -  un traguardo fatto di sacrifici importanti, di note, di spartiti e di sogni giusti da mettere nel posto giusto.

Qualche mese fa tutto si è concretizzato in quel di Bologna – location appunto dove è stato girato il videoclip del brano – nel frattempo a questo talento di belle speranze l’augurio dal sottoscritto e dalla redazione tutta di un futuro fatto di successo, ma soprattutto un futuro fatto di soddisfazioni che sicuramente il suo talento meritano.

Lasciamo spazio a quanto ha risposto alle nostre domande senza il bisogno di ricorrere a presentazioni superflue.

A voi lettori del Giornale di Puglia la testimonianza di Joe Marzetto.

D: Partiamo dal tuo nome d’arte: Joe Marzetto. C'è una dietrologia nella scelta di questo nome d’arte?
R:«Joe Marzetto nasce da Giuseppe (il mio nome di battesimo) Marzo (il mio mese di nascita). L’idea in italiano non convinceva me e soprattutto ai discografici, ho deciso quindi di trasformarlo in Joe (diminutivo inglese di Joseph) Marzetto (un simpatico appellativo)».

D: Come nasce la tua passione per la musica?
R:«Iniziai con la mia “tastiera giocattolo”, divertendomi a scoprire sempre nuovi suoni. La curiosità, come ogni bambino, non mancava. A soli 5 anni iniziai gli studi della tastiera elettronica scoprendo vari stili e generi musicali che abbracciano il panorama della musica».

D: Raccontaci un po’ del tuo percorso musicale...
R:«Il mio percorso è segnato principalmente dagli studi in conservatorio, ampliando le mie conoscenze musicali ho permesso a me stesso di sviluppare le mie capacità e il mio essere. Oggi, per me la musica è frutto di enormi sacrifici che lascio e ritrovo alle mie spalle. Una continua sfida, divertente allo stesso tempo».

D: Parliamo di "Nuage", brano contenuto nella raccolta “Hit mania special edition 2016”. Come nasce l’incontro tra Joe Marzetto e Vivian Darkangel?
R:«Darkangel ha creduto in me fin da subito, decidendo di interpretare “Nuage” una delle tante canzoni scritte e racchiuse nel famoso “cassetto dei sogni”. Ascoltò la mia produzione e non esitò a chiamarmi decidendo di cantarla e produrla in collaborazione. “Nuage” parla di un’amore non impossibile da trovare, l’amore è leggerezza, semplicemente una nuvola».

D: In che modo la tua arte e quella di Vivian sono riusciti a fondersi in questo brano?
R:«Penso che l’arte è l’insieme di tante arti che si fondono. Un’attività umana può soddisfare a pieno quella di un’altra. Tra me e Vivian c’è sintonia in musica, quello schiocco di dita che crea “arte”».

D: Cosa puoi raccontarci di Vivian e di questo suo essere “sexy music star”?
R:«La sexy music star è l’artista seducente in musica. Vivian è una donna che ha dentro di sé il Darkangel, l’essere “star”, il suo lato sexy  è l’asso nella manica, da presentare alla natura umana maschile. La sua voce, erotica, cattura tutti gli appassionati della musica dance e pop».

D: Nel primo cd dell'“Hit mania special edition 2016”, svetta un brano di Gabry Ponte, “Che ne sanno i 2000”. Che effetto ti fa vedere il tuo nome scritto assieme a quello di uno dei maestri della dance degli ultimi vent’anni?
D: «Da Gabry Ponte dj c è molto da imparare, essere presente in una delle compilation più importanti italiane come la “Special Edition” assieme al suo nome potrei definirmi “una piccola formica”, dall’altro lato il pensiero positivo medita: “anche lui un tempo era piccolissimo”».

D: Sei presente anche nel video prodotto dalla stessa Vivian, “Nuage”. Hai avuto qualche difficoltà nel doverti ritrovare davanti ad una macchina da presa e come ti sei preparato a questo momento?
D: «“Nuage” è il primo videoclip ufficiale che ho girato, ho pensato solo a far bene. Bologna, è una città che non dimenticherò mai. I vivissimi complimenti ricevuti dal regista Devid Penguti “sei un attore al primo ciak”, un’emozione unica che ricorderò per tutta la mia carriera».

D: Cosa ti aspetti musicalmente parlando dal futuro?
R:«La musica è il mio mestiere, per me è importante crescere e far bene, il futuro dipende dalle mie capacità. E’ vitale saper affrontare gli ostacoli che si presentano giorno dopo giorno».

giovedì, marzo 02, 2017

INTERVISTA. Iacchetti-Covatta aprono con ironia una finestra sul mondo della malattia mentale

(credits: S.Malfatti)
di PIERO CHIMENTI - Enzo Iacchetti e Giobbe Covatta, a meno di un'ora dall'inizio dello spettacolo 'Matti da Slegare' di scena a Taranto, una commedia che diverte e fa riflettere, ci hanno ospitato nel loro camerino per rispondere a qualche domanda.

Una tematica importante con un'ironia non è mai offensiva e fa sorridere nonostante tutto...
IACCHETTI: Questo dovrebbe essere l'obiettivo della commedia. Ci hanno preso apposta perché già siamo così e quindi hanno detto "mettendoli insieme non facciamo molta fatica..."
COVATTA: E forse neanche tanti danni... era solo un inciso!
IACCHETTI: In realtà si, hai già detto tu il riassunto della commedia. Una commedia molto divertente con dei momenti tra il drammatico e il poetico. Una commedia completa che ha questi tre elementi che la completano.

Iacchetti, Covatta, Dix c'è chi dice un trittico perfetto...
COVATTA: Qualcuno ha sbagliato...
IACCHETTI: Sarà stato un ubriaco... un ubriacone!
COVATTA: Siamo amici da tanti anni, diciamo che questo è il piccolo segreto. E' quell'alchimia che fa sì che anche laddove si creino dei conflitti, delle difficoltà, dei momenti di tensione, si risolvono con un 'vaffa' e si risolve così. Come si fa da amici da sempre. Non è quella cosa che se mandi a quel paese qualcun'altro... quello si offende... La storia finisce lì! Quindi tutto è andato bene, tutto va bene. Qualche giorno fa mi hanno chiesto: "Ma con Iacchetti tutti questi mesi non litigate mai? In verità no. Per litigare bisogna stare svegli, noi dormiamo, di solito, e stiamo apposto.

(credits: S.Malfatti)
Non è la prima volta che venite a Taranto in estate, d'inverno. In varie occasioni all'aperto e al chiuso. Di questa città cosa ve ne pare (oltre al mare, ai fumi e al buon cibo)?
IACCHETTI: Purtroppo il bel mare quando arriviamo non lo vediamo mai perché dopo partiamo e arriviamo la sera. I fumi grazie a Dio non li respiriamo. Mi dispiace per voi, soprattutto per chi ci lavora lì dentro. A furia di mangiare in giro, possiamo mangiare solo riso in bianco, e quindi è una vita di sacrificio.
COVATTA: Posso rivelarti un segreto? Ci sono nato in questa città. Sono nato 61 anni fa, in Via di Palma. Poi chiesi a mia mamma, tanti anni fa, andai all'indirizzo e c'era la Coin. Allora andai al secondo piano dove sono nato io, e c'era il reparto della biancheria intima. Io sono nato nel reparto biancheria intima della Coin.

Com'è ricaduta la scelta di questa commedia norvegese? Che messaggio volete dare al pubblico?
COVATTA: Intanto messaggi non se ne danno, qualche emozione al massimo. Sono piccole emozioni che stimolano una curiosità su un argomento.  Nessuno spettacolo ha risolto un problema.  Gli spettacoli servono per aprire una finestrella sul mondo, poi se qualcuno vuole aprire la finestrella e vedere com'è il mondo là dietro è buon per lui, altrimenti finisce tutto lì. Lo spettacolo l'ho scelto e l'ho proposto a loro, perché mi è capitato di leggere il provino e ho detto: "Cazzarola com'è bello...". Spesso accade che tu dici cazzarola com'è bello, lo dai a Iacchetti e dice: ma no fa cagare! E allora finisce lì. Invece anche lui ha detto cazzarola com'è bello, e allora ci siamo detti: ora lo facciamo leggere anche a Gioele. Quindi anche lui ha detto cazzarola com'è bello! Alla terza volta abbiamo realizzato che è bello veramente ed è per questo motivo che l'abbiamo portato in scena.

Quanto c'è di dramma e quanto c'è di commedia in questo spettacolo?
COVATTA: Dov'è la differenza?
IACCHETTI: Non si può rispondere ad una domanda con una domanda...
COVATTA:  Non c'è differenza tra dramma e commedia. Qualsiasi commedia può essere tramutata in dramma, qualsiasi dramma può essere tramutato in commedia; dipende da che punto di vista guardi la stessa storia. Anche il film che produssero i norvegesi e che nel 2004 partecipò agli Oscar come miglior film straniero era un film drammatico, poi come ogni cosa basta intravedere dietro agli aspetti drammatici che cosa ci può essere di divertente. Rendere divertente un dramma non vuol dire renderlo ridicolo, significa renderlo risibile, che è diverso: non c'è 'lesa maestà' quando da un dramma si fa una commedia.

(credits: S.Malfatti)
Quali sono gli elementi che rendono Iacchetti-Covatta una coppia vincente e qual é la differenza con la coppia Iacchetti-Greggio?
COVATTA: La coppia Iacchetti-Covatta è vincente perché Covatta è molto bravo.
IACCHETTI: La coppia Iacchetti-Greggio è vincente perché Iacchetti è bravissimo.

Quanto ha inciso la regia di Gioele Dix a rendere più 'leggera' quest'opera?
COVATTA: Ha inciso tantissimo la regia di Gioele Dix per rovinare tutto.  Noi stavamo bene senza Gioele Dix, poi è arrivato Gioele Dix che ha detto: "questo si, questo no...", ma donna santa, gli abbiamo detto: "Perché non stai a casa?!?". E invece è voluto venire per forza.
IACCHETTI: Lui è un comico che proviene dal drammatico, e naturalmente conosce i rigori della linea drammaturgica di un certo tipo, ed allora ha cercato di capire noi comici e di metterci un po' in regola. Non c'è riuscito, non sempre ci è riuscito.

Come mai negli ultimi anni teatro, canzoni e film hanno preso spunto dalla malattia psichiatrica? Come spiegate la maggiore sensibilità che si presta negli ultimi tempi a questo stato mentale?
IACCHETTI: Dovresti chiedere ad neurologo, non lo so. Da attore è la prima volta che ho fatto il matto in una commedia, poi ne ho fatte tante altre, ma ho fatto altri personaggi.
COVATTA: Sinceramente non ho notato questo proliferare di commedie su malattie mentali. Quello di Virzì me lo ricordo.
IACCHETTI: Si vede che non sono riuscito ad andarli a vedere. Mi ricordo di Rain Man...

lunedì, febbraio 27, 2017

Oscar 2017, commento di Lino Sorrentino: "The winner is Emma Stone"


di LINO SORRENTINO (VIP HAIRSTYLIST) - Si è conclusa la notte più attesa dell'anno, la kermesse che più di tutte attira telecamere di tutto il mondo. La 89 esima edizione delle statuette premia una squadra italiana per "Miglior trucco e acconciatura". Un riconoscimento dovuto e meritatissimo che mette in risalto la grande professionalità che da sempre ci contraddistingue, un indotto che coinvolge migliaia di lavoratori tra hair e makeup artist, in particolare Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini, che hanno lavorato a Suicide Squad.


Gli altri due film candidati (è l’unica categoria in cui sono nominati solo tre film) erano il film svedese A Man Called Ove e Star Trek Beyond. Nel ringraziare per la vittoria, Bertolazzi ha dedicato il premio a tutti gli immigrati; Gregorini lo ha invece dedicato a sua moglie, morta da poco. Superata la grande gaffe dell'errata busta, vince l'Oscar come miglior attrice protagonista Emma Stone per la superba interpretazione nel musical La La Land. La magica serata ci mostra anche il lavoro di migliaia di stilisti, truccatori e parrucchieri. Personalmente? The winner is... Emma Stone! Stupenda in abito Givenchi, attraversa il red carpet in assoluta semplicità e indossando un look da diva del passato, capelli sciolti in un fantastico colore biondo fragola e makeup nei toni del pesca e rossetto bordeaux. Si conferma come miglior taglio capelli anche per il 2017 col lob, rivisitato ma pur sempre un caschetto, intramontabile, sempre attuale e soprattutto da Oscar!

Lino Sorrentino nel suo salone a Colleverde (Roma)

lunedì, febbraio 20, 2017

INTERVISTA. Vittorio Sgarbi: "Tolgono le palme da via Sparano per metterle davanti al Duomo..."

di NICOLA RICCHITELLI – E’ arrivato anche in Puglia 'Caravaggio', lo spettacolo teatrale del noto professore e critico d’arte Vittorio Sgarbi. L’ultima tappa in quel di Bari nella serata di ieri al Teatro Palazzo, dopo aver toccato anche Fasano (Br) lo scorso 8 febbraio.

Un'idea quella di portare il grande pittore al teatro, che nasce proprio da un produttore pugliese, così come lo stesso professore ci racconta: «… E' un'idea che nasce più di due anni fa da un produttore pugliese che si chiama Valentino Corvino… che è il punto di partenza per raccontare la grande vicenda artistica e umana. Quindi, tra musica e immagini, si è realizzato il racconto della vita di Caravaggio».

Lo abbiamo raggiunto telefonicamente qualche ora prima dell’inizio della tappa barese dello spettacolo, per una chiacchierata incentrata su Caravaggio e sull’Arte, chiudendo su un tema che accomuna la città di San Nicola e Milano: le palme.

D: Professor Sgarbi, come nasce l’idea di portare l’immenso pittore Caravaggio – al secolo Michelangelo Merisi – in un teatro?
R: «E’ un'idea che nasce più di due anni fa da un produttore pugliese che si chiama Valentino Corvino – che ha prodotto tra l’altro spettacoli con Corrado Augias e Marco Travaglio – dopo che aveva letto un mio libro dal titolo 'Il punto di vista del cavallo', che è il punto di partenza per raccontare la grande vicenda artistica e umana. Quindi, tra musica e immagini, si è realizzato il racconto della vita di Caravaggio».

D: Cosa deve cogliere lo spettatore da questa esperienza e cosa vuole comunicare Vittorio Sgarbi al pubblico con questo spettacolo? 
R: «Io non lascio messaggi ma semplicemente racconto, dalle parole esce un'evidenza che rassicura ed esalta; molti sono venuti a vedere lo spettacolo perché sentono che l’arte è viva, ed il racconto la rende stimolante».

D: Ritiene che l’esperienza teatrale dopo Caravaggio possa ripetersi con qualche altro grande artista? 
R: «Si, in aprile faremo uno spettacolo sul Rinascimento, in cui gli artisti saranno ovviamente più di uno, Michelangelo, Leonardo, Raffaello, passando per quelli meno conosciuti ma non per questo meno grandi di altri e quindi il Bellini e altri. Racconteremo il Rinascimento come una rivoluzione».

D: Cosa c’è dei giorni d’oggi e di quello che siamo nella pittura del Caravaggio?
R: «Era un pittore della realtà, una realtà muta; però le condizioni umane sono sempre molto simili sul piano psicologico, sul piano della tragedia, della esaltazione della vita, dei rapporti di amore, e da qui il parallelo che spiega la contemporaneità, l’attualità di Caravaggio e quella di Pasolini, con cui parte lo spettacolo».

D: Che percorso consiglierebbe – dal punto di visita artistico - a dei turisti, là dove scegliessero di visitare la Puglia?   
R: «Non consiglio niente neanche lì, però ci sono tante cose che si possono fare in Puglia, visto che stiamo parlando di una regione che ha grandi cattedrali prevalentemente romaniche, ma anche gotiche. La specificità della Puglia è la pittura veneta, che quasi come fosse un fiume è scesa da Venezia lungo l’Adriatico, ha disseminato capolavori tra Puglia e Basilicata, in un percorso che attraverso la via del mare consentiva ai grandi pittori veneziani di mandare grandi capolavori».      

D: Professore, come giudica quelle palme in piazza Duomo?
R: «Avranno scambiato Milano appunto per Bari: sembra quasi che tolgano le palme da via Sparano per metterle davanti al Duomo di Milano. Questo prova la follia dell’uomo… ci sono ancora le palme in Via Sparano?»

D: Sono state rimosse…
R: «Ecco, tolgono le palme da via Sparano e le mettono davanti al Duomo di Milano, anziché fare delle cose logiche fanno delle stupidaggini. A Milano, poi, è la riprova che un privato è più importante del sindaco; certo, stiamo parlando di un finanziamento privato e di non di soldi pubblici, questo però non giustifica che un privato siccome paga può fare quello che vuole senza avere buon senso e buon gusto».

sabato, febbraio 18, 2017

Gran successo a Pescaria: il pesce pugliese vola a Milano


di PIERPAOLO DE NATALE - Ormai, ogni pugliese amante della cucina di mare, avrà sicuramente fatto tappa in quel di Polignano. Nella celebre città di Domenico Modugno è impossibile non fermarsi per un boccone da Pescaria, il ristorante di pesce più chiacchierato di tutta la regione. Grandi e piccoli, coppie e famiglie: tutti apprezzano ed esaltano a gran voce l'impareggiabile cucina dello chef Lucio Mele, che da due anni firma con la sua bravura ogni singolo piatto di quella cucina. Tartare, insalate, crudi, cotti e fritture di mare: ogni opzione fa venir l'acquolina in bocca, anche se a far da padrone sono sempre loro, le iconiche tartarughe di semola pugliese.

Dalla cucina di piazza Moro, il menù di Lucio Mele ha preso il volo, atterrando a Milano in via Bonnet. E pure qui, fin da subito, lo street food di pesce pugliese ha riscosso grandissimo successo. Come a Polignano, anche nel capoluogo lombardo i tavoli di Pescaria registrano sempre il "tutto esaurito". A qualche mese dall'inaugurazione, abbiamo incontrato Domingo Iudice, co-founder dell'ormai più amato ristorante di pesce di tutta la Puglia.

Un anno fa ci rivelaste il desiderio di portare Pescaria a Milano. "Missione compiuta"?
Direi di si. Almeno per ora. Ma siamo al lavoro per nuove missioni anche su Milano.

Ci sono differenze tra la richiesta pugliese e quella lombarda?
Sicuramente a Polignano ci richiedono di più i crudi della tradizione: tagliatella di seppia e mitili crudi. A Milano sono apprezzatissimi i carpacci, salmone in particolare. Il fritto è un piatto intramontabile che, insieme ai nostri panini, costituiscono le colonne portanti del nostro menù. C'è un cosa che però mette tutti d'accordo: i ricci di mare, che anche a Milano fanno davvero furore e incetta di appassionati consumatori!

Qualche curiosità logistica... esportate il pesce pugliese in quel di Milano o usate materie prime più "vicine"?
Portiamo ogni 48 ore pesce e ortaggi che acquistiamo qui in Puglia. Ovviamente ci sono pesci non locali, come il salmone o il tonno pinna gialla. Ma anche in questi casi, preferiamo portare tutto dalla Puglia: riusciamo a controllare la qualità e la freschezza del prodotto.

E per la maestria di Lucio Mele? Avete clonato l'impareggiabile chef di Pescaria?
Nessuna clonazione! Lucio Mele è il nostro unico executive chef. In questi mesi abbiamo organizzato le nostre brigate di cucina con gerarchie e protocolli, mansionari e responsabili di cucina molto rigorosi. Le brigate seguono ricette e composizioni precise, si confrontano quotidianamente con Chef Lucio per gestire anche i piatti del giorno e soprattutto sono formati costantemente per mantenere uno standard elevato per far si che ogni panino sia esattamente come lo chef l'ha concepito.

Visto l'inarrestabile successo della vostra cucina, avete in programma nuove destinazioni?
Assolutamente si. Vogliamo portare la nostra cucina e il nostro servizio in giro. Prima per l'Italia e poi, perchè no, all'estero.

Tutto volge per il meglio anche a Polignano, dove avete persino cambiato sede per garantire più coperti!
La sede polignanese è un'attività che ci ha da sempre dato soddisfazioni inimmaginabili. Siamo partiti in un piccolo locale di 45mq dove la lamentela più frequente era relativa alle code, alle attese e agli spazi. A distanza di un anno, abbiamo deciso di investire per migliorare l'esperienza di una clientela ben più grande del pianificato. Abbiamo investito in una grande cucina, più capace e soprattutto dove Lucio può cimentarsi. Abbiamo introdotto una sezione di piatti cotti e tra gli speciali del giorno c'è sempre una pasta. Insomma, abbiamo cercato di migliorare Pescaria incontrando le richieste più frequenti e facendo tesoro di recensioni, critiche e consigli. Possiamo sicuramente dire che l'attività su Polignano va bene e che daremo il massimo perchè vada anche meglio. A proposito: il 28 febbraio, martedì grasso, presentiamo il nuovo menù.

mercoledì, febbraio 15, 2017

INTERVISTA. Francesco Gabbani e quella nostra chiacchierata di un anno fa

di NICOLA RICCHITELLI - Erano i giorni di 'Amen', il brano che faceva conoscere il vincitore della 67ma edizione del festival di Sanremo, una vittoria ottenuta al termine di un percorso controverso in quel Sanremo giovani che lo vide dapprima eliminato nello scontro diretto con Miele, ma poi il verdetto fu ribaltato non appena si scoprì l’errore tecnico. Chissà cosa sarebbe successo oggi se quel errore non fosse stato mai scoperto. Nel dubbio vi riproponiamo quanto detto in quell’occasione da Francesco Gabbani in una intervista telefonica recuperata dall’archivio del Giornale di Puglia.

D: Francesco, possiamo dire che un “Amen” ti sta cambiando la vita almeno dal punto di vista professionale?
R:«Si, possiamo dire proprio così, per assurdo va a conferma del significato della canzone nel senso al contrario, perchè nella canzone la proposta – in maniera sarcastica – è proprio quella di non cercare di risolvere la propria vita consapevolmente tramite un amen, invece nel mio caso ironicamente devo dire proprio di si, la canzone 'Amen', almeno quotidianamente, mi sta cambiando la vita».

D: Come nasce il testo di questa canzone, che appunto è un testo molto particolare?
R:«Il testo nasce in collaborazione con il mio compagno autorale Fabio Ilaqua, con il quale scrivo canzoni da oramai due anni; nasce in realtà da un esigenza espressiva così come tutte le canzoni che scriviamo. In questo caso l’idea era quella di porre una riflessione su modo di vivere i nostri giorni, sul fatto che tante volte la tendenza culturale italiana è quella di cercare di trovare la risoluzione delle nostre vite in qualcosa di esterno a noi, e quindi nell’attesa di un miracolo che possa arrivare e risolvere tutto. Ecco, con questa canzone ho cercato di far riflettere sul fatto di far spostare su se stessi, e quindi rivalutare se stessi, il proprio destino, perché alla fine tutto dipende da noi, il miracolo vero siamo noi».

D: Come nasce la scelta per l’appunto di presentare questo pezzo al festival di Sanremo?
R:«Dunuqe, in realtà non era stato scritto per Sanremo, diciamo pure che aveva avuto una sua vita indipendente, nel momento in cui avevo scelto di presentarmi al festival; possiamo dire che questa canzone ci è sembrata più appropriata, un po’ per il potenziale che aveva come brano indipendentemente da Sanremo, e comunque rappresentava la formula con cui in questo momento ho il piacere di esprimermi musicalmente, perché è un brano – così come il resto del disco – che ha un sound elettronico che fa ballare e divertire, e quindi abbiamo questo primo approccio; dall’altro abbiamo un testo che è un motivo per riflettere, quindi vi è la spensieratezza del sound e il tentativo di riflessione del testo. In sintesi posso dire che è un brano che mi rappresenta».

D: Francesco come hai vissuto quel piccolo incidente, quella eliminazione non eliminazione in corso della prima serata?
R:«L’ho vissuto come tale! Praticamente dopo il primo verdetto che mi dava escluso è normale che io abbia avuto un tracollo emotivo, mentalmente in quel momento vi era grande delusione, poi i giochi si sono riaperti, devo dire che è stato un momento emotivamente molto forte, però sono contento che alla fine tutto sia stato chiarito».

D: Aldilà che tutto si sia risolto, però è stato un incidente che ha rischiato di compromettere il tuo percorso al festival e, perché no, il tuo percorso musicale…
R:«Sicuramente, devo dire una cosa, che la motivazione per cui dopo si sia fatta luce su questa cosa è sicuramente da attribuire al fatto che ci troviamo nell’era del web, perché questo, perché la sala stampa – che è quella che ha avuto difficoltà nel voto – nei momenti successivi al primo verdetto, ha pubblicato sul web il fatto che vi fosse stato un errore di votazione. A quel punto l’organizzazione del festival non poteva non dare peso a questa cosa che rischiava di far fare loro questa figuraccia. Però, devo dire – io sono figlio del web - che se non vi fosse stata la rete avrebbero forse insabbiato tutto, avrebbero lasciato le cose così come sono e avrebbero detto 'Andiamo avanti'».

D: Francesco, tra gli attestati di stima vi è quello di un vescovo che, a quanto pare, ha addirittura cantato la tua canzone. Come hai vissuto questa cosa?
R:«In realtà in maniera positiva, perché essendo esposto artisticamente si parla di me, della mia canzone. Sicuramente è un vantaggio, ma credo che sia bello vedere che ognuno la canzone la interpreta a proprio modo e in qualche modo la fa sua. Il monsignore che ha cantato la canzone la usa per spiegare talune cose ai suoi ragazzi, anche se credo che non ha carpito fino in fondo il vero significato di essa. Però mi sta bene lo stesso, se può diventare anche in quel contesto un motivo per riflettere… ben venga!».

D: Il tuo rapporto con la fede?
R:«Il mio rapporto con la fede è di grande rispetto per chi c’è l’ha, per chi la pratica. Io però, ad oggi, pur avendo in realtà tutti i sacramenti cattolici fino alla cresima, perché ho avuto insegnamenti di tipo cattolici sin da giovane, ad oggi devo dire che non sono praticante, perchè se devo essere sincero ho difficoltà ad accettare tutto ciò che ha basi dogmatiche. Quindi devo dire che non sono praticante e non sono credente, però ho un grande rispetto per chi ha un senso di grande religiosità e per chi ha una fede in qualcosa, perchè credo che chi ha fede in qualcosa può portare del buono nelle nostre vite».

D: Quali sono i temi che affronti nel tuo nuovo album 'Eternamente ora'?
R: «I temi sono abbastanza eterogenei. E' un disco che parla di tematiche sociali, che parla di rapporto tra individualità e collettività, della paura sociale intesa come la paura mediatica, nel senso che siamo succubi dell’azione mediatica e quindi televisiva. Parla del rapporto con la tecnologia, si parla anche di sentimento: posso dire che è un disco eterogeneo. Quello che mi auguro è che la mia musica possa da una parte far divertire in maniera spensierata, ma che dall’altra rappresenti un occasione per far riflettere, perché alla fine questa è anche un po’ l’espressione di me stesso, visto che sono così nella vita. Da un po’ di tempo ho iniziato a vivere di questo connubio…».

martedì, febbraio 14, 2017

INTERVISTA. Ale e Franz per la prima volta a Taranto

di PIERO CHIMENTI - Ale e Franz, per la prima volta a Taranto, hanno portato al Teatro Orfeo il loro spettacolo 'Tanti Lati Latitanti'. Uno spettacolo che oscilla tra la risata e la riflessione, toccando con leggerezza anche temi come la religione e la politica. Prima di dar vita allo show, i due comici milanesi, si sono resi disponibili per rispondere a qualche domanda:

Siete arrivati in città immagino con un scenario particolare. Cosa vi è venuto in mente al di là da quello che si sente, si dice su Taranto. Cosa avete visto e come la commentate?

FRANZ: In realtà siamo arrivati da 8 minuti, però la sensazione...  non siamo stati mai a Taranto ma è davvero è una città bellissima, ordinata, i palazzi sono bellissimi, davvero ci ha colpiti molto, una città molto bella, molto affascinante. Ci dispiace che ripartiamo stanotte e non possiamo vederla bene.

Possiamo dire che questi fumi non spaventano Ale e Franz? 
ALE: No, assolutamente no, perché dovrebbero spaventarci? Una città veramente bella e poi ha questo affaccio in un mare meraviglioso. Complimenti.

I tarantini si aspettano di sedersi, di guardarvi e di sorridere con voi. Di cosa parlate in questo spettacolo? 
FRANZ: Sono vari incontri. Sono varie coppie che si incontrano su questo palco uniti da un filo conduttore che non vi svelerò, altrimenti vi rovineremmo la sorpresa e sono tanti personaggi che s'incontrano su questo palco, quindi non vediamo l'ora che il pubblico di Taranto veda cosa abbiamo combinato.

Per quanto riguarda sempre lo spettacolo. 'Tanti Lati Latitanti', potrebbe essere il concentrato delle nostre debolezze di quello che siamo e di quello che magari potremmo anche essere? FRANZ: Qui è bravissimo lui... il titolo l'hai pensato te... rispondi!
ALE: E' vero, molte volte alcuni lati del carattere spariscono, e quindi latitano. E quindi un po' quello il gioco di parole che simpaticamente abbiamo trovato.

Quanto c'è d'improvvisazione nello spettacolo e d'interazione col pubblico? 
FRANZ: In quello di stasera non c'è nulla d'improvvisato. Nel senso che abbiamo improvvisato tanto quando l'abbiamo creato per tanto tempo. Poi al teatro le cose si fissano, si cerca di far rendere al massimo quello che si è provato nelle date precedenti, quindi il lavoro d'improvvisazione l'abbiamo fatto, abbiamo fatto tanto per questo spettacolo, quasi un'ottantina di date. Lo chiamavamo lavori in corso. Adesso l'abbiamo confezionato e stasera si fa attenzione a tenere un bel ritmo, e quindi è un classico spettacolo teatrale da vedere e da ascoltare.

Qual é la novità di questo spettacolo rispetto ai vostri precedenti lavori? 
FRANZ: Che è nuovo. E' diverso dai precedenti perché è nuovo. Siamo sempre noi, la nostra comicità, il nostro far teatro. Poi a teatro abbiamo uno stile un po' nostro. Siamo convinti che la risata perfetta sia quella che parte dalla pancia, arriva alla testa e passa dal cuore, quindi se riesci a far pensare emozionare e a far ridere di pancia è lo spettacolo perfetto. Noi ci proviamo, insomma, a modo nostro.

Brillanti in tv, brillanti in teatro, ma cosa preferite? Il contatto vero con chi sta di fronte a voi e vi guarda o quello con le telecamere? 
FRANZ: Ma in realtà la televisione che abbiamo fatto è sempre stata particolare, perché sono sempre state le telecamere a spiarci, quindi siamo stati fortunati. Però direi sicuramente che il contatto col pubblico dà forza, dà energia al tuo lavoro, perché non sai mai come andrà. Ogni sera è una conquista, ogni sera è un rimettersi in gioco, quindi direi che sicuramente il lavoro teatrale è quello più emozionante.

La vostra comicità, i vostri testi, da cosa nascono? Da episodi quotidiani o da altro? 
ALE: Nascono un po' da tutto, da quello che osserviamo, da quello che ci viene in mente, da quello che ci fa ridere. Quello che diverte noi due, abbiamo un metro che diverte noi. Questa è l'unità di misura, la cosa che diverte noi cerchiamo di trasmetterla agli altri, già diverte noi, speriamo che faccia divertire gli altri.

Rappresentare l'uomo con i suoi vizi e le sue virtù, un canovaccio forse tra i più classici. Quanto coraggio ci vuole per continuare a farlo con il vostro carattere con la caratterizzazione che avete dato a questa formula di rappresentazione? 
FRANZ: Coraggio non lo so. E' la nostra linea, il nostro modo di fare spettacolo. Uno spettacolo di stasera è uno spettacolo divertente ma anche uno spettacolo particolare, articolato anche complesso sotto certi aspetti per la nostra storia. Questo è il nostro modo, non so dire se è coraggio o meno, questo è il nostro modo di metterci in gioco, ogni volta si riparte. Un po' il senso di questo lavoro; bisogna cambiar pagina, avere delle cose da dire, avere il coraggio di dirle. Questo è quello che facciamo. Chi fa scelte differenti, non le comprendo, da parte nostra più che coraggio è coerenza per il nostro lavoro.

Di tanti lati che rappresentate c'è qualcuno che vostro personale e che vi fa ridere magari reciproco? 
ALE: Per fortuna no. Per fortuna non siamo così come si può vedere nello spettacolo. Ci abbiamo messo fantasia, abbiamo calcato un po' la mano, siamo andati sopra le righe, siamo scesi, saliti, diciamo che è un po' l'estremizzare dell'essere umano, ma a volte magari a volte avvicinarci alla realtà, però per fortuna non siamo così.

Progetti in cantiere? 
FRANZ: Aprire un cantiere. No, scherzo. Adesso stiamo finendo la tournèe, poi incominceremo con un altro spettacolo ad aprile nel Piccolo Teatro a Milano e per ora abbiamo questo. Poi si vedrà.

Progetti televisivi o cinematografici in cantiere? 
FRANZ: Per adesso siamo in teatro. Ripeto, ad aprile debuttiamo al Piccolo Teatro, che è un traguardo importante per chi fa teatro in generale, poi per noi che è la nostra città. Quindi, quest'anno più che mai abbiamo messo le energia nel teatro. Poi ci sono tante cose in stand-by.

Ale e Franz, com'è avere un meteorite col vostro nome? 
ALE: E' un grosso impegno, soprattutto perché a trovare qualcuno che te lo tiene pulito non è facile... E' stato un po' un gioco, uno scherzo di un conoscente che ce l'ha intestato; non so come abbia potuto farlo, però è successo veramente. Speriamo che non faccia danni.

Affiancando Ruggeri in tour con lo spettacolo 'C'è un tedesco, un francese, un italiano...' avete creato il Comic Rock. Questa nuova formula potrebbe essere usata in un progetto futuro? 
FRANZ: E' stata un'esperienza che abbiamo girato, abbiamo fatto un'estiva, ci siamo divertiti e poi abbiamo ripreso ognuno le proprie direzioni, le proprie strade. Però, chissà mai, magari in futuro si deciderà di fare un'altra parentesi. Comunque lo spettacolo che faremo ad aprile avrà la musica, quindi in realtà ci siamo fatti prestare la band di Enrico e la portiamo in giro per un po'... gliel'abbiamo presa in affitto. Quindi ha portato quel progetto ad aprire altre strade, siamo molto contenti.

Vi è mai venuto in mente di proporvi individualmente in una formula diversa o l'esigenza di seguire un progetto personale? 
ALE: No...
FRANZ: Ce la fan sempre. Se litigate... quando vi sciogliete, se avete progetti individuali. Per adesso no, magari un giorno può essere finché abbiamo progetti comuni da portare avanti e voglia di farlo insieme è così. Per i primi 23 anni è così, poi non so cosa riserverà la vita. Ma secondo me quando segui una strada tua, fai fatica a seguire una strada di gruppo, perché se le idee te le sviluppi per i fatti tuoi come fai?Quindi finché ci sono progetti comuni è meglio farli. Forse è meglio chiudere un capitolo e poi fare delle esperienze individuali, secondo me... poi non lo so.

Infine un saluto ai tarantini? Corale, ve lo dobbiamo chiedere. 
ALE: A tutti gli amici di Taranto...
FRANZ: E dintorni...
ALE: Un grosso saluto affettuoso da Ale...
FRANZ: E da Franz. Grazie d'averci ospitati in questa città bellissima.