Visualizzazione post con etichetta Intervista. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Intervista. Mostra tutti i post

martedì, settembre 19, 2017

Intervista allo chef Gianfranco Vissani: "In Puglia continuate a battervi per prodotti di qualità"


di PIERO CHIMENTI - Intervista allo chef Gianfranco Vissani, giunto nell'antica e suggestiva masseria Histò a Taranto per partecipare all'inaugurazione della nuova edizione del DueMari WineFest, la manifestazione enogastronomica organizzata nel molo Sant'Eligio a Taranto.

Il WineFest che richiama le materie prime della Puglia cosa le ha ispirato?

Avete i clementini, avete l'uva da tavola ed avete qui vicino anche il quartiere ebraico a Oria... Io dico che la Puglia insieme a Napoli è il serbatoio dell'Italia e questo è un dato di fatto. Avete i carciofi fatti a Brindisi, i pomodori, gli ulivi. Prima le vostre olive erano utilizzate per gli altri oli, poi avete capito che l''intelligenza' deve rimanere qui nella vostra terra, e adesso potete vantare Regino, Muragliolo, Fratoiano la Coratina, che fanno l'olio da loro per creare un marchio giusto per poterlo mandare in giro nel mondo. Questo forse l'hanno capito un po' di ritardo. Dovete continuare a battervi per questi prodotti di qualità, saranno loro a fare la differenza. Lasciate stare la cucina molecolare, la cucina a bassa temperatura che sono la m...da più totale che possa esistere. Abbiamo mangiato negli ultimi 3-4 anni il maialino a cucchiaiate, perché cucinano a bassa temperatura. Se posso dirvi la mia, le migliori cozze sono quelle di Scardivari, vicino Rovigo, nel Veneto, perché ci sono gli allevamenti, sono tra l'Adige e il Po, c'è un incrocio di fiumi ed escono dolcissime, poi sono piene, una cosa eccezionale. Pensando al piatto, si potrebbe fare una crema di mandorle amare su cui mettiamo queste due cozze con l'uva moscata e tartufo bianco, oppure possiamo fare una lasagnetta di cozze con questa cremina di mandorle amare e possiamo mettere addirittura del the nero ristretto. Oppure, addirittura, carrè d'agnello, cozze sgusciate con dei puntini di crema d'arancia e fettuccine fatte di cozze... pure cozze. Perché si fanno delle fettuccine di sole proteine, le proteine fanno tutta una massa elegante. Sulla fettuccina possiamo aggiungere il pecorino canestrato ed un po' di pepe nero e vedi che ti mangi.

Si è definito il Che Guevara della cucina. In cosa si sente rivoluzionario?

Io? E' stata Myrta Merlino, che si è conosciuta a casa mia con Tardelli. Penso che abbia rivoluzionato a suo tempo, quando c'era da fare la cucina, sono stato un rivoluzionario. Adesso vengono qui con queste basse temperature e non fanno fare le combinazioni, e tu capisci che c'è qualcosa che non quadra. A me non m'interessa, questi si sono inventati le basse temperature e l'azoto che non piace nè a me nè a te. Quando andiamo a fare il  gelato di pesche, quelle buone, profumate, con l'azoto con -195°C... è come se io ti dessi uno schiaffo sulla guancia, come ti diventa? Con quelle temperature dove andiamo? E allora ad un certo punto in bocca tu senti il ghiaccio, quindi di cosa stiamo parlando? Di niente, di fumo... di aria fritta.

Lei è stato il primo grande chef in tv. Come si pone davanti a tutto quello che sta accadendo.

Io non faccio quiz, io ho lavorato, ho fatto il lavapiatti, per questo mi ha voluto bene la gente. La colpa è dei giornalisti e dei blogger. Il patrimonio culturale dell' Italia nel Medioevo è stato salvato dai frati benedettini, hanno salvato il nostro Paese perché hanno tenuto ben custodite le nostre ricette, ma nessuno le ha mai tenute. Federico II°, che è stato l'Imperatore più grande che abbiamo avuto, ha dimostrato ancora una volta che voleva assorbire la cultura e non fare la guerra. Oggi siamo andati troppo avanti. Nel 1950 le signore dicevano "fuori di casa", devi diventare "avvocato, ingegnere, dottore". Perché gente del Sud occupa posti importanti in Italia, hanno studiato ma si trovano svantaggiati con la cucina. Anche gli uomini cucinano, parecchi. Corriamo troppo dietro la stampa, dietro i giornalini, dietro i 'fighetti' che impazzano nelle televisioni locali e non sappiamo neanche di quello che stiamo parlando.

Con i nuovi regimi alimentari, dati dallo stile di vita frenetico, c'è il pericolo secondo lei che qualche piatto della nostra tradizione italiana rischi l'estinzione?

Certo, è giusto, Quando Marchesi fece la provocazione di mettere un pisello su un piatto, c'è chi lo criticò e ancora adesso c'è chi lo sta facendo. Vedi che tutto arriva.

Ricetta per “Giornale di Puglia”


Fettuccine di cozze al pecorino e pepe del Nepal, linea di arance con cozze e carrè d’agnello

Ingredienti per 4 persone:

kg 1 di cozze
20g di farina di riso
8 g di polvere transglutaminasi
20g di pecorino semi stagionato grattugiato
8 costine di carrè d’agnello
Succo di 5 arance

Olio e.v.o. sale e pepe del Nepal q.b.

Pulite le cozze e mettetene da parte 12, sgusciate da crude il resto, frullate e filtrate, unite a 200g di crema di cozze la polvere transglutaminasi e successivamente la farina di riso mescolando fino ad ottenere un composto liscio ed uniforme, stendetelo poi tra due fogli di carta forno e lasciate riposare in frigo per 12 ore almeno. Portate a riduzione il succo d’arancia fino a che non risulterà denso e versatelo in un dispencer in plastica col beccuccio fine; preparate i carrè d’agnello pulendo per bene le ossa e togliendo il grasso in eccesso; cuocete le sfoglie in forno a vapore per 30 secondi ed una volta fredde staccatele dai fogli di carta forno e tagliatele a strisce larghe 1cm circa, formate quindi 4 nidi.

In una casseruola aprite le cozze al naturale e sgusciatele, conditele con olio e.v.o. ; cuocete i carrè d’agnello in padella con olio e.v.o. sale e pepe in modo che risulti la carne ben dorata e rosa al cuore.

Su un piatto piano disegnate una linea in diagonale con la salsa d’arancia e adagiatevi 3 cozze , appoggiate vicino i 2 carrè e da parte le fettuccine di cozze, versate il pecorino a pioggia ed il pepe del Nepal sulle fettuccine e completate il piatto con un filo di olio e.v.o.

domenica, settembre 17, 2017

Intervista a Bruno Vespa: "Taranto bella ma è ora di reagire"

di PIERO CHIMENTI - Bruno Vespa, grande appassionato di vino, è giunto nell'antica e suggestiva masseria Histò a Taranto per partecipare all'inaugurazione della nuova edizione del DueMari WineFest, la manifestazione enogastronomica organizzata nel molo Sant'Eligio a Taranto. Prima di prendere parte alla cena, preparata per l'occasione dalle sapienti mani dello chef Vissani, si è fermato a chiacchierare con i giornalisti.

Taranto, basterebbe solo questa parola per iniziare un bel discorso...

Taranto per me significa Museo archeologico. Tutti a pensare all'Ilva, io penso al Museo archeologico che è una cosa meravigliosa. Bisogna guardare le cose positive, poi bisogna anche guardare le cose negative per non diventino ancora più negative. Però questo marchio... Taranto è una città bella che deve reagire, che deve riprendersi un'industria sana, che dia tanto lavoro. Ho notato una cosa da quando sono in Puglia, che è un paradiso che non si riesce a sfruttare fino in fondo, purtroppo. Sto finendo una masseria a Manduria, in cui sto spendendo un bel pò di soldi. Bisogna valorizzare le cose che si hanno, però so che il museo ha delle difficoltà.

Taranto per tanti anni è stata segnata  da una monocultura industriale, 50 anni sono tanti. Anche la cittadinanza ha subito gli effetti negativi...

Molto negativi. Io vengo da una città in cui c'era una monocultura industriale, in cui c'era la Zecca di stato, poi ci fu la Siemens e quindi, ad un certo un punto, una città di 60 mila abitanti dove 5 mila lavoravano là. Oggi credo che siano 100-200. Le università si sono dovute riconvertirsi. Le monoculture sono un disastro perché impigriscono, come è successo alla Fiat a Torino, in maniera più drammatica; invece bisogna far germogliare le iniziative. Sono stato molto amareggiato, avendo investito un mucchio in Puglia: Puglia prima destinazione, ultima per qualità di servizi. Faccio vino primitivo, per questo ho scelto Manduria. Ho una bella masseria del '500 stiamo finendo di ristrutturare, ha soltanto quattro suite lussuose, ne faremo altre sei in mezzo ai vigneti. Faremo la cantina e quindi sarà una zona in cui ci sarà il turismo del vino, però dato che la Puglia è molto bella, da lì si potrà girare e visitare tanti, tantissimi posti, nell'arco di una vacanza ragionevole. C'è anche il mare. L'anno scorso ho subito dei danni, mi hanno tagliato dei vitigni, mi hanno rubato delle chianche molto belle. Però, insomma, spero che questi episodi non si ripetano, la popolazione non c'entra niente perché è molto bella e gentile, però si fatica a trovare personale che parli inglese.

Come mai ha deciso di investire sul Primitivo di Manduria, rispetto ad altri vini con un gusto più delicato?

Se lei assaggiasse il vino si accorgerà che ha un sapore delicatissimo. Sorprende tutti per questo.

In molti dei suoi libri ha spesso parlato di personaggi politici storici rispetto a quelli attuali. Perchè?

Domanda di riserva? C'era allora una maggiore formazione, avevano più tempo. Insomma la Prima Repubblica ha avuto persone che hanno avuto il tempo di formarsi, mentre la Seconda Repubblica è entrata sfondando la porta.  Se pensiamo che prima Berlusconi che era proprio il 'parvenu' adesso sembra Churchill, per vent'anni di esperienza, vuol dire che qualcosa è cambiato.

giovedì, settembre 07, 2017

Libri: intervista a Francesco Schena, autore del manuale 'Il nuovo rendiconto in condominio'


BARI - Intervistiamo oggi il dott. Francesco Schena, revisore contabile condominiale professionista ed amministratore condominiale, Presidente nazionale di ARCO – Associazione Revisori Contabili Condominiali, ed autore del manuale “Il nuovo rendiconto in condominio” (Ed. Grafill) che verrà presentato in prima nazionale a Bari il 20 Settembre presso la Libreria Di Marsico.

Dr. Schena, come sorge l'interesse per lo studio della tematica della revisione contabile condominiale e di conseguenza il progetto di scrivere un testo in materia?

L’interesse c’è sempre stato su questo argomento, ancor prima della legge n. 220 di riforma del condominio ma è stato proprio grazie al nuovo articolo 1130-bis del codice civile che l’attenzione generale sul tema ha assunto un rilievo definitivo. Nel corso degli ultimi quattro anni il ricorso alla figura del Revisore condominiale è stato un crescendo, sia da parte dei condòmini che nutrono dubbi sul rendiconto dell’Amministratore, sia da parte degli stessi Amministratori per difendersi da accuse infondate. Il mio interesse professionale nasce proprio dall’esigenze di apportare in questo campo elementi di chiarezza e adeguati strumenti di valutazione per far sì che non si verifichino strumentalizzazioni della figura del Revisore e perché non ci si improvvisi in un ambito di massima delicatezza per la reputazione professionale degli Amministratori.

Lei è anche CTU presso il Tribunale di Bari. Ci conferma che le questioni relative al bilancio sono una delle maggiori fonti di controversie in ambito condominiale? Quale è la sua esperienza in merito?

Le impugnazioni dei rendiconti per questioni di merito, forma o contenuto da una parte e le azioni, sia civili che penali, per ipotesi di appropriazioni indebite a carico degli Amministratori dall’altra non sono una rarità nel panorama del contenzioso condominiale.
La mia personale esperienza mi porta a trarre una considerazione statistica importante: per circa sette volte su dieci le accuse si rivelano infondate e generate esclusivamente da una mera confusione nella tenuta della contabilità o da una incapacità da parte dei condòmini di leggere adeguatamente il nuovo rendiconto redatto alla luce delle nuove disposizioni di legge.

Il suo manuale si pone l'obiettivo di fornire un valido supporto agli amministratori di condominio e/o ai revisori contabili. In che modo può evitare contestazioni e controversie?

Non credo di poter dispensare una soluzione in questo senso ma, sicuramente, una corretta tenuta della contabilità da una parte e una adeguata conoscenza delle più idonee tecniche di revisione dall’altra possono senz’altro scongiurare casi di accuse immotivate e rinsaldare il rapporto fiduciario tra Amministratore e condominio ancor prima di intraprendere giudizi di sorta che potrebbero, poi, rivelarsi azzardati.

La figura del revisore contabile condominiale può avere un ruolo per evitare l'insorgere di liti?

Assolutamente si. Personalmente credo in una più efficiente funzione preventiva che repressiva da parte del Revisore. Ma questo richiede un allargamento di vedute e culturali da parte di tutte le parti. I condòmini devono sapere che occorre affidarsi al Revisore senza aspettarsi ad ogni costo la conferma delle presunte accuse. L’Amministratore deve guardare al Revisore come ad un organo terzo e di garanzia, senza timore e senza pensare di essere sottoposto a giudizio. Il Revisore, infine, deve operare con equilibrio, competenza, indipendenza, responsabilità e rispetto dell’amministratore, senza spirito di inquisizione o pregiudizi e senza soccombere alle aspettative del cliente.

Quali suggerimenti può fornire a chi lavora nell'ambito dell'amministrazione degli immobili soprattutto in sede di redazione di bilancio? 

Il suggerimento è quello di approfondire la materia evitando di ritenere il rendiconto un qualcosa di poco importante. È necessario che la contabilità sia tenuta e presentata rispettando adeguati metodi, sistemi e princìpi contabili, il tutto in perfetta compatibilità con la natura giuridica del condominio. L’errore più frequente commesso dagli Amministratori è quello di assecondare le richieste di alcuni condòmini che pretendono una contabilità “semplice” e adeguata al loro livello di capacità di analisi. In realtà, l’Amministratore deve tenere la contabilità secondo quanto dispone la legge, anche se questo significa presentare un fascicolo di rendicontazione complesso e voluminoso. I principi della completezza e della chiarezza contabile non vanno confusi con quella semplificazione voluta spesso dai condòmini che espone, poi, il rendiconto a rischi di impugnazione per difetto di forma e contenuti.

martedì, settembre 05, 2017

Politica: le nozze di CADmo e Armonia

di FRANCESCO GRECO - ROMA. Uno spettro si aggira per le lande desertiche italiettane. Preda degli istinti peggiori. Partiti senza alcun progetto, neanche una piccola visione, nulla, buio totale. Solo una casta famelica che perpetua se stessa. Senza ideali, valori.

E’ il post-ideologico, bellezza, prevale l’antipolitica, ormai trasfigurata in un nuovo modo di far politica. La classe media non esiste più, tutto è precariato, il lavoro e le nostre vite. Il riformismo è annacquato, non cambia le cose, anzi, le rende patologiche, le cristallizza.

E così, nel solco aperto dieci anni fa da Beppe Grillo, ecco fare capolino un’altra opzione politica, ancora agli inizi. E’ il CAD (Centro Ascolto Disagio), i cui aderenti non hanno un minuto di tempo libero: la “serva Italia di dolore ostello/ nave senza nocchiero in gran tempesta” è il paese del disagio diffuso e loro ascoltano e cercano di fare da supporto psicologico, ma anche di risolvere qualche caso umano grazie a una fitta rete di contatti.

Di che si tratta? Lo abbiamo chiesto al suo fondatore, l’ing. Gerardo Rosa Salsano.

DOMANDA: Cos'è il CAD?
RISPOSTA: "E' un'associazione concepita per ricostruire la società. Ecco perchè non sarà mai un partito. Gli ingredienti sono semplici ed essenziali:
1. Capitale Umano
2. Territorio
3. Idee e progetti. Il CAD vuole essere prototipo della società del Futuro".
D. Come nasce?
R. Da una mia idea dopo aver incontrato un sacerdote che mise in discussione quanto avessi fatto nella mia vita fino a quel momento. Ingegnere progettista e calcolatore, avevo vissuto per obiettivi molto materiali, carriera, soldi, ecc. Da allora cambiò la mia vita e tutto ciò che avevo fatto in quel momento era solo l'inizio di una nuova vita sociale. Bisognava dare una svolta, bisognava cambiare la società e non con il solito volontariato sociale e di tamponamento temporaneo. Bisognava ricostruire la società attraverso un progetto di ingegneria sociale dove le sue varie componenti erano molte volte quei talenti esclusi dalla società di oggi. L'uomo doveva riprendersi la scena e ridiventare protagonista. La filosofia caddiana nasce così".
D. Qual è il suo concept?
R. Aspettiamo gli ultimi per arrivare insieme: è questo il nostro motto. Gli ultimi, coloro che sono abbandonati e messi da parte da questa società hanno con il CAD una nuova grande opportunità: riprendersi il proprio futuro".
D. A chi è diretta questa proposta politica?
R. "La nostra proposta non ha colore politico. E' chiaro che attenzioniamo quei partiti attenti alle problematiche dei cittadini e questo purtroppo è raro nello scenario politico italiano. Abbiamo comunque capito che le persone perbene sono in tutti i partiti e il dialogo avviene più con le persone che con le rappresentanze politiche".
D. Il CAD è radicato nel territorio?
R. "Si, siamo presenti in tutta Italia, superando, nel 2016, le 150mila unità. Abbiamo creato dei circoli pensatoi dove le intelligenze di questo paese si cimentano nel preparare progetti e nel creare opportunità di lavoro".
D. Presenterete vostre liste alla prossime elezioni politiche?
R. "Sarebbe bellissimo preparare una lista del popolo dei volontari sociali. Credo che per il momento però deve rimanere un sogno nel cassetto, anche perché non abbiamo il potere economico per affrontare una campagna elettorale e molti di noi sono ancora alle prese con le emergenze sociali di tutti i giorni. Comunque siamo aperti alle proposte di apparentamento con un grande partito dove il CAD porti il proprio contributo in uomini e territorio e il partito aggregatore faccia da papà attento e vigile alle tematiche prettamente politiche".

giovedì, agosto 31, 2017

Intervista a Mauro Tummolo: "Canto i Modà ma sono cresciuto con la musica anni '60"


di PIERO CHIMENTI - Intervista al cantante svizzero Mauro Tummolo.

Da anni canti in una cover dei Modà inserendo in scaletta dei tuoi pezzi che ben si sposano con la loro musicalità.  Ma cosa differenzia la loro musica alla tua?

Si, i miei brani sposano bene la musica dei Modà perché grazie a questo tributo (VITTIMA MODA’ TRIBUTE BAND) di cui ne faccio parte posso dimostrare anche il mio valore come cantautore.
Riguardo la musica che differenzia il mio mondo dal loro direi che siamo li più o meno ma sicuramente Kekko Silvestre (Leader Modà) è un poeta perché scrive dritto al cuore della gente e io non nego che ci provo nello stesso modo perché come dico sempre il popolo è sovrano e ha bisogno di te perchè il pubblico presente ai tuoi concerti ha bisogno di staccare la spina dalla quotidianità per due ore immense di live e quindi quale terapia migliore se non scrivere e cantare delle belle canzoni con dei magnifici testi.

2. Hai inciso canzoni con vari arrangiamenti dall'elettronico al melodico. In quale sound ti riconosci pienamente?

A me piace spaziare molto nel mondo del pop leggero/rock perchè mi ci vedo molto e perchè amo cantare tra l’altro soprattutto in Italiano. Dagli anni '60 ad oggi c’è tutta l’influenza musicale che mi trasporta per poi scrivere le mie canzoni che tutti conoscete. Però se dovessi dire la mia direi che ultimamente i due Gruppi di cui vado matto in assoluto sono i Coldplay e i The giornalisti capitanati da Tommaso Paradiso che stimo molto.Ma non nascondo che musicalmente son cresciuto anch’io con Battisti, Baglioni, Morandi, Carboni, Elvis, Sinatra, i Beatles, i Queen etc.

3. In 'Volevo dirti' canti che l'amore non è così diverso dal dolore. In cosa si accomunano? Ed in quale di questi stati d'animo hai una maggiore ispirazione poetica?

In 'Volevo solo dirti', scritta dal grande Daniele De Bellis amico cantautore pure lui, si dice che l’amore non è cosi diverso dal dolore perchè entrambi mostrano e fanno parte del mondo dei sentimenti di ogni essere umano. Ogni sensazione che si vive e si percepisce nella propria vita si accomuna sempre magari a quell’emozione che sia positiva o che sia negativa che hai provato qualche istante prima. Per me ogni stato d’animo è importante perché se senti dolore hai bisogno dell’amore di quel qualcosa che ti dia speranza o che ti dia sollievo, se ti senti amato o se sei innamorato sembra che tutto intorno non esiste e invece poi magari nel tempo ti accorgi che devi combattere con qualche realtà che magari non conosci o che pensavi non esistesse. Insomma, la mia ispirazione è come recita il titolo di una canzone dei Tiromancino: 'La descrizione di un attimo'.

4. Lo scorso 23 giugno è uscito in tutte le radio 'Differenze', che sta volando nelle classifiche. Quali 'corde' del grande pubblico sei riuscito a toccare con questo brano, rispetto agli altri tuoi pezzi,  per registrare questo grande numero di consensi?

Un bel e grande successo, davvero grazie a tutte le radio che trasmettono il mio brano. Poi ringrazio la GRAGE ADM che è il mio management e che mi ha permesso di realizzare quest’opera bellissima perchè ogni canzone è tale, poi l’ufficio stampa straordinario di Germanelli che sta seguendo passo dopo passo la mia tra virgolette ascesa artistica (speriamo :-) ) e poi la band che accompagna Benji e Fede in Tour con cui ho realizzato differenze. Rispetto ai brani passati ho notato che dai 2/3 anni (come l’età delle mie nipotine) ai 90 (come l’età di uno zio mio) il brano ha colpito in maniera prettamente positiva perchè poi oltre ad avere un gran bel sound pop estivo ha un grande significato che tocca i cuori e la coscienza di tutta la gente che lo ascolta perché come recito in questa canzone secondo me le differenze uniscono la gente.

5. Oltre che cantautore, sei stato attore in 'Generale dei Briganti' su Rai1. La recitazione è stata una parentesi o vorresti intraprenderla parallelamente alla musica? 

Prediligo fare il cantante questo è certo ed è quello che vorrei cercare di fare e di essere. La recitazione si è stata importante per me perchè mi ha fatto superare uno scoglio emotivo abbastanza importante. Non era e non è mai semplice salire su un palco e affrontare un pubblico che è li che ti aspetta e che sente il bisogno di comunicare con te. E' anche vero che se vuoi essere un leader o ce l’hai o ce l’hai, altrimenti diventa davvero difficile il tuo percorso artistico. All’inizio sembrava tutto in salita, come d’altronde lo è adesso (perchè ogni volta su di un palco è come la prima volta), però devo dire che davvero le nozioni di studio a 360° servono in maniera smisurata per chi vuol far questo nella vita e credimi sono molto importanti. Poi, ovviamente, chi legge la mia biografia non si annoierà mai perché per arrivare fin dove sono giunto ne ho fatte di cose sia belle che meno belle ma che comunque fanno parte del mio grande bagaglio culturale e checchè se ne dica sono e saranno sempre parte di me e del mio percorso di vita.

CHI LA DURA LA VINCE il mio motto.
GRAZIE DI CUORE ALLA REDAZIONE
MT

giovedì, agosto 24, 2017

Notte della Taranta, intervista a Nicoletta Manni: "Dove sono nata la pizzica è di casa"

(Brescia/Rudy)

di PIERO CHIMENTI - Intervista alla prima ballerina del Teatro alla Scala di Milano, Nicoletta Manni, ètoile di origini salentine (Galatina) che danzerà sul palco de La Notte della Taranta in occasione del Concertone finale del 26 agosto a Melpignano.

L’artista sarà la protagonista assoluta de “La preghiera delle madri” di Yael Deckelbaum, brano nato dall’incontro tra l’artista israeliana che sarà quest’anno tra gli ospiti internazionali del Concertone e un gruppo di donne ebree e musulmane che hanno marciato verso Gerusalemme per chiedere la pace. Un messaggio di musica e danza che si leverà da Melpignano per quella che sarà a tutti gli effetti una preghiera per la pace.

1. Sarai protagonista della 'Notte della Taranta'. Ti stai preparando in maniera differente rispetto alle prime a cui sei abituata?

Mi preparo ad ogni spettacolo sempre con tanto impegno ed entusiasmo in ogni minimo particolare.
Per me la danza è la passione della mia vita. Ho cominciato da piccolissima nella scuola di mia madre, Anna De Matteis, secondo  un percorso per me naturale e con tantissimo sacrificio, ma ho sempre sognato di diventare una ballerina.

2. In una Melpignano blindata ti esibirai ne 'La preghiera delle madri'. Secondo te come il dialogo tra le religioni può fermare gli integralisti così spietati?

Quest'anno ho avuto la fortuna di incontrare il Papa in occasione della giornata della danza  e di accogliere con entusiasmo e commozione il suo messaggio di pace e fraternità. Il brano di Yael Deckelbaum che interpreterò, su coreografie del maestro Lucianno Cannito, è un esempio di come la musica, la danza, la preghiera di migliaia di donne e madri di tutte le religioni possano essere uno strumento per la costruzione di un bene comune: la pace.

3. Prima i Pink Floyd, adesso la pizzica. Quali le difficoltà ad interpretare generi musicali così 'lontani' dal tuo mondo?

I Pink Floyd o la Pizzica non sono generi musicali lontani da me. La danza classica è la base di tutte le danza. Ho interpretato le musiche dei  Pink Floyd su coreografie di Roland Petit che includono elementi classici, neoclassici, contemporanei, acrobatici con le stesse difficoltà che affronto negli altri balletti di repertorio classici, moderni, contemporanei.

4. Cosa rappresenta per te la pizzica? L'hai fatta già conoscere al Andrijashenko?

Sono nata a Santa Barbara, una piccola frazione del comune di Galatina dove la pizzica è di casa.
Da piccola i miei genitori mi hanno spesso portato a Melpignano alla Notte della Taranta. Nel 2014, su invito della fondazione la 'La Notte della Taranta', ho partecipato da vicino al 'Concertone' ed ho apprezzato meglio la bellezza della pizzica. La pizzica fa parte della cultura di chi è nato in questa terra.

5. Nel giro di pochi anni hai ballato con Bolle e sei l'unica italiana candidata al 'Premio Benois de la Danse'. Quanto è difficile alla tua età convivere con una sempre più crescente notorietà nazionale ed internazionale?

Alla mia età non è semplice gestire una responsabilità come quella di essere prima ballerina del Teatro alla Scala uno dei teatri più importanti al mondo. L’impegno è molto forte, oltre alle doti fisiche e a quelle naturali devi avere tanta passione, determinazione, forza di volontà  e molto, moltissimo lavoro che si tramuta in  un dovere quotidiano che ti porta a migliorare sempre. Devi avere inoltre una forte consapevolezza ed umiltà per il ruolo che ricopri per essere sempre all’altezza delle situazioni.

Libri: intervista alla giusfamiliarista Ilaria Fustinoni

BARI - Ilaria Fustinoni, avvocato giusfamiliarista del Foro di Milano, classe 1984, è autrice del Manuale pratico delle adozioni, pubblicato in queste settimane dall’editore Primiceri .

Avvocato Fustinoni, ci presenta il suo Manuale?
Il “Manuale Pratico delle Adozioni” è un testo che si propone di illustrare l’istituto giuridico dell’Adozione, contribuendo a rendere noto al lettore le diverse fattispecie dello stesso e ponendo uno sguardo alle recenti pronunce giurisprudenziali in materia di adozione e di stepchild adoption.
Il Manuale ha un’impronta pratica e trova i propri destinatari non solo nei giuristi ed operatori del diritto, ma si propone di abbracciare un pubblico più ampio e diversificato.
È utile pertanto a coppie che decidano di intraprendere un percorso di adozione, in quanto la terminologia adoperata è semplice e comprensibile.

Quali sono le motivazioni che l’hanno spinta a scrivere questo Manuale? Quale finalità si pone il Testo?
Le motivazioni che mi hanno spinto a scrivere questo testo sono molteplici.
In primis tra tutte, sono un’attenta studiosa del diritto di famiglia e come tale mi occupo prevalentemente della materia, accompagnando coppie di genitori adottandi alla realizzazione del loro “sogno”, ovvero quello di divenire genitori adottivi.
Inoltre ho voluto fornire un supporto a tutti coloro che volessero informazioni e risposte sul procedimento di adozione. Accompagnando ciascuno nella comprensione delle varie fasi del procedimento di adozione e facendo comprendere che nonostante ci siano lungaggini burocratiche non è poi così impossibile adottare un minore.

Per la sua esperienza nel settore delle adozioni, ritiene che una coppia che intenda intraprendere il percorso adottivo sia sufficiente informata? Quali sono i maggiori ostacoli che la coppia può affrontare durante il percorso e dopo l’adozione?
Nella mia esperienza personale ho spesso trovato scarsa informazione da parte delle coppie di genitori adottandi. Gli stessi per avere le informazioni corrette devono infatti rivolgersi necessariamente a personale specializzato che costituisce un valido ausilio per tutti coloro che si avvicinano all’istituto giuridico delle adozioni.
I maggiori ostacoli che in genere affrontano le coppie durante il percorso di adozione sono da ravvisare nel fatto che gli stessi vogliono “tutto e subito”. Cosa inconciliabile con il procedimento di adozione che tende in primo luogo a verificare se il nuovo nucleo familiare possa essere idoneo al minore.
Per queste verifiche sono necessarie tempistiche idonee. Non si deve infatti dimenticare che il Legislatore pone in prima luce la tutela del minore ad avere una famiglia idonea nella quale crescere.
Una volta adottato il minore si troverà nella sua nuova famiglia. Chiaramente possono manifestarsi problematiche relative alla distinzione tra la cd. madre biologica e quella adottiva. Ma sono problematiche superabili con le giuste accortezze.

Ritiene che le procedure di adozione previste nel nostro ordinamento siano adeguate a garantire i diritti delle coppie e del minore, o potrebbero essere migliorate, e se si, come?
Nella mia esperienza ritengo che siano più che adeguate. È importante sottolineare che l’Autorità competente, ovvero il Tribunale per i minorenni così come gli assistenti sociali, gli psicologi e pedagogisti sono a disposizione per aiutare e accompagnare i futuri genitori adottivi nel loro percorso di adozione e MAI devono essere considerati ostacoli o nemici.

domenica, agosto 13, 2017

INTERVISTA. Simone Barotti colora l'estate con il nuovo singolo 'Nel disordine che c'è'

BARI - Intervista al cantante romano Simone Barotti.

Come nasce 'Nel disordine che c'è?
Mi piaceva l'idea di utilizzare la parola "Disordine" che fa proprio parte di me per tantissimi motivi. Ma ne ho una considerazione positiva. Dal disordine spesso nascono tantissime cose interessanti. Il brano racconta invece la storia di una coppia dove uno dei due approfitta dei punti deboli dell'altro cadendo, come spesso accade, nell'incomprensione più totale.

Nella tua vita ci sono stati dei disordini 'in amore' che hai sistemato? 
L'amore è il disordine per antonomasia. Ma non ho sistemato nulla. Ho preferito imparare a gestirlo ed a conviverci.

Com'è cambiato il tuo modo di fare musica nel corso degli anni? 
Ho molta più voglia di sperimentare. Prima ero molto legato ad un genere. Adesso no. Credo che in ognuno di noi ci possa essere il bisogno di ascoltare sia rock che musica classica in momenti diversi della vita. Così per me che oltre ad ascoltarla la musica sto provando a farla. Pazienza se qualcuno inizia a dire ,ascoltando il nuovo singolo, che sto "cercando la mia identità musicale". In realtà l'ho trovata! È proprio questa!

E' difficile fare l'artista in Italia? 
L'artista non lo so. Non credo che "si faccia". Gli artisti nascono con alcune imprevedibili caratteristiche che aldilà del riscontro e del risultato finale delle loro produzioni, li colorano per tutta la vita. Non mi reputo un artista. Sono un artigiano della musica e della parola. Ecco, fare gli "artigiani " non è facile.

Ad ottobre arriverà il tuo nuovo disco. Cosa ci puoi anticipare? 
Il disco avrà cinque brani. Uno è " Nel disordine che c'e" che sto promuovendo in questo periodo. Sono felice di aver scritto cose molto diverse tra loro e come ti dicevo ho sperimentato di più . C'è un po' di elettronica e stavolta ho affrontato anche tematiche più leggere. C'è anche un brano dedicato al mio inseparabile amico a quattro zampe Dario.

Sogni un grande duetto?  
Anche da molto piccolo ascoltavo cose molto diverse. Sono cresciuto con Bjork ma ero anche rapito dalla splendida voce di Mietta. Crescendo c'è stato un lunghissimo periodo in cui il cantautorato romano era sempre nelle mie cuffie. Fabi, Silvestri e Gazze' in primis. Ecco, va benissimo uno tra tutti 

giovedì, agosto 10, 2017

INTERVISTA. Pio e Amedeo: "Vogliamo rappresentare la Puglia per molti anni"


di PIERO CHIMENTI - Il Giugrà, avvolto nel suo spazio verde, ha ospitato i tre giorni de La Sagra dell'alto Salento. Ospiti d'onore dell'evento Pio e Amedeo, che all'ingresso sul palco sono stati inondati di applausi e hanno subito colto l'occasione per divertire il pubblico, prendendo di mira alcuni dei presenti coi tipici cori da Ultrà che hanno caratterizzato la loro parentesi alle Iene.
Il duo foggiano non si è sottratto alle nostre domande, lasciando anche una piccola anticipazione sui loro progetti futuri.

Nel 2018 andrà in onda l'ultima edizione di Emigratis. Come mai avete deciso di chiudere la fortunata serie all'apice del successo?
AMEDEO: Prima di tutto speriamo che l'apice arrivi dalla prossima e poi perché ci piace finire quando le cose non cominciano a diventare tristi e patetiche. Crogiolarsi sul successo è una cosa che abbiamo sempre evitato di fare, fin da quando eravamo a Telenorba. Come per gli ultrà delle Iene, abbiamo sempre cercato di cambiare. Per noi è sempre una nuova sfida

La Puglia è terra di comici che hanno sfondato in Italia da Lino Banfi a Toti&Tata. Vi sentite 'eredi' della loro comicità?
PIO: Partendo da una ragione geografica, loro sono del sud... di Bari, per una questione generazionale loro hanno fatto la storia, noi siamo ancora giovani. Quando ci chiedono "a chi vi ispirate?", rispondiamo "a noi stessi", a nessuno, nel senso che non abbiamo un punto di riferimento.

AMEDEO: Abbiamo ancora tanto da fare per arrivare a quel pezzo di storia. Lino Banfi è un caposaldo della nostra comunità.

PIO: Toti e Tata hanno fatto tanto nell'ambito locale, avrebbero potuto fare tanto di più a livello nazionale. Purtroppo non hanno creduto in loro stessi, erano una coppia incredibile.

AMEDEO: Speriamo di rimanere in questo mondo e di rappresentare la Puglia per tanti anni, come ha fatto Lino Banfi. Significherebbe arrivare ad 80 anni, sarebbe un successo umano...

PIO: Ma sopratutto vorrebbe dire arrivare non rinco***i ad 80 anni.

Nonostante il successo al cinema con Amici come noi e Di che Segno 6?, considerate chiusa la vostra esperienza cinematografica o avete altri progetti?
AMEDEO: No, anzi. Cerchiamo di programmare gli anni. Avevamo programmato Emigratis che ci è 'scoppiato in mano' pensavamo di fare una serie e poi il film. Ci hanno chiesto Emigratis 2, ci siamo divertiti molto anche noi, perché girare il mondo senza cacciare una lira è una cosa straordinaria. Quindi stiamo per girare Emigratis 3 e alla fine credo che l'anno prossimo ci fermeremo proprio per dedicarci alla scrittura di un film.

giovedì, luglio 20, 2017

"Le nostre pensioni? Le pagano i migranti". Parla il sociologo Ciniero


di FRANCESCO GRECO - La piccola Giordania ospita circa 600mila profughi, il Libano smart oltre un milione (uno ogni 183 abitanti). Noi europei ci sentiamo “invasi” per poco meno di 200mila, parliamo di “esodo” e siamo andati in tilt con leggi confuse, come il nostro immaginario. Consentendo a populisti e sovranisti di agitare spettri e prendere consensi spacciando i migranti per il “male”. L’Europa degli egoismi, dei muri: un pianto.

E’ una narrazione intellettualmente disonesta, che oggettivamente spinge i popoli dell’UE a rifiutare il confronto col fenomeno, che non sappiamo o vogliamo gestire? Lo chiediamo al prof. Antonio Ciniero (brindisino di Ceglie Messapica), sociologo delle migrazioni (materia che insegna all’Unisalento) e ricercatore presso l’ISTAT.

RISPOSTA: “L’Europa, nel suo complesso, oggi tenta di continuare a dare la stessa risposta che ha dato negli ultimi trent’anni, quella che ha portato diversi autori a definire l’Unione Europea come una fortezza, sempre più permeabile per i movimenti delle merci e dei capitali, ma sempre più inespugnabile per le persone, uomini e donne in fuga dalla guerra o, comunque, alla ricerca di migliori condizioni di vita, esattamente come lo erano cinquant’anni fa gli emigranti italiani, o come in parte continuano ad esserlo oggi: in questi anni, infatti, il flusso di emigrazione di italiani verso l’estero, sebbene se ne parli poco, è continuato a crescere…
Tornando alla gestione europea dei flussi migratori odierni, è lapalissiano che l’arrivo di 12 mila persone non può essere considerata un’emergenza, né tantomeno può essere trattato come un evento inatteso in un periodo in cui le condizioni meteorologiche facilitano, per quello che è possibile, la possibilità della traversata in mare.
Entro fine anno, gli arrivi via mare in Italia saranno circa 200 mila, al netto delle persone che purtroppo continueranno a morire (l’anno scorso gli arrivi sono stati circa 180 mila).
La previsione dell’arrivo di circa 200 mila persone non esce da qualche speciale cilindro, è semplicemente la capacità che riesce a garantire il sistema dei viaggi irregolari sui barconi così come oggi è configurato dalle leggi che regolano le modalità di ingresso sul territorio europeo e italiano.
In letteratura queste cose sono note e non da oggi. Se quindi si preferisce adottare un approccio emergenziale che crea tensioni e paura tra i cittadini europei, che sospende i diritti umani fondamentali, che drena risorse economiche in direzione di un’accoglienza straordinaria, anziché attrezzarsi con sistemi efficaci per garantire accoglienza e inclusione, è evidentemente una precisa strategia politica. Forse utile a raccogliere qualche voto dall’elettorato sempre più impaurito e spiazzato dalla crisi economica e sociale che stiamo vivendo, ma del tutto inutile ed inefficace sul piano degli interventi per gestire il fenomeno migratorio”.

D. Altra leggenda metropolitana agitata da Salvini e i suoi simili: ci tolgono il lavoro, ma se proprio il loro lavoro immette liquidità nel sistema pensionistico, e così anche i nostri anziani possono tirare a campare, a godersi la vecchiaia, magari fuori dal Belpaese…
R. “Non solo il malandato sistema pensionistico italiano si regge sempre di più sui contributi versati dai lavoratori migranti presenti in Italia - è bene ricordare che sono oltre 5 milioni i cittadini stranieri e tra questi, sono quasi 4 milioni i lavoratori -  ma è anche vero che tutti gli ingressi di questi anni, quelli che fanno gridare all’emergenza, sono assai inferiori numericamente agli ingressi previsti dai decreti flussi che fino al 2011 sono stati emanati in Italia.
Inoltre, la gran parte di chi oggi arriva qui, in realtà, vorrebbe andare altrove, raggiungere parenti e conoscenti residenti in altri paesi europei, ma in virtù del trattato di Dublino sono costretti a fermarsi in Italia”.

D. Il trattato di Dublino è quindi una trappola? 
R. “Certo, per i migranti è una trappola; la maggior parte dei progetti migratori frana proprio per colpa del trattato di Dublino visto che impedisce ai singoli di raggiungere il posto in cui vogliono andare e dove molto spesso avrebbero anche un lavoro ad aspettarli (questo è quello che ci dicono i dati e le ricerche degli ultimi 5 anni).
Per i paesi dell’Europa centro settentrionale invece il trattato di Dublino è un modo per scaricare gli oneri della prima accoglienza sui paesi dell’Europa mediterranea, che sono, tra l’altro, quelli maggiormente colpiti dalla crisi economica”.

Il sociologo Antonio Ciniero
D. La Svezia riesce ad accogliere e integrare i migranti: merito della sue normative avanzate, tanto da riconoscere il degrado ambientale come un giusto motivo per lasciare i paesi d’origine? 
R. “In parte, ma in parte soprattutto perché la Svezia ha un avanzatissimo sistema di welfare, che, nonostante i tagli degli ultimi anni, continua a garantire l’accesso a diritti e servizi, a differenza di quanto avviene nella stragrande maggioranza dei paesi dell’Europa mediterranea”.

D. I migranti scappano per motivi politici ma anche degrado del loro habitat, a cui noi occidentali non siamo estranei… 
R. “Sì, le motivazioni ambientali hanno un grande peso nelle dinamiche migratorie e continueranno ad averlo, soprattutto nel futuro prossimo. Processi di desertificazione, erosione delle coste, inquinamento delle falde freatiche sono tutte motivazioni che, sempre più spesso, e sempre più in correlazione ad altre motivazioni per così dire classiche (economiche e politiche) concorrono a determinare le condizioni della scelta migratoria”.

D. Com’è che non sappiamo  gestire il fenomeno fra fughe, ipocrisie, accoglienze interessate e razzismi? Eppure non siamo l’Europa dei popoli e dei diritti?
R. “In verità non è che non sappiamo gestire il fenomeno, molto probabilmente si preferisce gestirlo in questo modo. Non bisogna dimenticare che le politiche di chiusura delle frontiere, la restrizione dei canali d’ingresso regolare, la precarizzazione della condizione giuridica degli stranieri e il mancato riconoscimento dei diritti di cittadinanza, hanno importanti ricadute sul piano dei rapporti economici e produttivi, perché fanno sì che si instauri una dialettica tra stato e mercato, in cui i processi che costringono all’irregolarità e all’esclusione, consegnano agli agenti economici un utile strumento di svalorizzazione della forza lavoro: una situazione utilissima a chi domanda lavoro, perché mette a disposizione una manodopera priva di diritti da sottoremunerare e utilizzare per incrementare i profitti. Per capire meglio questo aspetto, basta farsi un giro per le campagne pugliesi e vedere quanti uomini e donne, costretti a vivere all’interno dei tanti ghetti, sono sottoposti a condizioni lavorative inumane nei campi”.

D. Dalla Martelli alla Bossi-Fini alla Turco-Napolitano: serve una nuova legge che fotografi lo status quo senza paure? 
R. “E’ indubbio, per dare risposte democratiche alle questioni politiche, economiche e sociali poste dalla presenza dei cittadini migranti, oggi è essenziale superare la logica dell’emergenza ed emanciparsi dalla filosofia dell’ordine pubblico.
È necessario partire da un ripensamento radicale delle politiche migratorie, capovolgere la logica securitaria con cui ci si è approcciati alle migrazioni a favore di una logica realmente inclusiva, che muova verso la prospettiva di un riconoscimento di uguaglianza e pari opportunità.
Per muovere in questa direzione, la costruzione di uno strumento politico e giuridico maggiormente adeguato a dare risposte alla complessità del fenomeno migratorio, come un permesso di soggiorno per ricerca di lavoro, valido sull’intero territorio dell’UE e la semplificazione delle procedure per il rilascio di permessi umanitari e che facilitino anche i ricongiungimenti familiari, anche questi validi sull’intero territorio europeo, dovrebbero rappresentare un primo ed essenziale passo che le forze democratiche e progressiste devono esigere senza alcun tentennamento o ambiguità, senza cedere alla tentazione di chiudersi in anacronistici nazionalismi”.

D. Ci siamo divisi persino sullo ius soli…
R. “E’ davvero grave e dà la tara del ritardo storico accumulato dal nostro paese, nonché, diciamolo chiaramente, della totale inadeguatezza dell’attuale compagine politica, e delle precedenti, nell’affrontare temi importanti, epocali, come sono quelli legati l’allargamento dei diritti sociali, civili e politici, a coloro che ne sono privi, a cittadini che, allo stato attuale, vivono, in diversi ambiti, un’apartheid di fatto.
In Italia sono oltre un milione e duecentomila i ragazzi e le ragazze senza la cittadinanza italiana che hanno meno di vent’anni. Ragazze e ragazzi nati in Italia, oppure arrivati da piccolissimi, alcuni addirittura figli di genitori nati in Italia, che per lo stato italiano sono stranieri. Ragazzi e ragazze che, in moltissimi casi, non si sono mai spostati dal suolo italiano, nemmeno per un solo giorno, la cui permanenza in Italia è sottoposta ai dettami di quanto previsto dal Testo Unico sulle Migrazioni.
Le motivazioni addotte da chi oggi osteggia l’approvazione della proposta di legge sullo ius soli non hanno ragion d’essere. La paventata paura dell’arrivo massiccio di puerpere sulle coste italiane, l’artata confusione tra allargamento del diritto di cittadinanza e diminuzione dei diritti dei lavoratori, lo spauracchio del terrorismo e della sicurezza, immancabile tema che accompagna il discorso pubblico e le leggi sulle migrazioni nel nostro paese sin dal 1986 (anno della prima legge in materia), hanno polarizzato il dibattito pubblico in due fazioni contrapposte: chi osteggia e contrasta l’adozione del provvedimento sullo ius soli in virtù di argomentazioni che affondano le radici culturali nel retaggio del pensiero colonialista e razzista italiano, mai adeguatamente rielaborato (il primato del sangue, della nazione, del popolo, della cultura), e chi si fa portatore di istanze che rivendicano uno ius soli a metà, pensando di legare e subordinare un diritto fondamentale come quello di cittadinanza alla condizione amministrativa di soggiorno dei genitori del nascituro o a requisiti culturali fissati per legge”.

lunedì, luglio 17, 2017

INTERVISTA. Slim: "Dalla Puglia per far conoscere il mio mondo"

di REDAZIONE - Nato ad Altamura, classe 1989, i suoi primi passi nel mondo della musica arrivano nel 2004 quando, oltre ad ascoltare i suoi idoli, inizia a scrivere dei brani suoi. Lui è il rapper Nicola Salvaggiulo (in arte Slim) ed è tornato sulle scene con il nuovo singolo ‘Houston’ accompagnato anche da un simpatico videoclip, registrato e mixato presso lo Sottosuono recording Studio, con il Beat di Fatmike e la regia dell’etichetta pugliese Alba Agency Records.

Quando è nata la tua passione per la musica?

E’ nata per caso, ascoltanto un brano di Eminem in radio. Da li mi sono innamorato subito del pezzo. Ero un adolescente ribelle e arrabbiato, come tutti. Da quel momento in poi ho scavato nel passato fino  a vivere il mondo hiphop a 360° gradi.

Qual è il messaggio che vuoi mandare con il brano ‘Houston'?

Houston è un chiaro messaggio, viviamo in un mondo moralista e perbenista ed ogni strofa mira a colpire un aspetto diverso della realtà.  Abbiamo un problema evidentemente la terra non è fatta per noi esseri umani.

Com’è nata l’idea del videoclip?

L’idea del videoclip è stata quella di sancire la fine di un periodo per me , musicalmente parlando,  quindi salire su un nuovo palco, questo pezzo è uno stargate. Video semplice per far capire cosa sia in grado di dire la mia faccia.

Quali sono gli artisti che hanno influenzato il tuo percorso artistico?

Gli artisti che mi hanno influenzato sono Bassi Maestro, Fabri Fibra, Eminem, Ghemon, Notorius B.i.g. e Articolo 31.

Progetti in corso? Un album?

Pubblicherò prossimamente dei videoclip e poi sono al lavoro sul nuovo disco.  Con la mia etichetta daremo il massimo.

domenica, luglio 09, 2017

ESCLUSIVO. Rama 'al volante' dell’Albania per 4 anni. Parla Zef Bushati

di FRANCESCO GRECO. TIRANA – L’Albania ha scelto la continuità: il socialista Edi Rama ha appena vinto le politiche e si appresta a formare il governo. Diverse le emergenze che dovrà affrontare: le riforme, su tutte quella della Giustizia, lo stallo economico, la disoccupazione, la lotta alla corruzione e soprattutto una piattaforma ideale per l’adesione all’Unione Europea, un obiettivo non più rinviabile.

Ne parliamo con Zef Bushati (foto), fondatore e presidente di Alleanza Democristiana.  

DOMANDA: Presidente, affluenza bassa, solo 44%: disaffezione degli Albanesi al voto?
RISPOSTA: “L’insoddisfazione degli elettori e la bassa partecipazione era un fenomeno che si aspettava che accadesse. E’ stato influenzato molto dal basso livello economico, la disoccupazione, l’alta quantità di coltivazione in quasi tutto il territorio albanese del cannabis sativa, la corruzione nella pubblica amministrazione, il fatto che non sono state mantenute le promesse, il ritardo della Riforma della Giustizia e negli altri settori, la non realizzazione in tempo delle norme e degli standard per aprire i negoziati per l’adesione all’Unione Europea con pieni diritti, la mancanza di una normativa da parte del governo per aiutare gli immigrati albanesi principalmente in Italia e in Grecia, la diplomazia e la politica estera senza fare affidamento su una piattaforma o serio programma nazionale, ma lasciandola in mano allo spontaneismo e al dilettantismo e altro hanno provocato la perdita della speranza, che si è rispecchiata nella bassa partecipazione alle urne nonostante le richieste dei politici indirizzate agli elettori di partecipare alle votazioni”.

D. Che governo si profila, adesso, quello che noi qui in Italia diciamo delle larghe intese?
R. “Alla fine delle elezioni il risultato più alto lo ha raggiunto il Partito Socialista del Primo Ministro Edi Rama, che ha vinto e quindi ha il diritto di creare un Governo Socialista e tutto il Gabinetto Governativo che si verrà a creare sarà del Partito Socialista.

Rama ha chiesto in campagna elettorale che gli elettori concedessero al Partito Socialista e a lui il “volante”, quindi la piena responsabilità per dirigere il Governo e l’Albania per i prossimi 4 anni. Gli elettori gli hanno creduto e hanno votato per un altro governo di 4 anni sotto la direzione di Rama e dei Ministri Socialisti. All’opposizione è rimasto il Partito Democratico e il Partito Movimento Socialista per l’Integrazione. Il Partito Alleanza Democristiana è alleato di Edi Rama e farà parte nella maggioranza di governo”.

D. L'obiettivo primo del nuovo esecutivo sarà di entrare in Europa: l'Albania è pronta ?
R. “Il Primo Ministro Rama durante la propaganda elettorale ha parlato molto dell’adesione dell’Albania all’UE. Io credo che vuole molto l’Europa. Questo è anche il fattore principale che il Partito Alleanza Democristiana, che dirigo, è in coalizione con Rama. Il nostro motto democristiano durante la campagna elettorale è stato: “L’Unione delle persone oneste per l’Albania in Europa”, invece dei socialisti era: “L’Albania che vogliamo”: erano messaggi per l’adesione dell’Albania all’Europa.

L’Albania è membro con pieni diritti nella NATO e deve esserlo anche dell’Unione Europa con pieni diritti. Prima l’UE accetta l’adesione e meglio sarà, non solo per lo Stato Albanese, ma anche per il Kosovo, la Macedonia e il Montenegro dove abitano circa 3 milioni di Albanesi.

Mentre in altri settori come l'economia, l'industria, la polizia, l'agricoltura, le infrastrutture, l'energia, arte e cultura, medicina, educazione, trasporti, ecc. abbiamo ancora molto lavoro da fare per raggiungere gli standard dell'UE. In queste aree non siamo ancora pronti e dobbiamo impegnarci ancora più seriamente”.

D. Di che riforme speciali ha bisogno il Paese? Quella della Giustizia è una priorità?
R. “La riforma della Giustizia è ritenuta quella principale. Alla riforma del sistema giudiziario e del procuratore abbiamo dedicato particolare attenzione, ma anche determinazione per renderla realtà. Dobbiamo ringraziare anche gli USA e l’UE che ci hanno aiutato e che ci stanno aiutando di continuo. Nell’ambito legislativo, si è lavorato molto per adeguare le normative albanesi agli standard dell’UE. Molto importante è l’implementazione e l’attuazione in tutte le aree. La guerra contro la corruzione nella pubblica amministrazione, nei tribunali e dal procuratore devono essere accompagnate con azioni concrete, con l’arresto delle persone corrotte agli alti livelli.

Solo quando i cittadini vedranno davanti alla Giustizia ministri, giudici e procuratori accusati di corruzione crederanno che la guerra contro la criminalità e il contrabbando della droga, la lotta contro gli alti funzionari dello Stato che rubano i fondi pubblici, la lotta contro la prostituzione e la pornografia, la lotta contro il male è iniziata.

Allora la fiducia tornerà e i cittadini ritorneranno al lavoro. Una priorità è anche la riforma del sistema elettorale, i cambiamenti della legge elettorale. Dopo la riforma nel settore della Giustizia, questa sarà la nostra priorità”.

D. Stare in Europa vuol dire anche confrontarsi con una tematica molto complessa: quella dei migranti dai sud del mondo. Come pensate di affrontarla? 
R. “Ci sono diverse politiche che iniziano dal modo in cui sono proposte dalla Cancelliera tedesca Merkel fino al posizionamento dell’Albania, che non si è appoggiata a una  piattaforma dettagliata dal punto di vista economico e sociale. La Merkel pensa di migliorare in Germania la condizione culturale e professionale degli immigrati e poi farli lavorare nei paesi di origine. E’ quella che si può definire la politica della porta aperta, che ha aspetti positivi, ma anche un costo da pagare a causa della diversa civiltà, istruzione, educazione, formazione, cultura, senza dimenticare la fede diversa che portano in Europa.

Tutto ciò può sopportarlo un paese  economicamente forte: Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia, non l’Albania con 3,5 milioni di abitanti. E’ difficile accogliere 10mila immigrati portatori di cultura, formazione, fede diverse. Perciò penso che il supporto deve avvenire nei loro paesi insegnando come lavorare, svilupparsi, adeguarsi nelle comunità dove vivono.
Quindi è meglio inviare centinaia di migliaia di cittadini europei nei paesi meno sviluppati che far arrivare qui da noi centinaia di migliaia di africani e asiatici. Non per razzismo, ma per un  processo più veloce nei paesi in via di sviluppo“. 

giovedì, luglio 06, 2017

ANNIVERSARI. Don Peppino, 60 anni di sacerdozio


di FRANCESCO GRECO - S. MARIA DI LEUCA (Le) - 60 anni di sacerdozio sono un bel traguardo, specie se vissuti con trasporto e intensità, senza risparmio di energie, al servizio delle tante comunità, intra ed extra moenia, a cui un uomo della Chiesa si dona nell’arco di una vita lunga e feconda.
 
Don Giuseppe Martella, conosciuto e apprezzato come “don Peppino” da Montesardo, nipote dell’indimenticabile don Vincenzo, fu ordinato sacerdote il 7 luglio 1957 (nella stessa celebrazione, don Tonino Bello da Alessano divenne Diacono). La sua parabola religiosa e umana si è quindi intrecciata più volte con quella del Vescovo di Molfetta, Ruvo di Puglia, Giovinazzo e Terlizzi (mancato prematuramente nell’aprile 1993) dagli anni del liceo a quelli nel Seminario Vescovile di Ugento.
 
I 60 anni di missione pastorale saranno commemorati dalla Comunità Diocesana con una serie di eventi: tre giorni di preghiera nella Chiesa Madre di Montesardo, con le riflessioni di due giovani sacerdoti (don Antonio da Alessano e don Biagio da Corsano). Giovedì prossimo, 6 luglio, alle ore 19.00, S. Messa solenne presieduta dallo stesso don Peppino. Il giorno successivo, 7 luglio alle ore 20.00, S. E. Monsignor Vito Angiuli, Vescovo della Diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, presiederà la Concelebrazione Eucaristica  nella Basilica-Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae, a Leuca.  

DOMANDA: Quando si accorse di avere la vocazione?
RISPOSTA: “Fin da fanciullo, poi si è consolidata nell’adolescenza. Ho frequentato la scuola pubblica fino al V ginnasio, ad Alessano. Col primo liceo sono entrato in Seminario a Molfetta, dove con don Tonino ho frequentato il liceo e continuato la Teologia. A 23 anni (mancavano solo 10 giorni), sono stato ordinato sacerdote, a Montesardo, dall'allora Vescovo Monsignor Giuseppe Ruotolo, che ha guidato la Diocesi per circa 30 anni e le cui spoglie mortali giacciono in questa Basilica".

D. Che ricordo ha di don Tonino?
R. “Fra di noi c’è stata sempre una sincera amicizia e un apprezzamento vicendevole. In lui ammiravo le molteplici qualità, bravo e completo in ogni campo, ma sempre umile e pronto a comprendere e ad aiutare tutti”.

D. Quale fu la sua prima destinazione?
R. “La Parrocchia della Natività di Tricase, come Vice-Parroco. A 28 anni sono stato nominato Parroco di Gemini, dove sono rimasto per 20 anni, dal 1962 al 1982. Nell’ottobre 1982 sono stato destinato alla Cattedrale di Ugento e vi sono rimasto fino al 1999, quando sono passato alla Parrocchia Cristo Re nella Marina di Leuca, sino all’agosto 2011. Contemporanemente (2009-2011) sono stato Amministratore Parrocchiale a Salignano, in seguito all’improvvisa e prematura scomparsa di Don Salvatore Abaterusso, già mio collaboratore nella Parrocchia della Cattedrale.  Dal 1° settembre al 31 dicembre 2011 ho svolto il ruolo di Amministratore Parrocchiale nella parrocchia di San Lorenzo Martire in Barbarano. Succesivamente, e tutt’oggi, sono volontario nel Santuario-Basilica di Santa Maria de Finibus Terrae, a Leuca. Ho ricoperto anche molti incarichi negli uffici della Curia Diocesana”.

D. In questi anni cosa ha dato e avuto dalle comunità con cui si è relazionato?
R. “Ho dato amicizia, affetto, disponibilità a tutti e aiuto umano e spirituale, che continuano ancora oggi. Ho ricevuto stima, comprensione e collaborazione, e soprattutto mi hanno spronato a crescere nella fede e nell'apostolato”.

D. Lei fu ricevuto in udienza privata da San Giovanni Paolo II…
R. “Accadde nel 1982, l’anno successivo all’attentato in Piazza San Pietro. Ero con il  Vescovo di allora, Monsignor Mario Miglietta. Un incontro fugace ma molto emozionante… Conservo la foto scattata dal fotografo pontificio".

D. La sua missione si è estesa anche lontano da terra di origine?
R. “Oltre ai viaggi a Fatima, Lourdes, Medjugorie, Santiago de Compostela, ecc., sono stato in Africa, dove è forte la presenza dei Trinitari, dei Vocazionisti, ecc. nei posti più difficili.
Tre volte in Madagascar. La prima con la Madre Generale delle Suore Vocazioniste: visitai tutte le case dove svolgono il loro apostolato. Ricordo tanti bambini e un’estrema povertà materiale e morale. La seconda fui ospite del Nunzio Apostolico S. E. Monsignor Paolo Gualtieri e girammo quel paese meraviglioso in lungo e in largo. La terza volta per partecipare alla inaugurazione del nuovo Vocazionario dei PP. Vocazionisti, edificio per accogliere i tanti giovani malgasci che chiedono di essere formati per accedere al Presbiterato. I cristiani lì vivono una fede di testimonianza, fanno km. e km. per partecipare alla messa.
Anche in Rwanda sono stato tre volte. La prima nel 1996, con don Tito Oggioni, che era stato Parroco di Acquarica del Capo e poi partì Missionario "Fidei Donum" per svolgere il suo apostolato in quella terra lontana e dove morì.
Da poco era terminata la guerra civile (1994) che insanguinò il paese con milioni di morti, nell’indifferenza della comunità internazionale. Ricordo ossa umane sparse ovunque e prigioni all'aperto stracolme di detenuti: solo quando i reclusi erano moribondi stendevano dei teli per un po’ d’ombra. Celebrai la S. Messa in uno di quei lager (molti infatti sono cattolici) e mi stringeva il cuore nel vedere questa massa di corpi umani seduti per terra e denutriti e tanti parenti che attendevano fuori del carcere per consegnare ai carcerieri qualche cibo per i propri congiunti.
Ora è un paese più avanzato: il governo presieduto dai Tutsi si sta impegnando per dare un volto più umano alla popolazione”.
 
Vogliamo augurare a don Peppino una vita serena e gioiosa, spendendo il resto dei suoi giorni per il bene spirituale dei tanti pellegrini che giungono da ogni parte d'Italia nella Basilica di S. Maria di Leuca.

mercoledì, luglio 05, 2017

Intervista a Paolo Villaggio: "Con Fantozzi ho raccontato la condizione degli italiani"

Riproponiamo per ricordare il grande Paolo Villaggio un'intervista concessaci dal Maestro della risata genovese e rilasciata al nostro quotidiano nel 2015.

di NICOLA RICCHITELLI - Era il 27 marzo del 1975 quando nelle sale italiane uscì il primo film della saga comica, diventata una vera e propria icona della commedia all'italiana. Ma dietro quell’icona c’è il Maestro Paolo Villaggio: «…non ha avuto successo il viso di Paolo Villaggio, bensì lo ha avuto il ragionier Ugo Fantozzi», una precisazione quasi rabbiosa quella del comico genovese.

Resiste il ragionier Ugo Fantozzi, resiste tra il precariato e i Jobs Act, ha quarant’anni di lavoro sulle sue spalle, ma lui, Ugo, tiene botta, forse non si aspettava neanche lui di essere ricordato quaranta anni dopo: «No, non me lo sarei mai aspettato anche perché non sono un veggente. Ti dirò, l'ho sempre sospettato un pochino, ma non in questo modo così mitico direi…».

Ha raccontato la condizione normale degli italiani così come più volte ribadito dallo stesso Villaggio: «Fantozzi ha fatto scoprire a tutti gli italiani che tutti quelli non riuscitissimi nella vita sono loro, quindi non si sono più sentiti isolati in una malattia speciale, ma era la condizione normale di tutti coloro che non hanno avuto fortuna nella vita».

Ma dove si collocherebbe il ragioni Fantozzi oggi? Ma soprattutto chi sono i ragionier Fantozzi dei giorni nostri?: «Gli italiani in genere. Sono l’80-90% della popolazione italiana. La condizione di questi Fantozzi prima era accettabile, fingevano anche di essere allegri e felici, adesso purtroppo la situazione è peggiorata. Il numero della popolazione è aumentata, per un giovane trovare un posto di lavoro è dura, ma soprattutto il valore dei guadagni e degli stipendi sono così lontani da una realtà terribile che ci sta aggredendo con violenza, che ci sta rendendo tutti poveri».

Grazie Maestro per l’onore che ci e mi ha concesso con la sua testimonianza e buon compleanno ragionier Fantozzi.

D: Maestro, perché nasce la maschera del ragionier Ugo Fantozzi?
R:«Nasce perché ha messo in luce la condizione normale di tutti gli italiani che non fanno parte, diciamo, di quella banda, di quel gruppo di gente di potere quali i capitani di industria molto ricchi, tutti i politici, i religiosi di potere, dal Papafino ai cardinali importanti. Questa è un élite dominante in una marea di gente che in questo ultimo periodo si è impoverita».

D: A chi si riferisce in maniera particolare?
R:«Si pensi che i pensionati sono alla fame, non c’è più lavoro per i giovani, visto che tra l’altro i vecchi lavorano fino a tarda età ostruendo quindi gli spazi. Questo ha creato una condizione e i presupposti per quest’uomo che, pur avendo il lavoro fisso e quindi un privilegio enorme, in ufficio ha un carattere speciale e mette a punto una tecnica speciale per non lavorare mai e non fare nulla, vantandosene tra l’altro con i colleghi. Diventa una gara tra colleghi, quindi, tra chi sono dieci anni che non apre una pratica e chi dopo tre mesi la stessa pratica la butta furtivamente nel cestino di un collega. Lui è sfortunato in una maniera esagerata, se va in ferie si ritrova di fronte ad alluvioni, frane... certo tutto questo è paradossale ed esagerato, ma ho voluto in qualche maniera raccontare la condizione normale degli italiani, che sono in qualche maniera dei “piove Governo ladro”, gente che continua a criticare la casta politica e i potenti di ogni tipo, però nulla fa per combattere contro tutto questo. Purtroppo non c’è una rivolta seriosa, sono abituati a subire».

D: Quale fu la reazione degli italiani dinanzi al ragionier Fantozzi?
R:«L’italiano medio prima mi diceva, sa che il Fantozzi che fa lei in televisione, o che racconta sui giornali e nei libri, assomiglia a un mio vicino di destra, o a un mio vicino di sinistra, a mio zio... poi alla fine sono stati liberati, dicevano di essere felici perché liberati. Fantozzi ha fatto scoprire a tutti gli italiani, che tutti quelli non riuscitissimi nella vita sono loro, quindi non si sono più sentiti isolati in una malattia speciale, ma era la condizione normale di tutti coloro che non hanno avuto fortuna nella vita».

D: Tra l’altro il ragionier Fantozzi ha messo in evidenza il rapporto marito – moglie nella casa degli italiani…
R:« Certo! Il ragionier Fantozzi ha rappresentato quelle persone ottuse con i potenti, servili con quelli che hanno potere, ma anche feroci in casa, con la moglie: sono loro i padroni del telecomando, la moglie deve solo subire nonostante il movimento di emancipazione della donna, però in Italia la donna, specialmente al sud, vive ancora in una condizione di subalternità. È difficile essere felice con dei mariti come Fantozzi».

D: Chi sono i ragionier Fantozzi dei giorni d’oggi?
R:«Gli italiani in genere. Sono l’80-90% della popolazione italiana. La condizione di questi Fantozzi prima era accettabile, fingevano anche di essere allegri e felici, adesso purtroppo la situazione è peggiorata. Il numero della popolazione è aumentata, per un giovane trovare un posto di lavoro è dura, ma soprattutto il valore dei guadagni e degli stipendi sono così lontani da una realtà terribile che ci sta aggredendo con violenza, che ci sta rendendo tutti poveri. La verità è che gli italiani sono dei contestatori che fingono con il “piove Governo ladro” di essere tali, ma in realtà non fanno nulla per liberarsi da questa condizione, sparlano crudelmente degli amici più cari per poi abbracciarli con affetto quando li incontrano. Vorrebbero evadere le tasse, invidiano i grandi evasori, evasori che al massimo vengono mandati agli arresti domiciliari, là dove per arresti domiciliari si intende le case di lusso nelle quali vivono come dio onnipotenti. Fantozzi invece agli arresti domiciliari ci vive da una vita, perché vive nelle periferie delle capitali dove in effetti è come trovarsi agli arresti domiciliari»

D: Si sarebbe mai aspetta questa longevità della maschera di Fantozzi?
R:«No, non me lo sarei mai aspettato anche perché non sono un veggente. Ti dirò: l'ho sempre sospettato un pochino, ma non in questo modo così mitico direi. Fantozzi ha innovato e cambiato la lingua, l’ispettore Galattico, mostruoso, agghiacciante, un'aggettivazione assolutamente paradossale usata in modo nuovo. Certe forme come galattico, salivazione azzerata, ha fatto parte di un linguaggio nuovo, e altresì innovato un linguaggio in un paese dove la lingua non era creativa, tranne forse nella città di Napoli».

D: Che poi, Maestro, Ugo Fantozzi è esistito veramente…
R:« Io ero dipendente della Cosider, società dipendente quasi dell’Italsider. Ora aldilà di Cosider e Italsider, la maggior parte dei dipendenti e impiegati italiani vive quella condizione là, lo stipendio fisso, anche se non è più sufficiente per fare una vita tranquilla, e arrivano quasi tutti alla fine del mese con grandi difficoltà. Più che essere esistito realmente Ugo Fantozzi, esiste realmente questa realtà che è tutta italiana ed è fatta di gente come Fantozzi. Questo da una parte, dall’altra abbiamo una casta di potentissimi che sono sempre più ricchi, mentre i Fantozzi sono sempre più poveri».

D: Maestro, vera la storia secondo cui la maschera di Fantozzi fu proposta prima a Pozzetto e poi a Tognazzi i quali rifiutarono?
R:«No, questa storia non è vera. Questa cosa fu frutto di una biografia inventata da Fulvio Frizzi – papà di Fabrizio presentatore– dopo il successo del primo libro, il quale vendette più di un milione di copie».

D: Ha mai immaginato il volto del ragionier Ugo Fantozzi diverso da quello di Paolo Villaggio?
R:«Guardi, non ha avuto successo il viso di Paolo Villaggio, bensì ha avuto successo il ragionier Ugo Fantozzi. I Fantozzi sono tutti impiegati, dipendenti, così come anche tutta quella gente sì a stipendio fisso ma con guadagni poco lucrosi. Questi sono i Fantozzi. Io li ho rappresentati, loro lo sono».

sabato, luglio 01, 2017

BORGHI. "Così rinascerà Cardigliano". Parla l’on. Lia

di FRANCESCO GRECO. SPECCHIA (Le) – A Benigni piaceva nascondersi nelle cavità naturali degli ulivi secolari (voleva comprare un uliveto), o spuntare all’improvviso dai vicoli del centro antico, fermarsi davanti alle panchine e divertire gli anziani con le sue gag. Claudio Abbado amava ascoltare la sua musica seduto all’ombra dell’immenso albero di magnolia di Casino Forni. Inge Feltrinelli aveva preso casa qui e gli aspiranti scrittori le facevano la “posta” per porgere "brevi manu" il manoscritto.

A Piazza del Popolo ai tavolini trovavi Natalia Aspesi (“Repubblica”) e Diego Abatantuono apprezzava la cucina all’antica di Antonietta alla "Bettola", mentre il Nobel per la Fisica Carlo Rubbia adorava il gelato di Martinucci e anche Prodi, da premier, ci passò le vacanze.

Un’energia dolce, un’alchimia strana richiamava il meglio dei vip dall'Italia e dal mondo: spettacolo, scienza, politica, a Specchia, sud Salento, a due passi da “Finibus Terrae”, uno dei borghi più belli d’Italia.

Da “voce” ignota all’economia locale, un pò rurale, un po’ legata all’edilizia grazie alle rimesse degli emigranti, il turismo divenne il motore dello sviluppo. Tra fine anni Novanta e Duemila il “miracolo economico”: 12 nuovi ristoranti, 500 posti-letto. Ebbe successo l’idea di "albergo diffuso". La strada dei negozi, una via Condotti in 16/mi, offriva le eccellenze dell’enogastronomia locale e il made in Italy, qui è nata la prima “Notte bianca” di Terra d’Otranto e Paolo Pisanelli ha portato il "Cinema del Reale" (a luglio).
 
L’eccellenza Specchiasol (piante officinali per prodotti di bellezza) si radicò e oggi si è affiancata la coltivazione della moringa. La vecchia gelateria Martinucci ha raffinato i prodotti portandoli all’eccellenza e si è affermata a livello mondiale (Lombardo invece ha scelto di rimanere piccolo, di nicchia).

Ambiziosa, Specchia voleva diventare una piccola Davos, e dialogava con l’Unesco, l’ambasciatore USA era di casa, da cittadino onorario Rubbia inaugurò la centrale eolica d’avanguardia, esperimento-pilota, ricerca e innovazione.

Borgo Cardigliano negli anni ’30 era stata la masseria dei Greco, sfamava 600 persone, le famiglie coltivavano l’ulivo, il tabacco, la vigna, il grano. Il mondo era in b/n, l’economia autarchica. La domenica si celebrava messa, c’era la scuola (insegnarono prima la madre, poi la sorella dell’on. Antonio Lia).

Dopo un lungo oblio, da villaggio-fantasma divenne di proprietà comunale e dal 2002 al 2008 funzionò come albergo, 200 posti-letto, 300 al ristorante tipico, diretto alla grande da Marino Orsi. Si proponevano mostre d’arte (a piazza del Popolo spuntò una galleria con artisti di fama internazionale), teatro, presentazioni di libri. Fu usato anche come set cinematografico.
 
Fu la Specchia di ieri, anni ruggenti, invidiata (anche da città di mare), format vincente. E oggi? La magia è svanita, qualche vip ha messo il cartello “Vendesi”. L’allegoria del declino: le erbacce che soffocano Cardigliano (da due anni il guardiano senza stipendio).
 
6 volte sindaco e 3 parlamentare nella prima Repubblica, inventore del Gal Santa Maria di Leuca, vice-presidente di FinPuglia, sottraendo tempo alla famiglia, viaggiando fra Roma, Bruxelles e Bari, l’on. Lia (Dc e affini) fu l’artefice di quel successo. E oggi soffre nel veder vanificato tanto lavoro, l’ennesima cattedrale nel deserto di cui il Sud è pieno (gli Interporti di Surbo e Melissano, per esempio).
Ma ha qualche idea per tornare all’antico splendore, pensa che la fenice può rinascere dalle sue stesse ceneri.

DOMANDA: Come fu restaurato Cardigliano?
RISPOSTA: “Ho sempre suggerito di arricchire il Comune di un parco-progetti in modo che ogni volta che esce un bando il Comune si trovi pronto per partecipare. Sul mio tavolo da Sindaco ne era sempre accatastata una quantità. Il Consiglio Regionale della Puglia nel 1987 approvò la legge n. 7, che prevedeva il finanziamento di idee presentate dai Comuni.
Noi ne avevamo pronti tre: l'acquisto delle abitazioni abbandonate del Centro Storico per un albergo diffuso, del Bosco e Casina Daniele con una ventina di ettari e di Borgo Cardigliano per un complesso agrituristico.
Il Governo bocciò la legge ma il Comune non si arrese e presentò la richiesta di finanziamento alla Cassa del Mezzogiorno che valutò positivamente le tre proposte.
Qualunque cittadino di Specchia, ragionammo, almeno una volta nella vita si è posto una domanda: se fossi proprietario di Cardigliano, cosa farei? Decidemmo di farci finanziare quel progetto e ricevemmo fondi europei per 15 miliardi delle vecchie lire. Acquistammo dalle tante famiglie Greco l'intero immobile che oltre alle costruzioni si componeva di 198 ettari. Riuscimmo a fare un albergo con 200 posti letto, un ristorante per 300 persone, una sala convegni con 200 posti a sedere, un grande spazio per la cultura. Cardigliano fu scelto anche come set cinematografico e fiction tv. Da lì prese il volo il turismo nel nostro paese".

D. Ha in mente il rilancio?
R. “Nel 2001 la gestione fu affidata - dopo una pubblica gara che prevedeva l'assunzione, da parte del vincitore, di personale residente nel nostro Comune - alla Società Rota s.r.l. che gestì il complesso fino al 2006, con competenza e professionalità. Nel 2007 alcuni ospiti presero a lamentarsi della gestione e degrado. A primavera 2008 notammo un peggioramento che se non affrontato avrebbe causato la distruzione. Decidemmo di revocare la gestione. Il Consiglio Comunale si divise. Presi atto della mancata fiducia e mi dimisi da Sindaco. Nel dicembre 2008 il Prefetto di Lecce nominò un Commissario, a giugno 2009 ci furono le elezioni. La società Rota continuò la scellerata gestione, il Complesso si deteriorò sempre più. Il gestore chiese al nuovo Sindaco di ridurre i tempi di apertura da giugno a settembre. L'anno dopo la società chiuse Cardigliano.
Seguirono proteste. A luglio 2016 fu allestita una mostra. A oggi Cardigliano è ancora affidato alla società Rota.
    A Specchia si sono costituite 10 aziende agricole di giovani imprenditori. Abbiamo sollecitato il Comune a deliberare la concessione dei 150 ettari circa del terreno agricolo libero da concessioni, con lo slogan "Terre ai Giovani", l'affidamento delle terre di Cardigliano. Il Comune, tornato in possesso, lo dovrebbe assegnare a giovani che hanno acquisito esperienze come chef, cuochi, maitre d’hotel, ecc. a Roma, Milano, Venezia, Londra. Si creerebbero nuove opportunità lavorative”.

D. Si parla di Specchia sotterranea…
R. “Specchia ha nel sottosuolo tanti frantoi ipogei, il Comune, infatti, è nel sistema delle strade dell'olio.
Col contributo del Ministero dell'Ambiente, Gal Santa Maria di Leuca e Regione Puglia, a metà anni 2000 abbiamo restaurato 5 frantoi. Sono divisi da un diaframma, è facile metterli in comunicazione, anche quelli nella parte bassa del paese. Far visitare Specchia sotterranea sarebbe intrigante per la nostra vocazione turistica”.  

D. Altro mantra: la “Valigia delle Indie”, cos’è?
R. “E' una mia idea nata dall'esperienza di un servizio di trasporti che nell'800 partiva da Brindisi per raggiungere le coste dell'Egitto, la Turchia e tornare a Brindisi. Sono stato 12 anni in Parlamento da componente della Commissione Trasporti, ho partecipato al riordino del sistema portuale italiano: la Puglia, con 800 km di costa, non ha mai avuto, nella storia moderna, una sola Autorità Portuale, anzi per tutto il Sud, dopo Napoli c'era Messina. Presentai una proposta di legge per inserire nel sistema portuale italiano i porti pugliesi. Se viene da più Parlamentari ha più possibilità di diventare legge dello Stato. Chiesi ai colleghi pugliesi di sottoscrivere la proposta, nessuno aderì. Alla fine capirono che se volevano che il riordino passasse, la mia proposta doveva essere accettata, così fu.
Nel 1994 la Puglia entrò nel sistema portuale italiano con tre Autorità: Bari, Brindisi, Taranto. Nessuno se ne accorse. Ho avuto il plauso dei proprietari delle flotte navali di Rotterdam che con le navi, per trasportare le merci dall'Oceano Indiano, sono costretti ad attraversare il Canale di Suez, tutto il Mediterraneo, lo stretto di Gibilterra, risalire parte dell'Oceano Atlantico lungo il Portogallo e la Francia per raggiungere Rotterdam per poi, su gomma o ferrovia, trasferire le merci all'Interporto di Bologna per lo smistamento in Europa. Con la mia legge, se attuata, le navi, dopo l'attraversamento del Canale di Suez, potevano indirizzare le loro rotte verso i porti pugliesi mettendo in attività l'Interporto di Surbo, allora il più grande, moderno e attrezzato d’Italia”.

D. Specchia “paese autonomo”, cosa vuol dire?
R. “Oggi è tra i paesi più conosciuti nel sistema turistico pugliese e nazionale, uno dei 20 Borghi da vedere in Italia, 500 posti-letto, i nostri ristoranti sono frequentati tutto l'anno. Se si realizzasse la mia idea su Cardigliano si potrebbero creare tantissime opportunità di lavoro. L'intraprendenza e l'intelligenza dei miei Concittadini potrebbero sviluppare altre idee. Non mi è mai piaciuto tendere la mano per elemosine, anche politiche, lesinare un posto di lavoro, una comoda sistemazione in un ufficio per qualcuno. Dobbiamo sforzarci per usare meglio quanto la natura ci ha dato: il mare, l'ambiente, il territorio, le bellezze monumentali, i centri storici, la cultura, il rapporto con le persone, la carica umana”.

D. Come nacque l'idea di albergo diffuso?
R. “Gli emigranti che con le loro rimesse costruivano le nuove abitazioni, lasciando spesso in abbandono le abitazioni nelle quali erano cresciuti e avevano vissuto i genitori. Quelle case abbandonate erano nel centro storico, allora sporco, senza acqua, fogna. Con la legge regionale n. 7 presentai il progetto per l’acquisto e la trasformazione in albergo diffuso dove la seduzione del posto avrebbe creato, col passaparola, un turismo a dimensione dell'ospite che trova quella familiarità e rapporto umano nella sua città scomparsi da tempo. Così è avvenuto, peccato che quell’esperienza si sta esaurendo…”.

martedì, giugno 27, 2017

TEATRO. Le donne di Benni e Ciccolella

di FRANCESCO GRECO. BRINDISI – La suora colta da raptus sessuali, posseduta dal demonio, cui il convento va stretto: su sette figlie, il padre ha deciso che toccava a lei prendere il velo ma suor Filomena non si è mai rassegnata, la notte sogna di volare fino al Varcano, e poi…. Beatrice innamorata del suo Dante, troppo impegnato però a scrivere versi per pensare al suo desiderio: meglio l’atletico Battistone: gioca a calcio, è alto un metro e 90, è un uomo dotato. Così il sommo poeta è sbeffeggiato nel suo indugiare, la sua innamorata preferisce la passione erotica dei sonetti.

La bellissima licantropa che con la luna piena diventa un po’ pelosa e piena di voglie, ma spaventa gli uomini d’oggi abituati alla bellezza glabra e androgina. Che infatti scappano: hanno paura della sua femminilità troppo impegnativa. E poi la moglie di un militare che vagheggia un golpe con i suoi compari mentre lei stira divise e camice e prepara quantità industriali di caffè. Ma farà una brutta fine…

Sono alcune delle donne di Stefano Benni, una gallery molto folta, in chiave corrosiva, a tratti feroce, allineate in “Nuda” e ora rivisitate e messe in scena dal regista brindisino Maurizio Ciccolella e interpretate con grande aderenza alla pelle dei personaggi (metodo Stanislavskij) e intenso pathos dalle attrici Rita Greco (Mesagne) e Sara Ercolani (Gagliano del Capo). Lo spettacolo è preceduto da un corto di 20 minuti altrettanto emozionante, prodotto da “Talia”, che è anche la scuola di recitazione di Ciccolella.

Il tema è dunque attualissimo: l’identità della donna del XXI secolo, la sua complessità ontologica, nevrosi e schizofrenie, fra carriera e famiglia, sospesa fra modelli imposti dall’aggressività dei media (basti pensare a Beautiful) e bisogno di ricavarsi una sua specificità dettata dal post-femminismo, per non farsi portare alla deriva di mode imposte da pubblicitari, stilisti, opinion-maker. Il cortometraggio (bella la recitazione, la fotografia e le musiche, Ciccolella firma soggetto, sceneggiatura e regia).

DOMANDA: Benni, perché? R. "Ho sempre apprezzato Stefano Benni, già da quando, famelico di opere teatrali, da giovanissimo, cercavo autori meno convenzionali per sperimentare le mie prime interpretazioni. Poi l'incontro con il suo testo, che mi dava l'opportunità di fare ironia a 360° gradi senza tema di cadere nel disprezzo dei benpensanti".

D. Le donne dipinte dallo scrittore e messe in scena nel suo spettacolo possono essere considerate degli archetipi del nostro tempo, una sintesi di quelle che ci vivono intorno: madri, mogli, sorelle, compagne, amanti? R. "Secondo il mio punto di vista possono essere archetipi dell'essere umano. Certamente hanno tratti, per così dire, femminili, ma le dinamiche sono generalizzabili anche agli uomini".

D. Nel cortometraggio marito e moglie si parlano via app: la solitudine delle nostre vite e nei rapporti è accentuata dalla nuove tecnologie e rende le distanze abissali: è una situazione definitiva o possiamo ancora recuperare i rapporti? R. "Questo andrebbe chiesto a un sociologo, o più tosto a un chiaroveggente! Scherzi a parte, penso che la solitudine ci sia sempre stata, oggi ha questa faccia".