Visualizzazione post con etichetta Intervista. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Intervista. Mostra tutti i post

giovedì, luglio 20, 2017

"Le nostre pensioni? Le pagano i migranti". Parla il sociologo Ciniero


di FRANCESCO GRECO - La piccola Giordania ospita circa 600mila profughi, il Libano smart oltre un milione (uno ogni 183 abitanti). Noi europei ci sentiamo “invasi” per poco meno di 200mila, parliamo di “esodo” e siamo andati in tilt con leggi confuse, come il nostro immaginario. Consentendo a populisti e sovranisti di agitare spettri e prendere consensi spacciando i migranti per il “male”. L’Europa degli egoismi, dei muri: un pianto.

E’ una narrazione intellettualmente disonesta, che oggettivamente spinge i popoli dell’UE a rifiutare il confronto col fenomeno, che non sappiamo o vogliamo gestire? Lo chiediamo al prof. Antonio Ciniero (brindisino di Ceglie Messapica), sociologo delle migrazioni (materia che insegna all’Unisalento) e ricercatore presso l’ISTAT.

RISPOSTA: “L’Europa, nel suo complesso, oggi tenta di continuare a dare la stessa risposta che ha dato negli ultimi trent’anni, quella che ha portato diversi autori a definire l’Unione Europea come una fortezza, sempre più permeabile per i movimenti delle merci e dei capitali, ma sempre più inespugnabile per le persone, uomini e donne in fuga dalla guerra o, comunque, alla ricerca di migliori condizioni di vita, esattamente come lo erano cinquant’anni fa gli emigranti italiani, o come in parte continuano ad esserlo oggi: in questi anni, infatti, il flusso di emigrazione di italiani verso l’estero, sebbene se ne parli poco, è continuato a crescere…
Tornando alla gestione europea dei flussi migratori odierni, è lapalissiano che l’arrivo di 12 mila persone non può essere considerata un’emergenza, né tantomeno può essere trattato come un evento inatteso in un periodo in cui le condizioni meteorologiche facilitano, per quello che è possibile, la possibilità della traversata in mare.
Entro fine anno, gli arrivi via mare in Italia saranno circa 200 mila, al netto delle persone che purtroppo continueranno a morire (l’anno scorso gli arrivi sono stati circa 180 mila).
La previsione dell’arrivo di circa 200 mila persone non esce da qualche speciale cilindro, è semplicemente la capacità che riesce a garantire il sistema dei viaggi irregolari sui barconi così come oggi è configurato dalle leggi che regolano le modalità di ingresso sul territorio europeo e italiano.
In letteratura queste cose sono note e non da oggi. Se quindi si preferisce adottare un approccio emergenziale che crea tensioni e paura tra i cittadini europei, che sospende i diritti umani fondamentali, che drena risorse economiche in direzione di un’accoglienza straordinaria, anziché attrezzarsi con sistemi efficaci per garantire accoglienza e inclusione, è evidentemente una precisa strategia politica. Forse utile a raccogliere qualche voto dall’elettorato sempre più impaurito e spiazzato dalla crisi economica e sociale che stiamo vivendo, ma del tutto inutile ed inefficace sul piano degli interventi per gestire il fenomeno migratorio”.

D. Altra leggenda metropolitana agitata da Salvini e i suoi simili: ci tolgono il lavoro, ma se proprio il loro lavoro immette liquidità nel sistema pensionistico, e così anche i nostri anziani possono tirare a campare, a godersi la vecchiaia, magari fuori dal Belpaese…
R. “Non solo il malandato sistema pensionistico italiano si regge sempre di più sui contributi versati dai lavoratori migranti presenti in Italia - è bene ricordare che sono oltre 5 milioni i cittadini stranieri e tra questi, sono quasi 4 milioni i lavoratori -  ma è anche vero che tutti gli ingressi di questi anni, quelli che fanno gridare all’emergenza, sono assai inferiori numericamente agli ingressi previsti dai decreti flussi che fino al 2011 sono stati emanati in Italia.
Inoltre, la gran parte di chi oggi arriva qui, in realtà, vorrebbe andare altrove, raggiungere parenti e conoscenti residenti in altri paesi europei, ma in virtù del trattato di Dublino sono costretti a fermarsi in Italia”.

D. Il trattato di Dublino è quindi una trappola? 
R. “Certo, per i migranti è una trappola; la maggior parte dei progetti migratori frana proprio per colpa del trattato di Dublino visto che impedisce ai singoli di raggiungere il posto in cui vogliono andare e dove molto spesso avrebbero anche un lavoro ad aspettarli (questo è quello che ci dicono i dati e le ricerche degli ultimi 5 anni).
Per i paesi dell’Europa centro settentrionale invece il trattato di Dublino è un modo per scaricare gli oneri della prima accoglienza sui paesi dell’Europa mediterranea, che sono, tra l’altro, quelli maggiormente colpiti dalla crisi economica”.

Il sociologo Antonio Ciniero
D. La Svezia riesce ad accogliere e integrare i migranti: merito della sue normative avanzate, tanto da riconoscere il degrado ambientale come un giusto motivo per lasciare i paesi d’origine? 
R. “In parte, ma in parte soprattutto perché la Svezia ha un avanzatissimo sistema di welfare, che, nonostante i tagli degli ultimi anni, continua a garantire l’accesso a diritti e servizi, a differenza di quanto avviene nella stragrande maggioranza dei paesi dell’Europa mediterranea”.

D. I migranti scappano per motivi politici ma anche degrado del loro habitat, a cui noi occidentali non siamo estranei… 
R. “Sì, le motivazioni ambientali hanno un grande peso nelle dinamiche migratorie e continueranno ad averlo, soprattutto nel futuro prossimo. Processi di desertificazione, erosione delle coste, inquinamento delle falde freatiche sono tutte motivazioni che, sempre più spesso, e sempre più in correlazione ad altre motivazioni per così dire classiche (economiche e politiche) concorrono a determinare le condizioni della scelta migratoria”.

D. Com’è che non sappiamo  gestire il fenomeno fra fughe, ipocrisie, accoglienze interessate e razzismi? Eppure non siamo l’Europa dei popoli e dei diritti?
R. “In verità non è che non sappiamo gestire il fenomeno, molto probabilmente si preferisce gestirlo in questo modo. Non bisogna dimenticare che le politiche di chiusura delle frontiere, la restrizione dei canali d’ingresso regolare, la precarizzazione della condizione giuridica degli stranieri e il mancato riconoscimento dei diritti di cittadinanza, hanno importanti ricadute sul piano dei rapporti economici e produttivi, perché fanno sì che si instauri una dialettica tra stato e mercato, in cui i processi che costringono all’irregolarità e all’esclusione, consegnano agli agenti economici un utile strumento di svalorizzazione della forza lavoro: una situazione utilissima a chi domanda lavoro, perché mette a disposizione una manodopera priva di diritti da sottoremunerare e utilizzare per incrementare i profitti. Per capire meglio questo aspetto, basta farsi un giro per le campagne pugliesi e vedere quanti uomini e donne, costretti a vivere all’interno dei tanti ghetti, sono sottoposti a condizioni lavorative inumane nei campi”.

D. Dalla Martelli alla Bossi-Fini alla Turco-Napolitano: serve una nuova legge che fotografi lo status quo senza paure? 
R. “E’ indubbio, per dare risposte democratiche alle questioni politiche, economiche e sociali poste dalla presenza dei cittadini migranti, oggi è essenziale superare la logica dell’emergenza ed emanciparsi dalla filosofia dell’ordine pubblico.
È necessario partire da un ripensamento radicale delle politiche migratorie, capovolgere la logica securitaria con cui ci si è approcciati alle migrazioni a favore di una logica realmente inclusiva, che muova verso la prospettiva di un riconoscimento di uguaglianza e pari opportunità.
Per muovere in questa direzione, la costruzione di uno strumento politico e giuridico maggiormente adeguato a dare risposte alla complessità del fenomeno migratorio, come un permesso di soggiorno per ricerca di lavoro, valido sull’intero territorio dell’UE e la semplificazione delle procedure per il rilascio di permessi umanitari e che facilitino anche i ricongiungimenti familiari, anche questi validi sull’intero territorio europeo, dovrebbero rappresentare un primo ed essenziale passo che le forze democratiche e progressiste devono esigere senza alcun tentennamento o ambiguità, senza cedere alla tentazione di chiudersi in anacronistici nazionalismi”.

D. Ci siamo divisi persino sullo ius soli…
R. “E’ davvero grave e dà la tara del ritardo storico accumulato dal nostro paese, nonché, diciamolo chiaramente, della totale inadeguatezza dell’attuale compagine politica, e delle precedenti, nell’affrontare temi importanti, epocali, come sono quelli legati l’allargamento dei diritti sociali, civili e politici, a coloro che ne sono privi, a cittadini che, allo stato attuale, vivono, in diversi ambiti, un’apartheid di fatto.
In Italia sono oltre un milione e duecentomila i ragazzi e le ragazze senza la cittadinanza italiana che hanno meno di vent’anni. Ragazze e ragazzi nati in Italia, oppure arrivati da piccolissimi, alcuni addirittura figli di genitori nati in Italia, che per lo stato italiano sono stranieri. Ragazzi e ragazze che, in moltissimi casi, non si sono mai spostati dal suolo italiano, nemmeno per un solo giorno, la cui permanenza in Italia è sottoposta ai dettami di quanto previsto dal Testo Unico sulle Migrazioni.
Le motivazioni addotte da chi oggi osteggia l’approvazione della proposta di legge sullo ius soli non hanno ragion d’essere. La paventata paura dell’arrivo massiccio di puerpere sulle coste italiane, l’artata confusione tra allargamento del diritto di cittadinanza e diminuzione dei diritti dei lavoratori, lo spauracchio del terrorismo e della sicurezza, immancabile tema che accompagna il discorso pubblico e le leggi sulle migrazioni nel nostro paese sin dal 1986 (anno della prima legge in materia), hanno polarizzato il dibattito pubblico in due fazioni contrapposte: chi osteggia e contrasta l’adozione del provvedimento sullo ius soli in virtù di argomentazioni che affondano le radici culturali nel retaggio del pensiero colonialista e razzista italiano, mai adeguatamente rielaborato (il primato del sangue, della nazione, del popolo, della cultura), e chi si fa portatore di istanze che rivendicano uno ius soli a metà, pensando di legare e subordinare un diritto fondamentale come quello di cittadinanza alla condizione amministrativa di soggiorno dei genitori del nascituro o a requisiti culturali fissati per legge”.

lunedì, luglio 17, 2017

INTERVISTA. Slim: "Dalla Puglia per far conoscere il mio mondo"

di REDAZIONE - Nato ad Altamura, classe 1989, i suoi primi passi nel mondo della musica arrivano nel 2004 quando, oltre ad ascoltare i suoi idoli, inizia a scrivere dei brani suoi. Lui è il rapper Nicola Salvaggiulo (in arte Slim) ed è tornato sulle scene con il nuovo singolo ‘Houston’ accompagnato anche da un simpatico videoclip, registrato e mixato presso lo Sottosuono recording Studio, con il Beat di Fatmike e la regia dell’etichetta pugliese Alba Agency Records.

Quando è nata la tua passione per la musica?

E’ nata per caso, ascoltanto un brano di Eminem in radio. Da li mi sono innamorato subito del pezzo. Ero un adolescente ribelle e arrabbiato, come tutti. Da quel momento in poi ho scavato nel passato fino  a vivere il mondo hiphop a 360° gradi.

Qual è il messaggio che vuoi mandare con il brano ‘Houston'?

Houston è un chiaro messaggio, viviamo in un mondo moralista e perbenista ed ogni strofa mira a colpire un aspetto diverso della realtà.  Abbiamo un problema evidentemente la terra non è fatta per noi esseri umani.

Com’è nata l’idea del videoclip?

L’idea del videoclip è stata quella di sancire la fine di un periodo per me , musicalmente parlando,  quindi salire su un nuovo palco, questo pezzo è uno stargate. Video semplice per far capire cosa sia in grado di dire la mia faccia.

Quali sono gli artisti che hanno influenzato il tuo percorso artistico?

Gli artisti che mi hanno influenzato sono Bassi Maestro, Fabri Fibra, Eminem, Ghemon, Notorius B.i.g. e Articolo 31.

Progetti in corso? Un album?

Pubblicherò prossimamente dei videoclip e poi sono al lavoro sul nuovo disco.  Con la mia etichetta daremo il massimo.

domenica, luglio 09, 2017

ESCLUSIVO. Rama 'al volante' dell’Albania per 4 anni. Parla Zef Bushati

di FRANCESCO GRECO. TIRANA – L’Albania ha scelto la continuità: il socialista Edi Rama ha appena vinto le politiche e si appresta a formare il governo. Diverse le emergenze che dovrà affrontare: le riforme, su tutte quella della Giustizia, lo stallo economico, la disoccupazione, la lotta alla corruzione e soprattutto una piattaforma ideale per l’adesione all’Unione Europea, un obiettivo non più rinviabile.

Ne parliamo con Zef Bushati (foto), fondatore e presidente di Alleanza Democristiana.  

DOMANDA: Presidente, affluenza bassa, solo 44%: disaffezione degli Albanesi al voto?
RISPOSTA: “L’insoddisfazione degli elettori e la bassa partecipazione era un fenomeno che si aspettava che accadesse. E’ stato influenzato molto dal basso livello economico, la disoccupazione, l’alta quantità di coltivazione in quasi tutto il territorio albanese del cannabis sativa, la corruzione nella pubblica amministrazione, il fatto che non sono state mantenute le promesse, il ritardo della Riforma della Giustizia e negli altri settori, la non realizzazione in tempo delle norme e degli standard per aprire i negoziati per l’adesione all’Unione Europea con pieni diritti, la mancanza di una normativa da parte del governo per aiutare gli immigrati albanesi principalmente in Italia e in Grecia, la diplomazia e la politica estera senza fare affidamento su una piattaforma o serio programma nazionale, ma lasciandola in mano allo spontaneismo e al dilettantismo e altro hanno provocato la perdita della speranza, che si è rispecchiata nella bassa partecipazione alle urne nonostante le richieste dei politici indirizzate agli elettori di partecipare alle votazioni”.

D. Che governo si profila, adesso, quello che noi qui in Italia diciamo delle larghe intese?
R. “Alla fine delle elezioni il risultato più alto lo ha raggiunto il Partito Socialista del Primo Ministro Edi Rama, che ha vinto e quindi ha il diritto di creare un Governo Socialista e tutto il Gabinetto Governativo che si verrà a creare sarà del Partito Socialista.

Rama ha chiesto in campagna elettorale che gli elettori concedessero al Partito Socialista e a lui il “volante”, quindi la piena responsabilità per dirigere il Governo e l’Albania per i prossimi 4 anni. Gli elettori gli hanno creduto e hanno votato per un altro governo di 4 anni sotto la direzione di Rama e dei Ministri Socialisti. All’opposizione è rimasto il Partito Democratico e il Partito Movimento Socialista per l’Integrazione. Il Partito Alleanza Democristiana è alleato di Edi Rama e farà parte nella maggioranza di governo”.

D. L'obiettivo primo del nuovo esecutivo sarà di entrare in Europa: l'Albania è pronta ?
R. “Il Primo Ministro Rama durante la propaganda elettorale ha parlato molto dell’adesione dell’Albania all’UE. Io credo che vuole molto l’Europa. Questo è anche il fattore principale che il Partito Alleanza Democristiana, che dirigo, è in coalizione con Rama. Il nostro motto democristiano durante la campagna elettorale è stato: “L’Unione delle persone oneste per l’Albania in Europa”, invece dei socialisti era: “L’Albania che vogliamo”: erano messaggi per l’adesione dell’Albania all’Europa.

L’Albania è membro con pieni diritti nella NATO e deve esserlo anche dell’Unione Europa con pieni diritti. Prima l’UE accetta l’adesione e meglio sarà, non solo per lo Stato Albanese, ma anche per il Kosovo, la Macedonia e il Montenegro dove abitano circa 3 milioni di Albanesi.

Mentre in altri settori come l'economia, l'industria, la polizia, l'agricoltura, le infrastrutture, l'energia, arte e cultura, medicina, educazione, trasporti, ecc. abbiamo ancora molto lavoro da fare per raggiungere gli standard dell'UE. In queste aree non siamo ancora pronti e dobbiamo impegnarci ancora più seriamente”.

D. Di che riforme speciali ha bisogno il Paese? Quella della Giustizia è una priorità?
R. “La riforma della Giustizia è ritenuta quella principale. Alla riforma del sistema giudiziario e del procuratore abbiamo dedicato particolare attenzione, ma anche determinazione per renderla realtà. Dobbiamo ringraziare anche gli USA e l’UE che ci hanno aiutato e che ci stanno aiutando di continuo. Nell’ambito legislativo, si è lavorato molto per adeguare le normative albanesi agli standard dell’UE. Molto importante è l’implementazione e l’attuazione in tutte le aree. La guerra contro la corruzione nella pubblica amministrazione, nei tribunali e dal procuratore devono essere accompagnate con azioni concrete, con l’arresto delle persone corrotte agli alti livelli.

Solo quando i cittadini vedranno davanti alla Giustizia ministri, giudici e procuratori accusati di corruzione crederanno che la guerra contro la criminalità e il contrabbando della droga, la lotta contro gli alti funzionari dello Stato che rubano i fondi pubblici, la lotta contro la prostituzione e la pornografia, la lotta contro il male è iniziata.

Allora la fiducia tornerà e i cittadini ritorneranno al lavoro. Una priorità è anche la riforma del sistema elettorale, i cambiamenti della legge elettorale. Dopo la riforma nel settore della Giustizia, questa sarà la nostra priorità”.

D. Stare in Europa vuol dire anche confrontarsi con una tematica molto complessa: quella dei migranti dai sud del mondo. Come pensate di affrontarla? 
R. “Ci sono diverse politiche che iniziano dal modo in cui sono proposte dalla Cancelliera tedesca Merkel fino al posizionamento dell’Albania, che non si è appoggiata a una  piattaforma dettagliata dal punto di vista economico e sociale. La Merkel pensa di migliorare in Germania la condizione culturale e professionale degli immigrati e poi farli lavorare nei paesi di origine. E’ quella che si può definire la politica della porta aperta, che ha aspetti positivi, ma anche un costo da pagare a causa della diversa civiltà, istruzione, educazione, formazione, cultura, senza dimenticare la fede diversa che portano in Europa.

Tutto ciò può sopportarlo un paese  economicamente forte: Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia, non l’Albania con 3,5 milioni di abitanti. E’ difficile accogliere 10mila immigrati portatori di cultura, formazione, fede diverse. Perciò penso che il supporto deve avvenire nei loro paesi insegnando come lavorare, svilupparsi, adeguarsi nelle comunità dove vivono.
Quindi è meglio inviare centinaia di migliaia di cittadini europei nei paesi meno sviluppati che far arrivare qui da noi centinaia di migliaia di africani e asiatici. Non per razzismo, ma per un  processo più veloce nei paesi in via di sviluppo“. 

giovedì, luglio 06, 2017

ANNIVERSARI. Don Peppino, 60 anni di sacerdozio


di FRANCESCO GRECO - S. MARIA DI LEUCA (Le) - 60 anni di sacerdozio sono un bel traguardo, specie se vissuti con trasporto e intensità, senza risparmio di energie, al servizio delle tante comunità, intra ed extra moenia, a cui un uomo della Chiesa si dona nell’arco di una vita lunga e feconda.
 
Don Giuseppe Martella, conosciuto e apprezzato come “don Peppino” da Montesardo, nipote dell’indimenticabile don Vincenzo, fu ordinato sacerdote il 7 luglio 1957 (nella stessa celebrazione, don Tonino Bello da Alessano divenne Diacono). La sua parabola religiosa e umana si è quindi intrecciata più volte con quella del Vescovo di Molfetta, Ruvo di Puglia, Giovinazzo e Terlizzi (mancato prematuramente nell’aprile 1993) dagli anni del liceo a quelli nel Seminario Vescovile di Ugento.
 
I 60 anni di missione pastorale saranno commemorati dalla Comunità Diocesana con una serie di eventi: tre giorni di preghiera nella Chiesa Madre di Montesardo, con le riflessioni di due giovani sacerdoti (don Antonio da Alessano e don Biagio da Corsano). Giovedì prossimo, 6 luglio, alle ore 19.00, S. Messa solenne presieduta dallo stesso don Peppino. Il giorno successivo, 7 luglio alle ore 20.00, S. E. Monsignor Vito Angiuli, Vescovo della Diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, presiederà la Concelebrazione Eucaristica  nella Basilica-Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae, a Leuca.  

DOMANDA: Quando si accorse di avere la vocazione?
RISPOSTA: “Fin da fanciullo, poi si è consolidata nell’adolescenza. Ho frequentato la scuola pubblica fino al V ginnasio, ad Alessano. Col primo liceo sono entrato in Seminario a Molfetta, dove con don Tonino ho frequentato il liceo e continuato la Teologia. A 23 anni (mancavano solo 10 giorni), sono stato ordinato sacerdote, a Montesardo, dall'allora Vescovo Monsignor Giuseppe Ruotolo, che ha guidato la Diocesi per circa 30 anni e le cui spoglie mortali giacciono in questa Basilica".

D. Che ricordo ha di don Tonino?
R. “Fra di noi c’è stata sempre una sincera amicizia e un apprezzamento vicendevole. In lui ammiravo le molteplici qualità, bravo e completo in ogni campo, ma sempre umile e pronto a comprendere e ad aiutare tutti”.

D. Quale fu la sua prima destinazione?
R. “La Parrocchia della Natività di Tricase, come Vice-Parroco. A 28 anni sono stato nominato Parroco di Gemini, dove sono rimasto per 20 anni, dal 1962 al 1982. Nell’ottobre 1982 sono stato destinato alla Cattedrale di Ugento e vi sono rimasto fino al 1999, quando sono passato alla Parrocchia Cristo Re nella Marina di Leuca, sino all’agosto 2011. Contemporanemente (2009-2011) sono stato Amministratore Parrocchiale a Salignano, in seguito all’improvvisa e prematura scomparsa di Don Salvatore Abaterusso, già mio collaboratore nella Parrocchia della Cattedrale.  Dal 1° settembre al 31 dicembre 2011 ho svolto il ruolo di Amministratore Parrocchiale nella parrocchia di San Lorenzo Martire in Barbarano. Succesivamente, e tutt’oggi, sono volontario nel Santuario-Basilica di Santa Maria de Finibus Terrae, a Leuca. Ho ricoperto anche molti incarichi negli uffici della Curia Diocesana”.

D. In questi anni cosa ha dato e avuto dalle comunità con cui si è relazionato?
R. “Ho dato amicizia, affetto, disponibilità a tutti e aiuto umano e spirituale, che continuano ancora oggi. Ho ricevuto stima, comprensione e collaborazione, e soprattutto mi hanno spronato a crescere nella fede e nell'apostolato”.

D. Lei fu ricevuto in udienza privata da San Giovanni Paolo II…
R. “Accadde nel 1982, l’anno successivo all’attentato in Piazza San Pietro. Ero con il  Vescovo di allora, Monsignor Mario Miglietta. Un incontro fugace ma molto emozionante… Conservo la foto scattata dal fotografo pontificio".

D. La sua missione si è estesa anche lontano da terra di origine?
R. “Oltre ai viaggi a Fatima, Lourdes, Medjugorie, Santiago de Compostela, ecc., sono stato in Africa, dove è forte la presenza dei Trinitari, dei Vocazionisti, ecc. nei posti più difficili.
Tre volte in Madagascar. La prima con la Madre Generale delle Suore Vocazioniste: visitai tutte le case dove svolgono il loro apostolato. Ricordo tanti bambini e un’estrema povertà materiale e morale. La seconda fui ospite del Nunzio Apostolico S. E. Monsignor Paolo Gualtieri e girammo quel paese meraviglioso in lungo e in largo. La terza volta per partecipare alla inaugurazione del nuovo Vocazionario dei PP. Vocazionisti, edificio per accogliere i tanti giovani malgasci che chiedono di essere formati per accedere al Presbiterato. I cristiani lì vivono una fede di testimonianza, fanno km. e km. per partecipare alla messa.
Anche in Rwanda sono stato tre volte. La prima nel 1996, con don Tito Oggioni, che era stato Parroco di Acquarica del Capo e poi partì Missionario "Fidei Donum" per svolgere il suo apostolato in quella terra lontana e dove morì.
Da poco era terminata la guerra civile (1994) che insanguinò il paese con milioni di morti, nell’indifferenza della comunità internazionale. Ricordo ossa umane sparse ovunque e prigioni all'aperto stracolme di detenuti: solo quando i reclusi erano moribondi stendevano dei teli per un po’ d’ombra. Celebrai la S. Messa in uno di quei lager (molti infatti sono cattolici) e mi stringeva il cuore nel vedere questa massa di corpi umani seduti per terra e denutriti e tanti parenti che attendevano fuori del carcere per consegnare ai carcerieri qualche cibo per i propri congiunti.
Ora è un paese più avanzato: il governo presieduto dai Tutsi si sta impegnando per dare un volto più umano alla popolazione”.
 
Vogliamo augurare a don Peppino una vita serena e gioiosa, spendendo il resto dei suoi giorni per il bene spirituale dei tanti pellegrini che giungono da ogni parte d'Italia nella Basilica di S. Maria di Leuca.

mercoledì, luglio 05, 2017

Intervista a Paolo Villaggio: "Con Fantozzi ho raccontato la condizione degli italiani"

Riproponiamo per ricordare il grande Paolo Villaggio un'intervista concessaci dal Maestro della risata genovese e rilasciata al nostro quotidiano nel 2015.

di NICOLA RICCHITELLI - Era il 27 marzo del 1975 quando nelle sale italiane uscì il primo film della saga comica, diventata una vera e propria icona della commedia all'italiana. Ma dietro quell’icona c’è il Maestro Paolo Villaggio: «…non ha avuto successo il viso di Paolo Villaggio, bensì lo ha avuto il ragionier Ugo Fantozzi», una precisazione quasi rabbiosa quella del comico genovese.

Resiste il ragionier Ugo Fantozzi, resiste tra il precariato e i Jobs Act, ha quarant’anni di lavoro sulle sue spalle, ma lui, Ugo, tiene botta, forse non si aspettava neanche lui di essere ricordato quaranta anni dopo: «No, non me lo sarei mai aspettato anche perché non sono un veggente. Ti dirò, l'ho sempre sospettato un pochino, ma non in questo modo così mitico direi…».

Ha raccontato la condizione normale degli italiani così come più volte ribadito dallo stesso Villaggio: «Fantozzi ha fatto scoprire a tutti gli italiani che tutti quelli non riuscitissimi nella vita sono loro, quindi non si sono più sentiti isolati in una malattia speciale, ma era la condizione normale di tutti coloro che non hanno avuto fortuna nella vita».

Ma dove si collocherebbe il ragioni Fantozzi oggi? Ma soprattutto chi sono i ragionier Fantozzi dei giorni nostri?: «Gli italiani in genere. Sono l’80-90% della popolazione italiana. La condizione di questi Fantozzi prima era accettabile, fingevano anche di essere allegri e felici, adesso purtroppo la situazione è peggiorata. Il numero della popolazione è aumentata, per un giovane trovare un posto di lavoro è dura, ma soprattutto il valore dei guadagni e degli stipendi sono così lontani da una realtà terribile che ci sta aggredendo con violenza, che ci sta rendendo tutti poveri».

Grazie Maestro per l’onore che ci e mi ha concesso con la sua testimonianza e buon compleanno ragionier Fantozzi.

D: Maestro, perché nasce la maschera del ragionier Ugo Fantozzi?
R:«Nasce perché ha messo in luce la condizione normale di tutti gli italiani che non fanno parte, diciamo, di quella banda, di quel gruppo di gente di potere quali i capitani di industria molto ricchi, tutti i politici, i religiosi di potere, dal Papafino ai cardinali importanti. Questa è un élite dominante in una marea di gente che in questo ultimo periodo si è impoverita».

D: A chi si riferisce in maniera particolare?
R:«Si pensi che i pensionati sono alla fame, non c’è più lavoro per i giovani, visto che tra l’altro i vecchi lavorano fino a tarda età ostruendo quindi gli spazi. Questo ha creato una condizione e i presupposti per quest’uomo che, pur avendo il lavoro fisso e quindi un privilegio enorme, in ufficio ha un carattere speciale e mette a punto una tecnica speciale per non lavorare mai e non fare nulla, vantandosene tra l’altro con i colleghi. Diventa una gara tra colleghi, quindi, tra chi sono dieci anni che non apre una pratica e chi dopo tre mesi la stessa pratica la butta furtivamente nel cestino di un collega. Lui è sfortunato in una maniera esagerata, se va in ferie si ritrova di fronte ad alluvioni, frane... certo tutto questo è paradossale ed esagerato, ma ho voluto in qualche maniera raccontare la condizione normale degli italiani, che sono in qualche maniera dei “piove Governo ladro”, gente che continua a criticare la casta politica e i potenti di ogni tipo, però nulla fa per combattere contro tutto questo. Purtroppo non c’è una rivolta seriosa, sono abituati a subire».

D: Quale fu la reazione degli italiani dinanzi al ragionier Fantozzi?
R:«L’italiano medio prima mi diceva, sa che il Fantozzi che fa lei in televisione, o che racconta sui giornali e nei libri, assomiglia a un mio vicino di destra, o a un mio vicino di sinistra, a mio zio... poi alla fine sono stati liberati, dicevano di essere felici perché liberati. Fantozzi ha fatto scoprire a tutti gli italiani, che tutti quelli non riuscitissimi nella vita sono loro, quindi non si sono più sentiti isolati in una malattia speciale, ma era la condizione normale di tutti coloro che non hanno avuto fortuna nella vita».

D: Tra l’altro il ragionier Fantozzi ha messo in evidenza il rapporto marito – moglie nella casa degli italiani…
R:« Certo! Il ragionier Fantozzi ha rappresentato quelle persone ottuse con i potenti, servili con quelli che hanno potere, ma anche feroci in casa, con la moglie: sono loro i padroni del telecomando, la moglie deve solo subire nonostante il movimento di emancipazione della donna, però in Italia la donna, specialmente al sud, vive ancora in una condizione di subalternità. È difficile essere felice con dei mariti come Fantozzi».

D: Chi sono i ragionier Fantozzi dei giorni d’oggi?
R:«Gli italiani in genere. Sono l’80-90% della popolazione italiana. La condizione di questi Fantozzi prima era accettabile, fingevano anche di essere allegri e felici, adesso purtroppo la situazione è peggiorata. Il numero della popolazione è aumentata, per un giovane trovare un posto di lavoro è dura, ma soprattutto il valore dei guadagni e degli stipendi sono così lontani da una realtà terribile che ci sta aggredendo con violenza, che ci sta rendendo tutti poveri. La verità è che gli italiani sono dei contestatori che fingono con il “piove Governo ladro” di essere tali, ma in realtà non fanno nulla per liberarsi da questa condizione, sparlano crudelmente degli amici più cari per poi abbracciarli con affetto quando li incontrano. Vorrebbero evadere le tasse, invidiano i grandi evasori, evasori che al massimo vengono mandati agli arresti domiciliari, là dove per arresti domiciliari si intende le case di lusso nelle quali vivono come dio onnipotenti. Fantozzi invece agli arresti domiciliari ci vive da una vita, perché vive nelle periferie delle capitali dove in effetti è come trovarsi agli arresti domiciliari»

D: Si sarebbe mai aspetta questa longevità della maschera di Fantozzi?
R:«No, non me lo sarei mai aspettato anche perché non sono un veggente. Ti dirò: l'ho sempre sospettato un pochino, ma non in questo modo così mitico direi. Fantozzi ha innovato e cambiato la lingua, l’ispettore Galattico, mostruoso, agghiacciante, un'aggettivazione assolutamente paradossale usata in modo nuovo. Certe forme come galattico, salivazione azzerata, ha fatto parte di un linguaggio nuovo, e altresì innovato un linguaggio in un paese dove la lingua non era creativa, tranne forse nella città di Napoli».

D: Che poi, Maestro, Ugo Fantozzi è esistito veramente…
R:« Io ero dipendente della Cosider, società dipendente quasi dell’Italsider. Ora aldilà di Cosider e Italsider, la maggior parte dei dipendenti e impiegati italiani vive quella condizione là, lo stipendio fisso, anche se non è più sufficiente per fare una vita tranquilla, e arrivano quasi tutti alla fine del mese con grandi difficoltà. Più che essere esistito realmente Ugo Fantozzi, esiste realmente questa realtà che è tutta italiana ed è fatta di gente come Fantozzi. Questo da una parte, dall’altra abbiamo una casta di potentissimi che sono sempre più ricchi, mentre i Fantozzi sono sempre più poveri».

D: Maestro, vera la storia secondo cui la maschera di Fantozzi fu proposta prima a Pozzetto e poi a Tognazzi i quali rifiutarono?
R:«No, questa storia non è vera. Questa cosa fu frutto di una biografia inventata da Fulvio Frizzi – papà di Fabrizio presentatore– dopo il successo del primo libro, il quale vendette più di un milione di copie».

D: Ha mai immaginato il volto del ragionier Ugo Fantozzi diverso da quello di Paolo Villaggio?
R:«Guardi, non ha avuto successo il viso di Paolo Villaggio, bensì ha avuto successo il ragionier Ugo Fantozzi. I Fantozzi sono tutti impiegati, dipendenti, così come anche tutta quella gente sì a stipendio fisso ma con guadagni poco lucrosi. Questi sono i Fantozzi. Io li ho rappresentati, loro lo sono».

sabato, luglio 01, 2017

BORGHI. "Così rinascerà Cardigliano". Parla l’on. Lia

di FRANCESCO GRECO. SPECCHIA (Le) – A Benigni piaceva nascondersi nelle cavità naturali degli ulivi secolari (voleva comprare un uliveto), o spuntare all’improvviso dai vicoli del centro antico, fermarsi davanti alle panchine e divertire gli anziani con le sue gag. Claudio Abbado amava ascoltare la sua musica seduto all’ombra dell’immenso albero di magnolia di Casino Forni. Inge Feltrinelli aveva preso casa qui e gli aspiranti scrittori le facevano la “posta” per porgere "brevi manu" il manoscritto.

A Piazza del Popolo ai tavolini trovavi Natalia Aspesi (“Repubblica”) e Diego Abatantuono apprezzava la cucina all’antica di Antonietta alla "Bettola", mentre il Nobel per la Fisica Carlo Rubbia adorava il gelato di Martinucci e anche Prodi, da premier, ci passò le vacanze.

Un’energia dolce, un’alchimia strana richiamava il meglio dei vip dall'Italia e dal mondo: spettacolo, scienza, politica, a Specchia, sud Salento, a due passi da “Finibus Terrae”, uno dei borghi più belli d’Italia.

Da “voce” ignota all’economia locale, un pò rurale, un po’ legata all’edilizia grazie alle rimesse degli emigranti, il turismo divenne il motore dello sviluppo. Tra fine anni Novanta e Duemila il “miracolo economico”: 12 nuovi ristoranti, 500 posti-letto. Ebbe successo l’idea di "albergo diffuso". La strada dei negozi, una via Condotti in 16/mi, offriva le eccellenze dell’enogastronomia locale e il made in Italy, qui è nata la prima “Notte bianca” di Terra d’Otranto e Paolo Pisanelli ha portato il "Cinema del Reale" (a luglio).
 
L’eccellenza Specchiasol (piante officinali per prodotti di bellezza) si radicò e oggi si è affiancata la coltivazione della moringa. La vecchia gelateria Martinucci ha raffinato i prodotti portandoli all’eccellenza e si è affermata a livello mondiale (Lombardo invece ha scelto di rimanere piccolo, di nicchia).

Ambiziosa, Specchia voleva diventare una piccola Davos, e dialogava con l’Unesco, l’ambasciatore USA era di casa, da cittadino onorario Rubbia inaugurò la centrale eolica d’avanguardia, esperimento-pilota, ricerca e innovazione.

Borgo Cardigliano negli anni ’30 era stata la masseria dei Greco, sfamava 600 persone, le famiglie coltivavano l’ulivo, il tabacco, la vigna, il grano. Il mondo era in b/n, l’economia autarchica. La domenica si celebrava messa, c’era la scuola (insegnarono prima la madre, poi la sorella dell’on. Antonio Lia).

Dopo un lungo oblio, da villaggio-fantasma divenne di proprietà comunale e dal 2002 al 2008 funzionò come albergo, 200 posti-letto, 300 al ristorante tipico, diretto alla grande da Marino Orsi. Si proponevano mostre d’arte (a piazza del Popolo spuntò una galleria con artisti di fama internazionale), teatro, presentazioni di libri. Fu usato anche come set cinematografico.
 
Fu la Specchia di ieri, anni ruggenti, invidiata (anche da città di mare), format vincente. E oggi? La magia è svanita, qualche vip ha messo il cartello “Vendesi”. L’allegoria del declino: le erbacce che soffocano Cardigliano (da due anni il guardiano senza stipendio).
 
6 volte sindaco e 3 parlamentare nella prima Repubblica, inventore del Gal Santa Maria di Leuca, vice-presidente di FinPuglia, sottraendo tempo alla famiglia, viaggiando fra Roma, Bruxelles e Bari, l’on. Lia (Dc e affini) fu l’artefice di quel successo. E oggi soffre nel veder vanificato tanto lavoro, l’ennesima cattedrale nel deserto di cui il Sud è pieno (gli Interporti di Surbo e Melissano, per esempio).
Ma ha qualche idea per tornare all’antico splendore, pensa che la fenice può rinascere dalle sue stesse ceneri.

DOMANDA: Come fu restaurato Cardigliano?
RISPOSTA: “Ho sempre suggerito di arricchire il Comune di un parco-progetti in modo che ogni volta che esce un bando il Comune si trovi pronto per partecipare. Sul mio tavolo da Sindaco ne era sempre accatastata una quantità. Il Consiglio Regionale della Puglia nel 1987 approvò la legge n. 7, che prevedeva il finanziamento di idee presentate dai Comuni.
Noi ne avevamo pronti tre: l'acquisto delle abitazioni abbandonate del Centro Storico per un albergo diffuso, del Bosco e Casina Daniele con una ventina di ettari e di Borgo Cardigliano per un complesso agrituristico.
Il Governo bocciò la legge ma il Comune non si arrese e presentò la richiesta di finanziamento alla Cassa del Mezzogiorno che valutò positivamente le tre proposte.
Qualunque cittadino di Specchia, ragionammo, almeno una volta nella vita si è posto una domanda: se fossi proprietario di Cardigliano, cosa farei? Decidemmo di farci finanziare quel progetto e ricevemmo fondi europei per 15 miliardi delle vecchie lire. Acquistammo dalle tante famiglie Greco l'intero immobile che oltre alle costruzioni si componeva di 198 ettari. Riuscimmo a fare un albergo con 200 posti letto, un ristorante per 300 persone, una sala convegni con 200 posti a sedere, un grande spazio per la cultura. Cardigliano fu scelto anche come set cinematografico e fiction tv. Da lì prese il volo il turismo nel nostro paese".

D. Ha in mente il rilancio?
R. “Nel 2001 la gestione fu affidata - dopo una pubblica gara che prevedeva l'assunzione, da parte del vincitore, di personale residente nel nostro Comune - alla Società Rota s.r.l. che gestì il complesso fino al 2006, con competenza e professionalità. Nel 2007 alcuni ospiti presero a lamentarsi della gestione e degrado. A primavera 2008 notammo un peggioramento che se non affrontato avrebbe causato la distruzione. Decidemmo di revocare la gestione. Il Consiglio Comunale si divise. Presi atto della mancata fiducia e mi dimisi da Sindaco. Nel dicembre 2008 il Prefetto di Lecce nominò un Commissario, a giugno 2009 ci furono le elezioni. La società Rota continuò la scellerata gestione, il Complesso si deteriorò sempre più. Il gestore chiese al nuovo Sindaco di ridurre i tempi di apertura da giugno a settembre. L'anno dopo la società chiuse Cardigliano.
Seguirono proteste. A luglio 2016 fu allestita una mostra. A oggi Cardigliano è ancora affidato alla società Rota.
    A Specchia si sono costituite 10 aziende agricole di giovani imprenditori. Abbiamo sollecitato il Comune a deliberare la concessione dei 150 ettari circa del terreno agricolo libero da concessioni, con lo slogan "Terre ai Giovani", l'affidamento delle terre di Cardigliano. Il Comune, tornato in possesso, lo dovrebbe assegnare a giovani che hanno acquisito esperienze come chef, cuochi, maitre d’hotel, ecc. a Roma, Milano, Venezia, Londra. Si creerebbero nuove opportunità lavorative”.

D. Si parla di Specchia sotterranea…
R. “Specchia ha nel sottosuolo tanti frantoi ipogei, il Comune, infatti, è nel sistema delle strade dell'olio.
Col contributo del Ministero dell'Ambiente, Gal Santa Maria di Leuca e Regione Puglia, a metà anni 2000 abbiamo restaurato 5 frantoi. Sono divisi da un diaframma, è facile metterli in comunicazione, anche quelli nella parte bassa del paese. Far visitare Specchia sotterranea sarebbe intrigante per la nostra vocazione turistica”.  

D. Altro mantra: la “Valigia delle Indie”, cos’è?
R. “E' una mia idea nata dall'esperienza di un servizio di trasporti che nell'800 partiva da Brindisi per raggiungere le coste dell'Egitto, la Turchia e tornare a Brindisi. Sono stato 12 anni in Parlamento da componente della Commissione Trasporti, ho partecipato al riordino del sistema portuale italiano: la Puglia, con 800 km di costa, non ha mai avuto, nella storia moderna, una sola Autorità Portuale, anzi per tutto il Sud, dopo Napoli c'era Messina. Presentai una proposta di legge per inserire nel sistema portuale italiano i porti pugliesi. Se viene da più Parlamentari ha più possibilità di diventare legge dello Stato. Chiesi ai colleghi pugliesi di sottoscrivere la proposta, nessuno aderì. Alla fine capirono che se volevano che il riordino passasse, la mia proposta doveva essere accettata, così fu.
Nel 1994 la Puglia entrò nel sistema portuale italiano con tre Autorità: Bari, Brindisi, Taranto. Nessuno se ne accorse. Ho avuto il plauso dei proprietari delle flotte navali di Rotterdam che con le navi, per trasportare le merci dall'Oceano Indiano, sono costretti ad attraversare il Canale di Suez, tutto il Mediterraneo, lo stretto di Gibilterra, risalire parte dell'Oceano Atlantico lungo il Portogallo e la Francia per raggiungere Rotterdam per poi, su gomma o ferrovia, trasferire le merci all'Interporto di Bologna per lo smistamento in Europa. Con la mia legge, se attuata, le navi, dopo l'attraversamento del Canale di Suez, potevano indirizzare le loro rotte verso i porti pugliesi mettendo in attività l'Interporto di Surbo, allora il più grande, moderno e attrezzato d’Italia”.

D. Specchia “paese autonomo”, cosa vuol dire?
R. “Oggi è tra i paesi più conosciuti nel sistema turistico pugliese e nazionale, uno dei 20 Borghi da vedere in Italia, 500 posti-letto, i nostri ristoranti sono frequentati tutto l'anno. Se si realizzasse la mia idea su Cardigliano si potrebbero creare tantissime opportunità di lavoro. L'intraprendenza e l'intelligenza dei miei Concittadini potrebbero sviluppare altre idee. Non mi è mai piaciuto tendere la mano per elemosine, anche politiche, lesinare un posto di lavoro, una comoda sistemazione in un ufficio per qualcuno. Dobbiamo sforzarci per usare meglio quanto la natura ci ha dato: il mare, l'ambiente, il territorio, le bellezze monumentali, i centri storici, la cultura, il rapporto con le persone, la carica umana”.

D. Come nacque l'idea di albergo diffuso?
R. “Gli emigranti che con le loro rimesse costruivano le nuove abitazioni, lasciando spesso in abbandono le abitazioni nelle quali erano cresciuti e avevano vissuto i genitori. Quelle case abbandonate erano nel centro storico, allora sporco, senza acqua, fogna. Con la legge regionale n. 7 presentai il progetto per l’acquisto e la trasformazione in albergo diffuso dove la seduzione del posto avrebbe creato, col passaparola, un turismo a dimensione dell'ospite che trova quella familiarità e rapporto umano nella sua città scomparsi da tempo. Così è avvenuto, peccato che quell’esperienza si sta esaurendo…”.

martedì, giugno 27, 2017

TEATRO. Le donne di Benni e Ciccolella

di FRANCESCO GRECO. BRINDISI – La suora colta da raptus sessuali, posseduta dal demonio, cui il convento va stretto: su sette figlie, il padre ha deciso che toccava a lei prendere il velo ma suor Filomena non si è mai rassegnata, la notte sogna di volare fino al Varcano, e poi…. Beatrice innamorata del suo Dante, troppo impegnato però a scrivere versi per pensare al suo desiderio: meglio l’atletico Battistone: gioca a calcio, è alto un metro e 90, è un uomo dotato. Così il sommo poeta è sbeffeggiato nel suo indugiare, la sua innamorata preferisce la passione erotica dei sonetti.

La bellissima licantropa che con la luna piena diventa un po’ pelosa e piena di voglie, ma spaventa gli uomini d’oggi abituati alla bellezza glabra e androgina. Che infatti scappano: hanno paura della sua femminilità troppo impegnativa. E poi la moglie di un militare che vagheggia un golpe con i suoi compari mentre lei stira divise e camice e prepara quantità industriali di caffè. Ma farà una brutta fine…

Sono alcune delle donne di Stefano Benni, una gallery molto folta, in chiave corrosiva, a tratti feroce, allineate in “Nuda” e ora rivisitate e messe in scena dal regista brindisino Maurizio Ciccolella e interpretate con grande aderenza alla pelle dei personaggi (metodo Stanislavskij) e intenso pathos dalle attrici Rita Greco (Mesagne) e Sara Ercolani (Gagliano del Capo). Lo spettacolo è preceduto da un corto di 20 minuti altrettanto emozionante, prodotto da “Talia”, che è anche la scuola di recitazione di Ciccolella.

Il tema è dunque attualissimo: l’identità della donna del XXI secolo, la sua complessità ontologica, nevrosi e schizofrenie, fra carriera e famiglia, sospesa fra modelli imposti dall’aggressività dei media (basti pensare a Beautiful) e bisogno di ricavarsi una sua specificità dettata dal post-femminismo, per non farsi portare alla deriva di mode imposte da pubblicitari, stilisti, opinion-maker. Il cortometraggio (bella la recitazione, la fotografia e le musiche, Ciccolella firma soggetto, sceneggiatura e regia).

DOMANDA: Benni, perché? R. "Ho sempre apprezzato Stefano Benni, già da quando, famelico di opere teatrali, da giovanissimo, cercavo autori meno convenzionali per sperimentare le mie prime interpretazioni. Poi l'incontro con il suo testo, che mi dava l'opportunità di fare ironia a 360° gradi senza tema di cadere nel disprezzo dei benpensanti".

D. Le donne dipinte dallo scrittore e messe in scena nel suo spettacolo possono essere considerate degli archetipi del nostro tempo, una sintesi di quelle che ci vivono intorno: madri, mogli, sorelle, compagne, amanti? R. "Secondo il mio punto di vista possono essere archetipi dell'essere umano. Certamente hanno tratti, per così dire, femminili, ma le dinamiche sono generalizzabili anche agli uomini".

D. Nel cortometraggio marito e moglie si parlano via app: la solitudine delle nostre vite e nei rapporti è accentuata dalla nuove tecnologie e rende le distanze abissali: è una situazione definitiva o possiamo ancora recuperare i rapporti? R. "Questo andrebbe chiesto a un sociologo, o più tosto a un chiaroveggente! Scherzi a parte, penso che la solitudine ci sia sempre stata, oggi ha questa faccia".

domenica, giugno 18, 2017

INTERVISTA. Gerardo Carmine Gargiulo e il suo inno alla vita con il nuovo singolo: "Cosa sarebbe il mondo senza la musica"

BARI - Ritorna sulle scene musicali il cantautore campano Gerardo Carmine Gargiulo con il nuovo singolo ‘Cosa sarebbe il mondo senza la musica’, la nuova hit dell’estate che sta spopolando nelle radio indipendenti. Il brano, scritto ed interpretato dall’artista, sarà incluso nel suo nuovo album ‘Nel bene e nel male’.

Il brano segue il successo della scorsa estate, Barcellona sembrava Parigi, presentato sul palco del prestigioso Premio Lunezia, con la direzione del Direttore Artistico Beppe Stanco e capitanato da Stefano De Martino(ideatore della kermesse).

Com'è nata l'idea del videoclip di 'Cosa sarebbe il mondo senza la musica'?

Nel video di “Cosa sarebbe il mondo senza la musica  “ c’è  la presenza di una band femminile, quattro giovani  donne che  sono  messe in primo piano,  io sono solo di contorno,  risaltano nella loro femminilità, sono loro le  protagoniste.  Con questa scelta  ho voluto esprimere il concetto  che  noi uomini dobbiamo cambiare , non abbiamo ancora capito in profondità quali sono le cose in  positivo che ci può dare il genio femminile, gli occhi delle donne possono vedere le cose in modo diverso , che completano il pensiero degli uomini.

Qual è il messaggio che vuole trasmettere con questo brano?

Io canto che  senza la musica  “Si oscurerebbe il sole , si svuoterebbe il mare e chi avrebbe voglia più di amare “  e  che  senza  la Musica  “ Non ci sarebbe il mondo , l’amore , l’aldiquà ,Non esisterebbe neppure l’aldilà. E allora “ Sia benEdetto il sole, strabenedetto il male e quwesta santa voglia di cantare”contro  la noia, il nichilismo, la  violenza , l’odio , la morte  e  la  disperazione , deve vincere sempre  la gioia, la fede, l’amore, la forza e la speranza.

Quando ha avuto il via la sua carriera artistica?

A 16 anni partii dal sud dalla mia Irpinia per Milano per fare l’autore di canzoni . Approdai prima all’Ariston dove incisi i mei primi 45 giri e poi l’incontro  con Alessandro Colombin il grande produttore  di  Battisti , Bennato,  Dalla,  Venditti.  Con Sandro Colombini  incisi e pubblicai  l’Album “Avellino Express  “ in cui  passo da canzoni intimiste (come L’espresso delle 21 , Avellino, C’è una donna , Beato me )  a brani ironici,  come “Una gita sul Po”  e  “Invidia “che, inizialmente, viene scelta come canzone di punta ed è molto trasmessa dalle radio private: nel testo mi rivolgo all'eletta schiera dei miei colleghi cantautori, raccontandone in maniera bonaria i difetti. Musicalmente l’Album molto curato: inciso agli Stone Castle Studios di Carimate, vide la presenza di musicisti come il jazzista Giancarlo Porro, il batterista Ellade Bandini, il chitarrista Andrea Sacchi e uno dei componenti dei Maxophone, il tastierista Roberto Giuliani.

Con quali artisti ha collaborato? 

Bruno Lauzi ( Mariala Bella), Domenico Modugno (Na bella malatia ), Sandro Colombini, ( Dio che tutto puoi ) Toto Cutugno ( Stasera parlaimo di donne) , Cristiano Malgioglio ( Ambiguità) , Paolo Limiti e Alberto Anelli, ( Vi amo tutti e due - Va da lei)Ciro D’Ammicco- Daniel Sentacruz e Peppino di Capri ( Fresca Fresca) ,  Luigi Albertelli( Invidia) ,  Cristiano Minellono ( Ma che razza di amore)  , Ornella Vanoni e Giovanna  ( Io volevo diventare ),  Tullio D’Episcopo, ( Napule more) Julio Iglesias ( Sono io ) .

Cosa pensa della musica d'oggi?

La musica, intesa come arte, oggi  mi fa  un po’ schifo. Sento dire  che oggi  la musica è finita , è morta e così  si deve vivere solo  del   passato.  Quello che conta  e’ quanto pubblico  un artista è in grado di portare al suo  concerto.  In Italia funzionano  bene  le cover band  diRino Gaetano,  Zucchero,  Vasco , Ligabue  o  dei Queen . Pare che il pubblico voglia solo  sentire cantare vecchie canzoni  di successo,   non canzoni nuove.

Cosa cambierebbe? 

Mi piacerebbe che i media offrissero  programmi  in cui  presentare nuove canzoni e non dover aspettare solo il solito Sanremo. Taglierei di netto dalla programmazione TV  alcuni spettacoli pseudo-musicali, perché  serve  solo ai truccatori e a personaggi  già famosi che imitano altri cantanti famosi, sostituendoli  con programmi in cui si fanno  ascoltare  cantanti  veri  e canzoni  nuove come  succedeva per esempio con  “ Un Disco per l’estate “ con l’utilizzo dei joukebox  e con il pubblico vero  votante...e senza imbrogli.

giovedì, maggio 25, 2017

"TAP? Serve all'Italia e all'Europa". Intervista al prof. Boero

di FRANCESCO GRECO - MELENDUGNO (LE). Toh, un prof. a favore della TAP (TransAdriatic Pipeline), dopo le battaglie NO-TRIV. E' Ferdinando Boero, genovese, docente di Zoologia all'Università del Salento, autorità in materia di mari e oceani, instancabile divulgatore, autore di molti libri, il primo, “Ecologia della bellezza" appena presentato a Tricase Porto (Lecce), gli altri due sono Ecologia ed evoluzione della religione, e Economia senza natura. La grande truffa.

Gli editori gli chiedono testi tecnici, con i paroloni, ma così i libri finirebbero in una nicchia per pochi eletti, e non sarebbero in linea con la sensibilità e la formazione culturale del figlio di un partigiano.

E se un uomo è anche la sua stretta di mano, quella di Boero è vigorosa e sicura come chi crede in ciò che fa, dice, insegna, chi possiede valori forti, visioni, skyline vaste, militanze, passioni, come quella per la rockstar di riferimento, Frank Zappa, cui vent'anni fa dedicò una nuova medusa trovata nel Pacifico, ricambiato con una canzone: “Lonesome cowboy Nando" (video).

Professore, allora, ci spieghi: che sul fronte ”anti” ci sia un bel po' di turgidità ideologica con accessi di anti-modernità è la narrazione che appare ai più, ma Terra d'Otranto ha davvero bisogno di quel gas per il suo modello di sviluppo futuro? 

RISPOSTA: No, non ne ha bisogno. Ne ha bisogno l’Europa e il paese intero. La Puglia prende moltissimo dall’Europa, pensiamo ai fondi dell’obiettivo 1. Agli aiuti per l’agricoltura. E non voglio adesso parlare di come viene spesso truffata. Lo stesso avviene con molti altri fondi che “arrivano” e spesso sono spesi male o addirittura non sono spesi. Chi dà ha diritto di chiedere. Ovviamente a certe condizioni.

D. Più si dice “No” più si è moderni, ma la modernità è anche rischio, responsabilità, spesso rinunce... 

R. Ho detto moltissimi NO nella mia vita. No all’abusivismo, no alla pesca dei datteri di mare, no allo sbancamento delle dune, no alle trivellazioni, no al carbone, no al nucleare. A volte mi sono trovato solo o quasi, in queste battaglie. Per dire NO bisogna anche saper dire SI ma, lo ripeto, sempre a certe condizioni.

D. Quindi indietro non si può tornare, il sito è quello e si ormai tratta solo di negoziare il cosiddetto “ristoro”, magari sotto forma di royalties? 

R. Questo dovrebbe essere negoziato dai politici locali. Quelli che hanno detto NO al piano delle coste che cercava di frenare la cementificazione delle coste, per esempio. O che hanno permesso gli scempi che sono sotto gli occhi di tutti. Non certo da me. Comunque qualche suggerimento lo sto dando. Per esempio rimuovere la spazzatura marina che si accumula su queste coste. Questa volta senza alcuna responsabilità da parte della politica locale. Qui arriva tutta la spazzatura dell’Adriatico!

D. Ci sarebbe da chiedersi dove stavano e cosa facevano gli ambientalisti fondamentalisti quando le coste erano assalite dall'abusivismo delle seconde case (per cui c'è sempre una sanatoria politica in progress) e la bellezza soggiogata dal profitto, nella logica di un'estetica da rapina, egoista e devastante... 

R. Già, questa costa è stata devastata da un abusivismo edilizio di scarsa qualità, per un mare vissuto un mese all’anno. Le dune costiere sono sbancate per fare parcheggi, ci sono costruzioni che arrivano fino in mare. Roca Vecchia, una città di 4000 anni fa, è in completo abbandono, e anche la grotta vicino a quella della Poesia. Le spiagge sono invase dalla spazzatura marina. E l’unica minaccia ambientale è un tubo di 90 cm di diametro? Mi viene da dire come Totò: mi faccia il piacere!

D. Ieri NO-TRIV, oggi SI-TAP: c'è un denominatore comune? 

R. Veramente NO-TAP fa il verso a NO-TAV. La TAV è un’opera costosissima, pagata con fondi pubblici, che devasta l’ambiente. E’ giusto dire NO. E le trivellazioni sono la stessa cosa. Perforare il fondo del mare per estrarre combustibili fossili è una follia. Sono due NO sacrosanti. La risposta radicale dei NO-TAV… se abitassi lì probabilmente andrei anche io a sabotare i cantieri. Per il NO-TRIV sono andato a tribune referendarie, con Teresa Bellanova, ho partecipato a decine di conferenze (una con l'oncologo Giuseppe Serravezza), ho scritto articoli, ho scritto documenti tecnici. E continuo a dire in ogni occasione (il 12 maggio l’ho detto a una commissione del Parlamento del Mediterraneo, alla Camera di Monte Citorio) che si tratta di azioni che espongono il Mediterraneo a rischi che non vale la pena di correre.

D. Stiamo rimodulando un'idea di futuro, fra neo-Umanesimo industriale e ritorno alla bellezza: meno fossili, più energie dolci, alternative, impatto soft, sostenibile: per Brindisi e Taranto che riconversioni ipotizzare? 

R. La sfida dell’umanità consiste nella conversione ecologica, predicata ANCHE, da Papa Francesco, il primo religioso convertitosi a una scienza: l’ecologia. Dobbiamo rimetterci in armonia con la natura. E dobbiamo quindi reinventarci i nostri sistemi produttivi. Quasi da zero. Dobbiamo imparare a costruire case che non consumano energia tradizionale (basata sulla combustione), dobbiamo produrre il cibo in modo da non distruggere gli ecosistemi naturali, dobbiamo consumare senza produrre spazzatura. Le tecnologie devono essere sviluppate a questi fini. Io credo che ci sia la possibilità di vivere senza distruggere. La parola Umanesimo non mi piace, perché parla di “uomo”. Noi abbiamo dato troppa importanza a noi stessi. Ci siamo addirittura inventati un dio a nostra immagine e somiglianza.
E’ questo complesso di superiorità che ci sta mettendo nei guai. Dobbiamo fare un bel bagno di umiltà, ridimensionare le nostre aspettative. Gli ultimi papi hanno visto giusto. La natura si ribellerà a quello che le stiamo facendo, disse Giovanni Paolo II, e disse anche che non ci può essere pace senza giustizia.
Gli occidentali hanno ridotto il mondo in questo stato, e ora lo devono rimettere a posto. Francesco predica la conversione ecologica. Non credo all’uomo invisibile che vive nell’alto dei cieli e che ci guarda da lassù, ma credo che chi parla a suo nome finalmente ha capito quello che la scienza dice da molto tempo: non possiamo andare avanti così, dobbiamo cambiare. Dobbiamo usare la tecnologia per realizzare il cambiamento. Ma abbiamo bisogno di una nuova visione del mondo. Quella che ci mette DENTRO la natura e non SOPRA la natura.

D. Serravezza in sciopero della fame e della sete: il messaggio subliminale è che Tap porta brutte patologie: non è un'enfasi pericolosa, oltre che una forzatura (come anche Arpa-Puglia ha rammentato)?

R. Serravezza, pur essendo un medico, ha una visione ecologica dei problemi. Cura i sintomi (il cancro), ma dice che la vera cura è rimuovere le cause (l’ambiente che genera il cancro). Anche se pare un ragionamento banale, non è per nulla ovvio ed è una strategia che raramente si persegue. La cura dell’ambiente è poco sentita, da noi. Siamo in perfetta sintonia. Il mio mestiere è l’ambiente, il suo è la salute umana. Quel tubo non causa grandi problemi ambientali, e non ha conseguenze sulla salute umana. Tutti abbiamo un gasdotto che entra a casa nostra (si chiama tubo del gas) e il gas arriva nelle nostre case attraverso i gasdotti.
Ma di che stiamo parlando? Mi spiace: Serravezza sbaglia. Sbaglia soprattutto perché inscena una protesta radicalissima (lo sciopero di fame e sete) per un problema marginale. Non mi pare lo abbia mai fatto prima.
Ma con tutti i problemi che ci sono, per la salute umana a causa del degrado ambientale, proprio TAP doveva scegliere? L’impressione è che sia una minaccia enorme e terribile. Ora la sua posizione è che sia la goccia che fa traboccare il vaso. Quella che colma la misura. Sono d’accordo con Serravezza al 99%, ma su questo proprio non sono d’accordo, anzi, si tratta di una posizione che paradossalmente squalifica le posizioni precedenti. Questo ambientalismo viscerale toglie forza alle proteste sacrosante, e le squalifica.

D. Cos'è il progetto Lter?
R. Significa Long Term, Lungo Termine. I progetti di ricerca sono di solito di tre o quattro anni, poi i ricercatori devono presentarne altri, rispondendo a bandi che assegnano fondi. Si devono rincorrere i vari argomenti coperti dai bandi.
Ma la natura ha la sua “storia” che deve essere seguita e, per farlo, ci vuole il lungo termine. Per la meteorologia lo sappiamo benissimo. Non si chiede ai meteorologi: per tre anni studiate i temporali, poi nei successivi tre anni studiate il vento, e poi, invece, focalizzate sulle ondate di calore.
I meteorologi studiano il tempo atmosferico sul lungo termine, realizzando serie storiche che ci permettono di ricostruire, appunto, la “storia” delle condizioni meteorologiche. Lo stesso si deve fare con tutte le altre manifestazioni della natura: osservazione a lungo termine. All’Avamposto Mare di Tricase Porto vorremmo fare proprio questo. Fare un inventario della biodiversità di questo mare e osservare, nel lungo termine, la sua evoluzione.
Per comprenderne il cambiamento e comprenderne le cause. Per farlo, ci vuole un sostegno a lungo termine della ricerca. Tutto qui. Ora non si sta facendo. 

mercoledì, maggio 10, 2017

ESCLUSIVO. “Xylella, ecco come l’abbiamo sconfitta…”

di FRANCESCO GRECO. TERRA D’OTRANTO - Dire xylella fastidiosa è come dire leggende metropolitane. La neve dell’Epifania 2017 doveva ridimensionare il batterio, invece pare che lo abbia rafforzato. Altra leggenda: le cosiddette “buone pratiche”, la pulizia dei campi dalle erbacce infestanti. Irrilevante: ci sono distese di ulivi senza un solo filo d’erba, ma attaccate dal terribile batterio-killer.

Eppure, in questa tragedia biblica, tipo cavallette o lebbra, pare aprirsi un piccolo spiraglio di speranza per salvare una pianta secolare, trasfigurata nell’icona del Mediterraneo.

In Salento, da Lecce nord a Leuca, su circa 120 Ha, da oltre un anno, è in corso una sperimentazione informale, naturale, che sta dando buoni risultati (lo confermano soddisfatti alcuni olivicoltori di Alessano): risveglia e ripristina la vitalità e la produttività della pianta e ridimensiona l’azione devastante del batterio.

Ne parliamo con Roberto Polo, contadino.

DOMANDA: La vostra è una sperimentazione naturale: come funziona e in che modo agisce?
RISPOSTA: “E’ assolutamente una sperimentazione naturale. Funziona ripristinando la biodiversità microbica del suolo attraverso la somministrazione di specifici consorzi microbici, che vivendo in simbiosi con la pianta, provvedono a potenziare i nutrimenti e le difese attraverso meccanismi di induzione genomica. Per semplificare, come nell’uomo dopo una cura con antibiotici si ripristina la flora batterica con fermenti lattici, così noi provvediamo al ripristino della biodiversità simbiotica dell’albero e integriamo la sostanza organica”.

D. La pianta reagisce?
R. “Il ciclo di recupero consiste in una prima somministrazione di circa 5000 miliardi di spore ad albero, che si svilupperanno completamente in tre anni. Dopo il primo anno bisogna somministrare un decimo di 5000 miliardi di spore ad albero. Questo comporta che trascorsi circa 60 giorni i microorganismi cominciano man mano a riprodursi e collegarsi simbioticamente con le radici della pianta aiutandola a nutrirsi e ad assimilare tutte le sostanze necessarie. Inoltre gli endofiti dei consorzi microbici, andando in circolo nella pianta, provvedono ad attivare ledifese necessarie. L’albero reagisce rinforzando la vigoria vegetativa e talvolta ricacciando su branche secche nuovi germogli. Il processo di recupero non è immediato”.

D. E’ vero che si usa anche con gli ortaggi?
R. “Si può usare in qualsiasi coltura, in quanto il principio è uguale per tutte le piante. La differenza tra le frutticole e le orticole è che sulle seconde l’evidenza è immediata. L’importanza di questo approccio è che oltre ad aumentare le difese delle piante aumenta le proprietà organolettiche producendo cibi funzionali”.

D. Tutti possono fare questo trattamento?
R. “Tutti gli olivicoltori possono farlo per salvare gli ulivi, ma bisogna anche dare un reddito che garantisca una giusta remunerazione per poter assistere meglio le nostre campagne, quindi non più olio lampante ma alta qualità”.

D. Ci sono altre sperimentazioni diciamo così ufficiali in corso e che risultati stanno dando?
R. Come noi esistono circa 13 altre iniziative di sperimentazione approvate dalla Regione Puglia. Non posso conoscere i risultati delle in quanto la Regione non ha ancora provveduto a stanziare i finanziamenti approvati. Per questa ragione l’anno scorso abbiamo avviato una sperimentazione dal basso con circa 70 operatori agricoli e non, per una superficie di circa 120 Ha, che sta proseguendo e a Nociglia il 24 gennaio scorso abbiamo presentato i primi risultati”.

D. In futuro dovremo cambiare modo di coltivare, senza più chimica, come in passato e producendo olio di alta qualità?
R. “E’ abbastanza evidente il risultato della cosiddetta rivoluzione verde ed è necessario cambiare pagina in quanto i produttori agricoli hanno la responsabilità etica e morale di produrre alimenti che non danneggiano l’uomo. Oggi il cosiddetto benessere ha aumentato la disponibilità’ di cibo, ma di pari passo anche danneggiato fortemente la salute delle persone. E’ possibile fare agricoltura naturale e sostenibile”.

domenica, aprile 23, 2017

Tap, "E se la spostassimo nelle zone già industrializzate?"

di FRANCESCO GRECO - Tap si, Tap no, Tap dove. Ulivi da spostare, poi torneranno (come quelli della Maglie-Otranto): l’arte dei pazzi. Intanto arrivano infiltrati e provocatori di professione: che devastano i muretti a secco, mentre il Tar del Lazio sospende i lavori per qualche giorno.

E’ una lotta contro il progresso? Non vogliamo assumerci i rischi che esso comporta? Non manca intanto il risvolto populista di chi gioca al tanto peggio tanto meglio. La rete che porta il gas ha fatto 8000 km passando dalla Turchia, la Grecia e l’Albania. Non hanno avuto paura. Ora si fermerà?

Ne parliamo col regista Massimo Fersini (“Totem Blue”, 2009), che sulla questione sta preparando un docu-film.

DOMANDA: In questi giorni ci sono stati scontri e proteste nella zona di Melendugno relative alla Tap. Lei che idea si è fatto? 
RISPOSTA: “Sono stato fuori per impegni di lavoro e non ero presente sul territorio, ma seguo quello che accade. Dinanzi a questi fatti cerco di pormi sempre con la massima imparzialità per dare una lettura oggettiva delle cose e per non essere tacciato di pregiudizi a priori, ma ahimè anche stavolta ci ritroviamo davanti a una brutta pagina che coinvolge il nostro territorio. Si parla sempre in nome del progresso e dello sviluppo, mi sono letto dei volantini divulgativi che vogliono tranquillizzare i cittadini, convincerli che la Tap non causa alcun danno, che si tratta solo di un canale che passa sottoterra e nessuno vede nulla. Ma non è proprio così. Intanto dove passa il cosiddetto canale, le piante vengono distrutte, il terreno viene scavato in profondità, ed è molto improbabile che si possa ristabilire tutto così com’era, e poi verranno costruite quelle macchine infernali preposte al funzionamento del gasdotto che non sono certo del tutto innocue, al contrario sono un pericolo per l’inquinamento, in una zona come quella di San Foca, tra le più belle d’Europa”.

D. E’ il caso di spostarlo da un’altra parte? 
R. “Qui non si tratta che nel mio orticello non va bene e negli altri si… Ma mi viene da chiedermi se è davvero necessario far passare miliardi di metri cubi di gas tra spiagge meravigliose e oliveti secolari, anziché in zone già industrializzate. Comunque il problema è la visione globale che ancora oggi si ha di progresso. Noi dobbiamo entrare nell’era che io definisco di “Capitalismo Bianco”, cioè un capitalismo moderno fondato sulle fonti energetiche pulite, sulla riduzione degli sprechi, dell’inquinamento, ma non solo, il Capitalismo Bianco deve rivoluzionare interamente il modello di vita attuale sempre più schizofrenico, con conseguenze anche sull’aspetto psichico delle persone. Bisogna scegliere un modello più slow, avere più attenzione verso ciò che ci circonda se vogliamo che il pianeta ci sopporti ancora per qualche decennio”.

D. E’ una questione che non riescono a risolvere a livello mondiale… 
R. “Non lo vogliono risolvere, e con questi chiari di luna… Tuttavia, negli altri paesi si stanno facendo passi avanti, nonostante tutto. Hanno cominciato la coltivazione della canapa industriale, poi il vento, l’acqua, il sole, addirittura si fanno esperimenti sul processo della fotosintesi come ipotesi di energia alternativa e qui ancora parliamo di gas e carbone”.

D. Si riferisce alla centrale di Cerano? 
R. “Esattamente. Il Salento è continuamente sottoposto a feroci violenze di natura ambientale. Dall’Ilva di Taranto, alla centrale a carbone di Cerano, Brindisi, adesso ci ritroviamo la Tap, per non parlare del flagello della xylella che ha distrutto l’intera economia agricola. E non finisce qui, spesso in mare e in terra c’è il ritrovamento di rifiuti tossici sotterrati per arrivare poi alle trivelle del petrolio in mare. Ma ci vogliamo dare una regolata o no? Tutto questo in un fazzoletto di terra come il Salento, una terra fragile che va preservata. Cosa ne vogliamo fare della penisola Salentina?”.

D. Nonostante tutto è sempre una delle méte turistiche più gettonate… 
R. “Al momento rimane la nostra unica fonte di guadagno, ma non credo che tutte queste operazioni distruttive giovino all’industria turistica. Vede, la forza del turismo nel Salento è proprio la valorizzazione del territorio. Le faccio un esempio: ogni struttura, dal più piccolo b&b al grande villaggio, si sposano con le caratteristiche del territorio. Ogni cosa si immerge nella natura salentina, crea una simbiosi con la campagna circostante, col cibo, col mare… Si crea un ambiente unico che permette agli ospiti di immergersi interamente nella nostra cultura che tradizionalmente è molto accogliente, ricca di storia, di tradizioni. Anche le strutture cosi dette di “divertimentifici”, se mi permette il termine, non sono corpi del tutto estranei al contesto. E questo risultato è stato possibile grazie all’intraprendenza delle persone che ci lavorano, al loro ingegno, che con poco hanno saputo creare un habitat importante per lo sviluppo turistico”.

D. Eppure Briatore dice che questo turismo non funziona con i ricchi… 
R. “Questa cosa mi fa un po’ ridere. Io non so Briatore a quali ricchi si riferisse. Probabilmente a una categoria di ricchi che ama il turismo escort, droga e discoteche. Una volta era sesso droga e rock and roll. Che con tutte le contraddizioni del caso almeno era un manifesto di libertà. Ma al di là delle battute, io so invece che molti ricchi amano proprio il nostro modello di turismo. E le posso assicurare che in Salento ci sono strutture di lusso, molto eleganti, che rispecchiano tutte le caratteristiche di cui dicevo prima. Guardi, dobbiamo capire una cosa. Non siamo a Dubai, dove in mezzo al deserto hanno costruito strutture post-moderne, extra lusso, corpi completamente estranei in mezzo a sterminati km di deserto. Qui da noi è completamento l’opposto. Una sinergia tra territorio, cultura, tradizione, cibo, mare e ovviamente le persone”.

D. Possiamo dire che in questo le politiche regionali hanno funzionato? 
R. “Stop! Non diamo ai politici meriti oltre il loro vero valore. I meriti, ripeto, sono tutti della gente che ci lavora”.

domenica, aprile 16, 2017

INTERVISTA. Mauro Tummolo, dal Sud alla conquista delle classifiche con l’album 'Parto da Qui'

BARI - Un nuovo appuntamento attende l’artista lucano Mauro Tummolo che, Sabato 22 Aprile alle 21,00, presenterà il suo nuovo album ‘Parto Da Qui’ presso il Teatro Alta Luce di Milano. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare le emozioni e i prossimi appuntamenti che lo attendono.
Mauro ha incontrato la musica alla tenera età di otto anni, iniziando a suonare la tromba e il flicorno nella Banda Municipale del suo paese.

Durante il periodo militare, diventa trombettista ufficiale del Corpo D’Armata Della Brigata di  Gorizia e suona in importanti manifestazioni, come Picchetto d’Onore, per personalità come il Presidente Francesco Cossiga e il Papa Karol Wojtyla. E’ proprio durante questo periodo che esplode in lui la passione per il canto ed inizia così a prendere lezioni di tecnica e interpretazione vocale. In seguito agli ottimi risultati decide di iscriversi all’Accademia Saint Louis di Roma.

In questi giorni sei in giro con il tuo nuovo tour promozionale. Come la stai vivendo?

Sono delle bellissime sensazioni che non avevo mai provato prima. Ad esempio, giorni fa, ero a Basile ospite di uno spettacolo ed ho avuto un'accoglienza straordinaria da parte del pubblico e del mio nuovo managaement. Tra poco invece, sarà la volta di Milano, dove presenterò il mio nuovo disco e avrò il piacere di ospitare sul palco molti miei amici come il rapper lucano Alfy Kaiba,Alex Normanno,Massimo Tornese e Luca Capizzi.

Cosa ci racconti di queste giornate? 

Che la vita è un dono e che qualsiasi cosa tu voglia fare devi farla perché non ci sono altri giorni come quelli che trascorri.Secondo me le giornate devono essere piene di gioia amore e musica per star sempre bene.


Com'è cambiato il tuo modo di fare musica?

È cambiato grazie ai miei viaggi, alle nuove conoscenze e a molti incontri che sto facendo. Tutto ti forma e ti apre nuovi orizzonti da ammirare e da studiare dove devi essere bravo a prendere tutto. Poi devi essere astuto e bravo a mettere in pratica  le nuove idee che raccogli.

Da cosa nascono le tue canzoni?

Le mie canzoni sono immagini sparse, racconti passati, ricordi, sensazion,  viaggi ed esperienze nuove. Tutto si ferma in te e dopodiché, di getto, butti su di un foglio tutto ciò per dar luce a nuovi progetti.

Quali progetti bollono in pentola?

Sono al lavoro sul mio singolo estivo e non vedo l’ora di farvelo ascoltare. Credetemi, sono nel pallone, perchè l’emozione è tanta.  Sicuramente sarà qualcosa di fresco e allegro.

http://www.maurotummolo.it/

mercoledì, aprile 12, 2017

INTERVISTA. Litfiba: "Un album di inediti con Maroccolo e Aiazzi? L’impossibile non c’è…"

di NICOLA RICCHITELLI – A ben pensarci in realtà sono due i motivi per cui un bel giorno decisi di rincorrere il sogno di diventare un giornalista. Il primo era quello di voler cambiare il mondo attraverso i tasti di una tastiera, l’altro era quello di potergli parlare almeno una volta nella vita. Difficile spiegare in poche righe cosa hanno rappresentato per me – e per tanti come me - questi due signori da almeno vent’anni a questa parte, di quel cuore con le corna – 'Cornucuore', come lo apostrofò lo stesso Piero tempo addietro – disegnato su tutti i banchi di scuola e sui muri di mezza Barletta, un modo, per dirla alla sua maniera, "di appartenenza ad una razza, segno che quello che sei, quello che fai, non potrai smettere di viverlo mai".

Cosa davvero difficile potervi spiegare cosa hanno rappresentato questi due artisti per noi ragazzi nati nella metà degli anni ottanta. Grazie a loro, forse, abbiamo iniziato a capire l’Italia che ci circondava con 'Terremoto', cantando a squarciagola 'Maudit' e 'Dimmi il nome', abbiamo conosciuto Licio Gelli e la P2, non proprio cose che si studiano durante l’ora di storia; abbiamo saputo di certi segreti del Vaticano e della chiesa in Africa, di elezioni e obiezioni, di stragi senza nome e di autoelogi e insabbiamenti.  

Li abbiamo amati, fino a farne una ragione di vita, tanto da prendere quell'''io obbietto e disobbedisco' e a farne un manifesto generazionale, fino a ritrovarci in quel maledetto luglio 1999 a guardarci negli occhi e a chiederci che cazzo ci saremmo ascoltati di lì in avanti.

Tante le cose che sono cambiate in questi vent’anni, anche se a ben pensarci una è rimasta sempre là e porta diritto ad Arcore, ma accontentiamoci di quelle cose che cambiano noi stessi – capelli bianchi compresi – e che cambiano la nostra vita, ritrovandoci dopo vent’anni chi addirittura nonno, chi padre, e chi padre tra qualche mese lo sarà.

Una chiacchierata lunga dodici minuti e cinquantasei secondi, in cui si è parlato anche del concerto di Bari: «Sarà uno spettacolo molto particolare, intanto iniziamo con il dire che musicalmente assisterete a due ore e mezzo di concerto senza alcuna interruzione, una cosa mai successa durante la nostra storia, proprio perché abbiamo tanta energia da condividere con chi verrà al concerto», e dell’ultimo album 'Eutòpia' ed in particolare di due brani contenuti in esso 'In nome di Dio' e 'Maria Coraggio', i quali risultano essere di fatto tra i momenti più significativi di questo quattordicesimo album della ditta Pelù – Renzulli.

L’attenzione si è spostata quindi sulla scaletta del concerto. Lo stesso Piero ha ribadito come sia stata fatta mettendoci dentro tutta la storia dei Litfiba: «…questa è la prima tournée dei Litfiba in assoluto, dove ci sarà qualcosa di ogni album che abbiamo fatto», fino a chiudere questa chiacchierata con una speranza che porta diritto a quell’album che tutti i fan sognano con Gianni Maroccolo e Antonio Aiazzi: «L’impossibile non c’è…».

D: Allora ragazzi – o 'ragazzacci' che dir si voglia – che tour avete preparato e quindi eventuali sorprese che ci saranno durante le varie tappe in giro per l’Italia….

Ghigo: «Di sorprese ce ne saranno tante, chiaramente in quanto tali non le possiamo svelare, ma ne vedrete e ne sentirete delle belle. Cose mai successe fino ad ora…».

Piero: «Sarà uno spettacolo molto particolare, intanto iniziamo con il dire che musicalmente assisterete a due ore e mezzo di concerto senza alcuna interruzione, una cosa mai successa durante la nostra storia, proprio perché abbiamo tanta energia da condividere con chi verrà al concerto, e ci teniamo che questo scambio avvenga nei migliori dei modi. Poi ci saranno delle altre cose che succederanno e che insomma scoprirete in occasione del concerto, ma una cosa è sicura: lo spettacolo che facciamo in questa primavera non verrà poi riproposto durante il tour estivo, quindi chi vuole vedere questo particolare spettacolo dovrà venire a Bari per vederselo».

D: Quindi possiamo benissimo dire che l’età non ha un peso nel rock?

Piero: «Hanno peso le idee nel rock, ha peso l’energia, hanno peso i dischi che raccontano qualche cosa, ed 'Eutòpia', è sicuramente un disco che racconta tante cose…».

D: Inoltriamoci appunto in questa 'Eutòpia' e andiamo a parlare proprio dell’ultimo singolo in rotazione nelle radio da qualche settimana, 'Maria Coraggio', brano dedicato a Lea Garofalo. Da dove nasce l’esigenza di raccontare e far conoscere - per certi versi - la storia di questa donna uccisa dalla mano della  'ndrangheta?

Piero: «Io anni fa avevo letto la storia di Lea Garofalo in un bellissimo libro di un giornalista calabrese che raccontava appunto le varie storie di queste donne coraggio, perché ricordiamolo, oltre a Lea e Denise Garofalo, ci sono tante storie di Maria Coraggio che si sono ribellate ai clan mafiosi famigliari. La storia di Lea Garofalo mi ha particolarmente colpito, mi ha colpito un po’ tutta la dinamica di come è stata ingannata e quindi uccisa da suo marito. In realtà, il nostro pensiero ora va a Denise Garofalo – sua figlia – che è ancora viva, in quanto anche lei ha denunciato il clan di famiglia, ed è costretta a vivere sotto scorta, insomma è costretta a vivere una vita d’inferno. Quello che ci è interessato è sottolineare attraverso questa canzone il coraggio di queste donne che hanno messo a repentaglio la loro stessa vita affinché la verità venisse fuori, affinché mafia e malaffare non continuassero a contaminare la loro vita e di tutte quelle persone che ne subiscono le conseguenze».

D: Altro brano molto forte contenuto in questo album è 'In nome di Dio', un brano dove parlate di terza guerra mondiale, uno dei pochi effettivamente ad ammetterlo…

Ghigo: «'In nome di Dio' è un brano molto attuale, mi fa piacere che lo reputi un pezzo forte dell’album…».

Piero: «'In nome di Dio' è un pezzo etno-metal, una via di mezzo tra l’etnico e il metal, è un pezzo che ci piace molto, è uno stile che abbiamo affrontato forse per la prima volta proprio in questo disco. Si, i temi affrontati in 'In nome di Dio' sono effettivamente molto duri, ma noi facciamo appunto musica rock, non è che pensiamo ad accarezzare eccessivamente i pruriti adolescenziali. Ci piace raccontare quello che è il mondo attorno a noi. Con 'Eutòpia' ci piace vivere anche gli aspetti positivi, nonostante siamo circondati da situazioni non facili, però siamo convinti che con la musica rock, con le energie positive, si riescono a raccontare qualsiasi problema».

D: Quanto coraggio ci è voluto nel trattare questi argomenti, visto quanto difficile sia diventato oggi come oggi parlare di religione e di religioni?

Ghigo: «Si, beh, vorrei innanzitutto sottolineare che questo è un brano dedicato alle vittime del Bataclan, quindi parlare di una cosa che è successa, come questa, è sempre difficile, ma in realtà non è difficile doverne parlare…».

Piero: «Si, il brano è dedicato alle vittime del Bataclan, anche se la scrittura del testo in realtà guarda un po’ ad un livello un po’ più ampio, e quindi al fatto che ci sia il rischio dell’inizio di nuove crociate fra culture, e quindi fra Islam e Occidente. Sarebbe una cosa devastante se dovesse prendere veramente piede. Mi auguro chiaramente che buon senso e l’intelligenza, nonché la cultura e la forza mentale della gente abbia la meglio».

D: Parliamo della scaletta, oltre ai brani del nuovo album 'Eutòpia' – suppongo che verranno eseguiti la maggior parte di essi – sostanzialmente che criteri avete usato per mettere su la scaletta? 

Ghigo: «Non eseguiremo tutti i brani dell’album Eutòpia ma solo una parte, il resto verranno riproposti questa estate. Devo dirti che mettere giù la scaletta non è stato facile, avendo un repertorio davvero importante di 150 brani, quindi diciamo che è stato un bel casino».

Piero: «Però è giusto dire che è stata fatta una bella selezione, come dicevo prima ci saranno due ore e mezzo di concerto – basti pensare che gli americani quando vengono in Italia arrivano giusto a ottanta minuti – questo mi fa sentire in pace con me stesso ma soprattutto con i fans».

D: Negli ultimi anni per l’appunto vi è stato un gran lavoro di recupero – con la trilogia del potere tour prima e con la tetralogia degli elementi poi – della vostra storia musicale, però da questa operazione di recupero sembra esserci rimasto fuori l’album 'Infinito'…

Piero: «Aspetta a dirlo... Aspetta a dirlo…».

D: La domanda era appunto se anche con 'Infinito' avevate intenzione di mettere su un'operazione simile, magari rivisitarlo in qualche modo, magari proponendo una lettura nuova dal punto di vista musicale di questo album che, seppur rappresenta un momento controverso per la vostra storia, vanta brani degni di nota e di un certo livello? 

Ghigo: «Purtroppo 'Infinito' è un album che ci ricorda alcun cose brutte, pur essendo il nostro album di maggior successo…».

Piero: «Lasciamo stare le cose brutte, siamo andati oltre queste cose. Tutto quello che posso dire è che questa è la prima tournée dei Litfiba in assoluto, dove ci sarà qualcosa di ogni album che abbiamo fatto».

D: Piero, avrei voluto aprire l’intervista facendoti gli auguri visto che sei diventato da qualche settimana nonno, ma ho voluto lasciare questo momento nella parte conclusiva dell’intervista. Quindi, Piero, permettimi di farti sinceri auguri per quello che stai vivendo!

Piero: «Grazie. Grazie di cuore. Noi Litfiba siamo sempre in controtendenza, mentre l’Italia ha sempre meno nascite ed ha sempre più gente che scappa, noi come Litfiba, quindi io e Ghigo, con tutta la nostra tribù, la stiamo ripopolando…».

Ghigo: «Beh, fondamentalmente siamo persone ancora ancorate ai veri valori, io sono molto ancorato a valori ben precisi, volendo anche classici: uno di questi è sicuramente la famiglia, che è sicuramente molto importante».

D: Chiudo con questa domanda. Si è fatto riferimento qualche domanda fa alla reunion del 2013 in occasione della 'Trilogia del potere tour'. Vi è una qualche speranza di rivedervi di nuovo insieme, magari nella composizione di un nuovo album di inediti?

Piero: «Nella vita non bisogna mai dire mai… come si dice 'L’impossibile non c’è?'».

Ghigo: «Certo, nella vita tutto può succedere…». 

martedì, aprile 04, 2017

STORIE. Scrittore americano 'prigioniero' in Italia

di FRANCESCO GRECO - “Sono come un cane abbandonato...”.  Esperto di Borsa e di finanza negli USA, giocatore-istruttore di tennis per i figli dei ricchi in Svizzera (permesso di soggiorno “B”), scrittore “per gioco” di fiabe in Italia (“Gino and His Trullo”, SBPRA, USA 2012), una storia vera: il cane è morto a 13 anni (91 per un uomo) e ha pronta il seguito della storia, ma nel cassetto ha anche due romanzi: uno di fantascienza ambientato nel 3000 e una storia di bullismo e di crisi adolescenziali.

Famiglia middle class, immigrati dalla Cecoslovacchia nel 1968 alla vigilia dell'invasione dell'URSS, padre meccanico industriale, madre operaia), il protagonista di questa storia incredibile è nato a Praga nel dicembre 1959 e cresciuto negli USA, ottimi studi, un futuro dorato davanti. Ma la sua vita è finita in un buco nero.

Daniel Z Cis incarna perfettamente l'archetipo dell'americano che abbiamo in Europa, il mito della frontiera, dei pionieri, dell'uomo che ogni giorno si mette in discussione, che lancia il cuore oltre l'ostacolo: non sono stati proprio quelli come lui a far grande l'America, la superpotenza ieri di Obama e oggi di Trump che ora sembra aver dimenticato un suo figlio?
 
Da 13 anni infatti c'è un americano “sommerso” che nessuno, né gli italiani né gli USA, vedono. La sua vita è finita nelle sabbie mobili per un amore finito male, un corto circuito da cui vuole uscire con tutte le sue forze, ma non riesce a sottrarsi.
Stritolato dalla burocrazia, dalle nostre leggi farraginose, dal carattere ingenuo, da un amore sbagliato: un mix micidiale.

Storia di Daniel, l'americano-fantasma, "prigioniero" in Italia: vive da 13 anni nel Salento meridionale, la terra che ama e in cui si è smarrito, ma è come se non esistesse. Alla sua email hanno cambiato password e non può sapere se e chi lo cerca. Non ha permesso di soggiorno. Una storia buona per Hollywood: c'è l'amore, anche l'amore, la Casa Bianca, i Marines, la Guerra Fredda, la Cia...

DOMANDA: A che età la sua famiglia si è trasferita negli USA?
RISPOSTA: "Nel 1968, tre settimane prima che che i sovietici occupassero la Cecoslovacchia, partimmo per New York City".
D. Che studi ha fatto?
R. "La Business of Arts, diploma alla Union College e Rutgers University nel New Jersey".
D. E dopo? 
E. "Ho lavorato alla Tuscan Dairy (produceva latte, gelati crema, panna , ecc.) e poi alla Equitable Assurance (Borsa, Finanza, Assicurazioni, ecc.)".
D. Ma in America cercate sempre nuove performance...
R. "Ho superato due volte gli esami per Air Force Academy, a 18 anni e a 26 per fare il Marines come pilota militare. Solo che mi hanno fermato, c'era la Guerra Fredda e il governo USA temeva che scappassi con i segreti tecnologici per darli all'URSS".
D. Ma l'America le stava stretta, così è emigrato in Svizzera...
R. "Nel 1996 sono andato a Zurigo e da giocatore e allenatore ho insegnato tennis, ho iniziato prima col Grasshopper e un anno dopo a livello professionale. Ho fatto tornei internazionali. Negli anni '70 e '80 in Florida ero ai primi posti nel ranking".
D. I guai cominciano con una donna...
R. "In Svizzera ho incontrato e mi sono innamorato di un'italiana, lei stava divorziando e aveva un figlio. Abbiamo vissuto insieme nella mia casa. Faceva la traduttrice".
D. Dalla Svizzera al Salento...
R. "Arrivammo qui nel 2004 e mi innamorai di Finibus Terrae. Lei mi raggiunse nel 2006. L'ho aspettata un anno e mezzo. Dovevamo sposarci Anche per avere finalmente il permesso di soggiorno e non stare più clandestino. Lei aveva la doppia cittadinanza, italiana e svizzera".
D. Il divorzio arrivò?
R. "Nel 2007 ha divorziato definitivamente, dopo 22 anni di matrimonio. Lei comprò una casa a Alessano e io dei terreni a Castrignano del Capo, zona "Serine", che intestai a lei. Ma ci ha ripensato: la nostra storia è finita nel 2011".
D. Oggi non ha più niente, solo i cani che gli portano il Comune di Alessano e la Asl Lecce 2...
R. "Una vita rovinata. Non ho più niente. Da 13 anni non riesco ad avere il permesso di soggiorno. Mi hanno rubato i documenti. Non posso lavorare, non ho tessera sanitaria, non ho futuro: sono come un fantasma, un cane abbandonato...".
 
Daniel ora piange, i suoi grandi occhi blu si riempiono di lacrime. Non te lo aspetti grande e grosso com'è. Strano per un uomo che si rifà al codice dei Cavalieri, o dei soldati. E' stanco e sfiduciato. E' impigliato in una faccenda giudiziaria. Il suo avvocato, Pietro Luigi Nuccio (Foro di Lecce), che l'ambasciata USA gli ha messo a disposizione lo sta aiutando tantissimo. Intanto vive in un trullo sulle colline fra Alessano e Specchia (la “Serra dei Cianci”), dove nel Medioevo passava la Via dei Pellegrini, accoglie e sfama i cani abbandonati (nella foto).

Non vuole lavorare a nero (etica luterana). Parla correntemente quattro lingue (inglese, tedesco, ceco, italiano), ma non ha più niente se non la forza d'animo di voler cambiare la sua vita. Fortuna che ad Alessano qualche amico lo aiuta.

“Aiuto tutti e tutti mi aiutano, ma rivoglio la mia vita... E la mia vita ora è qui a Finibus Terrae...”.
Daniel l'americano fantasma, "prigioniero" in Italia, ha fretta di ritrovare se stesso e il tempo perduto.
God save Daniel!