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sabato, ottobre 21, 2017

La recensione: l’uomo di neve

di FREDERIC PASCALI - Un vicolo cieco senza possibilità di fuga, costretti a fare i conti con l’inesorabile defluire della paura di essere protagonisti del peggiore dei propri incubi.

Come sempre nel cinema di Tomas Alfredson si ha il tempo per pensare, per prendere le misure su quello che è accaduto e su quello che accadrà, ma non si ha il tempo per schivare l’angoscia che attanaglia ogni sequenza con il senso profondo del disagio che prelude alla certezza della perdita. La macchina da presa è un giavellotto che a lungo si libra nell’aria senza mostrare l’intenzione di posarsi per terra, lasciando l’illusione di un sospeso con il quale fino all’ultimo il regista svedese gioca. L’adattamento di uno dei romanzi gialli più riusciti di Jo NesbØ diventa così una lenta, forse troppo, presa di coscienza dell’efferatezza del male.

Harry Hole è uno dei più brillanti e famosi poliziotti della Norvegia ma da tempo non è più lo stesso, incupito e dedito al vizio dell’alcool. La misteriosa scomparsa di una donna nella sera di una copiosa nevicata mette in allarme il suo senso investigativo, tanto più dopo aver ricevuto un biglietto anonimo recante come firma il disegno di un pupazzo di neve. Al suo fianco nell’indagine c’è la giovane detective Katrine Bratt che lo mette sulle tracce di un vecchio caso di vent’anni prima.

“L’uomo di neve” si lascia vedere con interesse seppure la sceneggiatura scritta da Peter Straughan, Hossein Amini e SØren Svelstrup qua e là indugi troppo nell’autocompiacimento dilatando il compasso dei dialoghi e ammiccando fino all’eccesso con lo spettatore sull’identità del cattivo. Non hanno colpe gli interpreti principali capeggiati da un sempre più iconico Michael Fassbender, “Harry Hole”,dal bravo Jonas Karlsson, “Mathias”, e dalle due splendide protagoniste femminili: Charlotte Gainsbourg, “Rakel”, e Rebecca Ferguson, “Katrine”. Nel cast, in un ruolo secondario,”Rafto”, dice la sua anche un eccelso Val Kilmer.

Meravigliosa la fotografia di Dion Baebe, che bilancia al meglio i toni caldi con quelli freddi lavorando di rigore sui numerosi flashback, coinvolgenti le musiche di Marco Beltrami, in sintonia perfetta con la narrazione, ivi compresa la sempiterna “Pop Corn”. 

mercoledì, settembre 27, 2017

La recensione: Valerian e la città dei mille pianeti

di FREDERIC PASCALI - Si torna a viaggiare nell’Universo senza freni che solo la fantasia può concepire e animare e lo si fa con nella mente una foresteria di suoni, immagini e colori indelebilmente impressi nella trama di una storia che un visionario come Luc Besson rende cinema.
Il regista francese trasforma una lettura giovanile mai dimenticata, quella delle tavole scritte da Pierre Christin e disegnate da Jean-Claude Mézières. in una sorprendente cavalcata ai confini della meraviglia.

Un progetto che più che un’opera cinematografica ricorda una spettacolare video installazione che senza soluzione di continuità ingloba tutta la parte fantasmagorica della fantascienza prodotta per il grande e il piccolo schermo negli anni ’70 e ’80. Una specie di circo Barnum che trascende i confini dell’umanità felliniana e investe l’area cara ai ragazzi cresciuti al tempo di “Guerre Stellari”, “Blade Runner” e “Spazio 1999”, senza rinunciare a strizzare l’occhio ai contemporanei dei videogiochi, con città crittografate da invisibili prospettive virtuali che ricordano financo le atmosfere del passato dell’esperimento “Nirvana” di Gabriele Salvatores.

In questo dedalo di costruzioni e di citazioni si muovono i due protagonisti, Valerian e Laureline, perfetta coppia di agenti governativi che gli eventi e i superiori riportano su Alpha, la città dei mille pianeti che nei secoli ha visto affiancarsi centinaia di civiltà differenti. Qualcosa di strano è accaduto e l’ armonia che la diversità evocava è minacciata da una zona rossa contaminata da una misteriosa radiazione. Il maggiore Valerian e l’affascinante sergente Laureline hanno il compito di recuperare l’ultimo trasmutatore di elementi, un simpatico e innocuo animaletto, rimasto ancora in vita nell’universo. Apparteneva al popolo dei Mül che tutti pensano estinto da tempo.

“Valerian e la città dei mille pianeti” è uno di quei film fatti apposta per ritagliarsi un paio d’ore di totale evasione, al sicuro dal Mondo, senza temere svolte epocali, tensioni o drammi strappalacrime. Fanno perfettamente al caso i due interpreti principali, Dane DeHaan e Cara Delevingne, a metà tra eroe ed antieroe sono i rassicuranti bravi ragazzi della porta accanto che non tradiscono mai. Con loro alcuni pilastri del genere, Rutger Haurer ed Ethan Hawke, che da soli citano il passato e rendono l’intro di David Bowie, “Space Oddity”, il segnale per allacciarsi le cinture e godersi lo spettacolo.

sabato, settembre 16, 2017

La recensione: Baby Driver - il genio della fuga

di FREDERIC PASCALI - Il motore romba, le ruote sgommano e la musica si sincronizza a palla. Non è la descrizione di un’opera futurista di Giacomo Balla bensì l’inizio dell’ultimo lavoro cinematografico diretto da Edgar Write. Una pellicola che tende a rifuggire i confini di etichette preconcette e modella l’action movie in un comparto narrativo che ondeggia tra il dramedy, il noir e il film musicale. Ne scaturisce una specie di unicum che con i giusti intrecci e una sceneggiatura, dello stesso Write, ispirata da un videoclip dei Mint Royale (“Blue Song”, 2003) da lui diretto, funziona decisamente bene correndo all’ultimo respiro ma rivendicando un finale diverso da quello celeberrimo ideato dal duo Godard – Truffaut, con le carte da noir che si mescolano con quelle dolci della commedia.

La storia è un concentrato di adrenalina a quattro ruote che ha il pregio di non rubare la scena ai protagonisti basculando tra l’abilità al volante di Baby, un giovane ladro dall’animo sensibile trovatosi suo malgrado a lavorare per un boss della malavita, Doc, e l’incantevole figura femminile di Deborah, la cameriera che sogna una vita on the road con la musica e il suo uomo.

Insieme provano la fuga dal presente per raggiungere un futuro diverso, un riscatto fatto di amore, semplicità e talento ma per riuscirci devono superare la violenza degli uomini,le pallottole,l’odore della morte e il tempo della redenzione.

Ansel Elgort, “Baby”, e Lily James, “Deborah”, rappresentano senza dubbio una parte non trascurabile del successo della pellicola di Edgar Wright con il loro accattivante mix pop teen che ben si amalgama con il “gruppo” dei cattivi capeggiati da un grande Kevin Spacey, “Doc”, e da Jamie Foxx, “Bats”. Li avvolge una fotografia, curata da Bill Pope, che a tratti evoca atmosfere dai contorni cari alle storie dei supereroi della Marvel con il racconto che sfiora le paludi del grottesco ma non perde mai l’equilibrio sostenuto dalle musiche di Steven Price e da una colonna sonora che non ammette prigionieri. 

giovedì, settembre 07, 2017

La recensione: Dunkirk

di FREDERIC PASCALI - Christopher Nolan torna dietro la macchina da presa dirigendo una di quelle pellicole destinate a entrare, passando dalla porta principale, nella memoria storica dell’ultimo decennio cinematografico. Il genere è quello del film di guerra, una delle piste più battute del cinema americano, che, tuttavia, sotto la regia di Nolan si compone di materia sopraffina puntando dritto alle viscere dell’animo umano, lì dove si annidano i confini tra speranza e disperazione.

Con il piglio della narrazione bellica dettata con l’eleganza e la sincerità di un Marc Bloch, la sceneggiatura si snoda su storie adiacenti tutte convergenti in un’unica trama con la bussola delle emozioni orientata verso i primissimi piani dei protagonisti, macerati e svelati dalla bella fotografia rugginosa di Hoyte van Hoytema.

I particolari curati con attenzione ci portano nella periferia di Dunkerque in un giorno della fine di maggio del 1940. Il secondo conflitto mondiale è esploso da quasi un anno e le truppe corazzate tedesche sfondando nel Nord del Belgio hanno tagliato in due il fronte degli anglo-francesi. Ora sulla spiaggia della Normandia ci sono 400000 soldati in attesa di essere evacuati. Tra di loro c’è Tommy impegnato allo stremo nella sua disperata settimana per sopravvivere.

Più in la, nel mare, c’è la piccola imbarcazione da diporto di Mr. Dawson, con il figlio e un suo amico  per un giorno sono coinvolti per dare il loro contributo a quello strenuo tentativo di salvataggio. Sopra quello stesso mare per un’ora vola Farrer insieme alla sua formazione di Spitfire, vanno a caccia di aerei tedeschi per salvare i convogli alleati. Il loro tempo cambierà il destino di molti.

È una specie di vertigine, cesellata con la sapienza dell’artigiano di valore, quella che sostiene l’impalcatura a orologeria della struttura narrativa creata da Nolan.

La stessa coinvolgente musica del prediletto Hans Zimmer assume il compito,non affatto corollario, di costruire il dirompente finale all’unisono della storia. Eccellenti tutti gli interpreti a cominciare da Fionn Whitehead, “Tommy”, per finire con Kenneth Branagh, “Comandante Bolton”. Non si sottraggono agli elogi né il montaggio, a firma di Lee Smith, e né la minuziosa scenografia curata da Nathan Crowley.

domenica, agosto 27, 2017

Giallosvezia. Morte a Stoccolma, serial killer cercasi


di FRANCESCO GRECO - Scrive maledettamente bene questa svedese,Viveca Sten, che, apprendiamo dall’aletta, “dopo una brillante carriera giuridica”, vive a nord di Stoccolma, con marito e tre figli e forse – diciamo noi - si nasconde dietro il personaggio di Nora, tornata single dopo il tradimento del marito riccastro Henrik che l’ha lasciata con due bambini e se n’è andato con Marie.

La prosa è secca, nuda, incalzante, non c’è un aggettivo o un avverbio di troppo, la psicologia dei personaggi di spessore (specie di esauriti e psicopatici), il racconto ben documentato sin nei minimi particolari, tanto da portarci nelle isole dell’arcipelago a nord della capitale svedese.

La trama ti tiene inchiodato alla sedia sino all’ultima riga, e anche dopo che sai il serial-killer che insanguina una Stoccolma un po’ mediterranea, ne vorresti ancora e speri in fondo al cuore che Viveca abbia dato serialità alla storia.

Abituati a don Matteo impiccioni, marescialli di maniera, avvocati cialtroni, “Questa notte morirai”, Marsilio Editore, Venezia 2017, pp. 432, euro 18,50 (collana “Farfalle”, ottima traduzione di Alessia Ferrari) è una fresca oasi nel deserto e ti ci fermi volentieri a sorseggiarlo all’ombra di un gazebo, o un pino, anche come antidoto a “Lucifero”.

Di che si tratta? Thomas Andreasson non riesce a elaborare il lutto per la perdita della figlioletta Emily di tre mesi. La moglie Pernilla (che nomi strani, queste ragazze svedesi!) se n’è andata, solo che il poliziotto finisce sott’acqua causa rottura di una lastra di ghiaccio, se la cava, ma debbono amputargli qualche dito dei piedi: altro lutto di aspra elaborazione. Pernilla torna indietro: anche le svedesi in fondo hanno un’anima da crocerossine e, si sa come va il mondo, quasi senz’accorgersene aspetta un’altra bambina, anzi, “una bambinona”.

La depressione si trasforma in euforia, e ne occorre tanta per indagare - con i colleghi Margit, il Vecchio, Erik Blom, Karin Ek, ecc. – sulle strane morti che insanguinano Stoccolma dove il caffè e il vino scorrono a fiumi. La prima è quella di Marcus Nielsen, 22enne studente di Psicologia ha l’infelice idea di una tesina sui ”Cacciatori costieri”, una sorta di corpo speciale, d’èlite, addestrato molto ruvidamente, negli anni Settanta, a prevenire, o bloccare, attacchi da nord.

Non si trova il suo inseparabile pc e manco i diari che gli ha regalato un prof. di ginnastica, Jan-Erik Fredell, conciato male dalla sla, che muore affogato nella vasca da bagno mentre la moglie è fuori per la spesa. Puzza di bruciato (e di detersivo per pavimenti).

Altre morti si susseguono (l’ubriacone Bo Kaufman, Sven Erneskog, ecc.), tutti dello stesso gruppo “divise verdi con baschi e teste rasate”, “si puzza di merda e sudore”: 30 anni prima ci fu anche un “suicidio” durante l’addestramento (durata: 11 mesi) condotto da un tenente psicopatico figlio di un pezzo grosso, che non riesce a far carriera.

Sottotraccia, la scrittrice sparge una critica a certi spasmi militaristi del Nordeuropa decenni fa e a una Svezia vs Italia: tagli orizzontali anti-crisi, scarseggia il personale di polizia, i pc son vecchi di una generazione, a volte manca lo scanner, spesso la stampante, voli in ritardo, compagnie aeree che licenziano assediate dalla concorrenza delle low-cost, ecc.

Ovviamente non vi diciamo più nulla per non rovinarvi il piacere di scoprirlo da soli appena ve lo procurerete. Una cosa possiamo però consigliarvela: scrivete su un foglio bianco il colpevole che ipotizzate pagina dopo pagina, alla fine avrete una sorpresa, che puzza di detersivo…

Giallosvezia si conferma una scelta strategica vincente dell’editore veneto. E’ proprio il caso di dirlo: sweden is better, le svedesi (il giallo) lo fanno meglio…

sabato, agosto 12, 2017

Da 70 anni la festa di San Rocco a Casamassima



di VITTORIO POLITO - Com’è noto si festeggia tra agosto e settembre di ogni anno a Casamassima la tradizionale festa in onore di San Rocco da Montpellier, dedicata ai residenti ed a coloro che giungono da ogni parte del mondo per questa solenne ricorrenza. Quest’anno Onofrio Mancini, già Maresciallo Maggiore dell’Esercito, amante della fotografia, nato a Casamassima, ma residente a Ravenna, ha voluto ricordare l’evento con la pubblicazione, per le edizioni Levante, del volume “San Rocco, 70 anni di Festa a Casamassima 1946-2016”, un elegante testo di grande formato, ricco di foto e manifesti, volutamente in bianco e nero, poiché la mancanza del colore, secondo l’autore, lascia apparire con maggior vigore l’incanto delle emozioni che i volti rivelano.

Mancini ha svolto un prezioso lavoro di ricerca del materiale pubblicato e delle foto realizzate da egli stesso e da alcuni amici, a testimoniare la sua devozione per il Santo protettore e del suo grande amore per Casamassima. Egli utilizza la fotografia con lo scopo non solo di dare testimonianza di un evento, ma soprattutto per attestare la sua partecipazione culturale ed emotiva all’evento stesso.

L’Architetto Antonio Pastore, che firma presentazione, scrive: “al di là del rapporto intimo-affettivo tra il Casamassimese e il Santo, Mancini focalizza la vera essenza della festa, quale momento di catarsi collettiva in cui si intrecciano fede, storia, tradizioni, identità, passato e futuro, che nel corso del tempo ha coinvolto l’intera comunità attraverso momenti di grande trasporto emotivo e culturale”.

                                                

Sfogliando l’elegante testo leggiamo anche la nota della professoressa Beatrice Birardi, che fa un po’ la storia tra tradizione e coralità, della festa di San Rocco a Casamassima e nella quale scrive che “La festa di san Rocco a Casamassima è considerata e vissuta, dopo il Santo Natale, come la ricorrenza più importante dell’anno.

E, per finire, qualche notizia su San Rocco, nato a Montpellier, che rimasto orfano vendette tutti i suoi beni, distribuendo il ricavato ai poveri e partì in pellegrinaggio a Roma. Si fermò all’Ospizio di Acquapendente (Viterbo), dove si dedicò al servizio degli appestati, operando guarigioni miracolose. San Rocco è rappresentato con il cane, quel cane del nobile Gottardo Pallastrelli che gli portava da mangiare per l’impossibilità del Santo di camminare a causa di un “bubbone” ad una gamba. Morì in provincia di Varese nel 1379. Dal 1999 è attiva presso la Chiesa di San Rocco in Roma l’Associazione Europea Amici di San Rocco, con lo scopo di diffondere il culto e la devozione verso il Santo della carità attraverso l’esempio concreto di amore verso i malati ed i bisognosi.

San Rocco è protettore dei pellegrini, dei chirurghi, dei prigionieri e del bestiame, è invocato contro la peste, le malattie contagiose ed i disastri naturali.

Il volume, che si avvale del Patrocinio del Comune di Casamassima, della Pro Loco della stessa città e del Comitato Festa di San Rocco, riporta anche il saluto del Sindaco Vito Cessa. Un bel regalo per i cittadini di Casamassima che potranno così rivedere dal 1946 ad oggi, tutte le manifestazioni sia religiose che folcloristiche svoltesi con i complessi bandistici, gli artisti, i cantanti ed i complessi di musica leggera, che nei vari anni si sono esibiti.

domenica, agosto 06, 2017

La recensione: 'Una favola moderna', antica come l'amore


di FRANCESCO GRECO - Occhio alle ragazze che inciampano nei piedi del “playboy e lazzarone”: quasi sempre sono innamorate. Succede a Sara quando Carl è nei paraggi. Meno male che una tata vecchia maniera, che richiama in automatico la Mummy di “Via col vento”, è sempre in stand-bye a mostrare i denti.

Esordisce con un romanzo intrigante la pugliese Monica A. Sabella, “Una favola moderna”, Youcanprint editore, Tricase 2017, (presentazione il 7 agosto a Euroitalia, Casarano, ore 19.30 e il 24 agosto a Alessano, Palazzo Legari, con Michela Santoro, Libreria Idrusa).

Un romanzo breve, o racconto lungo, diviso in 19 capitoli incalzanti. Forse un ritmo più lento e sensuale, un respiro meno rapsodico avrebbe valorizzato meglio la storia. Ma si tratta di un romanzo di formazione, di riuerca, che conquista per la freschezza, per un suo modo di essere acerbo, naif, come i franchi narratori degli anni Ottanta.

Orfane dei genitori, infanzia in orfanatrofio, dalle suore severissime, Sara ed Emily sono state adottate da famiglie borghesi e poi si son perse di viste.

Sara studia Medicina, legge molto (“i libri erano tutto il suo mondo e il suo rifugio”), ma non riesce a elaborare il lutto del distacco, ha continui flash-back che la riportano agli anni tristi dell'orfanatrofio. Una evidente scansione psicanalitica, molto ben abbozzata con la tecnica del flash-back.

Ma è delizioso anche l'espediente letterario della sovrapposizione speculare del suo vissuto con quello di Evelyn e Dario, due bambini orfani a cui Sara – ormai dottoressa e impiegata, guarda caso, in un orfanatrofio – si sono affezionati, tanto da essere adottati da Edoardo e Perla, i suoi genitori.
In un finale incalzante, Sara è al settimo cielo non solo per l'affetto che saprà dare ai due bimbi sfortunati, ma anche per aver inaspettatamente ritrovato l'amica del cuore, che trascinerà in viaggio in Spagna (con l'immancabile Mummy) e alla fine anche l'amore. E ci fermiamo qui per non togliere al lettore il gusto di scoprirlo da solo nelle righe di una favola moderna, ambientata nel XXI secolo di Facebook e Instagram, ma antica quanto l'uomo, che mette in scena l'amore, e nel complesso i sentimenti, ogni volta sempre nuovi e diversi.

Possiamo però aggiungere, in conclusione, che la scrittrice (è nata e vive ad Alessano, nel Leccese, sposata, due figlie, Alessia e Karol, fa l'infermiera) conosce molto bene la psicologia delle donne e la grammatica dei sentimenti. La complessità dell'animo femminile, i desideri, i pudori, i sogni. Anche delle classi alte a cui, è evidente, i personaggi appartengono per come si muovono e quel che pensano e dicono. E supporre che le amiche Alessandra e Mina, la nipote Giordana e il marito siano trasfigurati nei vari personaggi abbozzati con pennellate decise e veloci.

Il più glamour comunque alla fine è Mummy, la tata di casa: è il più istintivo e vero, perciò conquista. Il Quarto Stato ha i sensi sempre all'erta, e la battuta densa di saggezza pronta.

martedì, agosto 01, 2017

La recensione: Prima di domani

di FREDERIC PASCALI - Parafrasando uno dei titoli più noti della filmografia di George Romero, il maestro americano dell’horror recentemente scomparso, pare che l’estate dei “Movie Teen Viventi” non debba aver mai fine. Lo conferma la pellicola diretta da Ry Russo-Young, giovane regista newyorkese,   che riadatta il romanzo di Lauren Olivier, “E finalmente ti dirò addio”, imponendoci l’interrogativo su quale possa essere il modo più giusto per affrontare il proprio ultimo giorno in vita.

La risposta è affidata alla storia di Samantha Kingston, un’adolescente americana che il giorno in cui nel suo liceo si festeggia la festa dei cupidi e lei ha in mente di consumare la sua prima volta con Rob, il fidanzato da tutti ammirato, viene raggiunta, esattamente 39 minuti dopo la mezzanotte, dal Destino che ne ha programmato la morte in un incidente stradale con le amiche del cuore. Ma la vita non finisce e ricomincia esattamente nello stesso “ieri”. Sam è prigioniera del suo ultimo giorno e deve trovare il modo di liberarsene.

“Prima di domani” seppur si muova in un ambito già ampiamente battuto, dall’idea del poter morire/non morire, alla figura di Julie, che sembra ispirarsi alla “Carrie” di Brian De Palma, fino all’uso della voce off di Sam che ripercorre un po’ l’effetto del sempiterno “Viale del tramonto”, mantiene una propria identità definita . La sceneggiatura di Maria Maggenti e Gina Prince-Bythewood sviluppa il suo punto di svolta decisivo nella “consapevolezza” come unica fonte di salvezza per la protagonista, un’ottima Zoe Deutch, che così compie un mirabile processo salvifico di maturazione.

Si lascia il passato racchiuso nel presente per un futuro che forse non è soltanto un addio, con la descrizione delle emozioni che si disegna in punta di piedi, senza troppi acuti. In tal senso appare efficace la fotografia di Michael Fimognari che alla luce assegna il compito di sottolineare la claustrofobia del racconto senza mai deragliare in eccessi di sorta, con il tempo che diventa un apparato non più intangibile ma una costruzione definita dal pulsare digitale del proprio smartphone.

mercoledì, luglio 19, 2017

La recensione: The War – Il pianeta delle scimmie

di FREDERIC PASCALI - Ci sono alcune epopee cinematografiche che sono entrate da tempo nell’immaginario popolare costituendone, esse stesse,un tangibile elemento di riconoscimento. È questa una categoria della quale fa parte a pieno titolo “Il pianeta delle Scimmie”. Iniziata nel 1968, giunta al nono capitolo sotto la regia di Matt Reeves, si rinnova in quello che è il terzo atto della trilogia del reboot creato nel 2011.

Il protagonista, ancora una volta, è Cesare, il capo indiscusso di un popolo di scimmie dall’intelligenza notevolmente sviluppata e perennemente in guerra con quel che resta del genere umano, decimato da un virus influenzale derivante dai quadrumani. Un esercito di umani guidati dal famigerato “Colonello” sta completando una grande operazione volta a sterminare le scimmie. Cesare decide che per il suo popolo è giunto il momento di migrare e di lasciare la foresta ma non sa che molti drammi e misteri si annidano dietro l’angolo.

La sceneggiatura, firmata dallo stesso Reeves e da Mark Bomback, cerca il colpaccio e accentua la tragedia calcando la mano sull’elemento della perdita. Un escamotage che serve anche per scavare più a fondo nell’intimo di Cesare, Andy Serkis lo interpreta a pennello, e umanizzarlo senza spogliarlo del tutto dell’aura della sua epica. La fotografia di Michael Seresin vira decisamente sul gotico districandosi, soprattutto nella seconda parte della pellicola, tra una trama che oscilla tra il war movie e il western di frontiera.

Non mancano le citazioni come il passaggio a cavallo sulla battigia del gruppo di Cesare, che ricorda le scene entrate nel mito del primo film con Charlton Heston. Ben studiata e sviluppata,probabilmente sulle orme di un “simile” targato Francis Ford Coppola, è la figura del “Colonello” interpretata da un Woody Harrelson molto carismatico ed efficace.

Quello che non convince in questo “The War” è proprio il finale nel quale il culmine che ci si sarebbe aspettati, dopo la lunga e spettacolare premessa, si risolve con una semplificazione a base di un’overdose di effetti speciali e di dialoghi decisamente scontati.

domenica, luglio 09, 2017

LA RECENSIONE. Spider-Man: Homecoming

di FREDERIC PASCALI - I teen movie risalgono la corrente dell’estate cinematografica italiana e inondano le sale di produzioni made in USA. Uno dei meglio riusciti è senz’altro quello diretto da John Watts che mette in scena il secondo reboot(abbandono della continuità in una serie con una riscrittura degli eventi rispetto alla saga originaria) dedicato all’Uomo Ragno, uno dei personaggi più amati della galassia dei supereroi della Marvel Comics.

La storia prende avvio da un filmino amatoriale che il quindicenne Peter Parker gira per celebrare la sua recente avventura tra gli “Avengers”(vista in “Capitan America: Civil War”). Finito sotto la tutela di Tony Stark (Iron Man), che lo affida al suo factotum Happy Hogan, il ragazzo freme dalla voglia di entrare a tutti gli effetti nella sua squadra preferita di supereroi. L’altra faccia della medaglia è la sua vita da adolescente presso la zia May, il liceo dove brilla nelle materie scientifiche, la sua cotta per Liz, Ned, il migliore amico che per puro caso scopre la sua identità di Spider-Man,e Michelle Jones, detta “MJ”,il bastian contrario del gruppo. Quando nella vita di Peter fa la sua comparsa l’Avvoltoio, il “cattivo” di turno,combattendolo scoprirà ciò che è meglio fare.

Non v’è dubbio che il pool di sceneggiatori, Drew Goddard, John Francis Daley, Steve Ditko,Jonathan Goldstein,abbia fatto un lavoro a incastro di grande efficacia. La narrazione scorre con estrema fluidità con i punti di svolta che supportano al meglio i tempi comici e i passaggi drammatici. Un velo di autoironia avvolge tutte le sequenze e sfuma i consueti tentativi, nascosti qua e là, di disquisizioni pseudo moraleggianti. Tom Holland, “Spiderman/Peter”, è perfettamente a suo agio nel ruolo e rappresenta una risorsa in più per l’intero prodotto. Non demeritano, e aggiungono anch’essi molto del loro, le due superstar Michael Keaton, “L’Avvoltoio”, e Robert Downey jr, “Ironman/Stark”. Tra gli elogi non va dimenticato il musicista Michael Giacchino, la sua colonna sonora è una delle migliori mai ascoltate nelle produzioni Marvel, e le sorprese dei titoli di coda.

lunedì, giugno 26, 2017

LA RECENSIONE. Una doppia verità

di FREDERIC PASCALI - “A volte ritornano” potrebbe essere un lecito sottotitolo di commento al legal thriller diretto da Courtney Hunt con Keanu Reeves investito del ruolo di protagonista. Girato con una grande attenzione per i dettagli e una fotografia, a firma di Jules O’Loughlin, dal taglio classico e austero, il lungometraggio di Hunt ricorda alcuni espedienti del passato glorioso del cinema in bianco nero. “Il buio oltre la siepe” di Robert Mulligan è senza dubbio una di queste memorie così come l’idea della voce narrante dello stesso “particolare” protagonista fa venire in mente il sempiterno “Viale del tramonto” di Billy Wilder.

È l’avvocato Richard Ramsay che racconta, passo dopo passo, la storia di quella che forse è la sua causa penale più difficile. Deve difendere Mike, il giovane rampollo dei Lassiter, dall’accusa di aver ucciso a sangue freddo il padre Boone, avvocato ricchissimo e di fama nonché mentore dello stesso Ramsay. Il caso è apparentemente lineare e le prove contro Mike, nonostante le attenuanti invocate della madre Loretta, appaiono difficilmente confutabili. Sarà l’assistente di Ramsay, Janelle Brady, la prima a intuire che non tutto è come sembra.

I “trucchi” che la sceneggiatura di “Una doppia verità” fa usare a Ramsay/Reeves per portare la giuria dalla sua parte non funzionano altrettanto bene per ottenere lo stesso effetto nei confronti del pubblico in sala. È soprattutto la preparazione del colpo di scena finale che non solo non convince, ma dal principio induce al “chi va là” rovinando un po’ la sorpresa finale. Il cast oltre al citato Reeves si avvale di altri due mostri sacri quali Jim Belushi, “Boone”, e Renée Zellweger, “Loretta”, la più efficace di tutti e quella maggiormente in grado di dare corpo a un thriller che troppo spesso sembra specchiarsi e autocompiacersi. Decisamente apprezzabile l’impegno di Evgueni e Sacha Galperine per le musiche, meno quello per la scrittura svolto insieme a Nicholas Kazan. Eccellente il lavoro al montaggio di Kate Williams.

giovedì, giugno 08, 2017

LA RECENSIONE. Pirati dei Caraibi - la vendetta di Salazar

di FREDERIC PASCALI - Il parco cinematografico della Disney non chiude mai per definizione, tanto più se il clima è quello spensierato dell’arrivo della stagione estiva. Con questa premessa ritrovare sugli schermi l’ennesima puntata della saga de “I pirati dei Caraibi” appare come la cosa più naturale di questo mondo. Diretto dai “Roenberg”, il soprannome utilizzato dai due registi norvegesi Joachim Ronning ed Espen Sandbry, questo quinto episodio si avvale di un cast che miscela stelle di prima grandezza con giovani interpreti di sicuro avvenire come Brenton Thwaites, “Henry Turner”, e Kaia Scodelario,”Carina Smyth”.

La storia è ancora una volta basata sulle rocambolesche avventure del capitano Jack Sparrow, pirata di lungo corso sempre alla ricerca di fama e denaro, che si ritrova ad aiutare il giovane Henry,il figlio di Will Turner, suo compagno di tante avventure, nella ricerca del Tridente di Poseidone, unico strumento in grado di spezzare ogni maledizione e quindi di liberare Will dalla dannazione eterna a bordo del fu “Olandese volante”. I due trovano un aiuto insperato nella giovane astronoma Caryna Smyth, ma devono fare i conti con uno dei vecchi nemici di Sparrow, Salazar, che gli dà la caccia con il suo vascello fantasma. A complicare le cose ci si mette anche il ritorno del pirata Barbosa, in bilico tra lo schieramento dei buoni e quello dei cattivi.

Le cinematografia de “I Pirati dei Caraibi” si conferma come un gioco che vive di incantesimi e di suggestioni di cui è colmo il nostro perduto “io bambino”. È questa una delle chiavi del suo successo che non fa difetto a “La vendetta di Salazar”, ben sceneggiata da Jeff Nathanson e fotografata con tratti fumettistici dal canadese Paul Cameron. La bravura degli interpreti, Johnny Deep, “Jsck Sparrow”,in prmis, e Javier Bardem, “Salazar”, e Geoffrey Rush, “Barbosa”, in secundis, si amalgama con buona sintonia con un “pacchetto” di effetti speciali sempre più sofisticati, vedi la costruzione del volto del giovane Sparrow/Deep, e virati verso un inevitabile effetto “videogioco”.

venerdì, maggio 12, 2017

LA RECENSIONE. Tutto quello che vuoi

di FREDERIC PASCALI - L’invenzione dei giovani è una categoria di passaggio tra l’epoca dell’indistinto e quella della consapevolezza. Un percorso storico protrattosi per decenni che Francesco Bruni, sceneggiatore di valore assoluto alla sua terza prova di regia, sintetizza in maniera mirabile in una pellicola dai contorni delicati e dallo sguardo profondamente umano, senza enfasi o iperboli fatue.

La storia si arrampica gradualmente, accompagnata da versi rari e dalla forza della poesia, collante del mondo e in grado di lenire ogni dolore. Così l’ottuagenario Giorgio, minato dall’Alzheimer, uomo di lettere, poeta, memoria di una guerra senza eroi, incontra Alessandro, un irrequieto trasteverino ventiduenne, suo badante alla ricerca di una strada di cui la vita gli ha già mostrato pendenze e arsure. Ognuno di loro è portatore di un’umanità apparentemente diversa ma in realtà pronta a fondersi e a scambiarsi i ruoli. Attorno a loro si muove una comunità di affetti reclusi che li segue e si rivela denunciando la volontà sincera di raccontarsi, di dirsi tutto senza maschere e senza rimpianti.

“Tutto quello che vuoi” rievoca il passato fulgido di un certo tipo di commedia italiana anticipatrice del dramedy americano che ne “Il Federale” di Luciano Salce ebbe uno dei suoi apici.
Bruni sceneggia una via verso la felicità lastricando il percorso narrativo con la costruzione ottimale per farvi destinazione. Baumann certificava il pericolo di una società ammorbata dal castello di carta del “desiderio per il desiderio” ed è da lì che comincia il viaggio dei giovani protagonisti di questo racconto fino all’apertura verso l’altro, chiunque esso sia, riservandosi la possibilità di risolvere problemi, di svolgere vite,di riconoscere la gioia.

Merita un plauso l’intero cast, da Donatella Finocchiaro ad Antonio Gerardi, da Emanuele Propizio ad Arturo Bruni, con una citazione speciale per Giuliano Montaldo, “Giorgio”, che torna alle sue origini e fornisce una formidabile prova d’attore, e per il protagonista Andrea Carpenzano, “Alessandro”, la grande rivelazione di “Tutto quello che vuoi” e il potenziale nuovo enfant prodige del cinema italiano. 

lunedì, aprile 10, 2017

LA RECENSIONE. Ghost in the Shell

di FREDERIC PASCALI - Diventare un’icona, un oggetto di venerazione indefessa e sempiterna da parte di un gruppo più o meno numeroso di fan è un processo non sempre facilmente codificabile. La versione cinematografica di “Ghost in the Shell”, il manga ideato da Masamune Shirow, sembra fortemente indiziata per entrare negli ingranaggi di questo meccanismo. Diretto da Rupert Sanders e abilmente sceneggiato da Jamie Moss e William Wheeler, il live action si colloca in un futuro altre volte riconoscibile ma, allo stesso tempo, inedito nella capacità di raffigurare le identità dei suoi personaggi principali.

In una città del Giappone, immersa in un’atmosfera vagamente alla “Blade Runner”, agisce Mira Killian, “il Maggiore”. Di umano le è rimasto solo il cervello, il resto del corpo, frutto della tecnologia della Hanka Robotics e del lavoro della dottoressa Ouelet, la rende simile a un cyborg sofisticato e quasi indistruttibile.

Mira è a capo della sezione di Sicurezza Pubblica 9, un’organizzazione anti terrorismo cibernetico gestita dal Governo e dalla Hanka. Il suo diretto superiore è l’anziano e saggio Daisuke Aramaki. Nel combattere Kuze,un presunto terrorista, “Il Maggiore” ha l’occasione per scavare nel suo passato e scoprire la verità sulla sua precedente identità, quella di Makoto Kusanagi.

“Ghost in the Shell” si colloca in quella fascia di rappresentazione scenica nella quale l’eroe pressoché invincibile non è tuttavia privo di debolezze tipiche di qualsiasi individuo, il classico prototipo del superoe Marvel o Detective Comics.

La stessa natura doppia di Mira spinge in questo senso, con i suoi due aspetti che nel progredire narrativo si svelano interagendo costantemente tra loro. Il volto e il corpo di Scarlett Johansson contribuiscono allo scopo con l’attrice americana che, ancora una volta, rivela fascino e bravura tali da fendere i numerosi effetti speciali che l’attorniano e catturare la luce della vivida fotografia di Jesse Hall. Più una storia di Jedi che di Samurai, la pellicola di Sanders arruola nel cast il mito Takeshi Kitano, “Aramaki”, a cui viene affidata la battuta di cartello, “mai mandare un coniglio ad ammazzare una volpe”, e l’eterea Juliette Binoche, “Dott.ssa Ouelet”, qui meno convincente del solito.

martedì, marzo 28, 2017

LA RECENSIONE. La bella e la bestia

di FREDERIC PASCALI - Quasi 62 anni dopo la prima versione cinematografica diretta da Jean Cocteau, il grande schermo ospita l’ennesimo riadattamento di una tra le fiabe più note di sempre. Con la regia di Bill Condon, “La Bella e la Bestia” prende nuovamente forma in un musical disneyano da 160 milioni di dollari e un concentrato di star capeggiato dalla brava e affascinante Emma Watson.

La pellicola, attuale campione d’incassi in Italia, non ha nulla a che vedere con l’adattamento francese del 2014 diretto da Christophe Gans  con Léa Seydoux e Vincent Cassel, ma si rifà al grande successo d’animazione del 1991. Ne segue pedissequamente la trama trasformandosi in un live – action(una riproduzione in carne e ossa) con il soggetto che, come allora, è un sintetico adattamento della versione più popolare della fiaba, quella pubblicata nel 1756 da Jeanne - Marie Leprince de Beaumont.

In questa fortunata riedizione Belle è una graziosa ragazza, brillante e anticonformista, che vive in uno sperduto e immaginario villaggio della Francia. Senza madre ha occhi solo per il padre, Maurice, un vecchio umile e raffinato esperto di congegni meccanici, e tiene costantemente a bada il suo aspirante marito, un rozzo capitano dell’esercito, Gaston, sempre a caccia di avventure e facili conquiste. La Bestia, invece, una volta principe belloccio e sfrontato, è ora, a causa di un sortilegio, trasformato in una inquietante creatura animalesca. L’incontro tra i due è inevitabile, come il loro amore.

Nella corazzata varata dalla Disney il cast è un indiscusso punto di forza. Oltre alla già citata Emma Watson, quanto mai appropriata per definire “Belle” nella sua acerba femminilità, si avvale di due interpretazioni maschili di spessore con Dan Stevens, eccellente come “Bestia”, soverchiato, nel suo “Principe” inespressivo, dal carismatico Luke Evans, “Gaston”. Molto bene il “Maurice” di Kevin Kline e il discusso “Le Tont”, il personaggio dai tratti larvatamente omosessuali, impersonato da un travolgente Josh Gad. Le musiche di Alan Menken dirigono sapientemente l’ininterrotta passerella narrativa addobbata sfarzosamente dalla scenografia di Sarah Greenwood e dai costumi di Jacqueline Durran.

Qualche effetto speciale di troppo viene “salvato” dalla fotografia di Tobias A. Schliessler e dall’eccellente montaggio di Virginia Katz.

mercoledì, marzo 15, 2017

LA RECENSIONE. Il diritto di contare

di FREDERIC PASCALI - Una cosa certa, e incontrovertibile, è che i numeri non hanno colore e possono favorire chiunque sappia maneggiarli con destrezza. Se poi costui è anche un genio allora qualsiasi traguardo, anche il più arduo e impensabile, diventa a portata di mano. È la storia di Katherine Johnson, scienziata, matematica e fisica afroamericana che lavorò alla NASA sfidando le difficoltà di una stagione orientata alla discriminazione razziale e sessista.

Diretto da Theodore Melfi, “Il diritto di contare” trova spunto dal libro di Margot Lee Shetterly, “The Story of the African - American Women who helped win the Space Race”, che nella sceneggiatura di Allison Schroeder, e dello stesso Melfi, assume contorni più morbidi avvalendosi dell’ironia delle protagoniste per far pendere la bilancia del racconto più verso il lato della “commedia” che quello del “dramma”.

Katherine, Mary e Dorothy sono tre brillanti ragazze di colore che nella Virginia segregazionista degli anni ’60 hanno l’opportunità di lavorare alla NASA, ognuna impegnata in un programma scientifico propedeutico alla realizzazione del primo volo nello Spazio. Quando il Direttore, Al Harrison, si rende conto di aver bisogno di una matematica per il calcolo di orbite e traiettorie la scelta, tra la diffidenza di molti, cade su Katherine. Il suo entusiasmo dovrà fare i conti con l’ostracismo della maggior parte dei suoi colleghi, così come la tenacia di Mary e Dorothy nell’affermarsi nel loro campo sarà messa a dura prova da un retaggio culturale a loro ancora fortemente avverso.

Brave le interpreti femminili con la principale, Taraji P. Henson (“Katherine”)particolarmente a suo agio nel ruolo e Octavia Spencer (“Dorothy”) che strappa una nomination agli Oscar, rimasta poi tale, come miglior attrice non protagonista.

Non delude Kevin Costner (“Al Harrison”), coinvolgono le musiche affidate al trio atipico composto da Pharrell Williams, Benjamin Wallfisch e il grande Hans Zimmer, affascina l’elegante e patinata fotografia di Mandy Walker che esalta il lavoro scenografico di Stephanie Carroll e i bei costumi di Renee Ehrlich Kalfus.

lunedì, febbraio 20, 2017

LA RECENSIONE. Manchester by the sea

di FREDERIC PASCALI - La rappresentazione del dramma come uno dei tanti itinerari che la vita è solita tracciare, senza enfatizzare il dolore o reiterare la disperazione. È soprattutto questo il volto della pellicola diretta dallo scrittore e regista Kenneth Lonergan. Con estrema naturalezza mette in scena una storia di testimonianza, di resistenza e di possibilità ma non necessariamente di riscatto.

Attraverso un incessante stillicidio di flashback scava nel silenzio del lato più recondito dell’animo umano, lì dove si annoverano, in una scomposta fila indiana, i ricordi che hanno segnato il ritratto del suo protagonista.

Lee Chandler è un giovane uomo che conduce un’esistenza grigia e dimessa nei sobborghi di Boston. Allocato in un mini appartamento sbarca il lunario facendo il tuttofare di ben 4 condomini. Quando arriva la notizia della morte del fratello Joe la sua vita per un momento si ferma e torna a Manchester-by-the-sea, la sua cittadina natale. È lì che viveva il fratello ed è lì che c’è quello che resta della sua famiglia: il sedicenne nipote Patrick.

Accolto dal suo vecchio amico George, apprende che Joe nel testamento l’ha indicato come tutore del figlio. Lee prende tempo ma ben presto si ritrova a dover fare i conti con il passato.

La macchina da presa di Lonergan,sorretta da un piglio minimalista dai tratti decisamente europei, così come la fotografia terribilmente realista di Jody Lee Lipes,rende la Manchester americana molto simile alle atmosfere della Newcastle di Ken Loach (“Io Daniel Blake”)fino a evocarne la stessa durezza e composta disperazione.

“Manchester by the sea” vale pienamente le sue 6 nomination all’Oscar e  spinge il suo protagonista, l’eccellente Casey Affleck (“Lee”), alla vittoria per la migliore interpretazione maschile. Non è da meno il resto del cast con Michelle Williams, “Randi”, e Lucas Hedges, “Patrick”, che conquistano la candidatura per i ruoli da non protagonista, così come lo stesso Lonergan che, oltre alla regia, incamera anche la nomination per la miglior sceneggiatura originale.

domenica, febbraio 12, 2017

LA RECENSIONE. La La Land, un musical sulla bellezza dei sogni

di VITO FERRI - La La Land è un film che parla di amore e di sogni, in una nostalgica e crepuscolare Los Angeles culla del cinema come non mai, quanto Parigi lo era per la pittura moderna. E quindi parla preminentemente di arte, un'arte mai doma, che ingenera grandi illusioni, passioni laceranti, talmente forti da autodistruggersi, e che pulsa nei cuori dei protagonisti e abbacina gli occhi degli spettatori sino alla fine.

Un film per innamorati della settima arte che non ha paura di gridare persino la sua 'decadence', e il folle timore del suo imminente tramonto a discapito dell'industria, del business, proprio come Mia e Sebastien che in un romantico epilogo, disperati e mai così soli, immersi nel buio di un affollato nightclub, intravedono la fine del loro sogno d'amore. Solo un sorriso potrà salvarli.

Scenografie di grandi suggestioni, come l'ispirata colonna sonora composta da Justin Hurwitz, che ha lavorato anche ai precedenti film di Chazelle. I testi sono stati scritti da Benj Pasek e Justin Paul.

Forse si tratta della migliore prova in assoluto di Ryan Gosling, che accompagnato dalla frizzante Emma Stone rendono al meglio le aspettative del giovane regista Damien Chazelle, che molto prende in prestito da Woody Allen tentando persino di superarlo negli esiti. Di lui sentiremo di sicuro parlare in futuro.

Al film ha partecipato anche John Legend nella parte di Keith, Legend ha cantato Start a Fire, brano utilizzato anche in uno dei trailer.

La La Land ha ricevuto 14 candidature agli Oscar, compresa quella come miglior colonna sonora.

E’ disponibile a partire dal 9 dicembre 2016 in formato digitale e CD, mentre dal 16 dicembre in formato vinile.

VOTO: 8,5

sabato, febbraio 04, 2017

LA RECENSIONE. Arrival

di FREDERIC PASCALI - Il tema dell’incontro con altre forme di vita dell’Universo è da sempre un elemento fondante di molte delle storie di fantascienza ospitate dal grande schermo. “Arrival”, diretto da Dennis Villneuve e sceneggiato da Eric Heisserer, ne riceve a pieno titolo il testimone. Tratto dal racconto “Storie della tua vita” di Ted Chiang, pone al centro della sua narrativa la comunicazione tra i “mondi” e gli strumenti per renderla efficace e aperta al dialogo.

Un giorno, all’improvviso, dodici singolari astronavi aliene, a forma di un enorme guscio, fanno capolino in tutte le più importanti nazioni del pianeta. Non fanno eccezione gli Stati Uniti con il territorio del Montana. Il governo, nel tentativo di trovare un contatto con queste entità sconosciute, ingaggia la dottoressa Louise Banks, linguista di fama mondiale, e il fisico teorico Ian Donnelly. Sotto il comando del colonello Weber si aggregano a una squadra di tecnici che dovrà cercare di interagire con le creature extraterrestri e comprenderne i motivi della venuta sulla Terra.

La fisica quantistica di “Arrival” non è molto dissimile dalla stessa che a suo tempo muoveva le fila di “Interstellar”,un altro classico del genere, così come la dimensione circolare che pervade l’intera sceneggiatura e il gioco di flash forward che ne scandisce il susseguirsi degli eventi. Tuttavia, la pellicola di Dennis Villeneuve, ben omaggiata dalla fotografia di Bradford Young, pur perseguendo anch’essa un’equazione salvifica in grado di “aggiustare” il Mondo, attende maggiormente alla dimensione intima della natura umana.

La spettacolarità e gli effetti speciali sono addobbi di secondo piano, vassalli della potenza del pensiero, della totale attenzione e dedizione all’altro, senza paura di decifrare l’ignoto che si annida in ogni anfratto del nostro tempo.

Non per niente il compito è affidato alla sensibilità femminile rappresentata dall’ottima interpretazione di Amy Adams, “Louise”, ben coadiuvata da Jeremy Renner, “Ian”, e Forest Whitaker, “Weber”. Non delude la colonna sonora di Jóhann Jóhannsson già apprezzato per il lavoro ne “La teoria del tutto” e in “Sicario”.

Il risultato finale sancisce la candidatura di “Arrival” a ben 8 premi Oscar tra cui quelli per “miglior film”, “miglior regia” e “miglior fotografia”. 

martedì, gennaio 24, 2017

LA RECENSIONE. Collateral Beauty

di FREDERIC PASCALI - “La vita è meravigliosa” o almeno può succedere che lo diventi, specie se si è in prossimità del Natale e ci viene concessa la possibilità di fare degli incontri straordinari.

David Frankel fa tesoro di questa opportunità e firma la regia di una pellicola parente prossima del grande successo diretto da Frank Capra nel 1946. Questa volta il protagonista principale non è il serafico James Stewart ma il baldanzoso Will Smith che qui rindossa le vesti melodrammatiche cucitegli addosso da Muccino nel fortunato “Alla ricerca della felicità”.

Howard Inlet, dopo essere stato un giovane e brillante dirigente di una società di pubblicità, in pochi anni ha visto la sua vita cambiare fino a ridursi in uno stato di profonda e disperata depressione. La tragica morte della figlia di appena 6 anni ha lasciato in lui un segno da cui pare impossibile risollevarsi.

La pensano così anche gli altri tre soci dell’azienda: Whit, Claire e Simon, suoi cari amici ma, tuttavia, convinti che per il bene di tutti egli debba cedere il controllo delle sue quote. Per riuscire nello scopo decidono di mettere in piedi una messinscena affidandosi a tre attori, Aimee, Raffi e Brigitte, che si calano nei panni di “Amore”, “Morte” e “Tempo”, per sfruttare a loro vantaggio le manie che nel frattempo affliggono Howard.

Nonostante un cast di altissimo livello che, oltre al già citato Will Smith,annovera tra le sue fila nomi del calibro di Keira Knightley, “Aimee”-“Amore”, Helen Mirren, “Brigitte”-“Morte”, Kate Winslet, “Claire”,e Edward Norton, “Whit”, “Collateral Beauty” risulta essere una pellicola pretenziosa che fatica a mantenere le sue promesse. La sceneggiatura di Allan Loeb ricorda una grande abbuffata da consumarsi in pochi minuti e il finale ricco di colpi di scena non migliora di certo la situazione. Davvero un peccato per una storia dal gusto prettamente teatrale che avrebbe meritato maggior respiro e una narrazione visiva supportata da una macchina da presa meno incline a muoversi come all’interno di un serial televisivo.