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lunedì, febbraio 20, 2017

LA RECENSIONE. Manchester by the sea

di FREDERIC PASCALI - La rappresentazione del dramma come uno dei tanti itinerari che la vita è solita tracciare, senza enfatizzare il dolore o reiterare la disperazione. È soprattutto questo il volto della pellicola diretta dallo scrittore e regista Kenneth Lonergan. Con estrema naturalezza mette in scena una storia di testimonianza, di resistenza e di possibilità ma non necessariamente di riscatto.

Attraverso un incessante stillicidio di flashback scava nel silenzio del lato più recondito dell’animo umano, lì dove si annoverano, in una scomposta fila indiana, i ricordi che hanno segnato il ritratto del suo protagonista.

Lee Chandler è un giovane uomo che conduce un’esistenza grigia e dimessa nei sobborghi di Boston. Allocato in un mini appartamento sbarca il lunario facendo il tuttofare di ben 4 condomini. Quando arriva la notizia della morte del fratello Joe la sua vita per un momento si ferma e torna a Manchester-by-the-sea, la sua cittadina natale. È lì che viveva il fratello ed è lì che c’è quello che resta della sua famiglia: il sedicenne nipote Patrick.

Accolto dal suo vecchio amico George, apprende che Joe nel testamento l’ha indicato come tutore del figlio. Lee prende tempo ma ben presto si ritrova a dover fare i conti con il passato.

La macchina da presa di Lonergan,sorretta da un piglio minimalista dai tratti decisamente europei, così come la fotografia terribilmente realista di Jody Lee Lipes,rende la Manchester americana molto simile alle atmosfere della Newcastle di Ken Loach (“Io Daniel Blake”)fino a evocarne la stessa durezza e composta disperazione.

“Manchester by the sea” vale pienamente le sue 6 nomination all’Oscar e  spinge il suo protagonista, l’eccellente Casey Affleck (“Lee”), alla vittoria per la migliore interpretazione maschile. Non è da meno il resto del cast con Michelle Williams, “Randi”, e Lucas Hedges, “Patrick”, che conquistano la candidatura per i ruoli da non protagonista, così come lo stesso Lonergan che, oltre alla regia, incamera anche la nomination per la miglior sceneggiatura originale.

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domenica, febbraio 12, 2017

LA RECENSIONE. La La Land, un musical sulla bellezza dei sogni

di VITO FERRI - La La Land è un film che parla di amore e di sogni, in una nostalgica e crepuscolare Los Angeles culla del cinema come non mai, quanto Parigi lo era per la pittura moderna. E quindi parla preminentemente di arte, un'arte mai doma, che ingenera grandi illusioni, passioni laceranti, talmente forti da autodistruggersi, e che pulsa nei cuori dei protagonisti e abbacina gli occhi degli spettatori sino alla fine.

Un film per innamorati della settima arte che non ha paura di gridare persino la sua 'decadence', e il folle timore del suo imminente tramonto a discapito dell'industria, del business, proprio come Mia e Sebastien che in un romantico epilogo, disperati e mai così soli, immersi nel buio di un affollato nightclub, intravedono la fine del loro sogno d'amore. Solo un sorriso potrà salvarli.

Scenografie di grandi suggestioni, come l'ispirata colonna sonora composta da Justin Hurwitz, che ha lavorato anche ai precedenti film di Chazelle. I testi sono stati scritti da Benj Pasek e Justin Paul.

Forse si tratta della migliore prova in assoluto di Ryan Gosling, che accompagnato dalla frizzante Emma Stone rendono al meglio le aspettative del giovane regista Damien Chazelle, che molto prende in prestito da Woody Allen tentando persino di superarlo negli esiti. Di lui sentiremo di sicuro parlare in futuro.

Al film ha partecipato anche John Legend nella parte di Keith, Legend ha cantato Start a Fire, brano utilizzato anche in uno dei trailer.

La La Land ha ricevuto 14 candidature agli Oscar, compresa quella come miglior colonna sonora.

E’ disponibile a partire dal 9 dicembre 2016 in formato digitale e CD, mentre dal 16 dicembre in formato vinile.

VOTO: 8,5
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sabato, febbraio 04, 2017

LA RECENSIONE. Arrival

di FREDERIC PASCALI - Il tema dell’incontro con altre forme di vita dell’Universo è da sempre un elemento fondante di molte delle storie di fantascienza ospitate dal grande schermo. “Arrival”, diretto da Dennis Villneuve e sceneggiato da Eric Heisserer, ne riceve a pieno titolo il testimone. Tratto dal racconto “Storie della tua vita” di Ted Chiang, pone al centro della sua narrativa la comunicazione tra i “mondi” e gli strumenti per renderla efficace e aperta al dialogo.

Un giorno, all’improvviso, dodici singolari astronavi aliene, a forma di un enorme guscio, fanno capolino in tutte le più importanti nazioni del pianeta. Non fanno eccezione gli Stati Uniti con il territorio del Montana. Il governo, nel tentativo di trovare un contatto con queste entità sconosciute, ingaggia la dottoressa Louise Banks, linguista di fama mondiale, e il fisico teorico Ian Donnelly. Sotto il comando del colonello Weber si aggregano a una squadra di tecnici che dovrà cercare di interagire con le creature extraterrestri e comprenderne i motivi della venuta sulla Terra.

La fisica quantistica di “Arrival” non è molto dissimile dalla stessa che a suo tempo muoveva le fila di “Interstellar”,un altro classico del genere, così come la dimensione circolare che pervade l’intera sceneggiatura e il gioco di flash forward che ne scandisce il susseguirsi degli eventi. Tuttavia, la pellicola di Dennis Villeneuve, ben omaggiata dalla fotografia di Bradford Young, pur perseguendo anch’essa un’equazione salvifica in grado di “aggiustare” il Mondo, attende maggiormente alla dimensione intima della natura umana.

La spettacolarità e gli effetti speciali sono addobbi di secondo piano, vassalli della potenza del pensiero, della totale attenzione e dedizione all’altro, senza paura di decifrare l’ignoto che si annida in ogni anfratto del nostro tempo.

Non per niente il compito è affidato alla sensibilità femminile rappresentata dall’ottima interpretazione di Amy Adams, “Louise”, ben coadiuvata da Jeremy Renner, “Ian”, e Forest Whitaker, “Weber”. Non delude la colonna sonora di Jóhann Jóhannsson già apprezzato per il lavoro ne “La teoria del tutto” e in “Sicario”.

Il risultato finale sancisce la candidatura di “Arrival” a ben 8 premi Oscar tra cui quelli per “miglior film”, “miglior regia” e “miglior fotografia”. 
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martedì, gennaio 24, 2017

LA RECENSIONE. Collateral Beauty

di FREDERIC PASCALI - “La vita è meravigliosa” o almeno può succedere che lo diventi, specie se si è in prossimità del Natale e ci viene concessa la possibilità di fare degli incontri straordinari.

David Frankel fa tesoro di questa opportunità e firma la regia di una pellicola parente prossima del grande successo diretto da Frank Capra nel 1946. Questa volta il protagonista principale non è il serafico James Stewart ma il baldanzoso Will Smith che qui rindossa le vesti melodrammatiche cucitegli addosso da Muccino nel fortunato “Alla ricerca della felicità”.

Howard Inlet, dopo essere stato un giovane e brillante dirigente di una società di pubblicità, in pochi anni ha visto la sua vita cambiare fino a ridursi in uno stato di profonda e disperata depressione. La tragica morte della figlia di appena 6 anni ha lasciato in lui un segno da cui pare impossibile risollevarsi.

La pensano così anche gli altri tre soci dell’azienda: Whit, Claire e Simon, suoi cari amici ma, tuttavia, convinti che per il bene di tutti egli debba cedere il controllo delle sue quote. Per riuscire nello scopo decidono di mettere in piedi una messinscena affidandosi a tre attori, Aimee, Raffi e Brigitte, che si calano nei panni di “Amore”, “Morte” e “Tempo”, per sfruttare a loro vantaggio le manie che nel frattempo affliggono Howard.

Nonostante un cast di altissimo livello che, oltre al già citato Will Smith,annovera tra le sue fila nomi del calibro di Keira Knightley, “Aimee”-“Amore”, Helen Mirren, “Brigitte”-“Morte”, Kate Winslet, “Claire”,e Edward Norton, “Whit”, “Collateral Beauty” risulta essere una pellicola pretenziosa che fatica a mantenere le sue promesse. La sceneggiatura di Allan Loeb ricorda una grande abbuffata da consumarsi in pochi minuti e il finale ricco di colpi di scena non migliora di certo la situazione. Davvero un peccato per una storia dal gusto prettamente teatrale che avrebbe meritato maggior respiro e una narrazione visiva supportata da una macchina da presa meno incline a muoversi come all’interno di un serial televisivo.
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mercoledì, gennaio 11, 2017

LA RECENSIONE. Paterson

di FREDERIC PASCALI - La poesia modella la realtà con la sensibilità che aleggia nell’intimo più profondo di ognuno di noi. Accade ovunque, anche a Paterson, la città americana del New Jersey che segna il ritorno alla regia di Jim Jarmush. In Italia noto dai tempi del riuscitissimo “Down by law”, con Roberto Begnini tra gli interpreti principali, il regista americano ascrive a protagonista della sua nuova pellicola un uomo comune, un autista di autobus, e gli affibbia lo stesso nome del luogo in cui vive.

Trait d’union tra i due è la poesia di William Carlos Williams, protagonista della prima metà del Novecento e autore di un libro interamente dedicato alla città di Paterson. Al di là degli affetti e delle cose che ne costituiscono la realtà,tutto defluisce nei versi e inevitabilmente avvolge la vita di ognuno. In questo solco dai contorni un po’ surreali si sviluppa egregiamente la sceneggiatura di Jarmush che rappresenta contemporaneamente sullo stesso palco l’uomo e il suo habitat.

La trama si dipana attraverso la narrazione di una settimana di vita del ménage familiare del giovane autista, della sua fidanzata Laura e del loro cane Marvin. Tutti e tre sono legati a una serie di rituali apparentemente imprescindibili: la sveglia del mattino, il tragitto per raggiungere il deposito degli autobus, il ritorno a casa, la cassetta della posta fuori asse, l’uscita con Marvin e il passaggio nel solito bar dei consueti avventori.

Ogni giornata è scandita dalla scrittura di un componimento e da un’interazione disincantata verso qualsiasi tipo di accadimento, come se la poesia avesse il potere catartico di veicolare drammi, gioie e delusioni in un’unica strada senza scossoni di sorta.

Eccellente interprete della pellicola di Jarmush è Adam Driver, “Paterson”, che fornisce una grande prova di maturità ben affiancato da Golshifteh Farahani, “Laura”, la protagonista femminile, e  da caratteristi del calibro di Barry Shabaka Henley, “Doc” e Masatoshi Nagase, “asian man”.

La fotografia di Frederick Elmes e la musica di Carter Logan cadenzano ogni inquadratura regalando una suspense insolita per una pellicola che fa del placido scorrere delle cose la sua attrazione principale.
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lunedì, gennaio 02, 2017

Anno nuovo, a ciascuno il proprio Calendario


di VITTORIO POLITO - Sin dai tempi remoti i popoli hanno sentito la necessità di misurare il tempo. L’osservazione di fenomeni atmosferici costanti nel loro avvicendarsi, come la levata e il tramonto del sole, l’alternarsi della luce e delle tenebre, le fasi lunari, l’apparizione ad intervalli costanti di alcuni astri in precise posizioni, ecc., hanno suggerito la ripartizione del tempo in giorni, mesi anni. Da qui la nascita del calendario.

Ma cos’è un calendario? È un sistema convenzionale di divisione del tempo in periodi costanti (anno, mese, giorno): calendario lunare, basato sul moto della Luna; solare, che collega la durata dell'anno civile o legale con quella dell'anno tropico, cioè con l'intervallo di tempo compreso fra due passaggi consecutivi del Sole a uno stesso equinozio; giuliano, quello riformato da Giulio Cesare, in cui ogni tre anni, ciascuno di 365 giorni, fa seguito un anno di 366, con un giorno in più nel mese di febbraio, anno bisestile; gregoriano, quello riformato nel 1582 dal pontefice Gregorio XIII e ora vigente in quasi tutti gli stati. Normalmente utilizziamo l’almanacco senza sapere o renderci conto di tutto quello che è stato fatto per giungere all’indispensabile almanacco. Ed ecco qualche utile informazione sull’argomento.

Dopo l’avvicendarsi di varie riforme si è giunti a quella attuale, il Calendario gregoriano, voluto dal pontefice Gregorio XIII, approvato nel 1582, che per eliminare le inaccettabili incongruenze nel calendario voluto da Giulio Cesare, nominò un’apposita commissione composta da cosmografi, astronomi, cardinali, matematici, dal patriarca di Siria e da un uditore della Sacra Rota. La Commissione, dopo varie proposte, accettò quella di Luigi Lillo, medico di origine calabrese, appassionato di problemi matematici e astronomici e il 24 febbraio 1582 il pontefice Gregorio XIII, con la bolla “Inter gravissimas”, decretò le modifiche del calendario. La riforma gregoriana si è imposta quasi dappertutto, ma inizialmente molti Stati non l’accettarono, soprattutto quelli a maggioranza protestante, ma col passar del tempo quasi tutti si sono adeguati al nuovo calendario. Ma vi sono anche altri calendari, utilizzati in Stati che abbracciano altre religioni come gli ebrei, i cinesi, i musulmani, ecc.

Il Calendario ebraico, tuttora vigente, è composto da anni comuni di 353, 354 o 355 giorni suddivisi in 12 mesi lunari e da anni cosiddetti embolismici di 383, 384 o 385 giorni suddivisi in 13 mesi lunari. Gli ebrei contano gli anni dalla prima luna nuova dell’anno della creazione del mondo secondo la Bibbia (verso mezzanotte del 6 ottobre 3761 a.C. del calendario giuliano), dal quale iniziano i cicli di 19 anni, formati da 12 anni comuni e 7 embolismici, equivalenti a 19 anni solari. I nomi dei mesi sono i seguenti: Tishri, Heshvan, Kislev, Tevet, Shevat, Adar, Nisan, Iyar, Sivan, Tammuz, Av, Elul. Le principali feste religiose sono la Pesah (Pasqua), il Kippur (ricevimento delle Tavole), Quasir (Pentecoste) e Sukkot (Fuga dall’Egitto).

Il Calendario musulmano e iraniano è lunare, ed è composto da 12 mesi lunari di 29 e 30 giorni, formando anni di 354 o 355 giorni. Gli anni lunari sono contati dall’Egira (la fuga di Maometto avvenuto il 16 luglio 622 d.C.), e nell’arco di 30 anni vi sono 11 anni abbondanti, in cui si aggiunge un giorno all’ultimo mese. I nomi dei mesi sono: Jumada I, Jumada II, Rajab, Sha’ban, Ramadan, Shawwal Dhu, Dhu al-Q’adah, Dhu al-Hijjah, mentre il giorno inizia al tramonto. Il Calendario iraniano fu introdotto nel 1925. Anch’esso è basato sull’Egira, ma è regolato con quello solare. Il primo giorno dell’anno, che conta dodici mesi, è il 21 marzo (equinozio di primavera).

Il Calendario cinese, che secondo la tradizione fu inventato nel 2637 a.C., è un calendario lunisolare ed è composto da anni comuni di 353, 354 o 355 giorni suddivisi in 12 mesi e da anni embolismici di 383, 384 o 385 giorni suddivisi in 13 mesi. Ad ogni anno, che fa parte di un ciclo di 60 e che veniva contato dall’ascesa al trono dell’Imperatore, è assegnato un nome composto da due parti: una radice celeste non traducibile (jia, yi, bing, ding, wu, ji, geng, xin, ren, gui) e un ramo terrestre con uno dei seguenti 12 termini zi (topo), chou (bue),yin (tigre), mao (coniglio), chen (drago), si (serpente), wu (cavallo), wei (pecora), shen (scimmia), you (gallo), xu (cane) e hai (maiale). Questi ultimi rappresentano anche i segni dello zodiaco cinese. Il Capodanno cinese (Hsin Nien) dura 4 giorni e cade quando inizia il mese numero uno, ovvero tra il 21 gennaio e il 19 febbraio del calendario gregoriano.

Da qualche anno si pubblica a Bari il Calendario comparato (ebraico-cristiano-islamico-ortodosso), a cura di Don Nicola Bux, Michele Loconsole e Michele Monno, con testi e ricerca iconografica di Mariagrazia Belloli e Donatella Di Modugno, in collaborazione con l’ENEC (Europe-Near East Centre). Il calendario comparato potrebbe sopperire in parte alle esigenze delle diverse comunità religiose presenti sul nostro territorio, consentendo a tutti di vedere che il mondo non ha una sola voce, rispondendo così anche alle provocazioni che giungono da esponenti di ogni genere di estremismo.

Tra le ultime novità mi piace segnalare il “Sincronario galattico”, che la Wip Edizioni pubblica da qualche anno, giunto alla 16ª edizione, una sorta di calendario cosiddetto delle 13 lune di 28 giorni, creato interamente in base all’osservazione che utilizza solo numeri, invece di riferimenti culturali. Non riflette alcuna ideologia e non ha pregiudizi culturali. Praticamente è uno strumento di sincronizzazione con i cicli del tempo naturale, scanditi dalla frequenza armonica 13:20 (i numeri che codificano il calendario sacro dei Maya).

Il Calendario delle Tredici Lune integra i cicli della Terra con quelli della Luna e del Sole in modo armonioso, risolvendo il problema. Poiché la luna compie in un anno 13 rotazioni attorno alla Terra, il sincronario delle 13 lune è un autentico calendario solar-lunare che mette in rapporto la rivoluzione terrestre intorno al Sole con l’orbita lunare attorno alla Terra.

Tanto per intenderci il calendario cosiddetto gregoriano, voluto da Papa Gregorio XIII nel 1582, è formato da mesi irregolari e disuguali. Viceversa nel Calendario delle 13 Lune, ogni Luna ha 28 giorni. Ciò costituisce un grande vantaggio poiché permette di fare calcoli facili. Il primo giorno di ogni Luna, infatti, è anche il primo giorno della settimana – sempre.

Il Sincronario utilizzato originariamente dai Maya, i guardiani del tempo più sofisticati del pianeta, rende anche possibile il calcolo dei giorni festivi con accuratezza. Inoltre nel Calendario delle 13 Lune, equinozi e solstizi cadono sempre nello stesso giorno dell’anno. Va anche detto che gli Inca, gli Egizi, i Maya, i Celti e gli indigeni polinesiani usano da sempre un calendario di 13 lune di 28 giorni, più un giorno finale che conclude il ciclo solare annuale.

Molte delle notizie riportate in questa nota sono state riprese dal volume di Patrizia de Sylva “Il Calendario – Dalle Origini ai nostri giorni”, edito da Levante Editori di Bari.
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sabato, dicembre 31, 2016

Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali (RECENSIONE)


di FRÈDÈRIC PASCALI - Lo stile inconfondibile della regia di Tim Burton adatta per il grande schermo “La casa dei bambini speciali di Miss Peregrine”, il romanzo scritto nel 2011 da Ransom Riggs. Un fantasy che ricorda molto le animazioni tipiche dei lavori di J.K. Rowling senza tuttavia mai ripercorrerle, brillando di luce propria soprattutto grazie alla capacità dell’autore di distillare il noir con sapienti sfumature horror che mai ne inficiano la naturale eleganza narrativa. Non da ultima contribuisce la fotografia di Bruno Delbonnel che incastona luci ed ombre in atmosfere che fiancheggiano i tratti classici di cui Fritz Lang fu maestro.

Jacob “Jake” Portman, un ragazzo un po’ introverso e dalla grande fantasia, si trova a dover affrontare la morte dell’amato nonno Abraham per cause violente ma apparentemente sconosciute. Il vegliardo prima di spirare gli confida che tutti i racconti che ebbe a narrargli da bambino non erano fantasie e che in una piccola isola del Galles è celata la verità. Per raggiungerla gli basterà scovare tra le sue cose una cartolina di una certa Miss Peregrine. Jake si convince e riesce a farsi accompagnare sul posto dal padre refrattario e preoccupato per la sua salute psichica.

La pellicola di Tim Burton ha il pregio di non limitarsi a descrivere le atmosfere di un gruppo di ragazzi degni del circo Barnum ma va oltre, sconfinando nel campo ristretto del “in che cosa vale la pena credere” e del “che cosa vale la pena essere”. Un intento che forgia la morale e il finale della trama con la macchina da presa “strattonata” ma mai succube degli effetti speciali richiesti dalla storia.

Ottima la scelta dell’interprete principale, il giovane Asa Butterfield che regge egregiamente il ruolo di “Jake” dandogli un’identità e una personalità funzionale al dispiegarsi narrativo e alla sceneggiatura di Jane Goldman. Agli elogi per il cast non possono sottrarsi Eva Green, “Miss Peregrine”, parsa assolutamente a suo agio in un ruolo per lei inedito, Ella Purnell, “Emma”, magnetica e brava e l’immarcescibile Samuel L. Jackson, “Barron”, che non tradisce mai. Peccato per Judi Dench, “Miss Esmeralda Avocet”, relegata a poco più di una comparsata e destinata a “fare gruppo”.
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giovedì, dicembre 22, 2016

LA RECENSIONE. Rogue One

di FREDERIC PASCALI - Nell’incombere di valori imprescindibili, quali onore e sacrificio, la tragedia assurge a protagonista assoluta della nuova pellicola dedicata alla saga di “Star Wars”(“Guerre Stellari”). Diretta da Gareth Edwards, con la sceneggiatura di Chris Weitz e Tony Gilroy, essa si sofferma su di una storia adiacente il filone principale della creatura di George Lucas, collocandosi poco prima dell’avvento delle imprese di Luke Skywalker e Han Solo.

Uno spin off che sfruttando una struttura narrativa ben congegnata non delude le aspettative e fa dimenticare il precedente non irresistibile “Star Wars: Il Risveglio della Forza”, il primo episodio della trilogia sequel.

Galen Erso è uno scienziato dell’Impero Galattico che vive nascosto e ritirato sul pianeta Lah’mu. Sfortunatamente la sua dimora viene trovata dagli imperiali guidati dal suo ex datore di lavoro, il Direttore Krennic. Sua moglie, Lyra, viene uccisa nel tentativo di sottrarlo alla cattura mentre la loro bambina, Jyn, fugge nascondendosi in un rifugio indicatole dal padre dove in seguito viene salvata da Saw Gerrera, il capo di una banda di ribelli e trafficanti con base a Jedha City.

Diventata grande Jyn intreccia la sua  storia con quella dello Stato Maggiore della ribellione. Entrambi vogliono ritrovare Galen nel frattempo ritornato a lavorare alla terribile “Morte Nera”, l’arma di distruzione voluta dal malvagio Darth Vader.

“Rogue One” si avvale di un cast di ottimo livello con la forte presenza scenica di Felicity Jones, “Jyn Erso”, pienamente a suo agio nel ruolo e con la giusta personalità per calamitare l’attenzione del pubblico attorno alla sua sorte. Buona la sua intesa con il protagonista maschile Diego Luna, “Cassian Andor”, e in genere con tutti gli interpreti, compreso l’antagonista impersonato da Ben Mendelsohn, “Orson Krennic”.

La fotografia di Greig Fraser e gli effetti speciali curati da Neil Corbould e John Knoll assicurano alla pellicola il dovuto equilibrio di immagini e suspense, accompagnando  e modulando al meglio gli alti e bassi della trama.

Il finale non brilla per originalità e ricorda altri lavori di genere avventuroso catastrofico ma senza indugio può essere ascritto alla voce “peccati veniali”.
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sabato, dicembre 03, 2016

RECENSIONI. Animali fantastici e dove trovarli

di FREDERIC PASCALI - Il mondo del fantasy ha al suo interno caratteristiche tali da renderlo fruibile a un target di spettatori sempre più esteso.

Quello edificato sulle opere di J.K.Rowling è perfettamente integrato in questa peculiarità e ne dà un’ulteriore prova con questo spin-off tratto dalla ben nota saga di Harry Potter.

Diretto da David Yates, già regista di 4 episodi delle avventure del mago di Hogwarts, si avvale della presenza del premio Oscar Eddie Redmayne nella parte del protagonista e di Katherine Waterston, “Tina”, e Dan Fogler, “Kowalski”, negli altri due ruoli principali.

Newt Scamander è un giovane mago che, nascosto in una valigia, porta con sé un vero e proprio zoo di animali fantastici introvabili in natura. Giunto in piroscafo nella New York dei primi decenni del Novecento si trova da subito a dover far fronte alla fuga di una delle sue creature. È uno Snaso, una specie amante dei metalli preziosi che, saltato fuori dalla valigia, si è intrufolato in una banca. Nell’inseguimento Newt, involontariamente, coinvolge anche Jacob Kowalski, un No-Mag (umano)alla ricerca di un prestito per aprire una pasticceria in proprio.

La scena non sfugge allo sguardo di Tina Goldstein, un agente del MACUSA, il Magico Congresso degli Stati Uniti d’America, la quale arresta i due e li porta al quartier generale già in fibrillazione per la presenza in città di un Obscurus, una forza oscura creata da qualche bambino costretto a nascondere troppo a lungo la propria magia.

“Animali fantastici e dove trovarli” è senza dubbio una produzione sontuosa che trae il suo punto di forza nella spettacolare resa scenografica affidata all’abilità del britannico Stuart Graig, già 3 volte premio Oscar, coadiuvata dai costumi di Colleen Atwood e dagli effetti speciali del trio composto da David Watkins, Tim Burke e Christian Manz.

L’impressione finale, pur nella sua fascinazione generale, si tinge della potenza espressiva del noir, riportando alla memoria le sensazioni delle atmosfere tanto care a Fritz Lang. In perfetto accordo con la trama risultano le musiche di James Newton Howard, non così come il ruolo affidato a Redmayne sembrato, nonostante la sua straordinaria versatilità, prigioniero di una parte non del tutto consona al suo estro.

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mercoledì, novembre 23, 2016

RECENSIONI. American pastoral, la polverizzazione dell'American dream

di VINCENZO NICOLA CASULLI - Il sogno americano deflagra nel nuovo film diretto ed interpretato da Ewan McGregor. American Pastoral, tratto dall'omonimo libro capolavoro di Philip Roth, tratta dell'incomprensibilità dell'essere umano comeassioma alla base di ogni tipo di rapporto.

Seymour Levov, interpretato magistralmente da Ewan McGregor, nato e cresciuto a Newark, è il figlio dell'imprenditore ebreo Lou Levove rappresenta la perfetta incarnazione dell'American Dream. Un giovane che, dopo essere stato campione di football americano, eredita dal padre la gestione della fabbrica di guanti e sposa la sua fidanzata del liceo, la reginetta di bellezza Dawn Dwyer, trasferendosi con lei nella quiete idilliaca di una casa di campagna ad Old Rimrock.

Tale quadro idilliaco è destinato a crollare sotto i colpi di una realtà familiare minata dal rapporto conflittuale fra i coniugi Levov e la loro unica figliaMeredith che, dopo aver assistito, da piccola, alle immagini di un monaco buddhista che si dà fuoco davanti a una telecamera, sviluppa una personalità eversiva ed un feroce rifiuto contro gli ideali incarnati dai genitori.

Il film affresca uno scenario straziante,in cui il dramma familiare si intersecacon quello sociale, contemperando le dinamiche familiari incentrate sulla dissoluzione di valori che avviene in un passaggio di generazione con lo sfondo sofferto del conflitto in Vietnam. Una pellicola che colpisce per la crudezza narrativa e che non si sottrae dal duro compito di voler mostrare l'altra faccia della medaglia.
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martedì, novembre 22, 2016

RECENSIONI. Genius

di FREDERIC PASCALI - Sono i dettagli i veri protagonisti dell’incerta prova alla regia di Michael Grandage. Ne sostengono ogni passaggio e, insieme ai dialoghi, si addossano l’improbo compito di veicolare al meglio gli sbalzi di tensione narrativa non sempre gestiti nella maniera più efficace.
Tratto da “Max Perkins: Editor of Genius”, romanzo biografico scritto da A. Scott Berg, il film si avvale di un cast di formidabili attori quali Jude Law (Wolfe), Colin Firth (Perkins)e Nicole Kidman (Aline Bernstein) che non sfigura in un ruolo più defilato e accigliato del solito.

Thomas Wolfe, scrittore geniale ma con scarsa fiducia nei propri mezzi, raggiunge il successo grazie all’acume di Max Perkins,l’editor già in grado di scoprire il talento di autori del calibro di Francis Scott Fitzgerald ed Ernest Hemingway.

I due uomini, esattamente agli antipodi come abitudini sociali e mentalità, lavorano insieme spinti da una naturale sintonia e da un rapporto padre – figlio che a entrambi è mancato. Tuttavia il carattere eccentrico di Wolfe finisce per diventare fonte di inaspettati attriti e divisioni.

Pur non avendo incontrato, al momento, gran fortuna al botteghino, va riconosciuta a “Genius” la capacità di descrivere la storia di una grande amicizia sbirciando abilmente il contesto storico attraverso il punto di vista dei protagonisti. L’America della grande crisi del ’29,del Jazz, del New Deal, si muove in punta di piedi sullo sfondo della trama e ogni rumore evocato dallo scorrere della matita rossa sulle pagine dei manoscritti corretti da Perkins sembra evocare le aspirazioni e le delusioni di quelle generazioni costantemente schiave del futuro incerto e di qualcosa che coincida con la parola speranza. Qualcosa che, come Thomas Wolfe con i suoi interminabili effluvi prosaici, possa a ognuno consentire di affermare “io ci sono”.

La fotografia di Ben Davis, bella ed elegante, aggiunge ulteriore decoro alla scenografia di Mark Digby e ai costumi di Jane Petrie.

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venerdì, ottobre 28, 2016

LA RECENSIONE. Inferno

di FREDERIC PASCALI - Hans Zimmer, capo del dipartimento musicale della DreamWorks, è ad oggi uno dei migliori compositori di musiche da film e il suo timbro inconfondibile è quasi sempre garanzia di successo. Non fa eccezione l’ultimo lavoro diretto da Ron Howard e interpretato da Tom Hanks nei panni del Prof Robert Langdon, il personaggio creato da Dan Brown protagonista di “Inferno”, l’ultimo romanzo della trilogia iniziata con il “Codice Da Vinci”.

Il Professor Langdon si risveglia in un letto d’ospedale fiorentino con una ferita al capo e una momentanea perdita di memoria. Al suo capezzale c’è la dottoressa Sienna Brooks, una giovane americana che dopo poco lo aiuta a fuggire da una killer travestita da carabiniere che fa irruzione nel suo reparto. A casa di lei Langdon, mentre cerca di capire cosa gli sia successo, trova una piccola lampada di Faraday all’interno della sua giacca. Grazie a un puntatore laser essa rivela una riproduzione dell’Inferno dantesco dipinto dal Botticelli. Forse la chiave per risolvere l’enigma dei suoi incubi collegati alle profezie apocalittiche del miliardario Zobrist. Ma non c’è più tempo per pensare, gli uomini dell’Organizzazione mondiale della sanità e quelli del “Consortium”, un fantomatico gruppo criminale, sono già sulle sue tracce.

Nonostante l’ottimo risultato al botteghino non si può certo dire che “Inferno” abbia in sé le stimmate del capolavoro. Ron Howard non riesce a cambiare le sorti di una storia che non dispone del pathos e della forza delle precedenti, in specie de “Il Codice Da Vinci”. La sceneggiatura, affidata ancora una volta a David Koepp, già presente in “Angeli e Demoni”, regge sino al finale dove si manifestano tutte le incertezze di un racconto farraginoso e stentoreo. Inceppamenti che coinvolgono parte di un cast non sempre all’altezza della situazione.

Ragguardevole e di ottima fattura l’impronta lasciata dalla fotografia di Salvatore Totino, unica nota lieta, insieme ai già citati Hans Zimmer e Tom Hanks, di una produzione, solo sulla carta, fantasmagorica.
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lunedì, ottobre 17, 2016

RECENSIONI. La verità sta in cielo

di FREDERIC PASCALI - È dal 2 giugno del 1983 che il mistero della scomparsa della quindicenne Emanuela Orlandi ritorna ciclicamente sotto la luce dei riflettori. Da allora nessuna inchiesta è riuscita a pervenire a una soluzione, lasciando spazio a tante ipotesi e differenti verità. Una di esse la racconta Roberto Faenza, regista di una pellicola che trae ispirazione dal romanzo di Vito Bruschini, “La verità sul caso Orlandi”.

Una televisione inglese, prendendo spunto dai fatti romani di “Mafia Capitale”, decide di realizzare un reportage sul caso Orlandi, archiviato definitivamente nel 2015 dalla Sesta sezione penale della Cassazione. Il Direttore della testata invia sul posto Maria, una reporter di origini italiane, per mettersi in contatto con Raffaela Notarile, una giornalista Rai che qualche anno prima ha condotto un’inchiesta sulla vicenda raccogliendo la testimonianza di Sabrina Minardi,l’ex compagna di Enrico De Pedis detto “Renatino”, il boss della banda del Testaccio in passato collegato a quelli della Magliana, che già nel 1996 si scoprì essere sepolto nella basilica di Santa Apollinare.

Faenza, autore del soggetto insieme alla “vera” Raffaela Notarile e a Pier Giuseppe Murgia, sviluppa il suo lavoro in una maniera davvero poco convincente. Abbarbicato su di una struttura narrativa ibrida, metà televisiva e metà cinematografica,si perde in una sceneggiatura priva di identità sostenuta da una recitazione appena sufficiente dalla quale emerge la sola Greta Scarano, “Sabrina Minardi”, l’unica in grado di dare un po’ di pathos a personaggi che sembrano sagome di cartongesso.

Tutta la narrazione dà l’impressione di evolversi con grande fatica e l’uso eccessivo di sequenze al rallentatore, e i dialoghi spesse volte inadeguati, sono la riprova di una generale difficoltà.

Per contro, oltre la bella colonna sonora di Theo Teardo, resta la rilevanza sociale di una pellicola che rappresenta un elemento importante per impedire che la richiesta di giustizia e di verità, per una storia mai svelata del tutto, non marcisca prigioniera dell’ignoranza e dell’oblio del tempo.
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lunedì, ottobre 10, 2016

Café Society: la recensione

di FREDERIC PASCALI - La modernità fagocita il classico e ne assume le vesti nella maniera più accurata possibile. Accade tutto nel nuovo film di Woody Allen che per la prima volta nella sua carriera gira avvalendosi esclusivamente di telecamere digitali. Difficile accorgersene, sia per l’innovazione tecnologica sempre più vicina alla pellicola 35mm, sia per la fotografia magistralmente diretta dal tre volte premio Oscar Vittorio Storaro. Ne consegue un lavoro assolutamente da non perdere, sostenuto da dialoghi brillanti incastonati su di una sceneggiatura, sempre di Allen, cesellata con la sapienza del grande artigiano.

Bobby Dorfman, giovane rampollo di una modesta famiglia ebrea newyorchese degli anni ’30 del Novecento, decide di tentare fortuna nel cinema recandosi a Los Angeles. Suo zio, Phil Stern, è titolare di una delle agenzie più note e importanti del settore e il suo aiuto può risultare determinante. Dopo una lunga anticamera durata svariate settimane il giovane finalmente viene assunto. Svolge piccole mansioni che tuttavia gli consentono di fare conoscenza con parte del jet set frequentato dallo zio e, soprattutto, di avvicinarsi a Vonnie, la segretaria di Phil.

Se ne innamora perdutamente ma deve fare i conti con le sorprese che il mondo della “Café Society” gli riserva.

La nuova pellicola di Allen rovista nei meandri dorati degli anni ’30 hollywoodiani, con la leggerezza e la sagacia dell’ironia sottile che da sempre contraddistingue il modus operandi dell’autore newyorkese. Il suo repertorio classico ha carta bianca e di amore, sesso, ebrei, denaro e malavita si argomenta con lo stesso spirito di un gruppo di commensali a una cena di compleanno. Eccellenti le prove dei protagonisti e di tutto il cast in generale. Jesse Eisenberg, “Bobby Dorfman”, è perfettamente a suo agio in un ruolo che sembra tagliato apposta per lui e la chimica con Kristen Stewart, “Vonnie”, è quella giusta per catturare l’attenzione del grande pubblico. Gli elogi per tutta la produzione si sprecano e non possono non coinvolgere anche il lavoro sui costumi di Suzy Benzinger e il montaggio di Alisa Lepselter.
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domenica, ottobre 02, 2016

I Magnifici 7: la recensione

di FREDERIC PASCALI - Nel cinema la stagione delle seconde occasioni non tramonta mai e si arricchisce di un classico del genere western.

“I Magnifici 7” diretto da Antoine Fuqua, lungi dal far dimenticare l’originale di John Sturges del 1960, punta tutto sull’azione e sul fragore degli spari che spesso sovrastano emozioni e sentimenti.

Yul Brinner, Steve McQueen, Eli Wallach, Charles Bronson, James Coburn non ci sono più ma in ogni scena i loro fantasmi aleggiano mentre il racconto corre fin troppo veloce verso la resa dei conti finale.

Nella California del 1879 Il Delegato di Giustizia Sam Chisolm  viene assoldato da una giovane vedova, Emma Cullen, per vendicare la morte del marito e liberare la sua piccola cittadina, Rose Creek, dall’oppressione di Bartholomew Bogue. Quest’ultimo è un uomo d’affari senza scrupoli che prospera con lo sfruttamento delle vicine miniere d’oro e si avvale dei servigi di decine di pistoleri. Chisolm recluta 6 coraggiosi dalle capacità straordinarie e con loro organizza la presa e la difesa di Rose Creek. L’impresa si rivela al limite dell’impossibile.

Il dispiegarsi narrativo di Fuqua e dei suoi sceneggiatori, Richard Wenk e Nick Pizzolato, fa immediatamente pensare a un modello visivo di compromesso, in equilibrio tra le inquadrature alla Sturges e quelle alla Sergio Leone. L’effetto non sempre è positivo e alcune “caratterizzazioni” degenerano inevitabilmente nella macchietta. Lo si avverte particolarmente nella messa a fuoco della figura dell’antagonista, il “cattivo”.

Il personaggio interpretato da Peter Sarsgaard, “Bogue”, si riduce a essere prigioniero di una serie di smorfie e ghigni, acuendo la sensazione della messa in scena farsesca. A suo agio invece Denzel Washington nei panni del protagonista, “Chisolm”, e in genere nell’approccio verso l’ambiente western. A margine resta una nota di malinconia per l’ultimo lavoro di James Horner, l’autore delle musiche, il compositore di “Titanic” e “Avatar”, tragicamente scomparso nel giugno del 2015 con le riprese del film ancora incomplete.

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giovedì, settembre 22, 2016

Io prima di te: la recensione

di FREDERIC PASCALI - Nonostante siano passati 46 anni dalla proiezione di “Love story”, la struggente pellicola di Arthur Hiller, il cerchio continua a non chiudersi e a replicarsi in infinite variazioni di successo, come nel caso di “Io prima di te” (“Me before you”), l’attuale campione d’incassi delle sale cinematografiche italiane.

La drammatica vicenda ivi narrata, tratta dal romanzo omonimo di Jojo Moyes e diretta da Thea Sharrock, al debutto nella regia per il grande schermo, possiede tuttavia una propria definita identità che miscela abilmente i temi etici e la forza dei sentimenti.

Lou Clark è una ragazza molto solare e graziosa che lavora in un piccolo bar di una tipica cittadina inglese. Con il padre disoccupato è il suo stipendio che mantiene l’intera famiglia. Così quando viene licenziata diventa per lei imperativo trovare subito un nuovo lavoro. Inaspettatamente Lou riesce a farsi assumere come assistente di Will Traynor, un giovane e ricchissimo banchiere divenuto quadriplegico a causa di un incidente stradale. All’inizio il rapporto è piuttosto complicato ma lentamente i due diventano amici e confidenti. È l’inizio di un legame indissolubile, non senza colpi di scena.

Merito indubbio del grande successo di “Io prima di te”, che, per inciso, tuttavia non trova collocazione nella voce “capolavori”, è la particolare precisione con cui Scott Neustadter, Michael H. Weber e Jojo Moyes costruiscono una sceneggiatura a “soffietto” dove gli “alti” e “bassi” si alternano con il giusto tempismo.

Il rapporto tra punto centrale, punto culminante e risoluzione viene ottimizzato al meglio, grazie anche alla buona prova dei due protagonisti: Emilia Clarke, “Louisa”, e Sam Claflin, “Will”.

In più, l’espediente di rappresentare il dramma con i contorni della favola, determinante in questo senso è la fotografia di Remi Adefarasin, fa distogliere l’attenzione da alcune forzature sceniche concentrando l’obiettivo della macchina da presa sull’espressione dei volti dei due protagonisti, il coinvolgimento del pubblico è assicurato.
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domenica, settembre 11, 2016

La famiglia Fang: la rencensione

di FREDERIC PASCALI - L’idea di fare della propria vita una forma d’arte è sempre stato un pensiero ricorrente nella storia dell’uomo, una fonte d’ispirazione a cui non sembra voler rinunciare nemmeno Jason Bateman che, rifacendosi al romanzo scritto nel 2011 da Kevin Wilson, dirige un bel dramedy con lui stesso protagonista al fianco di Nicole Kidman, nell’occasione anche produttrice.

Nonostante la sceneggiatura di David Lindsay-Abaire fatichi un po’ a contenere i numerosi dialoghi, l’insieme della storia tiene bene lasciando inalterata la giusta tensione narrativa.

I fratelli Baxter e Annie Fang tornano a incrociare le loro vite a causa di uno stupido incidente di cui rimane vittima Baxter.

Rampolli di due famosi performer, artisti che creano eventi finti all’interno di situazioni della vita reale, fin da piccoli si sono ritrovati a essere parte integrante degli spettacoli dei loro genitori, Caleb e Camille. Diventati adulti, i Fang hanno intrapreso carriere proprie, Annie quella di attrice e Baxter quella di scrittore.

Con il coincidere delle loro personali crisi professionali, il caso vuole che si ritrovino di nuovo tutti insieme, forse per l’ultima volta.

“La famiglia Fang” è una specie di avventura alla riscoperta di quello che è stato, e che sarà, tra genitori e figli con sullo sfondo l’amore irresistibile per l’arte. Con estrema levità ci si inoltra nelle loro dinamiche relazionali e si assiste al complesso conflitto psicologico che accompagna il defluire dell’intera pellicola. Una contesa che funziona soprattutto grazie alla bravura degli interpreti, in primis il totem Christopher Walken, “Caleb”, perfetto per un ruolo che sembra scritto apposta per la sua magnetica espressività.

Non è da meno il duo Bateman – Kidman, “Baxter” e “Annie”, con quest’ultima che appare notevolmente a suo agio e in grado di mostrare la versatilità che nel tempo sembrava aver perso.

Non si sottraggono agli elogi i colori caldi della fotografia di Ken Seng e le musiche di Carter Burwell, in grande sintonia con i movimenti della macchina da presa.
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giovedì, settembre 01, 2016

LA RECENSIONE. Escobar

di FREDERIC PASCALI - È finalmente nelle sale italiane il film di Andrea Di Stefano, al suo esordio dietro la macchina da presa dopo una già corposa carriera d’attore al servizio di autori quali Bellocchio, Argento, Özpetek, Infascelli, Schnabel e Ang Lee.

Girato nel 2014, il suo “Paradise Lost”, da noi distribuito con il più commerciale titolo di “Escobar”, è un lavoro ben diretto costruito sullo sfondo biografico della vita del più famoso e terribile narcotrafficante degli anni ’80 -’90 del secolo scorso.

Nick, insieme al fratello Dylan e la compagna, lascia il Canada per trovare sulle spiagge della Colombia un posto dove aprire una piccola attività e fare l’istruttore di surf. Il caso vuole che la zona scelta sia quella vicina al luogo in cui abita Maria, la giovane nipote di Pablo Escobar.

Tra i due ragazzi il colpo di fulmine è immediato e il passo verso il matrimonio è breve. Nick diventa uno di famiglia e come tale, suo malgrado, entra in contatto con gli affari del suocero. La ricerca di una via d’uscita non sarà affatto semplice.

Con i contorni del volto truce di un ottimo Benicio Del Toro, “Escobar” procede nella via di mezzo che separa i canoni del thriller avventuroso dalla classica gangster story.

Il senso di tragedia imminente che avvolge costantemente le gesta dei protagonisti è ben espresso da un efficace gioco di primi piani in cui Di Stefano eccelle. Le atmosfere all’ultimo respiro della seconda parte dell’opera, un po’ alla “Carlito’s way”, sono abilmente assemblate dalla musica di Max Richter, mentre la figura esile e sofferta di Josh Hutcherson,”Nick”, coadiuvata dall’attenta fotografia di Luis David Sansans, assurge a mattatrice assoluta e convincente.

La coproduzione franco, belga, spagnola non muove gli stessi capitali hollywoodiani , e si nota, ma riesce egregiamente a fare di necessità virtù, aiutata in questo dalla sceneggiatura di Di Stefano che con una buona capacità di sintesi, e con l’espediente dell’iniziale lungo flash back, veicola con dovizia l’essenza delle vite dei suoi personaggi.

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lunedì, agosto 22, 2016

“The Legend of Tarzan”: la recensione

di FREDERIC PASCAL - Un classico del cinema d’ogni tempo torna alla ribalta nell’originale rivisitazione diretta da Daniel Yates e sceneggiata da Craig Brewer e Adam Cozard.

Quest’ennesima pellicola sulla figura di Tarzan, il personaggio creato da Edgar Rice Burroughs, che riprende il titolo della serie televisiva andata in onda negli Stati Uniti tra il 2001 e il 2003, prende avvio dal punto esatto in cui in genere si concludono le precedenti, ambientandosi in un contesto storico ben determinato: l’Africa coloniale belga di fine Ottocento.

John Clayton III è ormai ben insediato nella sua dimensione naturale di nobile d’Inghilterra e con la moglie, Jane Porter, amministra l’immensa tenuta di Greystoke. Questo fino a quando una delegazione inviata dal Primo Ministro viene a pregarlo di rappresentare il Regno Unito in una missione diplomatica, nel territorio del Congo, voluta dal capitano Léon Rom, l’emissario di  Leopoldo II, il re del Belgio. Dopo un iniziale rifiuto Clayton accetta, anche grazie all’intercessione del Dottor George Whashington Williams, rappresentante del governo americano in missione per tutelare i diritti dell’uomo in territorio africano. Clayton fa così ritorno nei luoghi dove molti anni prima si era consumata la sua leggenda, quella di Tarzan, l’uomo scimmia.
Non sarà un ritorno facile.

“The Legend of Tarzan” è una pellicola che nelle sue premesse, i molti personaggi principali realmente esistiti e i ripetuti tentativi d’introspezione psicologica, promette molto. Tuttavia, vittima degli aspetti epici, la trama si trasforma ben presto in un fumettone carico di effetti speciali e trovate degne dei grandi fantasy hollywoodiani.

Così il Tarzan di Yates, interpretato con estrema fissità da Alexander Skarsgård, finisce per risplendere dei temi cari ai supereroi della Marvel Comics. A questa legge non sfuggono né i dialoghi e né l’ interpretazione del bravo Christoph Waltz, il cattivo “Léon Rom”. Non delude Margot Robbie, che tiene bene il confronto con le “Jane” del passato, e non passa inosservato, come d’abitudine, il carismatico Samuel L. Jackson nei panni del “Dottor Williams”. 
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venerdì, agosto 12, 2016

Equals: la recensione

di FREDERIC PASCALI — Drake Doremus dirige una pellicola di fantascienza dallo spiccato gusto estetico relegando l’immaginario, e il fantastico, a una serie di dèjà vu cinematografici, “1984” in primis, che lasciano spazio alla narrazione drammatica di un amore contrastato.

La sceneggiatura è così sacrificata (volontariamente?)all’altare della tensione amorosa e i dettagli strutturali, strettamente legati alla trama, risultano spesso indefiniti o assenti.

In uno dei tanti futuri il “Collettivo” è un organismo che regola la vita dei cittadini sulla Terra. In tutte le zone sotto il suo governo sono state da tempo debellate le emozioni, ritenute la fonte di tutti i conflitti dell’umanità. Tuttavia capita che qualcuno ogni tanto si ammali della “SOS” (“Switched-On Syndrom”), una specie di Sindrome dell’accensione che attraverso vari stadi “riattiva” la sensibilità emotiva del soggetto colpito. Silas, che è un giovane tecnico illustratore, si accorge di aver contratto il morbo quando comincia a sentirsi sempre più attratto da Nia, una sua bella e misteriosa collega. Quando lei decide di ricambiarlo tornare indietro appare impossibile.

Nicolas Hoult,”Silas”,e Kristen Stewart, “Nia”, non deludono e la loro interpretazione segue pedissequamente le volontà espresse dalla sceneggiatura di Nathan Parker. Incastonati nelle venature shakespeariane della loro storia d’amore, i due suggestionano quanto basta la potenza espressiva della loro passione.

L’uso costante dei fuori fuoco e la fotografia “fredda” di John Guleserian rimarcano, ancora una volta, il contrasto tra il contesto fantascientifico e lo sviluppo del rapporto sentimentale dei due protagonisti. Un aiuto fondamentale per far dimenticare il “niente di nuovo sotto il sole”, che aleggia costantemente nella pellicola di Doremus, arriva dalle musiche di Dustin O’Halloran e Sascha Ring. Sono loro la risorsa chiave che assicura la giusta tensione narrativa in un quadro generale piuttosto stentoreo e dai ritmi incerti.

Candidato al Leone d’oro del Festival veneziano dell’anno passato, “Equals”, relegato a una distribuzione infelice, ha finora incontrato un incerto successo di pubblico.

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