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sabato, agosto 12, 2017

Da 70 anni la festa di San Rocco a Casamassima



di VITTORIO POLITO - Com’è noto si festeggia tra agosto e settembre di ogni anno a Casamassima la tradizionale festa in onore di San Rocco da Montpellier, dedicata ai residenti ed a coloro che giungono da ogni parte del mondo per questa solenne ricorrenza. Quest’anno Onofrio Mancini, già Maresciallo Maggiore dell’Esercito, amante della fotografia, nato a Casamassima, ma residente a Ravenna, ha voluto ricordare l’evento con la pubblicazione, per le edizioni Levante, del volume “San Rocco, 70 anni di Festa a Casamassima 1946-2016”, un elegante testo di grande formato, ricco di foto e manifesti, volutamente in bianco e nero, poiché la mancanza del colore, secondo l’autore, lascia apparire con maggior vigore l’incanto delle emozioni che i volti rivelano.

Mancini ha svolto un prezioso lavoro di ricerca del materiale pubblicato e delle foto realizzate da egli stesso e da alcuni amici, a testimoniare la sua devozione per il Santo protettore e del suo grande amore per Casamassima. Egli utilizza la fotografia con lo scopo non solo di dare testimonianza di un evento, ma soprattutto per attestare la sua partecipazione culturale ed emotiva all’evento stesso.

L’Architetto Antonio Pastore, che firma presentazione, scrive: “al di là del rapporto intimo-affettivo tra il Casamassimese e il Santo, Mancini focalizza la vera essenza della festa, quale momento di catarsi collettiva in cui si intrecciano fede, storia, tradizioni, identità, passato e futuro, che nel corso del tempo ha coinvolto l’intera comunità attraverso momenti di grande trasporto emotivo e culturale”.

                                                

Sfogliando l’elegante testo leggiamo anche la nota della professoressa Beatrice Birardi, che fa un po’ la storia tra tradizione e coralità, della festa di San Rocco a Casamassima e nella quale scrive che “La festa di san Rocco a Casamassima è considerata e vissuta, dopo il Santo Natale, come la ricorrenza più importante dell’anno.

E, per finire, qualche notizia su San Rocco, nato a Montpellier, che rimasto orfano vendette tutti i suoi beni, distribuendo il ricavato ai poveri e partì in pellegrinaggio a Roma. Si fermò all’Ospizio di Acquapendente (Viterbo), dove si dedicò al servizio degli appestati, operando guarigioni miracolose. San Rocco è rappresentato con il cane, quel cane del nobile Gottardo Pallastrelli che gli portava da mangiare per l’impossibilità del Santo di camminare a causa di un “bubbone” ad una gamba. Morì in provincia di Varese nel 1379. Dal 1999 è attiva presso la Chiesa di San Rocco in Roma l’Associazione Europea Amici di San Rocco, con lo scopo di diffondere il culto e la devozione verso il Santo della carità attraverso l’esempio concreto di amore verso i malati ed i bisognosi.

San Rocco è protettore dei pellegrini, dei chirurghi, dei prigionieri e del bestiame, è invocato contro la peste, le malattie contagiose ed i disastri naturali.

Il volume, che si avvale del Patrocinio del Comune di Casamassima, della Pro Loco della stessa città e del Comitato Festa di San Rocco, riporta anche il saluto del Sindaco Vito Cessa. Un bel regalo per i cittadini di Casamassima che potranno così rivedere dal 1946 ad oggi, tutte le manifestazioni sia religiose che folcloristiche svoltesi con i complessi bandistici, gli artisti, i cantanti ed i complessi di musica leggera, che nei vari anni si sono esibiti.

domenica, agosto 06, 2017

RECENSIONE. “Una favola moderna”, antica come l'amore


di FRANCESCO GRECO - Occhio alle ragazze che inciampano nei piedi del “playboy e lazzarone”: quasi sempre sono innamorate. Succede a Sara quando Carl è nei paraggi. Meno male che una tata vecchia maniera, che richiama in automatico la Mummy di “Via col vento”, è sempre in stand-bye a mostrare i denti.
Esordisce con un romanzo intrigante la pugliese Monica A. Sabella, “Una favola moderna”, Youcanprint editore, Tricase 2017, (presentazione il 7 agosto a Euroitalia, Casarano, ore 19.30 e il 24 agosto a Alessano, Palazzo Legari, con Michela Santoro, Libreria Idrusa).

Un romanzo breve, o racconto lungo, diviso in 19 capitoli incalzanti. Forse un ritmo più lento e sensuale, un respiro meno rapsodico avrebbe valorizzato meglio la storia. Ma si tratta di un romanzo di formazione, di riuerca, che conquista per la freschezza, per un suo modo di essere acerbo, naif, come i franchi narratori degli anni Ottanta.
Orfane dei genitori, infanzia in orfanatrofio, dalle suore severissime, Sara ed Emily sono state adottate da famiglie borghesi e poi si son perse di viste.
Sara studia Medicina, legge molto (“i libri erano tutto il suo mondo e il suo rifugio”), ma non riesce a elaborare il lutto del distacco, ha continui flash-back che la riportano agli anni tristi dell'orfanatrofio. Una evidente scansione psicanalitica, molto ben abbozzata con la tecnica del flash-back.
Ma è delizioso anche l'espediente letterario della sovrapposizione speculare del suo vissuto con quello di Evelyn e Dario, due bambini orfani a cui Sara – ormai dottoressa e impiegata, guarda caso, in un orfanatrofio – si sono affezionati, tanto da essere adottati da Edoardo e Perla, i suoi genitori.
In un finale incalzante, Sara è al settimo cielo non solo per l'affetto che saprà dare ai due bimbi sfortunati, ma anche per aver inaspettatamente ritrovato l'amica del cuore, che trascinerà in viaggio in Spagna (con l'immancabile Mummy) e alla fine anche l'amore. E ci fermiamo qui per non togliere al lettore il gusto di scoprirlo da solo nelle righe di una favola moderna, ambientata nel XXI secolo di Facebook e Instagram, ma antica quanto l'uomo, che mette in scena l'amore, e nel complesso i sentimenti, ogni volta sempre nuovi e diversi.
Possiamo però aggiungere, in conclusione, che la scrittrice (è nata e vive ad Alessano, nel Leccese, sposata, due figlie, Alessia e Karol, fa l'infermiera) conosce molto bene la psicologia delle donne e la grammatica dei sentimenti. La complessità dell'animo femminile, i desideri, i pudori, i sogni. Anche delle classi alte a cui, è evidente, i personaggi appartengono per come si muovono e quel che pensano e dicono. E supporre che le amiche Alessandra e Mina, la nipote Giordana e il marito siano trasfigurati nei vari personaggi abbozzati con pennellate decise e veloci.
Il più glamour comunque alla fine è Mummy, la tata di casa: è il più istintivo e vero, perciò conquista. Il Quarto Stato ha i sensi sempre all'erta, e la battuta densa di saggezza pronta.

martedì, agosto 01, 2017

La recensione: Prima di domani

di FREDERIC PASCALI - Parafrasando uno dei titoli più noti della filmografia di George Romero, il maestro americano dell’horror recentemente scomparso, pare che l’estate dei “Movie Teen Viventi” non debba aver mai fine. Lo conferma la pellicola diretta da Ry Russo-Young, giovane regista newyorkese,   che riadatta il romanzo di Lauren Olivier, “E finalmente ti dirò addio”, imponendoci l’interrogativo su quale possa essere il modo più giusto per affrontare il proprio ultimo giorno in vita.

La risposta è affidata alla storia di Samantha Kingston, un’adolescente americana che il giorno in cui nel suo liceo si festeggia la festa dei cupidi e lei ha in mente di consumare la sua prima volta con Rob, il fidanzato da tutti ammirato, viene raggiunta, esattamente 39 minuti dopo la mezzanotte, dal Destino che ne ha programmato la morte in un incidente stradale con le amiche del cuore. Ma la vita non finisce e ricomincia esattamente nello stesso “ieri”. Sam è prigioniera del suo ultimo giorno e deve trovare il modo di liberarsene.

“Prima di domani” seppur si muova in un ambito già ampiamente battuto, dall’idea del poter morire/non morire, alla figura di Julie, che sembra ispirarsi alla “Carrie” di Brian De Palma, fino all’uso della voce off di Sam che ripercorre un po’ l’effetto del sempiterno “Viale del tramonto”, mantiene una propria identità definita . La sceneggiatura di Maria Maggenti e Gina Prince-Bythewood sviluppa il suo punto di svolta decisivo nella “consapevolezza” come unica fonte di salvezza per la protagonista, un’ottima Zoe Deutch, che così compie un mirabile processo salvifico di maturazione.

Si lascia il passato racchiuso nel presente per un futuro che forse non è soltanto un addio, con la descrizione delle emozioni che si disegna in punta di piedi, senza troppi acuti. In tal senso appare efficace la fotografia di Michael Fimognari che alla luce assegna il compito di sottolineare la claustrofobia del racconto senza mai deragliare in eccessi di sorta, con il tempo che diventa un apparato non più intangibile ma una costruzione definita dal pulsare digitale del proprio smartphone.

mercoledì, luglio 19, 2017

La recensione: The War – Il pianeta delle scimmie

di FREDERIC PASCALI - Ci sono alcune epopee cinematografiche che sono entrate da tempo nell’immaginario popolare costituendone, esse stesse,un tangibile elemento di riconoscimento. È questa una categoria della quale fa parte a pieno titolo “Il pianeta delle Scimmie”. Iniziata nel 1968, giunta al nono capitolo sotto la regia di Matt Reeves, si rinnova in quello che è il terzo atto della trilogia del reboot creato nel 2011.

Il protagonista, ancora una volta, è Cesare, il capo indiscusso di un popolo di scimmie dall’intelligenza notevolmente sviluppata e perennemente in guerra con quel che resta del genere umano, decimato da un virus influenzale derivante dai quadrumani. Un esercito di umani guidati dal famigerato “Colonello” sta completando una grande operazione volta a sterminare le scimmie. Cesare decide che per il suo popolo è giunto il momento di migrare e di lasciare la foresta ma non sa che molti drammi e misteri si annidano dietro l’angolo.

La sceneggiatura, firmata dallo stesso Reeves e da Mark Bomback, cerca il colpaccio e accentua la tragedia calcando la mano sull’elemento della perdita. Un escamotage che serve anche per scavare più a fondo nell’intimo di Cesare, Andy Serkis lo interpreta a pennello, e umanizzarlo senza spogliarlo del tutto dell’aura della sua epica. La fotografia di Michael Seresin vira decisamente sul gotico districandosi, soprattutto nella seconda parte della pellicola, tra una trama che oscilla tra il war movie e il western di frontiera.

Non mancano le citazioni come il passaggio a cavallo sulla battigia del gruppo di Cesare, che ricorda le scene entrate nel mito del primo film con Charlton Heston. Ben studiata e sviluppata,probabilmente sulle orme di un “simile” targato Francis Ford Coppola, è la figura del “Colonello” interpretata da un Woody Harrelson molto carismatico ed efficace.

Quello che non convince in questo “The War” è proprio il finale nel quale il culmine che ci si sarebbe aspettati, dopo la lunga e spettacolare premessa, si risolve con una semplificazione a base di un’overdose di effetti speciali e di dialoghi decisamente scontati.

domenica, luglio 09, 2017

LA RECENSIONE. Spider-Man: Homecoming

di FREDERIC PASCALI - I teen movie risalgono la corrente dell’estate cinematografica italiana e inondano le sale di produzioni made in USA. Uno dei meglio riusciti è senz’altro quello diretto da John Watts che mette in scena il secondo reboot(abbandono della continuità in una serie con una riscrittura degli eventi rispetto alla saga originaria) dedicato all’Uomo Ragno, uno dei personaggi più amati della galassia dei supereroi della Marvel Comics.

La storia prende avvio da un filmino amatoriale che il quindicenne Peter Parker gira per celebrare la sua recente avventura tra gli “Avengers”(vista in “Capitan America: Civil War”). Finito sotto la tutela di Tony Stark (Iron Man), che lo affida al suo factotum Happy Hogan, il ragazzo freme dalla voglia di entrare a tutti gli effetti nella sua squadra preferita di supereroi. L’altra faccia della medaglia è la sua vita da adolescente presso la zia May, il liceo dove brilla nelle materie scientifiche, la sua cotta per Liz, Ned, il migliore amico che per puro caso scopre la sua identità di Spider-Man,e Michelle Jones, detta “MJ”,il bastian contrario del gruppo. Quando nella vita di Peter fa la sua comparsa l’Avvoltoio, il “cattivo” di turno,combattendolo scoprirà ciò che è meglio fare.

Non v’è dubbio che il pool di sceneggiatori, Drew Goddard, John Francis Daley, Steve Ditko,Jonathan Goldstein,abbia fatto un lavoro a incastro di grande efficacia. La narrazione scorre con estrema fluidità con i punti di svolta che supportano al meglio i tempi comici e i passaggi drammatici. Un velo di autoironia avvolge tutte le sequenze e sfuma i consueti tentativi, nascosti qua e là, di disquisizioni pseudo moraleggianti. Tom Holland, “Spiderman/Peter”, è perfettamente a suo agio nel ruolo e rappresenta una risorsa in più per l’intero prodotto. Non demeritano, e aggiungono anch’essi molto del loro, le due superstar Michael Keaton, “L’Avvoltoio”, e Robert Downey jr, “Ironman/Stark”. Tra gli elogi non va dimenticato il musicista Michael Giacchino, la sua colonna sonora è una delle migliori mai ascoltate nelle produzioni Marvel, e le sorprese dei titoli di coda.

lunedì, giugno 26, 2017

LA RECENSIONE. Una doppia verità

di FREDERIC PASCALI - “A volte ritornano” potrebbe essere un lecito sottotitolo di commento al legal thriller diretto da Courtney Hunt con Keanu Reeves investito del ruolo di protagonista. Girato con una grande attenzione per i dettagli e una fotografia, a firma di Jules O’Loughlin, dal taglio classico e austero, il lungometraggio di Hunt ricorda alcuni espedienti del passato glorioso del cinema in bianco nero. “Il buio oltre la siepe” di Robert Mulligan è senza dubbio una di queste memorie così come l’idea della voce narrante dello stesso “particolare” protagonista fa venire in mente il sempiterno “Viale del tramonto” di Billy Wilder.

È l’avvocato Richard Ramsay che racconta, passo dopo passo, la storia di quella che forse è la sua causa penale più difficile. Deve difendere Mike, il giovane rampollo dei Lassiter, dall’accusa di aver ucciso a sangue freddo il padre Boone, avvocato ricchissimo e di fama nonché mentore dello stesso Ramsay. Il caso è apparentemente lineare e le prove contro Mike, nonostante le attenuanti invocate della madre Loretta, appaiono difficilmente confutabili. Sarà l’assistente di Ramsay, Janelle Brady, la prima a intuire che non tutto è come sembra.

I “trucchi” che la sceneggiatura di “Una doppia verità” fa usare a Ramsay/Reeves per portare la giuria dalla sua parte non funzionano altrettanto bene per ottenere lo stesso effetto nei confronti del pubblico in sala. È soprattutto la preparazione del colpo di scena finale che non solo non convince, ma dal principio induce al “chi va là” rovinando un po’ la sorpresa finale. Il cast oltre al citato Reeves si avvale di altri due mostri sacri quali Jim Belushi, “Boone”, e Renée Zellweger, “Loretta”, la più efficace di tutti e quella maggiormente in grado di dare corpo a un thriller che troppo spesso sembra specchiarsi e autocompiacersi. Decisamente apprezzabile l’impegno di Evgueni e Sacha Galperine per le musiche, meno quello per la scrittura svolto insieme a Nicholas Kazan. Eccellente il lavoro al montaggio di Kate Williams.

giovedì, giugno 08, 2017

LA RECENSIONE. Pirati dei Caraibi - la vendetta di Salazar

di FREDERIC PASCALI - Il parco cinematografico della Disney non chiude mai per definizione, tanto più se il clima è quello spensierato dell’arrivo della stagione estiva. Con questa premessa ritrovare sugli schermi l’ennesima puntata della saga de “I pirati dei Caraibi” appare come la cosa più naturale di questo mondo. Diretto dai “Roenberg”, il soprannome utilizzato dai due registi norvegesi Joachim Ronning ed Espen Sandbry, questo quinto episodio si avvale di un cast che miscela stelle di prima grandezza con giovani interpreti di sicuro avvenire come Brenton Thwaites, “Henry Turner”, e Kaia Scodelario,”Carina Smyth”.

La storia è ancora una volta basata sulle rocambolesche avventure del capitano Jack Sparrow, pirata di lungo corso sempre alla ricerca di fama e denaro, che si ritrova ad aiutare il giovane Henry,il figlio di Will Turner, suo compagno di tante avventure, nella ricerca del Tridente di Poseidone, unico strumento in grado di spezzare ogni maledizione e quindi di liberare Will dalla dannazione eterna a bordo del fu “Olandese volante”. I due trovano un aiuto insperato nella giovane astronoma Caryna Smyth, ma devono fare i conti con uno dei vecchi nemici di Sparrow, Salazar, che gli dà la caccia con il suo vascello fantasma. A complicare le cose ci si mette anche il ritorno del pirata Barbosa, in bilico tra lo schieramento dei buoni e quello dei cattivi.

Le cinematografia de “I Pirati dei Caraibi” si conferma come un gioco che vive di incantesimi e di suggestioni di cui è colmo il nostro perduto “io bambino”. È questa una delle chiavi del suo successo che non fa difetto a “La vendetta di Salazar”, ben sceneggiata da Jeff Nathanson e fotografata con tratti fumettistici dal canadese Paul Cameron. La bravura degli interpreti, Johnny Deep, “Jsck Sparrow”,in prmis, e Javier Bardem, “Salazar”, e Geoffrey Rush, “Barbosa”, in secundis, si amalgama con buona sintonia con un “pacchetto” di effetti speciali sempre più sofisticati, vedi la costruzione del volto del giovane Sparrow/Deep, e virati verso un inevitabile effetto “videogioco”.

venerdì, maggio 12, 2017

LA RECENSIONE. Tutto quello che vuoi

di FREDERIC PASCALI - L’invenzione dei giovani è una categoria di passaggio tra l’epoca dell’indistinto e quella della consapevolezza. Un percorso storico protrattosi per decenni che Francesco Bruni, sceneggiatore di valore assoluto alla sua terza prova di regia, sintetizza in maniera mirabile in una pellicola dai contorni delicati e dallo sguardo profondamente umano, senza enfasi o iperboli fatue.

La storia si arrampica gradualmente, accompagnata da versi rari e dalla forza della poesia, collante del mondo e in grado di lenire ogni dolore. Così l’ottuagenario Giorgio, minato dall’Alzheimer, uomo di lettere, poeta, memoria di una guerra senza eroi, incontra Alessandro, un irrequieto trasteverino ventiduenne, suo badante alla ricerca di una strada di cui la vita gli ha già mostrato pendenze e arsure. Ognuno di loro è portatore di un’umanità apparentemente diversa ma in realtà pronta a fondersi e a scambiarsi i ruoli. Attorno a loro si muove una comunità di affetti reclusi che li segue e si rivela denunciando la volontà sincera di raccontarsi, di dirsi tutto senza maschere e senza rimpianti.

“Tutto quello che vuoi” rievoca il passato fulgido di un certo tipo di commedia italiana anticipatrice del dramedy americano che ne “Il Federale” di Luciano Salce ebbe uno dei suoi apici.
Bruni sceneggia una via verso la felicità lastricando il percorso narrativo con la costruzione ottimale per farvi destinazione. Baumann certificava il pericolo di una società ammorbata dal castello di carta del “desiderio per il desiderio” ed è da lì che comincia il viaggio dei giovani protagonisti di questo racconto fino all’apertura verso l’altro, chiunque esso sia, riservandosi la possibilità di risolvere problemi, di svolgere vite,di riconoscere la gioia.

Merita un plauso l’intero cast, da Donatella Finocchiaro ad Antonio Gerardi, da Emanuele Propizio ad Arturo Bruni, con una citazione speciale per Giuliano Montaldo, “Giorgio”, che torna alle sue origini e fornisce una formidabile prova d’attore, e per il protagonista Andrea Carpenzano, “Alessandro”, la grande rivelazione di “Tutto quello che vuoi” e il potenziale nuovo enfant prodige del cinema italiano. 

lunedì, aprile 10, 2017

LA RECENSIONE. Ghost in the Shell

di FREDERIC PASCALI - Diventare un’icona, un oggetto di venerazione indefessa e sempiterna da parte di un gruppo più o meno numeroso di fan è un processo non sempre facilmente codificabile. La versione cinematografica di “Ghost in the Shell”, il manga ideato da Masamune Shirow, sembra fortemente indiziata per entrare negli ingranaggi di questo meccanismo. Diretto da Rupert Sanders e abilmente sceneggiato da Jamie Moss e William Wheeler, il live action si colloca in un futuro altre volte riconoscibile ma, allo stesso tempo, inedito nella capacità di raffigurare le identità dei suoi personaggi principali.

In una città del Giappone, immersa in un’atmosfera vagamente alla “Blade Runner”, agisce Mira Killian, “il Maggiore”. Di umano le è rimasto solo il cervello, il resto del corpo, frutto della tecnologia della Hanka Robotics e del lavoro della dottoressa Ouelet, la rende simile a un cyborg sofisticato e quasi indistruttibile.

Mira è a capo della sezione di Sicurezza Pubblica 9, un’organizzazione anti terrorismo cibernetico gestita dal Governo e dalla Hanka. Il suo diretto superiore è l’anziano e saggio Daisuke Aramaki. Nel combattere Kuze,un presunto terrorista, “Il Maggiore” ha l’occasione per scavare nel suo passato e scoprire la verità sulla sua precedente identità, quella di Makoto Kusanagi.

“Ghost in the Shell” si colloca in quella fascia di rappresentazione scenica nella quale l’eroe pressoché invincibile non è tuttavia privo di debolezze tipiche di qualsiasi individuo, il classico prototipo del superoe Marvel o Detective Comics.

La stessa natura doppia di Mira spinge in questo senso, con i suoi due aspetti che nel progredire narrativo si svelano interagendo costantemente tra loro. Il volto e il corpo di Scarlett Johansson contribuiscono allo scopo con l’attrice americana che, ancora una volta, rivela fascino e bravura tali da fendere i numerosi effetti speciali che l’attorniano e catturare la luce della vivida fotografia di Jesse Hall. Più una storia di Jedi che di Samurai, la pellicola di Sanders arruola nel cast il mito Takeshi Kitano, “Aramaki”, a cui viene affidata la battuta di cartello, “mai mandare un coniglio ad ammazzare una volpe”, e l’eterea Juliette Binoche, “Dott.ssa Ouelet”, qui meno convincente del solito.

martedì, marzo 28, 2017

LA RECENSIONE. La bella e la bestia

di FREDERIC PASCALI - Quasi 62 anni dopo la prima versione cinematografica diretta da Jean Cocteau, il grande schermo ospita l’ennesimo riadattamento di una tra le fiabe più note di sempre. Con la regia di Bill Condon, “La Bella e la Bestia” prende nuovamente forma in un musical disneyano da 160 milioni di dollari e un concentrato di star capeggiato dalla brava e affascinante Emma Watson.

La pellicola, attuale campione d’incassi in Italia, non ha nulla a che vedere con l’adattamento francese del 2014 diretto da Christophe Gans  con Léa Seydoux e Vincent Cassel, ma si rifà al grande successo d’animazione del 1991. Ne segue pedissequamente la trama trasformandosi in un live – action(una riproduzione in carne e ossa) con il soggetto che, come allora, è un sintetico adattamento della versione più popolare della fiaba, quella pubblicata nel 1756 da Jeanne - Marie Leprince de Beaumont.

In questa fortunata riedizione Belle è una graziosa ragazza, brillante e anticonformista, che vive in uno sperduto e immaginario villaggio della Francia. Senza madre ha occhi solo per il padre, Maurice, un vecchio umile e raffinato esperto di congegni meccanici, e tiene costantemente a bada il suo aspirante marito, un rozzo capitano dell’esercito, Gaston, sempre a caccia di avventure e facili conquiste. La Bestia, invece, una volta principe belloccio e sfrontato, è ora, a causa di un sortilegio, trasformato in una inquietante creatura animalesca. L’incontro tra i due è inevitabile, come il loro amore.

Nella corazzata varata dalla Disney il cast è un indiscusso punto di forza. Oltre alla già citata Emma Watson, quanto mai appropriata per definire “Belle” nella sua acerba femminilità, si avvale di due interpretazioni maschili di spessore con Dan Stevens, eccellente come “Bestia”, soverchiato, nel suo “Principe” inespressivo, dal carismatico Luke Evans, “Gaston”. Molto bene il “Maurice” di Kevin Kline e il discusso “Le Tont”, il personaggio dai tratti larvatamente omosessuali, impersonato da un travolgente Josh Gad. Le musiche di Alan Menken dirigono sapientemente l’ininterrotta passerella narrativa addobbata sfarzosamente dalla scenografia di Sarah Greenwood e dai costumi di Jacqueline Durran.

Qualche effetto speciale di troppo viene “salvato” dalla fotografia di Tobias A. Schliessler e dall’eccellente montaggio di Virginia Katz.

mercoledì, marzo 15, 2017

LA RECENSIONE. Il diritto di contare

di FREDERIC PASCALI - Una cosa certa, e incontrovertibile, è che i numeri non hanno colore e possono favorire chiunque sappia maneggiarli con destrezza. Se poi costui è anche un genio allora qualsiasi traguardo, anche il più arduo e impensabile, diventa a portata di mano. È la storia di Katherine Johnson, scienziata, matematica e fisica afroamericana che lavorò alla NASA sfidando le difficoltà di una stagione orientata alla discriminazione razziale e sessista.

Diretto da Theodore Melfi, “Il diritto di contare” trova spunto dal libro di Margot Lee Shetterly, “The Story of the African - American Women who helped win the Space Race”, che nella sceneggiatura di Allison Schroeder, e dello stesso Melfi, assume contorni più morbidi avvalendosi dell’ironia delle protagoniste per far pendere la bilancia del racconto più verso il lato della “commedia” che quello del “dramma”.

Katherine, Mary e Dorothy sono tre brillanti ragazze di colore che nella Virginia segregazionista degli anni ’60 hanno l’opportunità di lavorare alla NASA, ognuna impegnata in un programma scientifico propedeutico alla realizzazione del primo volo nello Spazio. Quando il Direttore, Al Harrison, si rende conto di aver bisogno di una matematica per il calcolo di orbite e traiettorie la scelta, tra la diffidenza di molti, cade su Katherine. Il suo entusiasmo dovrà fare i conti con l’ostracismo della maggior parte dei suoi colleghi, così come la tenacia di Mary e Dorothy nell’affermarsi nel loro campo sarà messa a dura prova da un retaggio culturale a loro ancora fortemente avverso.

Brave le interpreti femminili con la principale, Taraji P. Henson (“Katherine”)particolarmente a suo agio nel ruolo e Octavia Spencer (“Dorothy”) che strappa una nomination agli Oscar, rimasta poi tale, come miglior attrice non protagonista.

Non delude Kevin Costner (“Al Harrison”), coinvolgono le musiche affidate al trio atipico composto da Pharrell Williams, Benjamin Wallfisch e il grande Hans Zimmer, affascina l’elegante e patinata fotografia di Mandy Walker che esalta il lavoro scenografico di Stephanie Carroll e i bei costumi di Renee Ehrlich Kalfus.

lunedì, febbraio 20, 2017

LA RECENSIONE. Manchester by the sea

di FREDERIC PASCALI - La rappresentazione del dramma come uno dei tanti itinerari che la vita è solita tracciare, senza enfatizzare il dolore o reiterare la disperazione. È soprattutto questo il volto della pellicola diretta dallo scrittore e regista Kenneth Lonergan. Con estrema naturalezza mette in scena una storia di testimonianza, di resistenza e di possibilità ma non necessariamente di riscatto.

Attraverso un incessante stillicidio di flashback scava nel silenzio del lato più recondito dell’animo umano, lì dove si annoverano, in una scomposta fila indiana, i ricordi che hanno segnato il ritratto del suo protagonista.

Lee Chandler è un giovane uomo che conduce un’esistenza grigia e dimessa nei sobborghi di Boston. Allocato in un mini appartamento sbarca il lunario facendo il tuttofare di ben 4 condomini. Quando arriva la notizia della morte del fratello Joe la sua vita per un momento si ferma e torna a Manchester-by-the-sea, la sua cittadina natale. È lì che viveva il fratello ed è lì che c’è quello che resta della sua famiglia: il sedicenne nipote Patrick.

Accolto dal suo vecchio amico George, apprende che Joe nel testamento l’ha indicato come tutore del figlio. Lee prende tempo ma ben presto si ritrova a dover fare i conti con il passato.

La macchina da presa di Lonergan,sorretta da un piglio minimalista dai tratti decisamente europei, così come la fotografia terribilmente realista di Jody Lee Lipes,rende la Manchester americana molto simile alle atmosfere della Newcastle di Ken Loach (“Io Daniel Blake”)fino a evocarne la stessa durezza e composta disperazione.

“Manchester by the sea” vale pienamente le sue 6 nomination all’Oscar e  spinge il suo protagonista, l’eccellente Casey Affleck (“Lee”), alla vittoria per la migliore interpretazione maschile. Non è da meno il resto del cast con Michelle Williams, “Randi”, e Lucas Hedges, “Patrick”, che conquistano la candidatura per i ruoli da non protagonista, così come lo stesso Lonergan che, oltre alla regia, incamera anche la nomination per la miglior sceneggiatura originale.

domenica, febbraio 12, 2017

LA RECENSIONE. La La Land, un musical sulla bellezza dei sogni

di VITO FERRI - La La Land è un film che parla di amore e di sogni, in una nostalgica e crepuscolare Los Angeles culla del cinema come non mai, quanto Parigi lo era per la pittura moderna. E quindi parla preminentemente di arte, un'arte mai doma, che ingenera grandi illusioni, passioni laceranti, talmente forti da autodistruggersi, e che pulsa nei cuori dei protagonisti e abbacina gli occhi degli spettatori sino alla fine.

Un film per innamorati della settima arte che non ha paura di gridare persino la sua 'decadence', e il folle timore del suo imminente tramonto a discapito dell'industria, del business, proprio come Mia e Sebastien che in un romantico epilogo, disperati e mai così soli, immersi nel buio di un affollato nightclub, intravedono la fine del loro sogno d'amore. Solo un sorriso potrà salvarli.

Scenografie di grandi suggestioni, come l'ispirata colonna sonora composta da Justin Hurwitz, che ha lavorato anche ai precedenti film di Chazelle. I testi sono stati scritti da Benj Pasek e Justin Paul.

Forse si tratta della migliore prova in assoluto di Ryan Gosling, che accompagnato dalla frizzante Emma Stone rendono al meglio le aspettative del giovane regista Damien Chazelle, che molto prende in prestito da Woody Allen tentando persino di superarlo negli esiti. Di lui sentiremo di sicuro parlare in futuro.

Al film ha partecipato anche John Legend nella parte di Keith, Legend ha cantato Start a Fire, brano utilizzato anche in uno dei trailer.

La La Land ha ricevuto 14 candidature agli Oscar, compresa quella come miglior colonna sonora.

E’ disponibile a partire dal 9 dicembre 2016 in formato digitale e CD, mentre dal 16 dicembre in formato vinile.

VOTO: 8,5

sabato, febbraio 04, 2017

LA RECENSIONE. Arrival

di FREDERIC PASCALI - Il tema dell’incontro con altre forme di vita dell’Universo è da sempre un elemento fondante di molte delle storie di fantascienza ospitate dal grande schermo. “Arrival”, diretto da Dennis Villneuve e sceneggiato da Eric Heisserer, ne riceve a pieno titolo il testimone. Tratto dal racconto “Storie della tua vita” di Ted Chiang, pone al centro della sua narrativa la comunicazione tra i “mondi” e gli strumenti per renderla efficace e aperta al dialogo.

Un giorno, all’improvviso, dodici singolari astronavi aliene, a forma di un enorme guscio, fanno capolino in tutte le più importanti nazioni del pianeta. Non fanno eccezione gli Stati Uniti con il territorio del Montana. Il governo, nel tentativo di trovare un contatto con queste entità sconosciute, ingaggia la dottoressa Louise Banks, linguista di fama mondiale, e il fisico teorico Ian Donnelly. Sotto il comando del colonello Weber si aggregano a una squadra di tecnici che dovrà cercare di interagire con le creature extraterrestri e comprenderne i motivi della venuta sulla Terra.

La fisica quantistica di “Arrival” non è molto dissimile dalla stessa che a suo tempo muoveva le fila di “Interstellar”,un altro classico del genere, così come la dimensione circolare che pervade l’intera sceneggiatura e il gioco di flash forward che ne scandisce il susseguirsi degli eventi. Tuttavia, la pellicola di Dennis Villeneuve, ben omaggiata dalla fotografia di Bradford Young, pur perseguendo anch’essa un’equazione salvifica in grado di “aggiustare” il Mondo, attende maggiormente alla dimensione intima della natura umana.

La spettacolarità e gli effetti speciali sono addobbi di secondo piano, vassalli della potenza del pensiero, della totale attenzione e dedizione all’altro, senza paura di decifrare l’ignoto che si annida in ogni anfratto del nostro tempo.

Non per niente il compito è affidato alla sensibilità femminile rappresentata dall’ottima interpretazione di Amy Adams, “Louise”, ben coadiuvata da Jeremy Renner, “Ian”, e Forest Whitaker, “Weber”. Non delude la colonna sonora di Jóhann Jóhannsson già apprezzato per il lavoro ne “La teoria del tutto” e in “Sicario”.

Il risultato finale sancisce la candidatura di “Arrival” a ben 8 premi Oscar tra cui quelli per “miglior film”, “miglior regia” e “miglior fotografia”. 

martedì, gennaio 24, 2017

LA RECENSIONE. Collateral Beauty

di FREDERIC PASCALI - “La vita è meravigliosa” o almeno può succedere che lo diventi, specie se si è in prossimità del Natale e ci viene concessa la possibilità di fare degli incontri straordinari.

David Frankel fa tesoro di questa opportunità e firma la regia di una pellicola parente prossima del grande successo diretto da Frank Capra nel 1946. Questa volta il protagonista principale non è il serafico James Stewart ma il baldanzoso Will Smith che qui rindossa le vesti melodrammatiche cucitegli addosso da Muccino nel fortunato “Alla ricerca della felicità”.

Howard Inlet, dopo essere stato un giovane e brillante dirigente di una società di pubblicità, in pochi anni ha visto la sua vita cambiare fino a ridursi in uno stato di profonda e disperata depressione. La tragica morte della figlia di appena 6 anni ha lasciato in lui un segno da cui pare impossibile risollevarsi.

La pensano così anche gli altri tre soci dell’azienda: Whit, Claire e Simon, suoi cari amici ma, tuttavia, convinti che per il bene di tutti egli debba cedere il controllo delle sue quote. Per riuscire nello scopo decidono di mettere in piedi una messinscena affidandosi a tre attori, Aimee, Raffi e Brigitte, che si calano nei panni di “Amore”, “Morte” e “Tempo”, per sfruttare a loro vantaggio le manie che nel frattempo affliggono Howard.

Nonostante un cast di altissimo livello che, oltre al già citato Will Smith,annovera tra le sue fila nomi del calibro di Keira Knightley, “Aimee”-“Amore”, Helen Mirren, “Brigitte”-“Morte”, Kate Winslet, “Claire”,e Edward Norton, “Whit”, “Collateral Beauty” risulta essere una pellicola pretenziosa che fatica a mantenere le sue promesse. La sceneggiatura di Allan Loeb ricorda una grande abbuffata da consumarsi in pochi minuti e il finale ricco di colpi di scena non migliora di certo la situazione. Davvero un peccato per una storia dal gusto prettamente teatrale che avrebbe meritato maggior respiro e una narrazione visiva supportata da una macchina da presa meno incline a muoversi come all’interno di un serial televisivo.

mercoledì, gennaio 11, 2017

LA RECENSIONE. Paterson

di FREDERIC PASCALI - La poesia modella la realtà con la sensibilità che aleggia nell’intimo più profondo di ognuno di noi. Accade ovunque, anche a Paterson, la città americana del New Jersey che segna il ritorno alla regia di Jim Jarmush. In Italia noto dai tempi del riuscitissimo “Down by law”, con Roberto Begnini tra gli interpreti principali, il regista americano ascrive a protagonista della sua nuova pellicola un uomo comune, un autista di autobus, e gli affibbia lo stesso nome del luogo in cui vive.

Trait d’union tra i due è la poesia di William Carlos Williams, protagonista della prima metà del Novecento e autore di un libro interamente dedicato alla città di Paterson. Al di là degli affetti e delle cose che ne costituiscono la realtà,tutto defluisce nei versi e inevitabilmente avvolge la vita di ognuno. In questo solco dai contorni un po’ surreali si sviluppa egregiamente la sceneggiatura di Jarmush che rappresenta contemporaneamente sullo stesso palco l’uomo e il suo habitat.

La trama si dipana attraverso la narrazione di una settimana di vita del ménage familiare del giovane autista, della sua fidanzata Laura e del loro cane Marvin. Tutti e tre sono legati a una serie di rituali apparentemente imprescindibili: la sveglia del mattino, il tragitto per raggiungere il deposito degli autobus, il ritorno a casa, la cassetta della posta fuori asse, l’uscita con Marvin e il passaggio nel solito bar dei consueti avventori.

Ogni giornata è scandita dalla scrittura di un componimento e da un’interazione disincantata verso qualsiasi tipo di accadimento, come se la poesia avesse il potere catartico di veicolare drammi, gioie e delusioni in un’unica strada senza scossoni di sorta.

Eccellente interprete della pellicola di Jarmush è Adam Driver, “Paterson”, che fornisce una grande prova di maturità ben affiancato da Golshifteh Farahani, “Laura”, la protagonista femminile, e  da caratteristi del calibro di Barry Shabaka Henley, “Doc” e Masatoshi Nagase, “asian man”.

La fotografia di Frederick Elmes e la musica di Carter Logan cadenzano ogni inquadratura regalando una suspense insolita per una pellicola che fa del placido scorrere delle cose la sua attrazione principale.

lunedì, gennaio 02, 2017

Anno nuovo, a ciascuno il proprio Calendario


di VITTORIO POLITO - Sin dai tempi remoti i popoli hanno sentito la necessità di misurare il tempo. L’osservazione di fenomeni atmosferici costanti nel loro avvicendarsi, come la levata e il tramonto del sole, l’alternarsi della luce e delle tenebre, le fasi lunari, l’apparizione ad intervalli costanti di alcuni astri in precise posizioni, ecc., hanno suggerito la ripartizione del tempo in giorni, mesi anni. Da qui la nascita del calendario.

Ma cos’è un calendario? È un sistema convenzionale di divisione del tempo in periodi costanti (anno, mese, giorno): calendario lunare, basato sul moto della Luna; solare, che collega la durata dell'anno civile o legale con quella dell'anno tropico, cioè con l'intervallo di tempo compreso fra due passaggi consecutivi del Sole a uno stesso equinozio; giuliano, quello riformato da Giulio Cesare, in cui ogni tre anni, ciascuno di 365 giorni, fa seguito un anno di 366, con un giorno in più nel mese di febbraio, anno bisestile; gregoriano, quello riformato nel 1582 dal pontefice Gregorio XIII e ora vigente in quasi tutti gli stati. Normalmente utilizziamo l’almanacco senza sapere o renderci conto di tutto quello che è stato fatto per giungere all’indispensabile almanacco. Ed ecco qualche utile informazione sull’argomento.

Dopo l’avvicendarsi di varie riforme si è giunti a quella attuale, il Calendario gregoriano, voluto dal pontefice Gregorio XIII, approvato nel 1582, che per eliminare le inaccettabili incongruenze nel calendario voluto da Giulio Cesare, nominò un’apposita commissione composta da cosmografi, astronomi, cardinali, matematici, dal patriarca di Siria e da un uditore della Sacra Rota. La Commissione, dopo varie proposte, accettò quella di Luigi Lillo, medico di origine calabrese, appassionato di problemi matematici e astronomici e il 24 febbraio 1582 il pontefice Gregorio XIII, con la bolla “Inter gravissimas”, decretò le modifiche del calendario. La riforma gregoriana si è imposta quasi dappertutto, ma inizialmente molti Stati non l’accettarono, soprattutto quelli a maggioranza protestante, ma col passar del tempo quasi tutti si sono adeguati al nuovo calendario. Ma vi sono anche altri calendari, utilizzati in Stati che abbracciano altre religioni come gli ebrei, i cinesi, i musulmani, ecc.

Il Calendario ebraico, tuttora vigente, è composto da anni comuni di 353, 354 o 355 giorni suddivisi in 12 mesi lunari e da anni cosiddetti embolismici di 383, 384 o 385 giorni suddivisi in 13 mesi lunari. Gli ebrei contano gli anni dalla prima luna nuova dell’anno della creazione del mondo secondo la Bibbia (verso mezzanotte del 6 ottobre 3761 a.C. del calendario giuliano), dal quale iniziano i cicli di 19 anni, formati da 12 anni comuni e 7 embolismici, equivalenti a 19 anni solari. I nomi dei mesi sono i seguenti: Tishri, Heshvan, Kislev, Tevet, Shevat, Adar, Nisan, Iyar, Sivan, Tammuz, Av, Elul. Le principali feste religiose sono la Pesah (Pasqua), il Kippur (ricevimento delle Tavole), Quasir (Pentecoste) e Sukkot (Fuga dall’Egitto).

Il Calendario musulmano e iraniano è lunare, ed è composto da 12 mesi lunari di 29 e 30 giorni, formando anni di 354 o 355 giorni. Gli anni lunari sono contati dall’Egira (la fuga di Maometto avvenuto il 16 luglio 622 d.C.), e nell’arco di 30 anni vi sono 11 anni abbondanti, in cui si aggiunge un giorno all’ultimo mese. I nomi dei mesi sono: Jumada I, Jumada II, Rajab, Sha’ban, Ramadan, Shawwal Dhu, Dhu al-Q’adah, Dhu al-Hijjah, mentre il giorno inizia al tramonto. Il Calendario iraniano fu introdotto nel 1925. Anch’esso è basato sull’Egira, ma è regolato con quello solare. Il primo giorno dell’anno, che conta dodici mesi, è il 21 marzo (equinozio di primavera).

Il Calendario cinese, che secondo la tradizione fu inventato nel 2637 a.C., è un calendario lunisolare ed è composto da anni comuni di 353, 354 o 355 giorni suddivisi in 12 mesi e da anni embolismici di 383, 384 o 385 giorni suddivisi in 13 mesi. Ad ogni anno, che fa parte di un ciclo di 60 e che veniva contato dall’ascesa al trono dell’Imperatore, è assegnato un nome composto da due parti: una radice celeste non traducibile (jia, yi, bing, ding, wu, ji, geng, xin, ren, gui) e un ramo terrestre con uno dei seguenti 12 termini zi (topo), chou (bue),yin (tigre), mao (coniglio), chen (drago), si (serpente), wu (cavallo), wei (pecora), shen (scimmia), you (gallo), xu (cane) e hai (maiale). Questi ultimi rappresentano anche i segni dello zodiaco cinese. Il Capodanno cinese (Hsin Nien) dura 4 giorni e cade quando inizia il mese numero uno, ovvero tra il 21 gennaio e il 19 febbraio del calendario gregoriano.

Da qualche anno si pubblica a Bari il Calendario comparato (ebraico-cristiano-islamico-ortodosso), a cura di Don Nicola Bux, Michele Loconsole e Michele Monno, con testi e ricerca iconografica di Mariagrazia Belloli e Donatella Di Modugno, in collaborazione con l’ENEC (Europe-Near East Centre). Il calendario comparato potrebbe sopperire in parte alle esigenze delle diverse comunità religiose presenti sul nostro territorio, consentendo a tutti di vedere che il mondo non ha una sola voce, rispondendo così anche alle provocazioni che giungono da esponenti di ogni genere di estremismo.

Tra le ultime novità mi piace segnalare il “Sincronario galattico”, che la Wip Edizioni pubblica da qualche anno, giunto alla 16ª edizione, una sorta di calendario cosiddetto delle 13 lune di 28 giorni, creato interamente in base all’osservazione che utilizza solo numeri, invece di riferimenti culturali. Non riflette alcuna ideologia e non ha pregiudizi culturali. Praticamente è uno strumento di sincronizzazione con i cicli del tempo naturale, scanditi dalla frequenza armonica 13:20 (i numeri che codificano il calendario sacro dei Maya).

Il Calendario delle Tredici Lune integra i cicli della Terra con quelli della Luna e del Sole in modo armonioso, risolvendo il problema. Poiché la luna compie in un anno 13 rotazioni attorno alla Terra, il sincronario delle 13 lune è un autentico calendario solar-lunare che mette in rapporto la rivoluzione terrestre intorno al Sole con l’orbita lunare attorno alla Terra.

Tanto per intenderci il calendario cosiddetto gregoriano, voluto da Papa Gregorio XIII nel 1582, è formato da mesi irregolari e disuguali. Viceversa nel Calendario delle 13 Lune, ogni Luna ha 28 giorni. Ciò costituisce un grande vantaggio poiché permette di fare calcoli facili. Il primo giorno di ogni Luna, infatti, è anche il primo giorno della settimana – sempre.

Il Sincronario utilizzato originariamente dai Maya, i guardiani del tempo più sofisticati del pianeta, rende anche possibile il calcolo dei giorni festivi con accuratezza. Inoltre nel Calendario delle 13 Lune, equinozi e solstizi cadono sempre nello stesso giorno dell’anno. Va anche detto che gli Inca, gli Egizi, i Maya, i Celti e gli indigeni polinesiani usano da sempre un calendario di 13 lune di 28 giorni, più un giorno finale che conclude il ciclo solare annuale.

Molte delle notizie riportate in questa nota sono state riprese dal volume di Patrizia de Sylva “Il Calendario – Dalle Origini ai nostri giorni”, edito da Levante Editori di Bari.

sabato, dicembre 31, 2016

Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali (RECENSIONE)


di FRÈDÈRIC PASCALI - Lo stile inconfondibile della regia di Tim Burton adatta per il grande schermo “La casa dei bambini speciali di Miss Peregrine”, il romanzo scritto nel 2011 da Ransom Riggs. Un fantasy che ricorda molto le animazioni tipiche dei lavori di J.K. Rowling senza tuttavia mai ripercorrerle, brillando di luce propria soprattutto grazie alla capacità dell’autore di distillare il noir con sapienti sfumature horror che mai ne inficiano la naturale eleganza narrativa. Non da ultima contribuisce la fotografia di Bruno Delbonnel che incastona luci ed ombre in atmosfere che fiancheggiano i tratti classici di cui Fritz Lang fu maestro.

Jacob “Jake” Portman, un ragazzo un po’ introverso e dalla grande fantasia, si trova a dover affrontare la morte dell’amato nonno Abraham per cause violente ma apparentemente sconosciute. Il vegliardo prima di spirare gli confida che tutti i racconti che ebbe a narrargli da bambino non erano fantasie e che in una piccola isola del Galles è celata la verità. Per raggiungerla gli basterà scovare tra le sue cose una cartolina di una certa Miss Peregrine. Jake si convince e riesce a farsi accompagnare sul posto dal padre refrattario e preoccupato per la sua salute psichica.

La pellicola di Tim Burton ha il pregio di non limitarsi a descrivere le atmosfere di un gruppo di ragazzi degni del circo Barnum ma va oltre, sconfinando nel campo ristretto del “in che cosa vale la pena credere” e del “che cosa vale la pena essere”. Un intento che forgia la morale e il finale della trama con la macchina da presa “strattonata” ma mai succube degli effetti speciali richiesti dalla storia.

Ottima la scelta dell’interprete principale, il giovane Asa Butterfield che regge egregiamente il ruolo di “Jake” dandogli un’identità e una personalità funzionale al dispiegarsi narrativo e alla sceneggiatura di Jane Goldman. Agli elogi per il cast non possono sottrarsi Eva Green, “Miss Peregrine”, parsa assolutamente a suo agio in un ruolo per lei inedito, Ella Purnell, “Emma”, magnetica e brava e l’immarcescibile Samuel L. Jackson, “Barron”, che non tradisce mai. Peccato per Judi Dench, “Miss Esmeralda Avocet”, relegata a poco più di una comparsata e destinata a “fare gruppo”.

giovedì, dicembre 22, 2016

LA RECENSIONE. Rogue One

di FREDERIC PASCALI - Nell’incombere di valori imprescindibili, quali onore e sacrificio, la tragedia assurge a protagonista assoluta della nuova pellicola dedicata alla saga di “Star Wars”(“Guerre Stellari”). Diretta da Gareth Edwards, con la sceneggiatura di Chris Weitz e Tony Gilroy, essa si sofferma su di una storia adiacente il filone principale della creatura di George Lucas, collocandosi poco prima dell’avvento delle imprese di Luke Skywalker e Han Solo.

Uno spin off che sfruttando una struttura narrativa ben congegnata non delude le aspettative e fa dimenticare il precedente non irresistibile “Star Wars: Il Risveglio della Forza”, il primo episodio della trilogia sequel.

Galen Erso è uno scienziato dell’Impero Galattico che vive nascosto e ritirato sul pianeta Lah’mu. Sfortunatamente la sua dimora viene trovata dagli imperiali guidati dal suo ex datore di lavoro, il Direttore Krennic. Sua moglie, Lyra, viene uccisa nel tentativo di sottrarlo alla cattura mentre la loro bambina, Jyn, fugge nascondendosi in un rifugio indicatole dal padre dove in seguito viene salvata da Saw Gerrera, il capo di una banda di ribelli e trafficanti con base a Jedha City.

Diventata grande Jyn intreccia la sua  storia con quella dello Stato Maggiore della ribellione. Entrambi vogliono ritrovare Galen nel frattempo ritornato a lavorare alla terribile “Morte Nera”, l’arma di distruzione voluta dal malvagio Darth Vader.

“Rogue One” si avvale di un cast di ottimo livello con la forte presenza scenica di Felicity Jones, “Jyn Erso”, pienamente a suo agio nel ruolo e con la giusta personalità per calamitare l’attenzione del pubblico attorno alla sua sorte. Buona la sua intesa con il protagonista maschile Diego Luna, “Cassian Andor”, e in genere con tutti gli interpreti, compreso l’antagonista impersonato da Ben Mendelsohn, “Orson Krennic”.

La fotografia di Greig Fraser e gli effetti speciali curati da Neil Corbould e John Knoll assicurano alla pellicola il dovuto equilibrio di immagini e suspense, accompagnando  e modulando al meglio gli alti e bassi della trama.

Il finale non brilla per originalità e ricorda altri lavori di genere avventuroso catastrofico ma senza indugio può essere ascritto alla voce “peccati veniali”.

sabato, dicembre 03, 2016

RECENSIONI. Animali fantastici e dove trovarli

di FREDERIC PASCALI - Il mondo del fantasy ha al suo interno caratteristiche tali da renderlo fruibile a un target di spettatori sempre più esteso.

Quello edificato sulle opere di J.K.Rowling è perfettamente integrato in questa peculiarità e ne dà un’ulteriore prova con questo spin-off tratto dalla ben nota saga di Harry Potter.

Diretto da David Yates, già regista di 4 episodi delle avventure del mago di Hogwarts, si avvale della presenza del premio Oscar Eddie Redmayne nella parte del protagonista e di Katherine Waterston, “Tina”, e Dan Fogler, “Kowalski”, negli altri due ruoli principali.

Newt Scamander è un giovane mago che, nascosto in una valigia, porta con sé un vero e proprio zoo di animali fantastici introvabili in natura. Giunto in piroscafo nella New York dei primi decenni del Novecento si trova da subito a dover far fronte alla fuga di una delle sue creature. È uno Snaso, una specie amante dei metalli preziosi che, saltato fuori dalla valigia, si è intrufolato in una banca. Nell’inseguimento Newt, involontariamente, coinvolge anche Jacob Kowalski, un No-Mag (umano)alla ricerca di un prestito per aprire una pasticceria in proprio.

La scena non sfugge allo sguardo di Tina Goldstein, un agente del MACUSA, il Magico Congresso degli Stati Uniti d’America, la quale arresta i due e li porta al quartier generale già in fibrillazione per la presenza in città di un Obscurus, una forza oscura creata da qualche bambino costretto a nascondere troppo a lungo la propria magia.

“Animali fantastici e dove trovarli” è senza dubbio una produzione sontuosa che trae il suo punto di forza nella spettacolare resa scenografica affidata all’abilità del britannico Stuart Graig, già 3 volte premio Oscar, coadiuvata dai costumi di Colleen Atwood e dagli effetti speciali del trio composto da David Watkins, Tim Burke e Christian Manz.

L’impressione finale, pur nella sua fascinazione generale, si tinge della potenza espressiva del noir, riportando alla memoria le sensazioni delle atmosfere tanto care a Fritz Lang. In perfetto accordo con la trama risultano le musiche di James Newton Howard, non così come il ruolo affidato a Redmayne sembrato, nonostante la sua straordinaria versatilità, prigioniero di una parte non del tutto consona al suo estro.