Diabolik, dal fumetto al mondo del cinema: l'impresa de I Manetti Bros

FREDERIC PASCAL - Non è mai facile decidere i modi di rappresentazione di un mito, ancor di più se occorre trasporlo dal mondo del fumetto a quello del cinematografo. I Manetti Bros ci provano mettendo in scena il Diabolik delle geniali sorelle Giussani, lettura avvincente di tante generazioni di italiani.

Liberamente ispirato al numero 3 della fortunata serie, “L’arresto di Diabolik” pubblicato il primo marzo del 1963, il film riprende le stesse atmosfere dell’epoca con il racconto ambientato nella città di Clearville. Qui avviene il primo incontro di Diabolik con l’affascinante Lady Kant, Eva. Di mezzo c’è un grosso diamante rosa, un vice ministro della Giustizia perdutamente innamorato di lei e l’ispettore Ginko, abile a catturare l’inafferrabile ladro mascherato. Toccherà alla biondissima Lady, ormai perdutamente innamorata, cercare di salvare il suo uomo dall’inevitabile appuntamento con la ghigliottina.

Molto distante dalla prima folgorante versione sul grande schermo diretta da Mario Bava nel 1968, quella dei Manetti Bros sembra quasi aspirare a una rivisitazione letteraria delle strisce delle Giussani elaborando i personaggi in una dimensione il più possibile aderente a quella originale. Un’operazione coraggiosa e interessante che sfortunatamente non riesce appieno. I ritmi cadenzati e la costruzione dei dialoghi, sui quali si impernia tutta la struttura narrativa, rendono farraginoso il decorso della trama non aiutando il compito degli interpreti già in difficoltà in ruoli che sembrano distanti dalle loro attitudini.

Nel registro degli autori una funzione centrale è affidata alla figura di Eva Kant che Miriam Leone interpreta con l’algida statuaria bellezza richiesta, senza tuttavia riuscire a darle un’anima e un’espressività tale da coinvolgere. Lo stesso discorso vale per il bravo Luca Marinelli, decisamente in difficoltà nei panni di un Diabolik cupo e spesso monosillabico. A Valerio Mastandrea è affidato il compito meno improbo nell’interpretazione di un ispettore Ginko che, pur non raccogliendo particolari entusiasmi, sembra reggere meglio di tutti la scena. Solo consensi invece per la fotografia di Francesca Amitrano, le canzoni di Manuel Agnelli e i costumi di Ginevra De Carolis.

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