Libri: due baresi doc, Giovanni Panza e Domenico Triggiani

di Vittorio Polito
GIOVANNI PANZA (1916-1994), barese doc, laureato in Giurisprudenza, fondò e diresse nel 1948 il settimanale satirico-sportivo “L’Arciere”. Fu dirigente dell’Ispettorato Provinciale dell’Alimentazione di Bari e coordinatore dei Servizi dell’Alimentazione della Regione Puglia, curò per l’Istituto Centrale di Statistica lo studio su “Il prodotto netto dell’Agricoltura nella provincia di Bari”, editi dalla locale Camera di Commercio. Collaborò anche al periodico “Il Confratello” con articoli e poesie in lingua e in dialetto. Sono rimaste inedite molte opere e moltissime poesie in lingua e in vernacolo.
Il reale interesse di Panza era il dialetto barese, al quale era molto affezionato, come testimonia la sua prima importantissima pubblicazione “La checine de nononne” (Schena Editore), ovvero “u mangià de le barise d’aiire e de iosce”, diffusa in diverse edizioni. È disponibile ancora oggi. Trattasi di un volume bilingue (italiano e dialetto), un ricettario sul modo di mangiare dei baresi di ieri e di oggi che dovrebbe essere presente in ogni casa.
Nel testo va sottolineato «il senso della baresità, l’esaltazione di tutto ciò che rappresenta l’inventiva, la fantasia, l’amore dei baresi per la cucina intesa sia come modo di preparare le vivande sia come centro materiale e spirituale al cui calore si forma e progredisce la famiglia». Nella recensione di Franco Sorrentino si legge tra l’altro: «Con queste tenere note si rivela poeta oltre che gastronomo e cultore di antiche e deliziose tradizioni».
Panza, che definiva a torto i suoi scritti “scemetùdene de nu schecchiate” (sciocchezzuole di uno scriteriato), non si è limitato solo al libro citato. Egli ha scritto anche “Cazzavune” (lumachine) (Schena Editore), libro di poesie bilingue, nel quale egli spazia con versi sulla sua amata Bari, sui pensionati, sul primo amore, sul dialetto, esprimendo tutto il suo attaccamento per il linguaggio degli avi con il quale si possono esprimere anche i più riposti sentimenti.
Un altra importante opera di Panza è rappresentata da “La uerre di Troia” (Iliade e Odissea chendate a la pobblazione – Iliade e Odissea narrata al popolo), (Edizioni Unione Tipografica), scritta anche questa in italiano e dialetto barese. Forse perché Omero pare rappresenti una delle fonti da cui risale il nostro linguaggio, per certe citazioni come “Tallone d’Achille”, “Cavallo di Troia”, “Tela di Penelope”, ecc., che ricorrono ancora oggi come espressioni di linguaggio corrente anche da parte di chi non ha mai letto Omero. Infatti, in un’epoca oppressa da eccessivi materialismi e tecnicismi, tutti i mezzi possono essere strumenti idonei a contrastare l’antiumanesimo. Uno di questi mezzi può essere rappresentato dal dialetto barese che Giovani Panza ha utilizzato per tradurre nel nostro vernacolo i famosi poemi omerici “Iliade” e “Odissea”. Si legge nella presentazione che «Il piacere di rileggere i due poemi è stato tale da suscitare il desiderio di renderne partecipi tanti altri. Ovviamente non avevo altri mezzi per attirare l’attenzione se non il dialetto barese e, in dialetto, ho voluto riaccostarmi – con reverente umiltà – al mondo omerico per raccontare, con il tono degli antichi cantastorie, i fatti cruenti e quelli edificanti; i tanti ricchi di spunti poetici, di insegnamenti morali, di considerazioni filosofiche che nell’Iliade e nell’Odissea sono contenuti».
Mi sia consentito un personale affettuoso ricordo dell’indimenticabile Giovanni, dal momento che ho avuto l’onore e il piacere di conoscerlo e frequentarlo, potendo testimoniare soprattutto le sue doti umane ed intellettuali.

L’altro barese doc è DOMENICO TRIGGIANI (1929-2005), uno dei maggiori operatori culturali baresi. Egli infatti ha organizzato il premio letterario “Città di Bari”, cimentandosi in ogni genere letterario con bravura e successo. Il suo esordio letterario risale agli inizi degli anni Cinquanta, quando risultò vincitore del Premio Nazionale per il Teatro bandito dall’Editore Gastaldi di Milano con la commedia Papà, a tutti i costi, pubblicata nel 1954. È stato fondatore e condirettore, dal 1956 al 1959, della Rivista di lettere arti e critica «Polemica» - alla quale collaboravano noti esponenti della cultura italiana (Flora, Palazzi, Grande, Nazariantz, Beccari, Fiume, Govoni, Saponaro, Moretti, Bargellini), e principale organizzatore delle quattro edizioni del Premio letterario «Città di Bari» per la narrativa, sotto l’egida della Fiera del Levante e in collaborazione con la Casa Editrice Ceschina di Milano: felice iniziativa solo recentemente ripresa dall’Amministrazione comunale di Bari.
Artista poliedrico e instancabile operatore culturale, non c’è genere letterario con il quale Triggiani non si sia cimentato, con un contributo significativo (critica letteraria e di sociologia, commedie, drammi, radiodrammi, soggetti cinematografici, romanzi, racconti). Schivo e riservato, non ha mai ricercato la facile popolarità, percorrendo tenacemente la sua strada con onestà intellettuale, senza scendere a compromessi: è stato «un testimone del Tempo, attento e scrupoloso», come ha scritto - molti anni orsono - il critico Gianni Custodero, anche nello svolgimento del suo lavoro nelle Istituzioni (come funzionario del Comune e della Prefettura di Bari e, in seguito, uno dei «fondatori» della Regione Puglia, ove ha ricoperto delicati incarichi presso la Presidenza della Giunta).
Numerose sono le opere di saggistica e critica storico-letteraria: Alle soglie del caos (ed. Polemica, 1956); l’Inchiesta sulla gioventù bruciata, ed. Polemica, 1957); l’Inchiesta sul teatro (ed. Polemica, 1958); Zoo letterario (ed. Polemica, 1959); il Dizionario degli scrittori (1a ed. Milillo, 1960; 2a ed. Levante, 1961; 3a ed. Levante, 1964); la Storia delle riviste letterarie d’oggi (ed. Levante, 1961); la prima Guida storica artistica e turistica illustrata della provincia di Bari (ed. Levante, 1964); Per la storia della letteratura italiana contemporanea (ed. Levante, 1967). Triggiani è stato soprattutto autore di teatro, cui ha dedicato la maggior parte della sua produzione letteraria. Il suo teatro è stato etichettato in vari modi dalla critica, con richiami a Betti, Aristofane, Pirandello, e Ibanez: si tratta, comunque, di teatro sociale e psicologico, che affonda il bisturi nei vizi e nelle virtù degli uomini. Dei suoi primi lavori teatrali se ne parlò agli inizi degli anni ’60 all’Actor’s Studio di Broadway, nel corso di conferenze sul teatro contemporaneo: in tale occasione Triggiani fu inserito fra gli autori validi del giovane teatro europeo.
A partire dagli anni ’80 Triggiani ha rivolto il suo interesse anche al dialetto barese, scrivendo una serie di commedie divertentissime, portate sulla scena centinaia di volte - anche nell’ambito di festival e rassegne teatrali nazionali – dal «Gruppo Teatrale Levante», da lui fondato e diretto per quasi un decennio, nonché da altre compagnie teatrali. In tale ambito artistico, come ha scritto lo scrittore e storico Vito Antonio Melchiorre, recentemente scomparso, l’autore ha mostrato «vena e capacità tali da consentirne, in qualche maniera, l’accostamento, in chiave moderna, a nomi come quelli di Giovanni Meli per il siciliano, di Giuseppe Gioacchino Belli e di Trilussa per il romanesco, e di Carlo Goldoni per il veneziano».
Le commedie in vernacolo - che costituiscono un importante contributo teso a recuperare la memoria storica del territorio in cui affondano le nostre radici - sono raccolte in tre volumi: il primo, con presentazione di V.A. Melchiorre, è stata pubblicato da Levante nel 1984 e comprende Le Barìse a Venèzie e La candìne de Cianna Cianne. La seconda raccolta di commedie in vernacolo, edita da Capone nel 1986, racchiude tre lavori: All’àneme de la bonaneme!, U madremònnie de Celluzze e No, u manecòmie no!.
L’ultima raccolta, pubblicata nel 2002 dall’Editrice Tipografica, comprende - oltre ai lavori in lingua, La valigia misteriosa e Come ti erudisco pupi e burattini - ben sette lavori teatrali in vernacolo: Che le sùrde jè megghie a jèsse mute; S’ò ffatte sé!; Nge ne sìme ascennùte; U retòrne de Giacchìne Muràtte; A cchiànge stù muèrte sò làggreme perdùte; No, u muèrte non u vògghie!; Nessciùne u sape.
Triggiani è altresì autore del primo romanzo storico-satirico in vernacolo barese, Da Adame ad Andriotte, scritto con la moglie Rosa Lettini e pubblicato nel 1992 dall’editore Schena, con presentazione di V.A. Melchiorre.
Il dialetto barese vede Panza e Triggiani protagonisti tra poesie e commedie, scritte in un ottimo vernacolo, il che denota la preparazione e la padronanza della lingua dei nostri nonni che entrambi gli autori possedevano. D’altro canto il dialetto, che è un potente mezzo di comunicazione, vanta numerose espressioni artistiche, in poesia, in prosa e in teatro, come testimonia appunto il lavoro dei due baresi doc, rivelandosi quindi uno strumento importante per la crescita socio-culturale di una popolazione. Entrambi hanno contribuito a creare un ponte autentico tra le generazioni, che hanno necessità di comunicare in modo spontaneo, per crescere senza vincoli e barriere.
Come baresi ed estimatori del dialetto e della baresità è doveroso dare atto a Giovanni Panza e Domenico Triggiani, del loro particolare attaccamento alla nostra città, ai suoi valori storici, morali e la tendenza a mettere in risalto la lingua dei nostri padri, il dialetto, finalizzato a far rivivere nel tempo usi e costumi della nostra gente.

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