L’Egitto di ieri e di domani nei “clic” di Ahmed Mourad


di Francesco Greco. L’Egitto di ieri, oggi e domani (“insopportabile, irritante e sfacciato”), nei “clic” di Ahmed Kamàl, alter ego di Ahmed Mourad (Il Cairo, 1978), in un “giallo” da divorare, scritto con levità e freschezza, che ti molla solo all’ultima riga. E che ha l’aria intrigante del best-seller: in Egitto ha avuto 8 edizioni e in Gran Bretagna, tradotto da Bloomsbury, è divenuto subito un “caso”. “Vertigo”, di Amhed Mourad, Marsilio, Venezia 2012, pp. 368, € 18, collana “Farfalle”, spiega, e molto bene, il retroterra politico e culturale su cui è esplosa la “primavera araba”.

La modulazione del thriller è solo un espediente letterario, un format per una scannerizzazione appunto politica, cultuale, storica, sociologica, antropologica, etica di un Contintente in subbuglio la cui password è la corruzione a ogni livello, assediato da “vermi giallognoli”, ma a cui le nuove “generazioni libere” rispondono con un bisogno fisiologico di verità, di aria pura che pure tra stop and go, passi incerti, contraddizioni, avanza rapidamente, si radica e nessuno può fermare.

L’Egitto di Mourad, “un mondo di merda e di senza Dio”, in certi passaggi, sembra la citazione a tutto schermo dell’Italia conservatrice, alle prese con una casta insaziale e corrotta, che finirà “in pigiama”, come dicono al Cairo, arroccata sui suoi privilegi, sorpassata dal tempo, in cui il sistema politico è vicino al crollo, e il default è complessivo: economico, politico, culturale, etico, mediatico, ecc. Mourad ha lo sguardo scarno, ma anche ironico e sensuale di chi viene dal cinema: è infatti anche regista (lo svelano le continue citazioni di film nell’immaginario degli egiziani) ed è stato fotografo personale di Hosni Mubarak, il Faraone appena rotolato nella polvere. Quindi conosce de visu le aberrazioni di un potere uguale ovunque, che filtra le sue radici in un humus malsano dove si muovono uomini capaci di tutto per il potere, il denaro, la femmina, pressochè indisturbati dal momento che la gente non ha tempo per sapere dovendo ogni giorno portare a casa la “pagnotta”.

Due uomini d’affari che hanno fatto fortuna in maniera ambigua (uno trafficando nella “Città dei Morti”), sono massacrati al 40mo piano di un albergo del Cairo, mentre si stanno sollazzando con le fanciulle in boccio al bar “Vertigo”. E’ usanza per gli uomini di potere, politici, magnati e le loro corti assistere allo spettacolo di danzatrici in carriera e alle canzoni dei divi di domani, o di ieri.

Gli ordini del massacro vengono dall’alto: anche se ci viene detto qual’è la manovalanza, militari i killer, sugli effettivi mandanti si può solo sospettare. La mattanza è fotografata da Ahmed, che ha solo una sorella al mondo (sposata a un fanatico che scaccia i ginn, gli spiriti maligni) e vive alla fortuna appunto immortalando le notti brave dei potenti e gli arricchiti della città, “infami e ladri”.

Poi si capirà che non è stato il solo a lavorare di “clic” quella notte: nell’albergo di fronte, dove era in corso una festa nuziale, c’era Guda a fare altrettanto attratto dal baccano improvviso, e questo è forse il personaggio più tenero e abbozzato meglio dallo scrittore. Oltre a Ghuda, la bellissima ragazza a cui un virus da piccola ha tolto il bene dell’udito, che lavora in un negozio di mobili di lusso tiene corsi di pittura alle bambine sordomute (ma anche questa figura è ben riuscita), come quella di Ala’ Gumaa, il giornalista scacciato da “La libertà”, idealista che non ha “niente da perdere” e che ha fascicoli su traffici di armi, soldi all’estero, gruppi alimentari che usano sostanze nocive alla salute, prodotti scaduti, ecc. Insomma: Egitto vs Italia.

Ritroviano nella pagine di Mourad la stessa umanità sudata e viva, fatalista e religiosa, superstiziosa e indolente che incontrammo nei romanzi di Naghib Mafhuz, stessi quartieri, stessi shisba (narghilè), stesse ragazze morbide e disponibili. Lo scarto in avanti è dato dalla modernità, da Internet, dall’uso che Omar, il ciccione amico di Ahmed riesce a farne, Photoshop incluso per il ritocco e il montaggio delle foto, sino alla cancellazione dell’Ip (il codice di ogni pc) per l’invio di un malloppo di documenti e materiale fotografico nelle redazioni dei giornali, al Procuratore Generale e al Difensore Civico.

La ribellione del giovane fotografo allo status quo è quella di una generazione definita “inutile”, “viziata”, “malata”, “ritardata”, a una società corrotta e classista, dove il potere delle èlite e degli stessi militari è soffocante, “feccia della società, morti di fame”, che tiene fuori dal “patto sociale”, nella precarietà esistenziale, milioni di persone a cui servire le superstizioni dell’ortodossia non serve più, dal momento che hanno studiato e sono riusciti a relativizzarle.

Ahmed scompone il puzzle con un coraggio che sfiora l’incoscienza, sapendo di doverlo fare (“mi piacerebbe vedere il paese ripulito da questa immondizia, generazione di merda!”) perchè anche lui “non ha niente da perdere”, per dare a tutti i popoli – è qui la metafora universale del romanzo – l’autostima e la coscienza necessarie a prendere in mano le loro sorti per scrivere una storia diversa, dignitosa, da protagonisti, non da oscure comparse, da claque. Un libro da procurarsi alla svelta.