Libri: "Le ultime parole di Falcone e Borsellino"

ROMA. “Le ultime parole di Falcone e Borsellino” è una preziosa raccolta di interventi, interviste, testimonianze dei due magistrati. Un puzzle che testimonia l’impegno per la legalità. A vent’anni dalle stragi, le loro parole sono più che mai attuali. Discorsi ed episodi che continuano a vivere nella memoria della collettività. Idee e valori che non muoiono mai e ciò a testimonianza di quanto sosteneva Giovanni Falcone quando diceva: “gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”.

Ma anche passaggi “amari” che ricordano l’assenza dello Stato che ha ceduto il passo alla mafia. A tutto ciò si arriva nonostante le chiare denunce: “c’è una trattativa tra la mafia e lo Stato dopo la strage di Capaci, c’è un colloquio tra la mafia e alcuni pezzi infedeli dello Stato, c’è questa contiguità tra mafia e pezzi deviati dello Stato (…) mi ucciderà la mafia, ma saranno altri che mi faranno uccidere, la mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno.” A dirlo era Paolo Borsellino.

Amarezza e rabbia hanno segnato Giovanni Falcone quando ha lasciato la Procura di Palermo: “è penoso quello che ho dovuto ascoltare nei corridoi di questo palazzo, constatare che, tranne pochi, tutti sono contenti che mene sto andando”.

Nei loro discorsi, fedelmente riportati nel libro di Antonella Mascali, è chiaro l’impegno per una lotta alla mafia volta soprattutto a smuovere le coscienze. Un impegno per generare un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti. Un cambiamento radicale che portasse alta la bandiera della libertà e della legalità.

Il testo è impreziosito dalla prefazione di Roberto Scarpinato, Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Caltanissetta. Nel suo contributo mostra l’altra faccia dei fatti, la parte non detta. “Il male di mafia non è affatto solo fuori di noi, è anche «tra noi»”, scrive. “Gli assassini e i loro complici non hanno solo i volti truci e crudeli di coloro che sulla scena dei delitti si sono sporcati le mani di sangue, ma anche i volti di tanti, di troppi sepolcri imbiancati - dice ancora -: Un popolo di colletti bianchi che hanno frequentato le nostre stesse scuole e che affollano i migliori salotti”.

Scarpianto ricostruisce la battaglia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino contro il sistema che tentava in tutti i modi di isolarli e delegittimarli. Ed è così che i due magistrati iniziano a morire, prima delle stragi di vent’anni fa. A partire dall’allarme lanciato quando si tenta di smobilitare il pool antimafia creato da Antonino Caponnetto. E’ vivo e forte anche il ricordo delle persone che hanno lavorato a stretto contatto con Falcone e Borsellino. Scarpinato parla del procuratore di Palermo Gaetano Costa, assassinato il 6 agosto del 1980, Rocco Chinnici, capo dell'Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, assassinato da un'autoboomba il 29 luglio 1983, Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo, assassinato il 3 settembre 1982, fino ad arrivare al tragico epilogo di Borsellino e Falcone.

Figure che Scarpinato definisce "avanguardie isolate di un'antimafia che stava iniziando la sua travagliata e sanguinosa marcia". Intorno a loro c’era solitudine e l’indifferenza della società civile che in quel periodo sembra cieca e faceva fatica a riconosce quel male che a poco a poco stava distruggendo la società: la mafia. Quella società che mantiene le distanze e non riesce a riconoscersi nello Stato. Di qui le parole di Borsellino che testimoniano il suo forte impegno per ridisegnare lo scenario: "la vera soluzione sta nell'invocare, nel lavorare affinché lo Stato diventi più credibile, perché noi ci dobbiamo identificare di più in queste istituzioni". Borsellino affida questo messaggio agli studenti di Bassano del Grappa il 26 gennaio 1989. Falcone e Borsellino sapevano benissimo qual era il prezzo da pagare e a cosa stavano andando incontro quando hanno iniziato la lotta alla mafia. Dalle loro parole non emerge un cenno di cedimento o la tentazione di tirarsi indietro. Lo spiega bene Giovanni Falcone: “Il vigliacco muore più volte al giorno, il coraggioso una volta sola. L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno. E’ saper convivere con la propria paura, non farsi condizionare dalla stessa. Il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza”.