“Rosso totale”, la rivoluzione dell’altro secolo
Francesco Greco. Formidabili quegli anni! Erroneamente storicizzati come “di piombo”. In realtà il piombo fu una “deviazione” dei “compagni che sbagliano”, pur collocati nell’album della sinistra, che fecero sconfinare la dialettica dei conflitti sociali nel sangue, mirando a icone selezionate: da Montanelli a Guido Rossa, da Bachelet a Moro. E consentì al sistema di mostrare il suo volto più brutale schiacciando la vitalità dei movimenti con leggi speciali. Di qua lo Stato borghese e capitalista, di là la sinistra storica più lealista del Re. Com’è finita lo sappiamo: lo Stato ha vinto e oggi le sue contraddizioni sono una piaga purulenta e insanabile, e la sinistra storica, ostaggio del sistema-Sesto, fra Penati e Tedesco, non ha sogni né visioni né mission: non emoziona i cuori né folgora le menti.
In un tempo che va dal Maggio Francese e Valle Giulia e la cacciata di Lama dalla “Sapienza” (febbraio 1977) e l’omicidio Moro, il movimentismo diffuso, plurale, antagonista tentò, coltivando il mito della rivoluzione proletaria, di rimodulare i confini del mondo, e della vita, con una foga iconoclasta dettata da un radicalismo denso di progettualità; il protagonismo delle classi emergenti (“Quarto Stato”) destrutturò lo status quo disidratando il liberismo selvaggio nei suoi archetipi fondanti. La globalizzazione tentacolare era ancora a uno stato embrionale. Un decennio di autovalorizzazione di massa che sconvolse il mondo ipotizzando un universo parallelo. Operai e studenti uniti nella lotta. Il privato era politico. Si innescò, fra l’altro, un “ascensore” sociale dettato dall’uguaglianza e la meritocrazia. Conquiste sociali oggi quasi tutte formattate o illanguidite in un’involuzione autoritaria ed etica che ha svuotato la democrazia: tutto implode e perdiamo ogni giorno qualcosa, come individui e come collettività. Basti vedere l’uso della donna che fa la tv.
A far rivivere la rivoluzione dell’altro secolo, nel crepuscolo del Novecento, il “secolo breve”, il secondo romanzo (“La porta del tempo” è del 2010) di Fabio Calenda, “Rosso totale”, Editore Laurana, Milano, pp. 268, € 16.50 (Collana “Rimmel”). Storia di passioni politiche e sentimentali, trasversalità da società liquida, conflitti famigliari e sociali che si contaminano reciprocamente inventando una nuova koinè dell’uomo, un gramelot del mondo.
La tentazione da riflessi pavloviani è di cercare sovrapposizioni, corsi e ricorsi, con l’attualità 40 anni dopo: indignati in tutto l’Occidente al declino, grillini, pirati, Occupy Wall Street: fenomeni che tradiscono la rottura del “patto sociale” ma letti in chiave sociologica, e da cui comunque l’Italia resta stranamente assente come colta da afasia, incapace di riflettere e riprendersi lo specifico politico.
Storia di Patrizia e Michele, borghesia e proletariato metropolitano lavorano alla stessa utopia azzerando le distanze fra i Parioli e Centocelle. Storia di collettivi e occupazioni. Trasfigurata dal color seppia del tempo una socialità e una solidarietà poi atomizzata dalla tv-spazzatura. Il Sor Angelo, padre di Michele, svezzato dal Partito, offre la colazione al figlio e a due suoi compagni di lotta, Pelle e Tigre, al baretto del quartiere dove “l’aria è satura di vapore caldo, odore di alcol, caffè, tabacco”. Poi verrà il riflusso, il fatalismo, l’individualismo solipsistico che sconfinò nel cinismo berlusconiano, patologia che si può intravedere nel padre di Patrizia, parlamentare socialista e avvocato. Con l’amante: “Più sono di sinistra e famosi, più li scopri fasulli”.
La prosa di Calenda è molto evocativa, asciutta, hemingwayana: ha il ritmo rapsodico di uno script per il cinema: par di sentire l’odore d’inchiostro del ciclostile e il suo rumore e di vedere la libreria di Guido, l’intellettuale, con i Quaderni Rossi e i libri Savelli (ma c’erano anche Bertani, N. Compton, Feltrinelli, Avanzini e Torraca, ecc.) e le popolane viscerali, pasoliniane, sferruzzare e poi alzarsi per decidere le sorti di un’assemblea. Il sapiente uso del romanesco parlato nelle borgate dà al romanzo un commuovente atout neorealista, epico. Non un libro sul terrorismo, dunque, ma sull’uomo e la sua eterna lotta per un mondo dove tutti siano sottratti al bisogno per vivere nella libertà e dignità.
In un tempo che va dal Maggio Francese e Valle Giulia e la cacciata di Lama dalla “Sapienza” (febbraio 1977) e l’omicidio Moro, il movimentismo diffuso, plurale, antagonista tentò, coltivando il mito della rivoluzione proletaria, di rimodulare i confini del mondo, e della vita, con una foga iconoclasta dettata da un radicalismo denso di progettualità; il protagonismo delle classi emergenti (“Quarto Stato”) destrutturò lo status quo disidratando il liberismo selvaggio nei suoi archetipi fondanti. La globalizzazione tentacolare era ancora a uno stato embrionale. Un decennio di autovalorizzazione di massa che sconvolse il mondo ipotizzando un universo parallelo. Operai e studenti uniti nella lotta. Il privato era politico. Si innescò, fra l’altro, un “ascensore” sociale dettato dall’uguaglianza e la meritocrazia. Conquiste sociali oggi quasi tutte formattate o illanguidite in un’involuzione autoritaria ed etica che ha svuotato la democrazia: tutto implode e perdiamo ogni giorno qualcosa, come individui e come collettività. Basti vedere l’uso della donna che fa la tv.
A far rivivere la rivoluzione dell’altro secolo, nel crepuscolo del Novecento, il “secolo breve”, il secondo romanzo (“La porta del tempo” è del 2010) di Fabio Calenda, “Rosso totale”, Editore Laurana, Milano, pp. 268, € 16.50 (Collana “Rimmel”). Storia di passioni politiche e sentimentali, trasversalità da società liquida, conflitti famigliari e sociali che si contaminano reciprocamente inventando una nuova koinè dell’uomo, un gramelot del mondo.
La tentazione da riflessi pavloviani è di cercare sovrapposizioni, corsi e ricorsi, con l’attualità 40 anni dopo: indignati in tutto l’Occidente al declino, grillini, pirati, Occupy Wall Street: fenomeni che tradiscono la rottura del “patto sociale” ma letti in chiave sociologica, e da cui comunque l’Italia resta stranamente assente come colta da afasia, incapace di riflettere e riprendersi lo specifico politico.
Storia di Patrizia e Michele, borghesia e proletariato metropolitano lavorano alla stessa utopia azzerando le distanze fra i Parioli e Centocelle. Storia di collettivi e occupazioni. Trasfigurata dal color seppia del tempo una socialità e una solidarietà poi atomizzata dalla tv-spazzatura. Il Sor Angelo, padre di Michele, svezzato dal Partito, offre la colazione al figlio e a due suoi compagni di lotta, Pelle e Tigre, al baretto del quartiere dove “l’aria è satura di vapore caldo, odore di alcol, caffè, tabacco”. Poi verrà il riflusso, il fatalismo, l’individualismo solipsistico che sconfinò nel cinismo berlusconiano, patologia che si può intravedere nel padre di Patrizia, parlamentare socialista e avvocato. Con l’amante: “Più sono di sinistra e famosi, più li scopri fasulli”.
La prosa di Calenda è molto evocativa, asciutta, hemingwayana: ha il ritmo rapsodico di uno script per il cinema: par di sentire l’odore d’inchiostro del ciclostile e il suo rumore e di vedere la libreria di Guido, l’intellettuale, con i Quaderni Rossi e i libri Savelli (ma c’erano anche Bertani, N. Compton, Feltrinelli, Avanzini e Torraca, ecc.) e le popolane viscerali, pasoliniane, sferruzzare e poi alzarsi per decidere le sorti di un’assemblea. Il sapiente uso del romanesco parlato nelle borgate dà al romanzo un commuovente atout neorealista, epico. Non un libro sul terrorismo, dunque, ma sull’uomo e la sua eterna lotta per un mondo dove tutti siano sottratti al bisogno per vivere nella libertà e dignità.
