Quel gineceo inquieto di Via del Ninfeo a Lecce

Francesco Greco. Tutto in un’estate, dal 16 luglio al 27 agosto (festa del patrono Sant’Oronzo) nel cuore antico della Lecce barocca. Qui si muove un’umanità inquieta e dolente, tormentata in senso dostoevskjano, che cerca di ricomporre il puzzle della sua esistenza, le tessere sparse nell’aria dal favonio che spossa il corpo e la mente, tentando di dare un senso al tempo ch’è toccato in sorte.

   Bell’esordio della leccese di Maryros Faggiano con “Via del Ninfeo, un‘estate”, Editore Calcangeli, Lecce 2012 pp. 200, € 12, collana “Quirmizi”, introduzione  di Martina Gentile, prefazione di Mario Calcagnile. Intrigante, postmoderno, da neoavanguardia l’incipit: “16 è il doppio di 8 che è il doppio di 4, il mio numero portafortuna…”. La protagonista che narra in prima persona si chiama Carmen, è una professoressa divorziata da Anton Giulio (“Ha un occhio da pazzo, fa paura. Secondo me ha ricominciato a farsi di cocaina”), non hanno avuto figli: “Ormai sono rassegnata, non posso averne!”, confida. Lo ama e lo odia, ma andrà al suo funerale in Cattedrale. Vive nella bella casa della sua avvocatessa che un bel giorno ha deciso di andarsene attorno al mondo in barca a vela col compagno: una scelta radicale curiosa per una borghesia di provincia che fatica e tanto per conquistarsi uno status sociale e poi lo abbandona senza troppe remore.

   Via del Ninfeo, a Lecce, è un microcosmo che fa pensare ai Quartieri Spagnoli di Napoli, al barrio di Buenos Aires, alla casbah di Algeri: un gineceo fatto tutto di donne (Violeta, Annabella, Alina, Annetta, ecc.: è ammesso solo il cane Rex) unite da una complicità lieve che a un certo punto fa esclamare il lettore: ma allora è vero, il futuro è donna. Le esistenze sono intrecciate, difficile separarle l’una dall’altra. Di fronte a Carmen abita Lori, a cui la madre aveva posto il nome di Lorenzo. Fragile, insicuro. Si prostituisce, riceve uomini che mai ti saresti aspettato, come sempre provincia perché il tessuto sociale è angusto e avere la doppia immagine è quasi un dovere se non si vuole essere ricacciati ai margini.

   La scrittrice (nella foto di Claudia Ingrosso, alla presentazione del romanzo alla XVIII edizione della Fiera del Libro di Campi Salentina) introduce così il primo elemento di un racconto che scorre su postulati neorealisti arricchiti dall’uso sapiente dello slang parlato a Lecce nescia (da ortale a beddrha, da parite parite a cupeta, sono spiegati alla fine per il lettore extra moenia): l’apparenza, la forma che prevale lacerando l‘identità degli individui sempre più incerta sotto il bombardamento mediatico di modelli estranei imposti dalla tv spazzatura e dalla globalizzazione che omologa persone e luoghi.

   Il secondo è dato dal confronto e la necessaria “contaminazione” con altre etnie e rispettivi costumi in una città, una “piccola patria” cosmopolita per vocazione, in cui nessuno è straniero. Tematica forte, che la scrittrice ha riversato dal suo vissuto: fa l’avvocato e si batte per i diritti delle donne con particolare riferimento all’immigrazione, l’accoglienza, l’integrazione. Lecce è ritratta nella sua solarità, i colori, i profumi, la spossata quotidianità accentuata dal “caldo che quest’anno proprio non si sopporta”.

   Sembra un universo immobile, nella fissità  calcinata dell’estate, tra un vecchio vedovo che fa proposte sessuali alla sua badante e qualche “cuba libre” di troppo, quando il romanzo svolta nel giallo: la badante Violeta sparisce dal “Monnalisa”, la discoteca dove erano andate, e se ne occupa il programma “Chi l’ha visto?”. Via del Ninfeo è come attraversata da una scarica elettrica, ma le abitudini continuano: sul fornello c’è sempre una moka che brontola e nel piatto una frisa d’orzo col pomodoro.

   Maryros Faggiano è abile nello scavo psicologico dei personaggi, come nel dare un incedere minimalista al plot. Nulla sfugge al suo sguardo sospeso fra ieri e oggi, un passato fatto di dolci ricordi e gaie abitudini, quando il tempo aveva una sua modulazione sensuale e un oggi che sfugge indecifrabile e torbido. Con questa opera prima si colloca nell’alveo delle nuove narratrici mediterranee bagnando i topoi della sua scrittura ai format di una città “aperta”, che si arricchisce del dialogo e del confronto da cui trae linfa e ricchezza umana. Calcangeli è un piccolo editore salentino che da 7 anni scannerizza con passione il territorio in cerca di nuovi talenti (e la Faggiano lo è). Quel che la grande editoria non fa più da tempo, avendo scelto la letteratura di consumo, di genere, quella che fa il verso a se stessa. Legittimo, ma strategicamente di corto respiro, della serie “mordi e fuggi”.    




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