Ciao Gabo, ci vediamo a Macondo
di Francesco Greco - Gabo se n’è andato e noi siamo molto tristi. Infinitamente tristi. Noi della generazione che lo scoprimmo, lo leggemmo, lo amammo. Noi segnati, abbagliati dal nitore della sua scrittura. Ammirati dalla sua vita: scrittore, reporter militante (amico di Fidel Castro), cinefilo (fu a Roma, al CSC, amico di Zavattini e di Pontecorvo, per dire…).Gabo il “gigante” se n’è andato a 86 anni (i tg chissà perché dicono 87) e ci sentiamo molto soli. Noi che quando leggevamo “Cien anõs de soleadad” lo facevamo con accanto carta e lapis per cercare di districarsi e sgusciare nelle generazioni che si sovrapponevano: si chiamavano tutti Aureliano e Remedios.
Noi conquistati dalla solitudine del colonnello Buendia e dalla sensualità sconvolgente di Remedios la bella. Il New York Times lo paragona a Tolstoj, Hemingway, Charles Dickens. Noi lo vediamo come l’Omero del XX secolo. E comunque Gabo non è assimilabile a nessun altro narratore: inventò uno stile, che la critica definì “realismo magico”, ma anche questa formula gli va stretta: Gabo aveva trovato una via narrativa tutta sua. Era impossibile separare la realtà dal sogno, la biografia dalla fiaba, la storia dalla leggenda. Lo stile intrecciava quel magma scintillante e pregno che è stato suo e solo suo, oggi che siamo assaliti da scrittori dallo stile uniforme, noioso, che consegnano un libro all’anno. Una volta Gabo disse: “Solo a 40 anni ebbi la certezza che avrei mangiato il giorno dopo…”.
Uno stile annunciato già nelle opere giovanili (ristampate dopo i successo planetario di “Cent’anni di solitudine”: “Foglie morte”, “I funerali della Mama Grande”, “Racconto di un naufrago”. Poi esploso in “Cent’anni di solitudine”, “L’autunno del patriarca”, “Cronaca di una morte annunciata”, “L’amore al tempo del colera”. Nella sua opera si trasfigura anche il riscatto di un continente, ma pure la sua dolente solitudine, il fatalismo, l’impossibilità di governare il proprio destino.
Nel 1982 (aveva solo 54 anni, nacque nel villaggio caraibico di Aracataca, il 6 marzo del 1928) gli diedero il Nobel per la Letteratura. Si presentò con addosso una camicia bianca: “Il tight è il vestito dei morti”, sorrise sotto al baffo. Gabriel Garcìa-Mà rquez era molto ironico ma anche molto triste. Inquieto e insonne come i suoi personaggi.
Tre giorni di lutto in Colombia, funerali a Città del Messico, dove viveva. Commossa Shakira, star colombiana che fu “recensita” da Gabo: “La sua musica è innocente, come se l’avesse inventata lei…”. “Siamo amici ma ha esagerato”, rispose Shakira.
Ciao Gabo, ci si vede a Macondo, quel villaggio così irreale, immaginario, metafisico, e proprio per questo così vero: nelle sue viuzze calcinate abbiamo camminato in tanti. Chissà , andremo a far due chiacchiere col colonnello a cui nessuno scrive, scordato da tutti (sarà ancora furioso?), a trovare Remedios la bella o Amaranta (ancora perdute nei sentieri di Eros fra le banane fritte e i bauli transumanti…) e poi fermarci oziosi nella libreria polverosa di Melquiades e magari visitare la fabbrica del ghiaccio storditi dalle pale del ventilatore…