Russell è vivo e crede ancora nell’uomo libero

di Francesco Greco - Bertrand Russell (1872-1970) è vivo e lotta insieme a noi. Anzi: è attuale più che mai. La sua opera andrebbe riproposta, specie oggi che le ideologie sono state relativizzate e grande è il disordine sotto il cielo perché al loro posto c’è il vuoto della semantica: forse decodificheremmo meglio l’attuale momento storico-politico, confuso e pregno di millantatori, di finta conoscenza da biblioteche di dorsi e bignamini.

Dovremmo rileggere Russell: non fosse altro che per smascherare i finti liberal che ci ammorbano con sciocchi mantra sulla “rivoluzione liberale”, riscrivono ogni giorno “pro domo loro” l’etimo di un’idea che crede senza se e senza ma nell’uomo nel contesto di una community, nella sua ricchezza e creatività, energia e solidarietà e acconciano un credo filosofico e politica per costruire una cornice normativa attorno al loro esclusivo interesse, personale e castale, all’egoismo e avidità: agli antipodi del pensiero classico liberal, nobile e immortale.

Mente i grandi editori sono impegnati a dare voce all’onanismo di personaggi tv, pubblicando libri che, come diceva Bukowski, nella migliore delle ipotesi finiranno sotto scrivanie zoppicanti, tocca ai piccoli la mission di riproporre testi preziosi che interagiscono col nostro tempo, in stringente dialettica con la nostra vita. Ecco allora “Il credo dell’uomo libero” (La cosa principale e necessaria per rendere felice il mondo è l’intelligenza), Piano B Edizioni (Collana “Elementi” dove compaiono Voltaire, Plutarco, Conrad, Twain, Seneca, Freud, Swift, Kraus, ecc.), Prato 2013, pp. 144. € 12.00, bella traduzione di Antonio Tozzi.

Del filosofo e matematico gallese (uno die più grandi pensatori del XVIII e XIX secolo), autore fra l’altro di classici come “Misticismo e Logica” e di “Ritratti a memoria”, l’editore toscano assembla una serie di riflessioni ricavate da discorsi tenuti in pubblico e scritti vari che vanno dai primi del ‘900 sino alla Grande Guerra (1902-1918), che Russell contrastò con il mezzo potente della parola, dimostrandone tutta l’ontologica follia, sino a essere processato – nel Regno Unito culla di pensiero liberal: il libro fu ritirato e ripubblicato negli Usa - per “disfattismo”, sospeso dal Trinity College e condannato a pagare 100 sterline che, pare, non saldò mai (la filosofia è come la poesia: non dant panem). La carneficina del ‘15-‘18 (il centenario cade il 28 luglio) fu decisiva per la formazione filosofica e umana di Russell.

Gli scritti rifulgono di un’invidiabile chiarezza espositiva, tipica dei grandi da Aristotele a Cicerone; risentono dell’età giovanile (fra i 30 e i 40 anni) del pensatore, quindi sono densi di idealismo e appoggiandosi anche all’attualità del pensiero freudiano, riflettono sul ruolo dell’uomo nel mondo e nella Storia, l’idea di libertà, le ambizioni e i sogni, la scuola e l’educazione, i limiti del singolo rispetto allo Stato e alla legge, il ruolo della proprietà privata, la guerra, la spiritualità e il denaro, ecc.

Un filo rosso li attraversa: la fiducia nell’uomo nonostante tutto, la responsabilità che ha di fronte a se stesso, la sua famiglia, la comunità, la Storia. Il bene comune, i valori unificanti più dei conflitti. Si, Russell andrebbe riletto non solo per l’estrema attualità (anche in chiave pacifista: nel 1939 parlava di “Parlamento delle Nazioni” e nel 1955, in piena Guerra Fredda, con il “Russell- Einstein Manifesto” parlò della necessità del disarmo per la minaccia della guerra nucleare a ammonì “tenete a mente la vostra umanità e dimenticate tutto il resto… è davanti a voi il rischio della morte universale”) del suo pensiero, ma anche per ridare un senso alle parole stuprate, e a noi stessi, uomini nati liberi schiavizzati da mille tiranni quotidiani.