Arte, i paesaggi dell’anima di Stefania Rizzo
di Francesco Greco.TRICASE (Le) – Alla fine ha trovato una sua personalità artistica ben precisa, una modulazione del tutto originale della sua polisemica ricerca estetica. Partendo dal figurativo, perfettamente padrona della tecnica, è approdata all’astrattismo pregno di significati: percezioni del reale, sentimenti profondi, passioni forti. E così oggi la pittrice pugliese Stefania Rizzo è una voce matura nel panorama delle artiste emergenti. Le sue opere fanno parte di collezioni private in ogni angolo del mondo. “Parlami con il tuo calore” è il titolo di un’opera che potrebbe riassumere la sua poetica. Nella sua arte infatti il colore è centrale perché i colori-base intensi, folli (gialli, rossi, marrò, blu) restituisce i paesaggi dell’anima, il dna di una terra ricca, il Salento, e le sfumature del mistero della donna mediterranea. Le solitudine cosmica, leopardiana, di pianeti nudi, lunari, e sullo sfondo si indovinano pianeti ancora vergini, senza nome, da scoprire, esplorare, conquistare: dove forse non c’è angoscia né dolore ma solo armonia: una dolcissima quiete. Colori per sublimare il reale, riscriverlo, coglierne l’essenza più intima, dilatandola in termini metafisici, surreali, sino alla dimensione del sogno, la fiaba che comunica una dolcezza infinita che allaga i nostri orizzonti, i confini del nostro cuore che si riappropria della gioia dell’Eden perduto. La sua è una pittura che ridà valore alla memoria oggi che viviamo in un presente volgare e denso di afasia: Stefania recupera vecchie cose dalle cantine dove dormono il sonno del tempo: doghe di botti che da Dioniso a Bacco contenevano il vino delle vigne intorno, anticine di porte minuscole recuperate, tavole che si usavano per pressare il tabacco, coltivazione che nel Salento rurale dava da vivere ai poveri. Povere cose che rivivono ammantate di nuova semantica, che intendono riproporre nel III millennio.
C’era molta bella gente all’inaugurazione del suo nuovo studio d’arte, a Depressa (via Giovanni dè Medici), la sua città. Don Andrea Carbone, il prete, lo ha benedetto, la mamma Alfiana (friulana con madre russa), il papà Giovanni e le sorelle gemelle Elena e Nadia hanno accudito i numerosissimi ospiti, lo scrittore Paolo Vincenti ha abbozzato la donna, l’artista (“Il colore non si può descrivere…”), il personaggio sfaccettato. Il suo amore a tutto tondo per l’arte: inclusi i libri vecchi e antichi allineati negli scaffali, che fanno parte di un’agorà che adesso diventa anche un caffè letterario che la pittrice pugliese offre al mondo per incontri, vernissàge, cenacoli culturali, ecc. Un luogo d’arte, di poesia, di bellezza nel cuore del Salento arcaico, sempre aperto alle contaminazioni. “Oggi è un punto d’arrivo ma anche una ripartenza per altre avventure artistiche, nuove esperienze: la ricerca continua…”, sorride Stefania affondata nel velluto cremisi di una poltrona bassa, elegantissima nell’abito rosso. L’artista è nata in Svizzera (Zug), studi da stilista di moda, prepara abiti da sposa, su misura, ma un giorno capisce che la sua via è un’altra: catturare sulla tela o su qualsiasi cosa inanimata, buttata via, uno stato d’animo, qualcosa che sfugge, prima che cali il crepuscolo e ci riesce risolvendo la sua arte in un cromatismo che svela ciò che gli altri, distratti, non percepiscono: squarci del paesaggio intorno, dei paesaggi interiori.
La campagna arsa, assetata, il grano maturo, il rosso dei papaveri, le torri costiere sbriciolate, sospese nel vuoto, i mari cupi, i cieli sfondati, minacciosi, in notti dominate dal silenzio infinito. Cosa sono se non visioni dell’animo inquieto, di una sensibilità dilatata che solo l’artista sa cogliere e fermare nell’opera? I portali barocchi cosparsi di fiori cosa sono se non l’azzardo dell’uomo che vuol catturare l’eternità dominando la morte, domata come animale selvaggio?
C’era molta bella gente all’inaugurazione del suo nuovo studio d’arte, a Depressa (via Giovanni dè Medici), la sua città. Don Andrea Carbone, il prete, lo ha benedetto, la mamma Alfiana (friulana con madre russa), il papà Giovanni e le sorelle gemelle Elena e Nadia hanno accudito i numerosissimi ospiti, lo scrittore Paolo Vincenti ha abbozzato la donna, l’artista (“Il colore non si può descrivere…”), il personaggio sfaccettato. Il suo amore a tutto tondo per l’arte: inclusi i libri vecchi e antichi allineati negli scaffali, che fanno parte di un’agorà che adesso diventa anche un caffè letterario che la pittrice pugliese offre al mondo per incontri, vernissàge, cenacoli culturali, ecc. Un luogo d’arte, di poesia, di bellezza nel cuore del Salento arcaico, sempre aperto alle contaminazioni. “Oggi è un punto d’arrivo ma anche una ripartenza per altre avventure artistiche, nuove esperienze: la ricerca continua…”, sorride Stefania affondata nel velluto cremisi di una poltrona bassa, elegantissima nell’abito rosso. L’artista è nata in Svizzera (Zug), studi da stilista di moda, prepara abiti da sposa, su misura, ma un giorno capisce che la sua via è un’altra: catturare sulla tela o su qualsiasi cosa inanimata, buttata via, uno stato d’animo, qualcosa che sfugge, prima che cali il crepuscolo e ci riesce risolvendo la sua arte in un cromatismo che svela ciò che gli altri, distratti, non percepiscono: squarci del paesaggio intorno, dei paesaggi interiori.
La campagna arsa, assetata, il grano maturo, il rosso dei papaveri, le torri costiere sbriciolate, sospese nel vuoto, i mari cupi, i cieli sfondati, minacciosi, in notti dominate dal silenzio infinito. Cosa sono se non visioni dell’animo inquieto, di una sensibilità dilatata che solo l’artista sa cogliere e fermare nell’opera? I portali barocchi cosparsi di fiori cosa sono se non l’azzardo dell’uomo che vuol catturare l’eternità dominando la morte, domata come animale selvaggio?


