Il Sud delle passioni ne Il vento caldo della vita
di Francesco Greco - “Il sole del mattino batte sulla parete dell’edificio, Ada, dopo l’inaspettata avventura, si è assopita su una panca ricavata da una grossa pietra., forse un vecchio menhir distrutto, buttato lì da tempo…”. Ada è “già madre di sei figli…”. E’ l’intrigante incipit dell’ultimo romanzo (il quarto) dello scrittore pugliese Robertino Paglialunga, “Il vento caldo della vita”, Edizioni Volier, Maglie 2014, pp. 233, s. i. p. Che anche con questo lavoro si conferma un profondo conoscitore del mondo di ieri, il Sud contadino, dei sui meccanismi, l’etica, la spiritualità, le superstizioni e tutti gli archetipi socio-culturali che reggevano quel mondo che, in questo romanzo, partendo dagli anni del fascismo sconfina poi nel XXI secolo, l’epoca del byte e dei subprime.
La modulazione stilistica di Paglialunga è dettata da un naturalismo sensuale e magico. Niente accademia, barocchismi, cerebralismi. La scrittura ne guadagna in forza filologica ed evocativa, colma com’è di luce e di energia, di un’immediatezza che innerva una semantica ricchissima, grazie anche a una’architettura strutturale e organica, e questa è una caratteristica del laboratorio narrativo dello scrittore sin dall’esordio, il sublime “Il segreto della paiara” (2009), cui è seguito “Alle porte dell’orizzonte” e “Heléna” (ambientato nel 3996).
Ne “Il vento caldo della vita” (ambientato a Montesardo, sud Salento, origini messapiche, l’antico Trachion Oros greco, “quasi alla fine di questa lunga nazione”, “gente vera che ama il prossimo e la sua terra, che soffre a denti stretti la miseria…”, “terre dimenticate da dio”) si racconta la storia di due famiglie, una contadina e l’altra nobile. Le loro vite si intrecciano a loro stessa insaputa, e i segreti con cui ciò avviene sono depositati dai protagonisti come ingombranti fardelli solo sul letto di morte (“Spesso il silenzio è la via più giusta per il quieto vivere”, “ha dei pesi sulla coscienza da confessare alla sua unica figlia…”, “Ho un segreto da confidarti…”). Per cui prevale l’apparenza imposta anche con la violenza (“Rosina e il piccolo devono morire!”), che non è la volgare finzione borghese (“Luigi non deve sapere del piccolo Rosario”), ma una chiave a cui si ricorre per non far soffrire chi si ama: una costante, un archetipo della cultura contadina.
Paglialunga ci porta nel cuore del Novecento contadino, i suoi equilibri sentimentali e relazionali, sociali e politici (“noi – dice don Antonio - stabiliamo le guerre, stabiliamo la pace, governiamo la nazione…”), rivelandosi, anzi confermandosi abilissimo nella tessitura antropologica e sociologica del plot che narra. Eccellente lo scavo psicologico dei personaggi: sa cosa pensa, cosa fa e cosa vuole Francesca (il personaggio forse più riuscito, che violentata da Sebastiano, il figlio del padrone, a 12 anni (“ha le gambe sporcate di sangue”, “si rende conto che deve cambiare la sua vita!”), riuscirà a cambiare status sociale con la sua bellezza, e ci fermiamo qui per non togliere al lettore la gioia di scoprire da solo come) e Rosario, il ragazzino che rifiuta la ricchezza della sua famiglia e ha un rapporto conflittuale col padre.
L’impronta fa pensare d’istinto a Garcìa-Màrquez: come in “Cien anos de soledad”, anche con questo romanzo dal ritmo narrativo asciutto e incalzante come uno script cinematografico, e infatti un produttore di fiction vorrebbe portarlo sullo schermo tv) occorre avere accatto un foglio bianco per scrivere i gradi di parentela dei personaggi: chi é figlio di chi, anche se, ripetiamo, vive senza saperlo e la contaminazione fra poveri e ricchi è l’ulteriore atout che arricchisce di fascino il romanzo, che ha anche una sua modulazione storica che scorre in modo carsico dalla prima all’ultima pagina. E anche qui il tempo gira in tondo, come diceva Gabo.
Padroneggia la storia narrata senza cedimenti di sorta, né a vuoti sentimentalismi (sa bene che chi nasce povero ha istinti e bisogni diversi da quelli dei ricchi) né a banalità sociologiche o pregiudizi etici. E’ un ottimo psicologo, e oltre all’uomo del Novecento conosce anche i rivolti della Storia in cui sono calati in un Sud che ignora cosa sia il fatalismo e la rassegnazione pur vivendo all’ombra della chiesa, ma dove a ogni istante è in agguato la tragedia (format ereditato dalla Grande Madre Grecia). Sa quanto era arrogante un gerarca fascista di ieri (“la massoneria fascista non perdona!”) e nella seconda parte, volgare un produttore cinematografico quando Francesca vive a Roma. Sa cosa spinge Giovanna, la moglie del nobile don Luigi (medico) a portare, quand’è festa grande, una piccola torta alle bambine povere dei vicini. E dunque il romanzo ha anche una pregnanza storica (basti dire della lotta dei partigiani, assimilati ai briganti, che chiama “cumpari”, contro i fascisti e i loro referenti sociali, i “massoni locali”) che dagli eventi che si accavallano si trasfigura nelle passioni che animano i tanti personaggi in un mondo ruvido, brutale, dove la vita è diretta (“il paese è ormai ridotto allo stremo… in ogni casa si stenta la sopravvivenza”), vissuta senza alcuna mediazione né sublimazione. Dove esiste una cristallizzazione della stratificazione sociale: il tempo dell’ascensore, i meccanismi che fanno salire arriverà poi nel XXI secolo, quando “il divario fra nobili e cafoni comincia a cadere… se vogliono la manodopera devono pagare con denaro e non con fagioli e piselli…” e Francesca lascerà Montesardo per Roma “il suo nuovo vestito la farà sentire ancora più sicura” (poi vivrà anche a Parigi, “la paura della povertà l’ha resa arida in tutto”). Sui “costi” in quanto a umanità si aprirebbe un capitolo a parte.
Lo scrittore (è nato nel 1963 a Sasson, in Francia, da genitori emigrati, è sposato, ha 3 figli e vive in una masseria nelle campagne fra Sanarica e Muro Leccese) con sapienza e maestria ci porta per mano sui topoi della civiltà contadina, in un mondo rurale aspro e violento in tutte le sue interfacce, ma capace anche di dolcezza e di solidarietà: il “collante” che lo tiene insieme (“Un contadino provvede a sfamare i giovani scappati dai fascisti…”, “Mussolini è al corrente della situazione in questo misero paese…”). Nel Novecento la terra era centrale, con in suoi miti e riti non scritti ma respirati con l’aria quotidiana. Il rapporto dell’uomo con la terra ammantato di sacralità, oltre che di rispetto. Non ce n’é invece per il corpo delle donne povere: appartengono, con le loro misere esistenze, al padrone, che ne usa e ne abusa come e quando gli pare. Tanto a chi deve rendere conto se egli stesso incarna una morale con cui si autoassolve?
Non manca un’introspezione psicanalitica (“ognuno attira a sé ciò che teme”, “…una brutta arma: i ricordi”, “Quanto male ha procurato la verità!”). In chiave intimista, poi, egli sà cogliere le pulsioni del cuore (“donando amore si è ricambiati con l’amore!”), i moti dell’anima dei suoi personaggi, come “l’amaro che la vita ci riserva”. Collocati in un tempo in cui tutto era mito, leggenda, fiaba, epos. E ci restituisce il dagherrotipo di un’epoca e delle sue complesse dinamiche, storiche (“in questo luoghi il tempo si è fermato”) e individuali, facendocela respirare con una narrazione densa come mosto, quando l’esistenza non si fondava, come oggi, su sublimazioni, rimozioni, virtualità: ma tutto era diretto: le stagioni avevano l’odore del mirto, del timo, la ginestra, le passioni sfiorate dall’estenuato scirocco, “il vento caldo della vita”.
La modulazione stilistica di Paglialunga è dettata da un naturalismo sensuale e magico. Niente accademia, barocchismi, cerebralismi. La scrittura ne guadagna in forza filologica ed evocativa, colma com’è di luce e di energia, di un’immediatezza che innerva una semantica ricchissima, grazie anche a una’architettura strutturale e organica, e questa è una caratteristica del laboratorio narrativo dello scrittore sin dall’esordio, il sublime “Il segreto della paiara” (2009), cui è seguito “Alle porte dell’orizzonte” e “Heléna” (ambientato nel 3996).
Ne “Il vento caldo della vita” (ambientato a Montesardo, sud Salento, origini messapiche, l’antico Trachion Oros greco, “quasi alla fine di questa lunga nazione”, “gente vera che ama il prossimo e la sua terra, che soffre a denti stretti la miseria…”, “terre dimenticate da dio”) si racconta la storia di due famiglie, una contadina e l’altra nobile. Le loro vite si intrecciano a loro stessa insaputa, e i segreti con cui ciò avviene sono depositati dai protagonisti come ingombranti fardelli solo sul letto di morte (“Spesso il silenzio è la via più giusta per il quieto vivere”, “ha dei pesi sulla coscienza da confessare alla sua unica figlia…”, “Ho un segreto da confidarti…”). Per cui prevale l’apparenza imposta anche con la violenza (“Rosina e il piccolo devono morire!”), che non è la volgare finzione borghese (“Luigi non deve sapere del piccolo Rosario”), ma una chiave a cui si ricorre per non far soffrire chi si ama: una costante, un archetipo della cultura contadina.
Paglialunga ci porta nel cuore del Novecento contadino, i suoi equilibri sentimentali e relazionali, sociali e politici (“noi – dice don Antonio - stabiliamo le guerre, stabiliamo la pace, governiamo la nazione…”), rivelandosi, anzi confermandosi abilissimo nella tessitura antropologica e sociologica del plot che narra. Eccellente lo scavo psicologico dei personaggi: sa cosa pensa, cosa fa e cosa vuole Francesca (il personaggio forse più riuscito, che violentata da Sebastiano, il figlio del padrone, a 12 anni (“ha le gambe sporcate di sangue”, “si rende conto che deve cambiare la sua vita!”), riuscirà a cambiare status sociale con la sua bellezza, e ci fermiamo qui per non togliere al lettore la gioia di scoprire da solo come) e Rosario, il ragazzino che rifiuta la ricchezza della sua famiglia e ha un rapporto conflittuale col padre.
L’impronta fa pensare d’istinto a Garcìa-Màrquez: come in “Cien anos de soledad”, anche con questo romanzo dal ritmo narrativo asciutto e incalzante come uno script cinematografico, e infatti un produttore di fiction vorrebbe portarlo sullo schermo tv) occorre avere accatto un foglio bianco per scrivere i gradi di parentela dei personaggi: chi é figlio di chi, anche se, ripetiamo, vive senza saperlo e la contaminazione fra poveri e ricchi è l’ulteriore atout che arricchisce di fascino il romanzo, che ha anche una sua modulazione storica che scorre in modo carsico dalla prima all’ultima pagina. E anche qui il tempo gira in tondo, come diceva Gabo.
Padroneggia la storia narrata senza cedimenti di sorta, né a vuoti sentimentalismi (sa bene che chi nasce povero ha istinti e bisogni diversi da quelli dei ricchi) né a banalità sociologiche o pregiudizi etici. E’ un ottimo psicologo, e oltre all’uomo del Novecento conosce anche i rivolti della Storia in cui sono calati in un Sud che ignora cosa sia il fatalismo e la rassegnazione pur vivendo all’ombra della chiesa, ma dove a ogni istante è in agguato la tragedia (format ereditato dalla Grande Madre Grecia). Sa quanto era arrogante un gerarca fascista di ieri (“la massoneria fascista non perdona!”) e nella seconda parte, volgare un produttore cinematografico quando Francesca vive a Roma. Sa cosa spinge Giovanna, la moglie del nobile don Luigi (medico) a portare, quand’è festa grande, una piccola torta alle bambine povere dei vicini. E dunque il romanzo ha anche una pregnanza storica (basti dire della lotta dei partigiani, assimilati ai briganti, che chiama “cumpari”, contro i fascisti e i loro referenti sociali, i “massoni locali”) che dagli eventi che si accavallano si trasfigura nelle passioni che animano i tanti personaggi in un mondo ruvido, brutale, dove la vita è diretta (“il paese è ormai ridotto allo stremo… in ogni casa si stenta la sopravvivenza”), vissuta senza alcuna mediazione né sublimazione. Dove esiste una cristallizzazione della stratificazione sociale: il tempo dell’ascensore, i meccanismi che fanno salire arriverà poi nel XXI secolo, quando “il divario fra nobili e cafoni comincia a cadere… se vogliono la manodopera devono pagare con denaro e non con fagioli e piselli…” e Francesca lascerà Montesardo per Roma “il suo nuovo vestito la farà sentire ancora più sicura” (poi vivrà anche a Parigi, “la paura della povertà l’ha resa arida in tutto”). Sui “costi” in quanto a umanità si aprirebbe un capitolo a parte.
Lo scrittore (è nato nel 1963 a Sasson, in Francia, da genitori emigrati, è sposato, ha 3 figli e vive in una masseria nelle campagne fra Sanarica e Muro Leccese) con sapienza e maestria ci porta per mano sui topoi della civiltà contadina, in un mondo rurale aspro e violento in tutte le sue interfacce, ma capace anche di dolcezza e di solidarietà: il “collante” che lo tiene insieme (“Un contadino provvede a sfamare i giovani scappati dai fascisti…”, “Mussolini è al corrente della situazione in questo misero paese…”). Nel Novecento la terra era centrale, con in suoi miti e riti non scritti ma respirati con l’aria quotidiana. Il rapporto dell’uomo con la terra ammantato di sacralità, oltre che di rispetto. Non ce n’é invece per il corpo delle donne povere: appartengono, con le loro misere esistenze, al padrone, che ne usa e ne abusa come e quando gli pare. Tanto a chi deve rendere conto se egli stesso incarna una morale con cui si autoassolve?
Non manca un’introspezione psicanalitica (“ognuno attira a sé ciò che teme”, “…una brutta arma: i ricordi”, “Quanto male ha procurato la verità!”). In chiave intimista, poi, egli sà cogliere le pulsioni del cuore (“donando amore si è ricambiati con l’amore!”), i moti dell’anima dei suoi personaggi, come “l’amaro che la vita ci riserva”. Collocati in un tempo in cui tutto era mito, leggenda, fiaba, epos. E ci restituisce il dagherrotipo di un’epoca e delle sue complesse dinamiche, storiche (“in questo luoghi il tempo si è fermato”) e individuali, facendocela respirare con una narrazione densa come mosto, quando l’esistenza non si fondava, come oggi, su sublimazioni, rimozioni, virtualità: ma tutto era diretto: le stagioni avevano l’odore del mirto, del timo, la ginestra, le passioni sfiorate dall’estenuato scirocco, “il vento caldo della vita”.
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
RispondiEliminaMa che cosa scrive?! E’ evidente che lei non abbia letto i suoi libri, prima di scrivere questa recensione. Si tratta di un “lavoro” dalla lettura impraticabile, farcito di strafalcioni grammaticali, uso errato dei tempi verbali, strutture periodali improponibili ed imperdonabili anche in quarta elementare, addirittura non c’è la capacità di mantenere un minimo di logica soggetto/verbo/predicato in frasi estremamente brevi. L’esposizione, inoltre, è molto più affine alla lingua parlata che a quella formale scritta e – attenzione – non a quella parlata ma comunque corretta da un punto di vista formale, quanto - invece - assimilabile al tentativo maldestro di trasporre pensieri formulati in lingua dialettale in forma italiana scritta, e questa non è, con evidenza, una scelta o una “tecnica” dell’autore, quanto un’incapacità manifesta di scrivere correttamente in italiano corrente e i già citati strafalcioni, disseminati senza avarizia, ne sono la cartina di tornasole. Io comprai 3 suoi libri, incuriosito da questo autore salentino, e non ho mai avuto tempo da perdere per chiedere un risarcimento.
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