ESCLUSIVO. "Don Tonino? In sintonia con Francesco". Parla la teologa Militello

di Francesco Greco - Oggi avrebbe 80 anni (Alessano, 18 marzo 1935-Molfetta, 20 aprile 1993), e chissà come sarebbe somaticamente, lui che amava il calcio e il nuoto, suonava la chitarra e tifava Juventus. Cosa direbbe dell'Isis e del terrore che sparge nei Continenti: gravemente malato, guidò i "costruttori di pace", "l'Onu dei poveri", sotto le bombe di Sarajevo per far tacere le armi. Cosa penserebbe della "crociata" anticristiana che prende di mira 150 milioni di persone nel mondo. Chissà se parteciperebbe ai talk show televisivi ("Samarcanda") e scriverebbe sui giornali di sinistra ("Manifesto").

Francescano, studiò in seminario a Ugento, divenne diacono a Montesardo, dicembre 1957, fu parroco di Tricase, guidò il seminario ugentino. A Tricase il 30 ottobre 1982 divenne Vescovo di Molfetta, Ruvo di Puglia, Terlizzi, Giovinazzo. Fu anche presidente nazionale di Pax Christi. Alla recente Settimana Teologica Diocesana di Alessano, la prof. Cettina Militello (docente di Ecclesiologia, Liturgia e Mariologia, dirige la Cattedra Donna e Cristianesimo alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum, numerose pubblicazioni all'attivo) ha affrontato il personaggio - mentre è in corso la causa di beatificazione - sotto l'aspetto antropologico.

DOMANDA: E' attuale, e in quali passaggi e letture, il pensiero di don Bello?
RISPOSTA: Il messaggio di don Tonino è attualissimo, soprattutto guardando al convegno ecclesiale di Firenze. Egli si fa interprete dell'umanesimo cristiano, profondamente ancorato alla creazione ad immagine. Per don Tonino l'essere umano è veramente a immagine della Trinità. Lo stesso vale per la Chiesa. Da qui l'istanza di dialogo, di ascolto reciproco, d'impegno a favore dei valori evangelici irrinunciabili: gioia, pace, accoglienza, cura dell'altro.

D. Cosa intendeva semanticamente con l'espressione "etica del volto"?
R. Etica del volto vuol dire prendere sul serio il vis-à -vis relazionale. Il volto è la cifra della persona. Guardarsi reciprocamente è riconoscersi fratelli, compagni. Sono valori prioritari iscritti nel mistero del farsi carne del Figlio di Dio rivelatore dell'uomo all'uomo.

D. E per "convivialità delle differenze"?
R. La convivialità delle differenze è la conseguenza immediata dell'etica del volto. Dio è uno e trino. E' comunione di persone. E' reciprocità amante di Padre Figlio Spirito. Analogamente la persona umana è irriducibilmente diversa. Tale irriducibilità connota le culture, i popoli, le Chiese. Un mondo autenticamente evangelico, nel quale la Chiesa assolva la sua funzione di sacramento universale di salvezza, non può che essere quello del banchetto dei popoli, del banchetto delle persone, che stanno a tavola insieme, offrendo le une alle altre il dono della propria singolarità, ossia della propria ricchezza. Il che vuol dire che la diversità non può giustificare l'animosità, il disprezzo, la guerra reciproca; né tanto meno l'asservimento di persone e culture ad altre che pretendono d'essere migliori o più dotate. Ripeto, la diversità è il dono che tutti abbiamo ricevuto. Per don Tonino riconoscerlo e metterlo a disposizione gli uni degli altri è compito nostro precipuo di uomini e di cristiani.

La teologa Cettina Militello
D. Ha lasciato questo ammonimento: "Vivete l'utopia": oggi ce n'è bisogno in un mondo così complesso e cos'è l'utopia ai nostri giorni?
R. Don Tonino invitava a puntare in alto. A non proporsi mete da poco. Il cristiano deve mettersi in gioco alla grande e credere davvero nella potenza trasformante del vangelo. Non bisogna dormire, stare fermi. Al contrario camminare speditamente e coraggiosamente, giocando la propria vita sui valori del Regno di Dio. Oggi più che mai ne abbiamo bisogno per uscire dalla palude morale che pare caratterizzare il nostro orizzonte. L'utopia è prossima alla profezia, è una forma di profezia.

D. Possiamo dire che la sua speculazione teologica sfiora in certi snodi quella di Tommaso d'Aquino?
R. Non ho trovato in don Tonino approcci sistematici. Certamente non è sprovveduto. Ma da quel che ho letto non ho ricavato contatti con la scolastica, classica o no. A me pare che la sua sia una teologia per via pulchritudinis, cioè una teologia che fa proprio un paradigma poetico, estetico. Penso alle metafore ardite, alla prosa incalzante. No, non mi pare si possano stabilire contatti. E' un altro modo di far teologia.

D. Don Tonino aveva una sua concezione cosmogonica?
R. Non sono in grado di rispondere. Da cristiano sapeva bene che attendiamo la ricapitolazione in Cristo di tutte le cose. Ma non ho colto evidenti adesioni a concezioni cosmogoniche.

D. Le sue origini umili e la formazione francescana hanno influito sul suo pensiero?
R. Sicuramente don Tonino ha alle spalle la sua terra e le ristrettezze degli anni attorno alla seconda guerra mondiale. L'essere orfano ha un suo peso, come pure la tragedia dei due fratellastri, morti entrambi nella in  guerra. Alle sue spalle c'è un universo compartito di privazioni e perciò il giusto riconoscimento del valore di beni che magari noi oggi semplicemente consumiamo. Nella lettura delle sue opere non ho fatto attenzione alla vena francescana. Ho più semplicemente omologato il suo rispetto della terra e del mare e del lavoro che richiedono all'orizzonte sobrio della cultura contadina e marinara dell'Italia dell'immediato dopo guerra. Certo il vissuto lo ha segnato indelebilmente. Da lì l'amore preferenziale per i poveri, la battaglia pacifista, la necessità di schierarsi comunque.

D. Definì la famiglia "laboratorio di pace"": può esserlo al tempo della famiglia relativizzata e atomizzata?
R. Quello della famiglia è attualmente un grossissimo problema. La famiglia tradizionale nascondeva le sue ingiustizie e che sia andata in crisi non è un gran danno. Il problema è quello d'inventare nuovi modelli, fondati sull'amore e sul rispetto vicendevole. Il problema è la fedeltà, non più costruita sulla ipocrisia o sulla necessità, ma sul fatto che la vita a due va inventata utopicamente giorno per giorno. Nella frenesia nostra di consumare presto e bene ogni esperienza, abbiamo perso di vista il valore del rapporto. Occorre proteggere l'amore, alimentarlo giorno dopo giorno. Se non approdiamo a un modello plausibile, se non rifondiamo altrimenti moduli che possono apparire obsoleti, la famiglia resterà un campo di battaglia, un luogo di antagonismo coniuge contro coniuge, figli contro genitori, figli contro figli. Eppure, come ricorda don Tonino, la famiglia al pari della Chiesa, può, deve essere immagine dell'amore trinitario. E l'amore è onticamente pace, shalom, ottimizzazione della vita. Fare della famiglia un laboratorio di pace - e don Tonino ha provato a lavorarci in circostanze diverse - è, per ritornare a quanto già detto, "utopia". Non nel senso di meta impossibile, ma nel senso di meta sempre più e meglio acquisibile.

D. Se oggi fosse ancora vivo andrebbe nel deserto a dialogare con il Califfo?
R. Non so sinceramente come reagirebbe ai tagliagole. Non sono molto diversi dagli stupratori e assassini bosniaci. Certamente continuerebbe  a denunciare lo scollamento di ogni follia omicida con quello che è il desiderio umano più profondo: vivere bene, vivere in pace. Mentre preparavo il mio intervento per la settimana teologica, arrivavano dal "Califfato" immagini e azioni raccapriccianti. Mi dicevo che acquisire come priorità la pace, ad ogni costo e senza possibili alternative, è davvero difficile. Penso però che don Tonino non avrebbe accettato altra strada se non che quella di testimoniare, a proprio rischio e pericolo, che "pace" è uno dei nomi di Dio.

D. Possiamo dire senza commettere eresia che Tonino ha anticipato Francesco?
R. Non so se si tratta di anticipare. Certamente c'è una grossa sintonia, anche di linguaggio. L'anno passato quando mi sono confrontata con la mariologia di don Tonino ho avuto modo di rilevarlo. Ci sono espressioni assai prossime. Credo dipenda dalla prospettiva che non è teoretica ma esistenziale. Credo ci sia un bisogno grande di poesia, di immaginazione. Le idee contrapposte anche in  teologia provocano conflitti penosi e insensati. Le metafore, le immagini, le espressioni belle vanno oltre e aprono alla dimensione del cuore, non come romanticheria, ma come approccio altro al mistero dell'essere umano che non è solo ragione, ma sentimento, immediatezza. Ecco c'è un bisogno di tenerezza e di misericordia che le teorie non sciolgono, e che invece sciolgono la prossimità, la cura, l'attenzione all'altro, la preoccupazione di guardarlo negli occhi, di conoscerne il volto. Non a caso la preghiera salmica esprime tutto ciò come desiderio di posare lo sguardo sul volto stesso di Dio.