"Visioni democratiche”, Whitman all'uomo d'ogni tempo


di Francesco Greco - Ciò che ha fatto di Walt Withman un mito, un grande della Letteratura (elle maiuscola perché lo scrittore la addensava di valori immaginifici) di tutti i tempi, e la sua opera immortale, è l'acutezza e la purezza dello sguardo. Il poeta di “Foglie d'erba” vede solo l'essenziale, depura il pensiero sino al nucleo più intimo, al cuore della realtà, dell'uomo, le cose, l'universo, va “alla radice e centro di tutto”. L'ironia sottile e disincantata sparsa qua e là ne fa un interprete solitario immediatamente riconoscibile, dall'impronta unica. Che segna da cima a fondo anche il pamphlet “Visioni democratiche”, Piano B edizioni, Prato 2014 (collana “la mala parte”), pp. 120, euro 12,00, pregnante traduzione di Mariolina Meliadò Freeth. Ti chiedi come mai il socialismo non ha mai dato adeguata importanza al pensiero di Withman (che ha una radice liberale), che mette l'uomo, la Natura, la democrazia al centro della sua speculazione dalla pregnanza polisemica, inserito in un paese, una cultura, un epos e un etos, un immaginario vivo, dialettica, da eterogenesi dei fini.

Nelle sue ”Vistas” Withman parla dell'uomo con la sua unicità e complessità, il mistero, la dignità, la libertà, i sogni, la speranza (in certi passaggi riecheggia “Laudato sì”).
Non è retorico né fa voli pindarici che sconfinano nella propaganda o nell'utopia fine a se stesso: resta sempre a un livello materiale, dove il sogno è possibile solo se l'uomo lo desidera davvero e lo cerca con determinazione. Ma colpisce anche la straordinaria modernità delle sue riflessioni: scritte nel 1871, sei anni dopo la fine della guerra civile americana (durata quattro anni), in risposta a Thomas Carlyle (Shooting Niagara; and after? “provocò in me un impeto d'ira e di malignità”, esprimeva “giudizi dal punto di vista feudale più estremistico”), queste riflessioni, che vagheggiano un uomo e un mondo nuovo, possono interagire nella quotidianità barocca al tempo del selfie e del multitasking.
Il poeta comunque era già al suo tempo accolto con “la congiura del silenzio”, forse perché coglieva l'America che smania per entrare nella modernità, per sbarazzarsi di fardelli ingombranti, di tutto quel che “puzza di favori principeschi” e diventare protagonista della sua Storia. Teorizzava la democrazia come “diritto naturale”, incitava all'assunzione di responsabilità dell'uomo di fronte alla collettività, al tempo, a se stesso, “il singolo sforzo di ogni uomo”: l'autovalorizzazione. Sosteneva il confronto vivificante fra eletti ed elettori, oggi sarebbe sommamente schifato da tutti questi parassiti che vogliono essere eletti prima, nel “listino”. 

Lo scrittore odiava “salotti e sale di conferenza” e lancia anatemi ai politici lontani dal popolo perché la democrazia deve “alimentare la mente, l'anima più alta”. E incitava i giovani a “entrare con maggior decisione nella vita politica... Svincolatevi dai partiti... Sta a voi non incanalarvi in un partito, non sottomettetevi ciecamente ai loro dittatori...”.

Whitman è figlio dei Lumi, possiamo definirlo un utopista razionale: nutre grande fiducia nel futuro dell'America, dopo i travagli della guerra civile. Ma il suo riflettere si dilata a ogni tempo, ogni uomo, ogni popolo benché “pieno di contraddizioni e di mali” e di “difettose grossolane creature”. Queste “Visioni” sono di un'attualità e un'universalità sorprendente. Sono state scritte per l'uomo del suo tempo (“il genio bambino della espressione poetica dell'America”) e per gli uomini di tutti i tempi se solo vogliono sollevare lo sguardo verso le stelle e vivere con libertà e dignità, “massa di uomini così fresca e libera, tanto capace d'amore e orgogliosa”.