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“La figlia del destino” che arrivò dall’altro mondo

di Francesco Greco - Assunta Spataro è una giovane donna nata in un paesino della Sicilia (“terra riarsa”, “profumi intensi”) che, dopo un'infanzia difficile (ha perduto la mamma da piccola a causa di un uomo che non era il padre, è stata svezzata dalla nonna Rosalia, rinchiusa in un istituto di suore e ha smarrito di vista i fratelli, adottati).

Dotata di grande determinazione, si è laureata in Lettere nella speranza di salire sull'ascensore sociale per emanciparsi dalla propria origine. E infatti ci riesce trasferendosi in Puglia (Brindisi), lasciando “quel mondo infame” per sposare Corrado De Vinci, rampollo della ricca borghesia, proprietario di una farmacia (nonché di immobili vari e auto di lusso), ma viziato, nonché dedito al gioco d'azzardo e all'alcol.

Un matrimonio infelice, che dopo una decina di anni è in crisi e la coppia, scoppiata, sta per divorziare. Sia perché il ricco marito sta per avere un figlio da un'amante molto più giovane di lui, ma soprattutto perché Assunta crolla: non regge più la quiete borghese, quella scenografia innalzata sulle apparenze, fatta mondanità, di serate noiose: la gabbia dorata che gli è stata costruita attorno e che ha accettato perché incapace di ribellarsi.

Potrebbe apparire una storia di tormento ed estasi, di ribellione alla regole della borghesia (alla Madame Bovary), a una rappresentazione sociale cristallizzata, per declinare verso un protagonismo femminile, un controcanto matriarcale di cui è pregno il Novecento (dalle suffragette inglesi al '68 di “Io sono mia”).

E invece “La figlia del destino”, di Annalaura Giannelli (foto di Aristide Mazzarella), Mario Adda Editore, Bari 2015, pp. 170, euro 12,00, sorprende perché si sviluppa su due livelli: da un lato la presa di coscienza della semanticamente ricca soggettività femminile (di Assunta, ma anche di Dora, l'amica avvocatessa e di tutte le donne che si mettono in discussione), la ribellione alle convenzioni e a tutto quell'apparato culturale che tende a banalizzare – per condizionarli e dominarli meglio – la creatività e il desiderio di protagonismo nella storia, atout proprio della donna del III Millennio (“il coraggio che fa cambiare gli eventi, che muove le cose”).

Dall'altro, l'irruzione nel paludato universo europeo, dai format culturali ormai logori, disidratati, dell'altro (), provenienti da altri mondi, culture, etnie, portatore di input vitali, topoi densamente innervati, domande radicali. La vita di Assunta se ne contamina in profondità, senza reticenze e prende altre destinazioni quando a Brindisi arriva una nave brulicante di albanesi.

Fra i “sopravvissuti”, “sull'imbarcazione invisibile fumante di carne umana”, sperduta, Anjeza, una bambina di 7 anni, arrivata da sola, per Assunta “da scomodo impiccio, a ragione di vita... l'amarezza di un altro sogno infranto”. E' figlia di Curran Diamanti, un giornalista militante che ha combattuto la dittatura di Henver Hoxia e Ramiz Alia, che non è riuscito a salire e che si porta dentro un passato doloroso: il comunismo gli ha distrutto la vita: gli ha fatto fare due anni di prigione (“stupri, violenze, fame, povertà”) e gli ha ucciso la moglie Anna.

Il caso ha voluto che il secondo romanzo della scrittrice pugliese uscisse nei giorni dell'invasione biblica (“onda umana”, “senza portarsi nulla tranne le loro ossa”) dai sud del mondo passando per l'Italia, la Grecia, l'Ungheria, la Croazia, ecc. facendo trovare impreparati i governi europei ostaggi delle banche, chiusi nel loro sordo e sordido egoismo del rigore, lo spread, materializzati nei muri e i fili spinati davanti a chi cerca, prima che una nuova vita, la dignità perduta. Per cui la storia raccontata è in progress, le immagini delle pagine sono quelle del tg.

Se la seconda opera di un narratore è più impegnativa della prima (in questo caso di “Di terra e d'anima”, 2013), perché deve confermare le impressioni, le emozioni suscitate, nonché la capacità di reggere una storia, la sua architettura organica, dare vita e spessore psicologico ai personaggi, “La figlia del destino” (che ricalca qualche format del romanzo precedente, la casa in campagna nel cui silenzio ritrovare se stessi elaborando un lutto e la complicità femminile) conferma tutte le attese e pone la Giannelli in una sorta di olimpo, accreditandola come una delle scrittrici più autentiche del panorama italiano.

E' un romanzo carsicamente antropologico sulla condizione umana fatta di destini irrisolti, sui sentimenti, sull'estremo bisogno d'amore, si direbbe sul diritto naturale alla felicità, dilatato sino al desiderio di maternità. Archetipi che nella vita d'oggi sono depredati della loro primitiva etimologia, ridotti a pantomina, gioco di finzioni (“una grande farsa”), apparenze (Ada, la moglie del Generale col suo insospettato diario gonfio di risentimento), che fanno soffrire atrocemente i più deboli e sensibili, quelli che investono sull'autenticità e non sono disposti a compromessi. Tutti vogliono essere amati: Anjeza, Dora, Assunta, il Generale “uomo indecifrabile”, il prof. Mangialardi, ecc.

La Giannelli scrive in stato di grazia. Lo stile scarno, quasi rabbioso, naturalista, dà alla storia maggiore vigore, la fa attraversare da una luce possente e da un'energia irresistibile, in un Sud magico, superstizioso, fatalista (“Tutto le franava addosso”), vivo. Il ritmo, la sensualità, la musicalità arricchiscono una prosa abbagliante, nivea, molto evocativa di umori, di pietas civica (lo storpio Gino “felice di sentirsi utile per qualcuno”, Mangialardi “pervaso da una pietà autentica”, ecc.), impregnandola di un pathos che fa tenerezza, emoziona, conquista.

Il romanzo sarà presentato il prossimo 2 ottobre 2015, a Taviano, Lecce (Palazzo Marchesale, organizza il Comune) e poi a Brindisi, in una serata a cui interverranno importanti personalità politiche e diplomatiche dell'Albania.