Mattmark 1965, la “Marcinelle dimenticata”

di Francesco Greco - Passo felpato, la morte arrivò all'improvviso: “Niente rumore. Solo, un vento terribile... Poi ci fu un gran boato, e la fine...”. La natura, come sempre, aveva mandato i suoi messaggi, ma gli uomini non li avevano colti. Sino a quel lurido, appiccicoso lunedì di fine estate, il 30 agosto 1965. Nel cantone svizzero del Vallese (14 vallate, terzo per estensione territoriale della Confederazione, descritto con toni lirici da J. J. Rousseau nel viaggio del 1744 “riuniva tutte le stagioni nello stesso momento”), quando circa 1000 operai erano impegnati nella costruzione della più grande diga d'Europa. Attraverso “l'industria degli stranieri”, la Svizzera voleva darsi arie da potenza continentale, ed era avida di energia “stava vivendo una crescita economica senza precedenti... da emigranti e contadini a produttori di energia”.

La memoria del Vajont era ancora viva (9 ottobre 1963, 1910 morti), poi verrà l'asbestosi a Niedermann e la Thyssen-Kroup), ma l'asprezza delle tragedie evapora in fretta dall'immaginario collettivo, dall'agenda dei politici e l'eco mediatica è silenziata, specie se i modelli di sviluppo industriale sono edificati sul darwinismo e l'idea omicida che morire di lavoro è un'opzione “normale”: i padroni delle ferriere sanno che per un bambino che acceca nella miniera e un uomo che stramazza sul cantiere arso dal sole, a migliaia busseranno per prendere il loro posto nel ventre caldo della terra: il dio-profitto è più avido delle divinità primitive avide di sacrifici umani.
Una valanga di oltre 2 mln di metri cubi di ghiaccio piombò sul cantiere: morte, dolore, impotenza, rabbia: travolti 88 operai, 56 italiani: ci vollero 6 mesi per recuperare i corpi, o quel che ne restava (“era intatto, aveva solo delle righe bianche in testa”): dinamiche sovrapposte a Marcinelle (8 agosto 1956), “non c'era più niente. Era solo ghiaccio con blocchi di sassi... Si vede che era successa la fine del mondo”.

La composizione geografica della forza-lavoro di Mattmark (“... non ci si fermava mai. Si lavorava 24 ore su 24”) offre materia utile alla sociologia del lavoro, e arriverebbe a conclusioni insospettate: un volto forse inedito della storia dell'emigrazione, quello che ai convegni sfugge esorcizzato dall'accademia.

Operai originari della Svizzera, la Spagna, la Germania, l'Austria e italiani uniti nello stesso destino. Pure un apolide nato in Romania.

Altra scansione degna di analisi: lavoratori dal Nord (Piemonte, Trentino, Veneto, Friuli) e il Sud (Calabria, Molise, Campania, Abruzzo, Sardegna, Puglia). Cantiere transnazionale, melting-pot operaio. Tre i salentini: Pio Pasquale Corsano, 33, anni, da Ugento (Le), sondatore, sposato con 3 figli; Giuseppe Greco, 33 anni, da Gagliano (Le), minatore (caposquadra), sposato, 4 figli; Antonio Simone, 49 anni, da Tiggiano (Le), magazziniere, sposato, 5 figli. “C'era chi si era salvato semplicemente perché era convolato a nozze...”.

A recuperare dalla polvere del tempo (sono passati 50 anni e siamo un paese di smemorati colposi ) questa sciagura, lo storico delle migrazioni (presso l'Università di Ginevra, nel cv numerose pubblicazioni sullo stesso tema) Toni Ricciardi in “Morire a Mattmark” (L'ultima tragedia dell'emigrazione italiana), Donzelli editore, Roma 2015, pp. 172, euro 27,00 (Collana Saggi).
Con un prezioso lavoro di ricerca negli archivi, documenti inediti, lettere e un vasto apparato fotografico in b/n (Caritas Svizzera, Croce Rossa Svizzera, Università della Calabria, ecc.), Ricciardi ricostruisce le dinamiche che portarono alla catastrofe, e non è che noi, il paese di Di Vittorio e lo Statuto dei Lavoratori ne usciamo bene.

La gestione del “dopo”, ci spiega Ricciardi, fu miserabile. I tempi dell'inchiesta biblici (6 anni), i 17 imputati (omicidio colposo) furono assolti (della precarietà del ghiacciaio i vallesi sapevano da secoli), in appello ci fu la conferma dell'assoluzione e i famigliari dei morti condannati a pagare le spese processuali. Non c'era un giudice a Berlino, né nel paese di Guglielmo Tell. Europa culla del diritto, dal Codice Giustiniano a Beccaria (delitti e pene).

Uno scandalo nello scandalo, tanto da disgustare il cappellano del cantiere: “Chiedere a noi perché sia accaduto tutto questo è come chiederlo al ghiacciaio muto. Chiederlo agli uomini? Si ottengono parole che non bastano neppure a suturare le piaghe aperte e sanguinanti”.
Come per Marcinelle, anche per Mattmark la nostra classe politica fece la figura dei magliari, dei convitati di pietra. Sempre con quel ghigno da scafisti e l'aria indifferente di chi non rispetta il lavoro altrui perché in fondo quando mai ha lavorato.
Il lavoro aspetta sempre di veder riconosciuta la sua dignità: un nuovo etimo che ne racchiuda il vero dna. L'ultima lettera che l'operaio 36enne Giuseppe Audia, da San Giovanni in Fiore (Cs), sposato, 3 figli, scrisse da Mattmark alla moglie Caterina Caputo il 9 giugno 1965 (“mia carissima bambola”), aspetta ancora una risposta.