Hesperida, Canto Universale delle Isole Canarie, di Jorge Padrón, nella traduzione di Emilio e Michele Coco per Levante
di VITTORIO POLITO — Justo Jorge Padrón è, senza dubbio, il poeta spagnolo del dopoguerra che ha ottenuto il maggior riconoscimento internazionale come testimoniano i centottanta libri della sua poesia pubblicati all’estero, tradotti in 44 lingue, e i numerosi e prestigiosi premi e segnalazioni ottenuti nel suo lungo e fecondo percorso poetico. Pochi poeti, come lui, sono riusciti a mettere insieme forza lirica e argomentativa, facendolo in quella direzione cosmica e assoluta che era appartenuta, nell’Ottocento, ai grandi romantici. Justo Jorge Padrón era già conosciuto in Italia per il suo libro “Solo muore la mano che ti scrive”, pubblicatosempre nella collana “I Quaderni di Abanico” di Levante editori Bari, collana ideata da Emilio Coco che la dirige con Lucia Coco.
“Hesperida Canto Universale delle Isole Canarie” colloca lo spagnolo tra i grandi poeti epici della letteratura universale, infatti, come lo stesso titolo suggerisce “Hesperida” è un poema epico. E questo è certamente un fatto eccezionale nella poesia contemporanea. Poemi epici sono stati scritti nell’ultimo secolo e si continuano a scrivere, ma uno di così grande entità come quello di Padrón, costituisce un’eccezione.
Un’eccezione prodigiosa se si considera l’ampissimo respiro che lo sostiene, in un’epoca in cui il frammento sembra essere l’ispirazione predominante.
Un poema epico, quello di Padrón, che per le sue dimensioni supera i suoi modelli. Ventiquattro sono i canti dell’Iliade e dell’Odissea. Dodici quelli dell’Eneide. Per la complessità della materia trattata si potrebbe pensare ai poemi epico-cavallereschi del Rinascimento italiano: venti sono i canti della Gerusalemme Liberata, venti quelli del Morgante, quarantasei quelli dell’Orlando furioso e sessantanove quelli dell’Orlando innamorato di Boiardo.
I canti di “Hesperida” sono cinquanta, per ora. Dopo i primi tre canti, dedicati all’origine dell’Universo, Padrón parla delle sette isole che formano l’arcipelago delle Canarie. A queste isole circondate dalla leggenda giunge un conquistatore, il normanno Jean de Bethencourt, vassallo di Enrico III di Castiglia. Un personaggio spietato e traditore che diffonde tra gli aborigeni l’odio e la vendetta, macchiandosi del più infame dei delitti: il genocidio. Ci sono tentativi d’insurrezione soffocati nel sangue, episodi di eroismo che Padrón evoca con padronanza scenica. Non mancano le storie d’amore, come quella che vede protagonisti Gara e Jonay, novelli Romeo e Giulietta, che preferiscono morire pur di sottrarsi alla cocciuta inflessibilità dei genitori.
Justo Jorge Padrón raggiunge risultati epici di grande valore soprattutto quando racconta episodi dove appaiono come protagoniste le donne e, in particolare, le giovani donne la cui bellezza esalta. Ma il canto si eleva ancor di più quanto il poeta ci parla delle sue isole, le Isole Fortunate, terre d’incanto, dove un tempo c’era una civiltà semplice, ingenua, ma onesta e leale che, con le invasioni fu schiacciata sotto il prorompere di altri sentimenti malvagi, come l’odio, la viltà e il tradimento.
“Oleate” è la parola simbolo di tutto il poema, essa esprime l’ondeggiamento fisico del mare ma anche quella dei corpi amanti che si fondono in abbracci appassionati. Il suo significato possiede una carica eccezionale. È una parola polisemica (coesistenza, in uno stesso elemento linguistico, di significati diversi), indispensabile per capire tanta poesia di questo straordinario autore. La perfetta traduzione di Emilio e Michele Coco rendono piena giustizia a questa monumentale opera.
Emilio Coco, il professore ispanista, traduttore, poeta in proprio nativo di San Marco in Lamis, nel 2003 ha ricevuto dal re di Spagna l’onorificenza “Alfonso X il saggio” e nel 2014 è stato “Poeta Homenajeado” al Festival Internazionale di Puerto Vallarta.
È stato pubblicato un gustoso libro dal titolo ‘Mi chiamo Emilio Coco’ per le edizioni ‘Progetto Cultura’, in cui l’uomo Emilio si svela con tanta ironia e francescana pratica di vita che mi porta ad una riflessione agro-dolce: che fabbrica di talenti San Marco in Lamis, peccato vadano in ordine sparso alla meta. Come direbbe un grande, umile, uomo di cultura che passa la vita a tessere tele che altri porteranno a termine: Gio.Ca è la vita!
“Hesperida Canto Universale delle Isole Canarie” colloca lo spagnolo tra i grandi poeti epici della letteratura universale, infatti, come lo stesso titolo suggerisce “Hesperida” è un poema epico. E questo è certamente un fatto eccezionale nella poesia contemporanea. Poemi epici sono stati scritti nell’ultimo secolo e si continuano a scrivere, ma uno di così grande entità come quello di Padrón, costituisce un’eccezione.
Un’eccezione prodigiosa se si considera l’ampissimo respiro che lo sostiene, in un’epoca in cui il frammento sembra essere l’ispirazione predominante.
Un poema epico, quello di Padrón, che per le sue dimensioni supera i suoi modelli. Ventiquattro sono i canti dell’Iliade e dell’Odissea. Dodici quelli dell’Eneide. Per la complessità della materia trattata si potrebbe pensare ai poemi epico-cavallereschi del Rinascimento italiano: venti sono i canti della Gerusalemme Liberata, venti quelli del Morgante, quarantasei quelli dell’Orlando furioso e sessantanove quelli dell’Orlando innamorato di Boiardo.
I canti di “Hesperida” sono cinquanta, per ora. Dopo i primi tre canti, dedicati all’origine dell’Universo, Padrón parla delle sette isole che formano l’arcipelago delle Canarie. A queste isole circondate dalla leggenda giunge un conquistatore, il normanno Jean de Bethencourt, vassallo di Enrico III di Castiglia. Un personaggio spietato e traditore che diffonde tra gli aborigeni l’odio e la vendetta, macchiandosi del più infame dei delitti: il genocidio. Ci sono tentativi d’insurrezione soffocati nel sangue, episodi di eroismo che Padrón evoca con padronanza scenica. Non mancano le storie d’amore, come quella che vede protagonisti Gara e Jonay, novelli Romeo e Giulietta, che preferiscono morire pur di sottrarsi alla cocciuta inflessibilità dei genitori.
Justo Jorge Padrón raggiunge risultati epici di grande valore soprattutto quando racconta episodi dove appaiono come protagoniste le donne e, in particolare, le giovani donne la cui bellezza esalta. Ma il canto si eleva ancor di più quanto il poeta ci parla delle sue isole, le Isole Fortunate, terre d’incanto, dove un tempo c’era una civiltà semplice, ingenua, ma onesta e leale che, con le invasioni fu schiacciata sotto il prorompere di altri sentimenti malvagi, come l’odio, la viltà e il tradimento.
“Oleate” è la parola simbolo di tutto il poema, essa esprime l’ondeggiamento fisico del mare ma anche quella dei corpi amanti che si fondono in abbracci appassionati. Il suo significato possiede una carica eccezionale. È una parola polisemica (coesistenza, in uno stesso elemento linguistico, di significati diversi), indispensabile per capire tanta poesia di questo straordinario autore. La perfetta traduzione di Emilio e Michele Coco rendono piena giustizia a questa monumentale opera.
Emilio Coco, il professore ispanista, traduttore, poeta in proprio nativo di San Marco in Lamis, nel 2003 ha ricevuto dal re di Spagna l’onorificenza “Alfonso X il saggio” e nel 2014 è stato “Poeta Homenajeado” al Festival Internazionale di Puerto Vallarta.
È stato pubblicato un gustoso libro dal titolo ‘Mi chiamo Emilio Coco’ per le edizioni ‘Progetto Cultura’, in cui l’uomo Emilio si svela con tanta ironia e francescana pratica di vita che mi porta ad una riflessione agro-dolce: che fabbrica di talenti San Marco in Lamis, peccato vadano in ordine sparso alla meta. Come direbbe un grande, umile, uomo di cultura che passa la vita a tessere tele che altri porteranno a termine: Gio.Ca è la vita!