REPORTAGE. Castiglione, dove batte il cuore del Mediterraneo contadino

di FRANCESCO GRECO. CASTIGLIONE D'OTRANTO (Le) - “U fore te mancia lu core” (antico proverbio contadino). Batte in questo piccolo centro del Salento meridionale il vecchio cuore del Mediterraneo contadino, che sacrifica a Demetra. Castiglione è ormai un nome plurale, semanticamente affollato. Qui gli africans condividono i nostri topoi culturali: un pesempio di integrazione che andrebbe studiato dai razzisti che alzano muri e fili spinati e dicono parole oscene.

Hanno dichiarato guerra alla chimica (Andrano e Castiglione sono orgogliosamente bio, “non avvelenati”) e i frutti sono saporiti come mezzo secolo fa, quando lo stallatico era l'unico concime. Hanno speculato sull'idea di biodiversità resuscitando i frutti “minori” (dalle sulvie, le nespole germaniche, ai vurméculi, i corbezzoli ricchi di antiossidanti), il grano Cappelli, la canapa, ecc. Dissodano le zolle di terre “nicchiariche”, abbandonate, catturando la loro possente energia vitale (15 ettari in comodato d'uso), buttano nei solchi semi che sembravano estinti.

“A terra è vàscia”. Sono i postulati di una rivoluzione campesina che, innervata da infiniti echi e contaminazioni d'ogni sorta, partita come fenomeno di nicchia (e mentre intorno sono ancora fermi alle sagre, forme scorrette di ristorazione dove non si sa cosa si mangia) è diventata una tendenza, costume, pathos, socialità, modello espoortabile e lascerà una traccia profonda nella storia del Mezzogiorno d'Italia.

C'è anche – e non poteva essere diversamente - una grande valenza politica: nel senso che questo Sud è protagonista dei suoi destini, si è ripresa la delega dai politici zombie. Una rivoluzione che cammina sulle gambe di un gruppo di ragazzi figli di emigranti e di “furesi” (contadini) raccolti nella “Casa delle AgricUlture Tullia e Gino” che hanno studiato e resistendo alle sirene di carriere e stipendi extra moenia (da Berlino a Londra), hanno deciso di restare e di aprire un tempo nuovo, un file insospettatamente ricco di implicazioni e sedimentazioni che confluiscono nella “Notte Verde”. Giunta alla quinta edizione, richiama gente dall'Italia e dal mondo, ansiosa di vedere e di vivere, di appropriarsi di lacerti di memoria rubati dalla violenza dei media e dello show-business, di condividere con gli sconosciuti un'identità forte, un'appartenenza a Geo con cui finalmente rappacificarsi e che, in tempi di omologazione e di “società liquida”, può anche dare un senso alla propria vita, disegnare un'idea nuova di comunità (sovrapponibile a quella dei padri), e magari dare anche un reddito.

“Casa pe quantu copri, terrenu pe quantu scopri”. Quest'anno s'è fatto un salto di qualità mettendo a dimora – è il caso di dire – semi che daranno frutti nel tempo in divenire. C'è stata la ricognizione sul territorio dei semi indigeni condotta dall'associazione “Albero Maestro” e quando la “Marcia del Seme” (partita il 16 agosto, cui hanno aderito una trentina tra associazioni, piccoli produttori, agricoltori e orticoltori) è giunta in piazza della Libertà, è stata accolta dalle campane in festa e dall'applauso della folla. Il prezioso materiale ci fa stare più tranquilli sul nostro futuro alimentare e ci smarca dall'abbraccio interessato e coloniale dei kit delle multinazionali. I semi sono stati donati al Vivaio della Biodiversità, che ne avrà somma cura e magari li diffonderà solo a chi sa come si fa a non ibridarli.

Parallelamente è partita una raccolta fondi: 30mila euro per un mulino di comunità (su www.casadelleagriculture.it i dettagli) poiché “la molitura a pietra e la macinazione lenta preservano le caratteristiche qualitative della farina”. Vuoi mettere una “fraseddha” (frisa) o una “fucazza” (focaccia) di grano schiacciato dalla pietra?

Il genetista di fama mondiale Salvatore Ceccarelli domenica scorsa aveva presentato il suo ultimo lavoro, “Mescolate, contadini, mescolate”, mentre mercoledì sera abbiamo assistito a un'appassionata lectio magistralis della “toga” Paolo Maddalena (vice-presidente emerito della Corte Costituzionale) sul tema della responsabilità come cittadini e come comunità verso noi stessi, gli altri, la natura, oggi che con l'alibi delle riforme ci vorrebbero ridurre a ectoplasmi che ratificano scelte prese spesso da misteriose Spectre.

Una folla sconfinata di contadini 2.0 (“cada dia mejor” dicono i campesinos messicani): si è andati ben oltre le 30mila presenze del 2015) ha riempito ogni angolo del centro antico e sino a notte fonda vagato come Alice nel paese delle Meraviglie per gli stand assortiti, i siparietti musicali (dal menestrello Salvatore Brigante a P40 col pubblico seduto su balle di paglia). E poi letture di poesie, laboratori del giunco e del mosaico (valenza pedagogica), tavolate di frutti invitanti e verdure a km zero con una luce di gioia negli occhi, come solo chi è immerso nella bellezza, la gioia, l'energia universale può avere, condividendola con chi ogni anno celebra questa sorta di messa laica, di rito pagano. Un curioso sincretismo nell'anno dell'enciclica “Laudato sì” in cui Francesco richiama un altro Francesco che otto secoli fa indicava la via: la sintonia col creato, la natura, gli alberi, gli animali, l'universo.

Lasciamo il paese, e l'evento, mentre i contadini del III, Millennio, quelli con l'account sempre live, lo ripuliscono dai rifiuti rigorosamente differenziati, sicchè all'alba i vecchi mattinieri che vanno a cogliere fichi e fichidindia accompagnandosi a biciclette "vissute", lo trovano lindo, a specchio, e spalancano gli occhi per lo stupore.

Grazie Castiglione, ormai sei un mito: nella terra dei briganti e dei gechi, hai fatto un lavoro eccellente. Apripista di sfide epocali, in cerca della bellezza, della libertà, costruisci un mondo a misura d'uomo i cui contorni oggi possiamo solo vagheggiare. Come Prometeo, voi avete rubato il fuoco agli déi per illuminare la nostra terra generosa, scaldare i nostri cuori, darci un'esile speranza. Torneremo nel 2017, inshallah!

“La terra non l'hai mai a pajà!” (udito nelle campagne di Taranto).

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