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REPORTAGE. Un viaggio nell’orrore, alla scoperta di noi stessi

di VALERIA BISANTI - Non tutti i viaggi sono uguali, e non tutti li viviamo allo stesso modo. Di certo, però, questo è stato il viaggio che di più ha scavato nelle nostre anime.

Tutto è iniziato la mattina del 23 gennaio, a Bari, con la nostra inconsapevolezza, a volte salvifica: non sapevamo quale sarebbe stata la prima meta, chi ci avrebbe guidato, quali gruppi avrebbero condiviso con noi questo profondo cammino di crescita.

Avremmo dovuto visitare luoghi carichi di storia, di vita, di morte e sofferenza e non era cosa da poco sapere chi ci avrebbe accompagnato durante questi giorni. Dopo aver assistito all’assemblea di partenza ed essere saliti sul pullman, emozioni di diverso tipo si sono scatenate nella testa di tutti durante le prime 24 ore di viaggio che ci separavano da Praga: ansia, preoccupazione, paura, felicità, curiosità… era tutto nuovo, sconosciuto ai nostri occhi, misterioso e incerto.
 
La prima tappa fra i luoghi fondamentali per capire lo sterminio operato dai nazisti è stata Terezin, il campo di concentramento della Repubblica Ceca. Il senso di oppressione e sofferenza che si provava nel restare lì anche solo per qualche minuto era asfissiante, figuriamoci per quelle persone che ci hanno vissuto per mesi, in condizioni disumane, con poco cibo, al freddo e ammassati l’uno sull’altro. E come rimanere indifferenti di fronte ai tanti disegni dei bambini che innocenti  facea l’età novella avrebbe detto Dante!

Nel pomeriggio è stata la volta di Lidice, la città scelta a caso sulla cartina geografica e fatta saltare in aria per pura vendetta. Qui, nel museo, abbiamo toccato con mano come la crudeltà umana non abbia confini:  tutti gli uomini innocenti di quella cittadina sono stati fucilati in massa, mentre le donne costrette ai lavori forzati e dei 99 bambini strappati alle loro famiglie, 82 gassati subito e 17 scelti per il progetto di “germanizzazione” e adottati da famiglie tedesche.

La calma e la bellezza del paesaggio all’inizio ci hanno emozionati: quando poi abbiamo scoperto che lì sotto, qualche anno fa, vi era una città e che ora non esiste più, siamo rimasti spiazzati e ammutoliti, nessuno ha più fiatato da quel momento… il silenzio assordante e le lacrime che rigavano copiose i nostri volti di certo parlavano per noi.
 
Arrivati a Cracovia, abbiamo assistito a un’interessante visita teatralizzata della città a cura degli attori di Improvvisart, lo scopo era quello di ricostruire, passo dopo passo, le tristi fasi dell’ascesa del nazismo in Germania e ciò che la storia ha prodotto. Vari personaggi si sono susseguiti, in luoghi diversi della città, mostrandoci come Adolf Hitler abbia cambiato per sempre gli eventi e gli animi dei tedeschi piegandoli ai propri scopi.
 
“Spazio Vitale” era questo che a lui serviva, e lo abbiamo appreso alla fabbrica di Schindler, non lontana dal ghetto ebraico, in cui il proprietario, Schindler appunto, ha salvato centinaia di ebrei destinati a morte certa.

Nella giornata dedicata alla visita dei campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau, eravamo tutti in rigoroso silenzio, scossi dalla crudeltà con cui tutto è accaduto, uomini innocenti trattati come bestie, come se dovessero espiare la più terribile delle colpe.
 
Ripercorrere i corridoi dei diversi blocchi e osservare uno a uno i volti di quelle vittime sacrificali è stato come ricevere mille coltellate al cuore, cogliere negli occhi di quelle persone emaciate la paura, la delusione, la sofferenza, la sconfitta… e in alcuni persino la speranza che tutto sarebbe finito.
Le montagne di scarpe, capelli, valigie, spazzole, occhiali… residui di uomini spazzati via con il vento, sfruttati fino all’ultimo granello di forza, picchiati, torturati e talvolta uccisi anche solo per gioco, per divertimento.

In quel contesto, in quel luogo tragico, abbiamo avuto la percezione di sentire sia i passi, le urla dei carnefici, sia il dolore delle vittime, di quegli uomini privati dell’identità, del futuro e persino della dignità.
 
Proseguiamo in mezzo a quei resti, a quelle macerie che sembrano soffocarci, eppure, paradossalmente, il momento più straziante è stato quando, sui binari di Birkenau, ciò che ti trovi di fronte è l’indescrivibile nulla.

Siamo davanti a quell’immensa distesa che non ha fine e, a ogni passo, abbiamo la disumana sensazione di calpestare uomini e, mentre siamo lì, la nostra vita ci passa davanti.
 
Insieme abbiamo capito che alla base di tutto vi era la paura, sia da parte dei carnefici sia da parte delle vittime. Paura che una componente di popolazione potesse essere in grado di imporsi sui Tedeschi che, per questo, hanno deciso di attribuire a persone, la cui unica colpa era quella di essere “diverse” dalla presunta razza pura, crimini  inesistenti.
 
Questo viaggio ci ha fatto capire che il mostro è dentro ognuno di noi, e sta a noi scegliere di farlo uscire oppure no, perché tutto questo può ancora succedere, anzi sta già accadendo. Pensiamo alle vittime di bullismo nelle scuole, alle guerre e ai morti nel Mediterraneo, alle stragi in Siria, all’ISIS e alla sua guerra religiosa fatta di morte e sofferenza.
 
Solo ricordando e rivivendo, anche se in minima parte, tutto ciò che è accaduto possiamo capire come impedire che si ripeta questo circolo vizioso. Sarebbe bello che tutti, prima o poi, facessero questa esperienza, perché questo viaggio aiuta a scoprire se stessi e fino a che punto siamo in grado di arrivare.

Noi ragazzi rappresentiamo il futuro e per far sì che questo sia migliore è necessario accrescere la nostra consapevolezza che il male si annida ovunque e alimentare la nostra umanità uscendo da quella famosa zona grigia.
 
Siamo tutti esseri umani, mai completamente innocenti, abitanti temporanei di questo pianeta: ognuno ha il diritto di vivere la propria vita come meglio crede, in pace e senza che nessuno gli sbarri la strada con la violenza. Siamo uomini, fratelli, uniti. I diversi muri dell’indifferenza si possono e si devono abbattere.