La Roma del Superbo? Uguale a quella della Raggi

di FRANCESCO GRECO - Oggi che la narrativa ha una modulazione mordi e fuggi, o usa e getta, il romanzo storico non ha molto officianti. O almeno non quando si intende dargli una forma ben strutturata e possente, che ti immerge in un mondo facendolo rivivere in ogni suo anfratto.
E si capisce perchè: occorre lavoro, una documentazione lunga, laboriosa, verifiche da certosini: frugare attentamente negli interstizi del passato, il suo background, i chiaroscuri, la  complessità, le psicologie sottintese dei personaggi.
 
Un lavoro improbo, cui probabilmente si sottoposero anche Omero e Sheherazade al momento di attingere all'affabulazione popolare per darla agli ingrati posteri. 

Per cui, salutiamo con riconoscenza “Il segreto di Bruto”, di Raffaele Alliegro, Edizioni Spartaco, Santa Maria Capua Vetere 2018, pp. 240, euro 14 (collana “Dissensi”).
 
A prima vista, si evince la sua provenienza giornalistica (caporedattore al “Messaggero”): stile asciutto, veloce, efficace, hemingwaiano. Aggettivazione quanto basta, ritmo sincopato, pennellate efficaci, padronanza del plot.
 
Ne esce un affresco formidabile, dall'architettura potente sulla Roma dei re che durò circa due secoli e mezzo (siamo al tempo di Tarquinio il Superbo, il tiranno), che svela la complessità della nascita dell'Urbe, i popoli che vivevano intorno, i Greci stanziali a sud dell'Urbe: due mondi e culture fatalmente destinati a incontrarsi, contaminarsi, intrecciarsi, arricchirsi.

Sullo sfondo, a far da background storico, quell' “Ab Urbe condita” lasciatoci da Tito Livio, storico vero lontano da pregiudizi militanze, e che della complessa transizione fra monarchia e repubblica (oligarchie) fu attento osservatore, registrando ogni evento, pubblico e privato, intrecciandolo con  la sapienza e l'oggettività dello storico serio che fa parlare i fatti senza partigianerie.
 
Il mondo classico (Roma, come  già detto, a sud ha le colonie greche che parlano tramite una vecchia Pizia e i suoi libri sibillini dove c'è scritto il mondo che verrà) era ben più sfaccettato della modernità che attraversiamo insonni, banale e anche volgare.

Le psicologie dei romani sono più sfumate, le spinte emotive più forti, le pulsioni e il senso della mission incarnate nel dna.
 
Allo snodo fra due concezioni della Storia e della vita visionarie, dense di escatologia (lo schiavo si emancipa salvando la patria dal ritorno di Tarquinio), i suoi primi vagiti e le interfacce sociali, politiche, etiche, il romanzo corre su due livelli: il format narrativo suggerisce la dimensione antropologica, sociologica, estetica, la stratificazione delle classi sociali, le dinamiche interne, la sovrastruttura mentale di ogni popolo, le superstizioni, la mitologia, la spiritualità, le radici, l'appartenenza, il culto degli avi (i lari) e i loro moniti morali: un magma barocco e fascinoso che incuba la mission di Roma, che cerca di assorbire le piccole etnie intorno, i loro travicelli, ma già guarda al mondo che verrà, da conquistare, al protagonismo finchè non verrà un altro re: il papa.
 
Un mondo svelato da Alliegro attraverso gli intrighi del potere, i complotti, il sangue che scorre anche tra le famiglie bene, gli eroi e gli uomini di ogni giorno, alla base della piramide sociale, e poi quel Bruto che si finge uno sciocco per sopravvivere e perseguire il suo sogno, un desiderio che cambierà filologia con l'incalzare turbinoso degli eventi.

E poi il continuo confronto fra le donne etrusche, protagoniste liberate, e quelle romane, chiuse in casa, virtuose (Lucrezia moglie di Collatino ne incarna l'archetipo). 
 
L'ibridazione dei livelli narrativi che scansionano la vita dell'Urbe e dei suoi popoli al tempo del settimo re di Roma, etnie, gruppi sociali, idee del potere, visioni si fondono, si separano, tornano a contaminarsi, in un magico gioco di specchi e di echi e risonanze proposto da continue incursioni e rimandi, carsicità insospettate che conquistano il lettore.
 
Ci sono perfino vaghe tracce di Atlantide, il continente sommerso di cui parlò Platone, da cui è arrivata Larenzia, un personaggio sintesi, melting-pot diremmo oggi, ben dentro i giochi di potere nell'Urbe.
 
Con un salto temporale inatteso, di cinque secoli, infine, irrompomo le Idi di marzo del 44: un Cesare tormentato, che vuol farsi re e non sa a chi lasciare l'eredità, che si reca in Senato nonostante i presagi (“i sogni degli indovini fanno paura soltanto alle donne”), o forse proprio per quelli, ma un capo non può avere paura, come i politici di oggi che, contestati, scappano dal sottoscala, affronta i pugnali dei congiurati, incluso quello del figliastro Bruto, discendente di quello che si finse sciocco per abbattere la monarchia...   
 
Fra tanta spazzatura bombardata dai media, costruita dagli uffici-stampa e dai feticismi, questo romanzo storico riconcialia col bello scrivere e contiene il senso di un mondo che dal passato influenza anche il nostro.

A riprova che l'apologo del potere e dell'uomo è sempre uguale a se stesso, immortale, e infatti in alcuni passaggi leggiamo l'Italia di oggi, le sue oligarchie, le satrapie, i populismi, la propaganda, la sete di potere, i patrizi e la plebe avida (che saccheggia la dimora e i beni di Tarquinio l'etrusco), le suppliche, la vanità, il denaro, perfino la grande scrofa: un mondo che si presenta come nuovo, ma che talvota si rivela già vecchio, perché elitario, incapace di raffigurare un blocco sociale dove ognuno dia secondo le sue possibilità e abbia a seconda dei suoi bisogni.     
 
Un romanzo storico essenziale per capire la Storia, l'uomo, la donna, l'eterna lotta per il potere e chi lo cerca con ogni mezzo e fine: ieri, oggi, sempre. Uno di quei libri che resterà.      

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