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'Ad Astra': la recensione

di FREDERIC PASCALI - È notorio che il rapporto tra padre e figlio rappresenti, in non pochi casi, un intreccio di sentimenti dalle complessità spesso indecifrabili. Prova a darne una plausibile chiave di lettura la fantascienza criptica di cui si compone la pellicola diretta da James Gray.

Nel lavoro del regista statunitense lo Spazio profondo diventa null’altro che un espediente per viaggiare tra i dilemmi della psiche del maggiore Roy McBride, il protagonista della storia. Militare e astronauta dalle abilità degne di un super eroe, tra cui spicca una straordinaria freddezza emotiva, deve compiere una difficile missione alla ricerca del leggendario padre creduto morto e invece confinato su di un’astronave pericolosa per l’intero Universo,fuori controllo e perduta tra gli anelli di Saturno.

L’intera sceneggiatura di “Ad Astra”, scritta da Gray insieme ad Ethan Gross, ruota attorno a questa vicenda familiare con i grandi propositi, salvare il Mondo e trovare nuove forme di vita nell’Universo, relegati a semplice corollario se non, addirittura, a elemento di disturbo.
Pur muovendosi tra le citazioni dei classici, “2001 Odissea nello Spazio” in primis, il lavoro di James Gray stenta a decollare proprio nella sua facciata introspettiva che, sostenuta dalla voce narrante del protagonista, tende, come il più temibile dei buchi neri, a inglobare tutto il resto che finisce per dissolversi nelle vicende private dei McBride.

La fantascienza in punta di piedi, con gli effetti sonori a cercare di ricalcare il realismo della vita nello Spazio, così com’è non funziona e non convince. Incapace di affrancarsi dalle riflessioni del protagonista finisce per non definirsi mai compiutamente, continuando a fluttuare in una trama trapuntata dalle insistite declinazioni della condizione umana e gli infruttuosi tentativi di alimentare sottotrame.

In questo bailamme non ne risente troppo la performance dell’intero cast che, immune dagli artifizi e dalle forzature della sceneggiatura, fornisce una buona prova d’insieme con Brad Pitt, “Roy McBride”, parso piuttosto a suo agio sia nel confronto con la versione ectoplasmatica di Tommy Lee Jones,”Clifford McBride”, che con l’eterea Liv Tyler, “Eve” la compagna di Roy. Sempre sugli scudi Donald Sutherland, “colonello Pruitt”, qui confinato nella parte del mentore di Roy.

Una nota di merito finale va senza dubbio  alla splendida fotografia di Hoyte Van Hoytema ben supportata dalle musiche di Max Richter.



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