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'Drupe di pietra', l’arte al tempo della xylella

di FRANCESCO GRECO - SPECCHIA (LE). Leggenda metropolitana: una sera Cagliostro gettò una rosa secca nel fuoco e questa rinacque bella e profumata. La fenice risorge dalle sue stesse ceneri, tant’è che la incastoniamo sui frontespizi delle nostre case. Per le filosofie e le religioni orientali, la fine altro non è che un nuovo inizio, in un ciclo vitale che gira in tondo e che sovrappone l’alfa all’omega.

Al tempo infame della xylella che ci è toccato in sorte, direbbe Cioran, come se avessimo qualche peccato originale da scontare, i giorni cupi della micidiale, sudicia sputacchina, più malvagia e devastante del corona-virus made in RPC, anche il paesaggio abbruttito che macabramente ci danza intorno, le foreste spettrali di ulivi infetti e morti in cui siamo costretti, condannati a vivere come per un ignoto contrappasso, possono essere rimodulate in qualcosa di altro da sé, con una nuova estetica, magari attraverso la password dell’arte.

E’ quello che, inconsciamente, avrà pensato l’artista Marius Branca guardandosi intorno nella sua casa di Specchia, quell’uliveto surreale, sconfinato, sulla via che mena alla Serra dei Peccatori, ereditato dal padre e che un tempo dava un olio delizioso e legna per scaldarsi nei lunghi inverni. Ecco così le “drupe di pietra”, primo esempio di rimodulazione del paesaggio. “La xylella pare l’ottava piaga d’Egitto: nessuno riesce più a fermarla…”, sorride l’artista. Nasce dunque da questo brodo primordiale, avaro di bellezza, ma ricco di frutti amari e di parole tronche, pregno di un’escatologia allucinata l’idea del giardino segnato dalle “Drupe di pietra” con cui gli ulivi malati e morti come vegetali rivivono rivisti come opere d’arte scagliate nel futuro quale testimonianza delirante e folle del presente e ammonimento a chi verrà, testimonianza di una civiltà suicida.

“Cosa sono le drupe di pietra? Il frutto dell’ulivo morto…”, riflette Marius cercando le parole con un’aspra ruga sul viso. Quasi a dire: avrei preferito continuare a coltivare i miei ulivi secolari come qui facciamo da secoli, a gioire nel vederli belli e rigogliosi come me li lasciò mio padre e a lui i suoi avi, ma… Un “ma” grande quanto una cattedrale, un obelisco, una ciminiera. “Dalla devastazione a una nuova dimensione ricca di vitalità… E’ come se questa metamorfosi contenesse un’energia primitiva e un patrimonio di valori superiori, capaci di far rinascere l’arte in un mondo nuovo…”, spiega tentando di convincere sé stesso e noialtri del variare dell’ermeneutica delle piante, del loro nuovo codice narrativo, una vita inaspettata, ma che sempre vita è.

“Questi ulivi ridotti a scheletri – aggiunge quasi a catturare un pensiero - sono come colonne che reggono il cielo, come preghiere di una nuova religione innalzate su vie sacre…”. E’ tutto materiale che comporrà il suo terzo libro, in lavorazione, in cui Marius nelle sue sere al confine della notte ibrida poesie e opere d’arte, echi di memoria e radici riportate alla luce: un mood originalissimo che fa di questo artista particolare ben dentro i topoi della classicità interpretata e vissuta in chiave dialettica, uno dei pochi destinato a varcare la soglia del tempo, per donare la ricchezza semantica dei suoi messaggi, palesi e subliminali, alle incolpevoli generazioni future: l’ontologia del loro disprezzo già ci grava sul cuore come un peccato originale.