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“Combatterò fino all’ultimo istante…”. Parla Bruno Contrada


FRANCESCO GRECO -  “Mia madre diceva sempre: mai avere a che fare con i medici… Io, parafrasandola, potrei dire: mai avere a che fare con la giustizia italiana, è un labirinto da cui non uscirai mai, per anni vivrai fra le scartoffie… Così, alla mia età, avrei voluto impiegare il tempo che mi resta leggendo i saggi di storia del Risorgimento, del periodo borbonico, del fascismo… Invece vivo ancora fra ingiunzioni e notifiche”. Il telefono squilla alle 10 e mezza, a Palermo è una bellissima giornata, qui in Terra d’Otranto improvvisi scrosci di pioggia si alternano a schiarite.

Bruno Contrada (Napoli, 1931) ha ritrovato e riletto un paio di volte una mia recensione che gli era molto piaciuta. Magie delle rete che archivia tutto. Per Marsilio (Venezia) nel 2012 era uscito “La mia prigione” (Storia vera di un poliziotto a Palermo), pp. 270, euro 16,50, un’intervista che aveva dato alla sfortunata collega Letizia Leviti (inviata di Sky Tg24), morta a 45 anni lasciando tre bambini (due gemellini) e il marito, un apprezzato musicista: “Tempo fa sono venuti qui a trovarmi, è stato molto emozionante… Potevamo scrivere un’enciclopedia, abbiamo stretto tutto in 270 pagine…”.

Nel frattempo anche Contrada è rimasto solo: l’adorata moglie Adriana se n’è andata e non c’è bisogno dell’oracolo del dio Apollo per dire che tutta l’assurda, amara vicenda giudiziaria del marito è stata un macigno che ha premuto sul suo cuore.

 Non è elegante citarsi, ma quel pezzo gli ha portato fortuna: da allora, l’ex capo prima della Squadra Mobile di Palermo per 14 anni e poi del SISDE ha avuto due sentenze favorevoli della Corte di Giustizia Europea, che ha sanzionato l’Italia per “ingiusta detenzione”: fu condannato a 10 anni, ne scontò 8, due gli furono abbuonati, “e dire che in vita mia non ho mai preso manco una multa per aver infranto il codice della strada”.

E una della Corte d’Appello di Palermo. Sentenze con cui è stata ricostruita la sua carriera di 35 anni in Polizia, rimodulata la pensione, il tfr, concesso lo sgravio delle spese di giustizia: “Mi hanno ridato anche la tessera elettorale…”, aggiunge fiero.

Tutto questo il giornalista de La 7 Andrea Purgatori forse non lo sapeva, se ha messo su una bella puntata in cui lo ha ignorato, riproponendo il Contrada che briga con la mafia nonostante i 100 riconoscimenti della sua carriera, 60 da poliziotto. Il giustizialismo è un Leviatano che alimenta se stesso, un sequel tv, torna sempre a grande richiesta (di chi?): è un brodo primordiale che bolle ciclicamente nella repubblica che ha eletto la ghigliottina a parametro politico e culturale.

“Nenzi sacciu” anche del giornalista palermitano Saverio Lodato, che con una memoria prodigiosa senza bisogno di fosforo, una mattina s’è svegliato e si è ricordato di uno scoop tenuto fermo per ben 31 anni. Correva infatti l’anno 1989, il Muro di Berlino sarebbe stato buttato giù di lì a poco e il giudice Giovanni Falcone gli avrebbe confidato che la mano dietro le bombe dell’Addaura, da cui era uscito indenne, era proprio quella di Contrada.

Sarebbe bastato meno pregiudizio e un giretto sul web per sapere che per quell’episodio della Sicilia insanguinata anni ’80/’90 ci sono stati dei processi e delle sentenze passate in giudicato, che hanno sancito diversamente. Ne disse lo stesso Falcone a Marcelle Padovani in “Cose di Cosa Nostra”. Falcone avrebbe anche detto a Lodato di non scrivere nulla, sennò non gli avrebbe più passato scoop.

Nel programma è intervenuto l’avvocato di Contrada Stefano Giordano per tentare di spiegare. La 7 ha poi invitato l’ex poliziotto in tv, ma il suo legale sta preparando una denuncia-querela nei confronti dei due giornalisti, per cui, ragioni di opportunità hanno suggerito di soprassedere. Anche perché il giornalismo a tesi, pregno di disonestà intellettuale, si regge su un format: imbastisce agguati, la vittima sacrificale è circondata da 2-3 lupi travestiti da agnelli, tricotèuse che, in sinergia col conduttore, soffocano le sue parole.

Per Contrada dunque il tempo non passa mai, ha una dimensione sospesa, immobile, nei tribunali paralleli a quelli tradizionali nel paese di Mastro Titta: “Fui accusato di essere amico di Riina e di Bontade… I pendagli da forca che avevo combattuto si vendicarono, la parola dei pentiti valeva più di quella di un fedele servitore dello Stato che aveva combattuto la mafia in anni difficili, senza uomini e senza mezzi… Alla mia età non si mente né agli altri né a se stessi… - riflette amareggiato – ho lavorato per lo Stato e per il mio Paese… E combatterò fino all’ultimo respiro per i miei figli e i miei nipoti… Mi scusi se ho parlato sempre io… E dire che non sono mai stato un logorroico… Iniziai a parlare tardi, a 4 anni… Mia madre, preoccupata, mi portò dallo specialista...”.