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Storia e curiosità sui nomi che terminano in ‘ano’ di alcuni Comuni del Salento


VITTORIO POLITO - Spesso gli studiosi pubblicavano libri di storia locale senza approfondire ricerche in materia e quindi, non supportati da solide nozioni linguistiche, accogliendo nelle loro opere vere e proprie leggende di creazione fantastica e finivano con l’accettare l’etimologia di una parola, senza particolare criterio, se non quello della rassomiglianza.

Mi riferisco ai nomi di paesi che terminano con il suffisso “ano” e che in Salento si contano numerosi. Spesso i nomi che finiscono in ‘ano’ derivano dai nomi propri di persone, solitamente i proprietari di un fondo. Si tratta di un tipico modo di formare l’aggettivo a partire da un sostantivo, ed era molto usato nelle zone della centuriazione per indicare i poderi o in generale i possedimenti di qualcuno (antroponimo), spesso ottenuti dopo il congedo militare (praedium, da cui l’aggettivo prediale).

Un mio amico, il dottor Domenico Petrone, otorinolaringoiatra, in occasione di una conversazione, da lui tenuta sull’origine del suffisso, fece un’ampia disamina sulla storia dei nomi di paesi che finiscono in ‘ano’, soprattutto nel nostro Salento. In sostanza egli disse che «Intorno all’VIII sec a.C., alcuni coloni greci avevano fondato fiorenti città lungo la costa salentina che per la magnificenza e per le attività commerciali e culturali riuscirono a superare la madre patria dando vita alla Magna Grecia. Furono poi i Messapi intorno al V secolo ad occupare diffusamente la penisola salentina. Ma la svolta decisiva, anche qui come altrove, la diedero i Romani che dopo la guerra tarantina si piazzarono stabilmente in queste zone, ed ai trulli ed alle pagliare, i primi a forma conica, i secondi a tronco di cono, sparsi per le campagne, si sostituì la forma urbanistica delle città. Il primo nucleo “anulus” cittadino nasceva dalle centuriazioni, ossia ville e territorio di centurioni romani che presidiavano queste terre e a cui il Senato elargiva un territorio come premio al ritorno da vittoriose imprese militari. Le centuriazioni erano moduli di 720 metri quadrati utilizzati dai romani per la suddivisione della proprietà fondiaria. Intorno a questo “anulus” veniva creata una regolare rete urbana con un parallelismo perfetto tra i lati del rettangolo cittadino e le proprietà terriere adiacenti che, se da un lato garantivano la coltivazione, dall’altro assicuravano il controllo del territorio. I muretti a secco delimitavano i confini di proprietà. Ogni “anulus” prendeva il nome del centurione destinatario dell’elargizione, come ad esempio: Barbarano da Barbarius, Ruffano da Rufus, Castrignano da Castrinius, Taurisano da Taurinus, Alessano da Alessius, San Cassiano da Cassius e così via, ed i segni della presenza romana li si ritrova nella viabilità e indicate dalle pietre miliari lungo le strade. Alla via Appia che collegava Roma a Brindisi e la via Traiana che proseguiva fino a Lecce, si aggiunsero la via Calabra per raggiungere Otranto e la via Salentina per raggiungere Taranto con stazioni di posta intermedie dette ‘mansiones’ o ‘mutationes’ distanziate tra loro di circa 13 miglia. Con la caduta dell’Impero romano segue poi la storia delle occupazioni del Salento da parte di altri popoli. Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Orsini, Borboni. Ma furono le tante temute invasioni turche a segnare ancora il territorio dando vita alla costruzioni di torri lungo la costa Torre Suda, Torre San Giovanni, Torre Mozza, Torre Vado, Torre Colimena, Torre dell’Orso e le Masserie fortificate dell’interno oggi divenute Hotel di charme e Centri benessere».

Dopo questa dotta conferenza c’è poco da aggiungere. In sostanza molti paesi del Capo di Leuca, i cui nomi finiscono in ‘ano’, erano ville di soldati o centurioni romani, che presidiavano queste zone (ad esempio, Giuliano da Giulio, Castrignano da Castrinio, Ruffano da Ruffo, Taurisano da Tauro, e così via). Inutile dire che questa è la soluzione più facile e veloce, creata dalla comodità degli storici municipali.

Cesare D’Aquino, già sindaco di Morciano di Leuca, di cui Barbarano è frazione, nel suo libro “Barbarano” (Capone Editore), racconta che molte sono le leggende fiorite nel tempo sulle ‘vore’, che sono degli enormi buchi nel terreno, dovuti a fenomeni carsici e sono proprio queste che attirano la nostra attenzione e ci affascinano. Un’antica leggenda, tramandata di bocca in bocca dalla locale popolazione, identifica le due ‘vore’ come vulcani spentisi in tempi assai remoti.


Le ‘vore’ di Barbarano sono certamente due tra le più importanti e note cavità carsiche della provincia di Lecce, ubicate, presso la periferia del centro abitato di Barbarano. Distano circa 300 mt l’una dall’altra e sono note con il nome di ‘Vora Grande’ (quella posta più a sud) e ‘Vora Piccola’, regolarmente accatastate presso il Catasto delle Grotte della Puglia, gestito dalla Federazione Speleologica Pugliese.

Comunque Sandra Sammali in una sua nota ci fa sapere che le Vore di Barbarano si aprono interamente nelle Calcareniti del Salento, roccia che nella porzione superficiale, e per una profondità massima di 5 mt, è stata interessata sino agli inizi del XX secolo, da un’attività estrattiva di pietre da costruzione, in tutta l’area delle vore. Questo è un fatto significativo, dato che fronti di cava si rinvengono anche presso gli ingressi delle voragini, e ciò potrebbe aver avuto delle implicazioni importanti nella formazione degli ingressi di queste cavità carsiche. La profondità massima di Vora Grande e Vora Piccola è rispettivamente di 34 e 25 mt.

Vincenzo Manghisi, un maestro di speleologia in grotte e dintorni, nel raccogliere le leggende create dal popolo e legate al misterioso mondo delle grotte, a proposito della “Vora grande” e “Vora piccola” di Barbarano, riporta la leggenda più suggestiva, intessuta sullo sfondo storico delle incursioni dei Turchi contro Salve nel 1480 e successivamente nel 1537 e nel 1547. Spinta dalla fede cristiana, Salve riusciva a difendersi e a tenere testa agli infedeli. Ma il diavolo, per vendicarsi di tanto coraggio e di tanta fierezza, aprì due voragini nel suolo, da cui provenivano boati spaventosi, ghigni, risa sardoniche ed urla infernali, con l’intento di spaventare gli abitanti di Salve. Per nulla intimoriti i cristiani destinarono le voragini a tutt’altro uso: a dispetto del diavolo, gettarono nelle due vore tutti i cadaveri dei corsari. Lucifero, furente, avrebbe voluto prendersi una rivincita, ma non l’ottenne».

Le Vore di Barbarano sono certamente tra le più importanti e note cavità carsiche della Provincia di Lecce.

Ricordo a solo titolo informativo e statistico che i Comuni italiani il cui nome termina in “ano” sono ben 658, mentre quelli salentini, di cui ci occupiamo, sono 35 e precisamente: Alessano, Andrano, Arnesano, Carmiano, Carpignano (Salentino), Casarano, Castrignano (dei Greci), Castrignano (del Capo), Corigliano (d’Otranto), Corsano, Cutrofiano, Gagliano (del Capo), Giurdignano, Guagnano, Leverano, Martano, Martignano, Melissano, Melpignano, Miggiano, Montesano (Salentino), Morciano (di Leuca), Neviano, Ruffano, San Cassiano, Scorrano, Sogliano (Cavour), Spongano, Squinzano, Supersano, Surano, Taurisano, Taviano, Tiggiano e Uggiano (la Chiesa).

Nella Provincia di Bari se ne contano solo 7: Cassano (delle Murge), Conversano, Polignano (a Mare), Putignano, Rutigliano, Triggiano e Valenzano.