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Lecce, il mistero delle voci dai pozzi

MARIO CONTINO - I pozzi erano uno dei pochi mezzi, se non l’unico, grazie ai quali gli uomini potevano attingere acqua al fine del quotidiano soddisfacimento dei bisogni primari: bere, lavare, cucinare ecc..

Erano dotati di fascino indiscusso, rivestiti di un’importanza primaria e quasi dotati di sacralità. Erano anche luoghi pericolosissimi, soprattutto per i bambini, e purtroppo le storie ci tramandano anche tragici eventi legati proprio al pericolo di cadere all’interno di un pozzo e non essere salvati in tempo, addirittura non essere mai più ripescati, nemmeno da cadavere, neppure per poter ottenere una degna sepoltura.

Tra le leggende legate ai pozzi, ritengo giusto citare quelle relative a quelli che anticamente erano presenti nei cortili di molti palazzi nobiliari di Lecce, alcuni presenti ancora oggi.

Si narra che, durante le calde notti primaverili e/o autunnali, da alcuni dei pozzi cittadini poteva essere udito un magnifico canto, apparentemente originato da voci fanciullesche, tanto che alcuni lo ritenevano opera delle “ninfe” (spiriti descritti dall’aspetto femminile, fanciullesco, legati all’elemento Acqua).

Altre volte invece, dai pozzi sarebbero state udite goffe risate, lamenti, persino pianti. In questi casi le voci venivano attribuite agli spiriti di sfortunati bambini, morti proprio all’interno dei pozzi, per tragiche fatalità. Del resto anche nel casertano esiste un’affascinante quanto terrificante leggenda legata a tale “Maria Cotèna”, spettro che avrebbe l’abitudine di tirare i bambini giù nei pozzi per farli annegare, leggenda che nel corso degli anni è divenuta popolare in tutta la Campania.

Quanto ci sia di vero in tali leggende è impossibile dirlo, fatto sta che i pozzi potevano fungere da cassa di risonanza, e far udire voci altrimenti poco udibili.

Detto ciò, preferisco credere che nei pozzi di Lecce, la perla del Barocco, si apra la porta di un magico mondo, un mondo che solo a pochi eletti rivela i suoi segreti.