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Si può ancora "Parlar d’amore"… nell’era del Covid-19?

(Pixabay /Caniceus)

SANTA FIZZAROTTI SELVAGGI -
"Eros è un'energia cosmica che tende al divino. Questo Eros non può che completarsi nel mistero dell'Agape, un mistero che si compie in un circuito di genuina donazione, di disponibilità e di offerta di sé: ebbrezza ascensionale che aspira a ricostruire la totalità dell'uno originario". (Alessandro Meluzzi)

Mi sono chiesta più volte se, in questo periodo così complesso, doloroso e inquietante, si può parlar d’amore senza svilirlo o in qualche modo non rispettare la dignità dell’amore. Parlar d’amore richiede a volte una consapevolezza diversa, ma parlar sull’amore si rischia di cristallizzare un sentimento che per sua natura è indefinibile. La Rochefoucault afferma: ”Se c’è un amore puro e non frammisto ad altre passioni, esso è nascosto in fondo al cuore e noi stessi lo ignoriamo“. L’amore è misterioso e “ le diverse realtà insieme confonde“ ( Cfr Recondite armonie, in Tosca di G.Puccini). Invero l’amore rappresenta sempre una nuova nascita di sé, una trasformazione che però si radica in una melodia lontana, in una esperienza apparentemente dimenticata. Un canto profondo.

In un momento in cui il virtuale è diventato un modo per comunicare si rileva che i processi di corteggiamento e innamoramento on-line sono tutt’altro che freddi. Tra lo smartphone o il computer e il soggetto si crea una diversa connessione emotiva. Lo schermo diventa una finestra sul mondo e in questa era dominata dalla paura di un Virus così subdolo e contagioso diviene un secondo Sé.

La dipendenza dai tablet e dai telefonini è, invero, molto preoccupante : molte persone camminano per strada con la testa in giù guardando il cellulare e non certo il mondo che le circonda, compresi i marciapiedi talora sconnessi . Un solipsismo che finisce per rispecchiare questo distanziamento sociale obbligato onde evitare la diffusione del Covid 19. Nell’uso dei “social” si può avere l’illusione di conservare ogni istante della nostra storia e invece trattasi della palestra della dimenticanza. Il divino Platone era consapevole che la scrittura, pur nella sua essenzialità, non conservava il vissuto, le emozioni nella loro realta’ per cui i messaggini d’amore e comunque d’ altro argomento, più o meno affettuosi ed innocenti, brani musicali, li si può interpretare diversamente con il rischio di generare inquietanti fraintendimenti. La parola imprime di sé l’anima di chi ascolta, si incarna, se così si può dire, al punto da costruire gli archivi sonori della memoria implicita ( Cfr. M. Mancia, Sentire le parole, 2004). La scrittura, invece, congela ogni cosa o può indurre ad equivoci. Affidando tutto alla scrittura nella fantasia narcisistica di consegnarsi all’eternita’ si tradiscono i moti dell’anima e la memoria diviene un buco nero che ingoia nel nulla ogni cosa. Platone ha scritto vari testi per tramandare il suo pensiero ma era consapevole dei pericoli. Ecco, oggi tramite la scrittura digitale o telematica molti si sono improvvisamente scoperti scrittori incollando qua e là pensieri sparsi e le emozioni rischiano di essere annientate insieme al sentire di “ essere al mondo”. Sensazione che il digitale offusca al contrario della penna che scrive su un foglio bianco consentendo a colui che scrive di sentir di esistere in pienezza di senso. Come quando da bambini per la prima volta abbiamo disegnato il nostro primo scarabocchio sul foglio bianco. Siamo dinanzi ad un rischioso smarrimento della scrittura come smarrito sembra l’amore D’altra parte la grafologia ci insegna che dal tratto grafico oltre che dalla pressione utilizzata si può in qualche modo risalire alla identità della persona, alla sua personalità. Nella scrittura in digitale la fa da padrone l’anonimato e la spersonalizzazione oltre che una diversa ideazione: la scrittura a mano se pur con la semplice biro consente una riflessione differente. Nella scrittura al computer si tenta in modo onnipotente e illusorio di imprigionare i pensieri tutti che attraversano la mente. Si sta però perdendo la manualità e come sappiamo dalla Montessori “ la mano è l’organo dell’intelligenza “ riferendosi evidentemente alla corporeità nella sua interezza, alla coordinazione oculo manuale, alla interazione dell’emisfero destro con quello sinistro e le elaborazioni verbali e così via ( Cfr. Il Faroonline, 4 gennaio 2021) . In definitiva oggi la scissione tra i vari organi di senso che nella loro interazione plasmano la mente insieme alle emozioni si fa sempre più evidente e per alcuni aspetti inquietante. Il che non vuol dire che non ci possa essere una coesistenza tra il digitale e il manuale.

E così anche l’innamoramento che in virtuale sembra accadere con sempre più frequenza, data la presenza ancora “ misteriosa “ della venuta al mondo del Covid 19, sta diventando nuova tecnica dell’emozione: gli emoticon infatti non sono casuali. Un Virus che, da innocente complice, facilita voyeurismi e a volte perversione, intesa come forma erotica dell’odio ( ( Cfr. Robert Stoller ) che si consumano nel mondo virtuale sostituendo i desueti giornaletti pornografici . Ne’ in tale contesto va taciuta la follia domestica alimentata da alcuni siti e comunque sintomo di un pregresso profondo disagio.

La parola, come già scritto, pur essendo pregna di significati e emozioni, quando è solo scritta perde per alcuni aspetti la sua valenza emotiva, venendo meno la voce, lo sguardo, la gestualità, la postura, insomma il corpo: di qui la necessità di accompagnarla con i cosiddetti tristissimi e alienanti emoticon. Si stabilisce così non una assenza di corpo ma una diversa aliena presenza dello stesso.

Nell’innamoramento, in presenza, vi è l’insieme di vari aspetti corporei quali appunto lo sguardo innanzitutto, l’odore, il tatto che determinano i livelli di comunicazione e i diversi livelli di intimità. Nel mondo digitale il tutto sembra inafferrabile, la sfera corporea apparentemente negata. Eppure il corpo esiste anche in questo contesto seppur del tutto immaginario. Lo spazio virtuale determina uno svelamento diverso del sé a volte scisso dalla realtà. Il fatto che l’Altro sia senza volto è intrigante, si rischia di idealizzare. I tradimenti online sono frequenti a causa proprio della pericolosa idealizzazione. Negli USA uno studio ci dice che un terzo degli amori nasce ora online. L’incontro però off line è indispensabile per evitare la delusione che può essere fatale. L’off line è la realtà, l’on-line il desiderio. Nell’opera “Il flauto magico” di Mozart il principe Tamino si innamora di una immagine di Pamina , ma per incontrarla nella realtà deve affrontare difficili prove . Difficile è passare dal mondo virtuale al mondo reale, un po’ come quando si passa dalla illusione all’ incontro con la realtà. E di troppa realtà si può morire , scrive D.W.Winnicott.

E in questo Cyberspazio sembra che l’improponibile non sia il sesso ma l’amore nella sua declinazione agapica. L’amore in quanto relazione è cura dell’Altro, del mondo. Nel greco antico il modo di amare non è descrivibile con i soli respiri dell’eros e della psiche. Non a caso i greci usavano diverse parole per definire i molteplici aspetti dell’amore. Eros di Platone agisce nel cuore, nella mente, nell’anima e nei sensi. Ma in questo momento storico in cui gli abbracci mancati vengono desiderati forse fuor di misura e quasi enfatizzati perché non ci viene in mente Agape? Perché Agape si definisce per sé e da sé senza interesse, senza ritorno, non è utilitaristico: ad Agape basta l’abbraccio dell’anima. Agape non è nemmeno solidaristico il che presuppone, talora, il volere la stima degli altri. Mi perdonino le Associazioni di Volontariato comprese le più storiche e note: l’atto volontaristico è una scelta di vita e non una protesi per sentirsi “ buoni” e mettere a tacere la falsa coscienza.

L’amore ricrea il soggetto e l’oggetto al tempo stesso: è fondativo e si radica nella quotidianità degli atti. Non esige ricompensa, non aliena se stesso nella pur bella ricorrenza di San Valentino: è una connessione sociale che genera cultura e vita. Amore è la consapevolezza del dono che enfatizza la gratuità. Ma in questa realtà così mercificata, fatta di altalenanti chiusure e aperture policrome, di interrogativi e di paure, di un esponenziale aumento dei disturbi psichici, di consumo di antidepressivi, il dono d’amore diviene essenziale. Si potrebbe così sintetizzare Agape: io dono e dunque sono.

Ma tutto ciò è ancora possibile o l’essere umano è stato del tutto deprivato dalla capacità di amare in pienezza agapica che presuppone la condizione della libertà?