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L’altra metà del cielo di Fellini: Giulietta


FRANCESCO GRECO - “Ci incontrammo alla radio; Giulietta recitava le scenette che io scrivevo…”, (Federico Fellini). “Quando Federico mi chiese in moglie, stentavo a credere che fosse vero…”, (Giulietta Masina).  

Al festival del cinema italiano, a Londra, presente la regina Elisabetta (salita al trono da appena un anno), dopo aver visto “La strada”, la critica britannica parlò di “Female Chaplin”. Una vecchia signora si tolse una collana di argento antico ornata di lapislazzuli verdi, si avvicinò e gliela regalò dicendo: “For Gelsomina”. La mattina dopo al “Savoy” giunsero pacchi di pullover, calzettoni di lana, abiti, impermeabili… 

Primavera 1957, viale Tiziano: un gruppo di ragazze di vita riconosce la prostituta (“il simbolo del fallimento di ogni possibile riscatto”) che vaga fra i ruderi delle Terme di Caracalla de “Le notti di Cabiria”: “Quello fu il giorno del mio successo più vero…”. 

A Tokyo per il premio dell’Imperatore, nel 1990, con una punta d’invidia, in una delle mille interviste, Fellini confidò che in Giappone Giulietta Masina era più famosa di Paperino, e di lui stesso, la chiamavano Jasmine… 

Diciamolo: se digitiamo nella memoria popolare il nome di Giulietta Masina, i link più presenti sono le lacrime (Los Angeles, 1993) alla notte dell’Oscar alla carriera (“…e per favore smetti di piangere”) e il saluto sulla porta della Basilica di Santa Maria Angeli a piazza della Repubblica in morte di Fellini (31 ottobre 1993, 50 anni di matrimonio il giorno prima), che la precedette solo di pochi mesi (23 marzo 1994, era nata il 22 febbraio 1921 a San Giorgio di Piano, Bologna): sono sepolti a Rimini, uno accanto all’altra, con Federichino.

Da Fellini al capezzale di Sandra Milo che partorisce Debora in una clinica di Milano (1963), a Ennio Flaiano che prende cappello perché per un disguido finisce in classe turistica in un viaggio negli USA, al genio di Rimini che il 20 gennaio 1961 (il suo compleanno) sogna che la moglie sta morendo, “Giulietta Masina”, di Gianfranco Angelucci, Edizioni Sabinae, pp. 242, euro 18,00, col Centro Sperimentale di Cinematografia, a cento anni dalla nascita, propone molto di più, fra aneddoti inediti ed emozioni a non finire, persone e personaggi, incluso un poderoso apparato fotografico in bianco e nero, summa di una carriera superlativa: unica attrice italiana a vincere due Oscar, ma anche tanti altri premi, fra Cannes e San Sebastian, David di Donatello, nastri d’argento, ecc.

Angelucci (scrittore, regista, giornalista, docente) parla, come dire, pro domo sua, nel senso che ha frequentato casa Fellini per un quarto di secolo, ma confessa subito di aver solo sfiorato il mistero di un matrimonio durato una vita, sopravvissuto a mille avversità, in una certa fase tenuto vivo dall’intervento di Padre Angelo Arpa, il gesuita amante del cinema che difese “La dolce vita” (via Veneto “crocevia del vizio”) trovandovi, al contrario, un’ansia di catarsi e di redenzione che Paolo VI non vide col suo gelido: “Pregherò per lei” rivolto al maestro di Rimini. 

Nella Roma avvolta da una nube carnale e al contempo metafisica, onirica e fiabesca, incontriamo Dino De Laurentiis e Nino Rota, Alberto Lattuada e Carla del Poggio, Antonioni e Tullio Kezich, Alberto Sordi e Vittorio De Sica, Eduardo e Peppino De Filippo, Sylva Koscina… 

Ma soprattutto scopriamo lei, Giulietta: “disse che ero dotata di una bellezza segreta, rara… che aveva la sua radice in una femminilità sensuale raffinatissima…”. 

Like, come di dice oggi, un tempo le cui aberrazioni erano state immaginate da Fellini in più di un’opera: da “Prova d’orchestra” a “Ginger e Fred”. E di cui avvertiamo il difetto di decodificazione. 
  
Chissà cosa ne direbbe, o magari cosa ne dice col suo viaggio nel sogno di G. Mastorna, da qualche parte nel cosmo, fra le stelle, le galassie e altri soli… 

Dove continuerà a fare sempre lo stesso film, con i paparazzi e Snàporaz, Zampanò, Marcello, Silvia (la star svedese Anita Ekberg della “Dolce vita”) e, ovvio, Giulietta degli spiriti, Cabiria, Ginger, Jasmine e tute le altre declinazioni “female” sopraggiunte nel tempo infinto, il nettare dolcissimo che si sugge dai fiori in quell’altra dimensione...