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Parliamo di dialetto, linguaggio vivo e sentito


VITTORIO POLITO
- Aldo Borlenghi (1913–1976), poeta, critico letterario e professore di filologia presso l’Università degli Studi di Milano, amico di Bacchelli e Ungaretti era convinto che i fiorentini fossero gli unici in grado di parlare l’italiano corretto, ma in realtà era un appassionato del dialetto milanese.

Il dialetto, scrive Beppe Severgnini, giornalista del “Corriere delle Sera” non si salva solo con le poesie, le commedie e i festival. Si tramanda anche infilandolo nel discorso, come un cetriolino in un panino.

È noto che in dialetto ci si può esprimere meglio che nella lingua nazionale, con una più ampia sfumatura di significati, con espressioni, in certi casi, più precise ed espressive. Lo stesso Beppe Severgnini per spiegare la crisi di governo è ricorso a parole e frasi tipiche del dialetto cremasco. Tommaso Pellizzari, anch’egli giornalista del “Corriere della Sera”, scrive che un gruppo di studiosi italiani e francesi fanno leggere una celebre favola in un numero infinito di parlate locali.

I dialetti, secondo Andrea Begnini, in molte regioni d’Italia non li parla più nessuno, eppure i nostalgici e gli estimatori della tradizione dialettale del nostro paese non mancano, a giudicare dalla molteplicità di siti e di pagine Web dedicate ai dialetti. E non si tratta di studenti universitari oppure di professori che dissertano da lontano sulle lingue o sui dialetti scomparsi dello Stivale, ma di persone di tutte le età che desiderano raccogliere quanto più possibile rimane del proprio passato per celebrarlo e lasciarlo ai posteri.

«Sembra infatti che parlare un dialetto stia diventando quasi di moda, e quella che prima era una minaccia adesso appare come un fenomeno di costume, l’originalità delle proprie radici da mostrare con orgoglio. Ne sono una prova i corsi organizzati dal Centro Filologico Milanese che, accanto a inglese, francese e tedesco, ha attivato frequentatissimi cicli di lezioni di grammatica e letteratura meneghina, con tanto di metrica e ortografia. Una curiosità: lo stesso italiano è inserito tra le lingue minoritarie assieme ai suoi dialetti. Un altro buon sito generalista è quello della redazione dell’Istrice che presenta una rassegna in continua crescita di dialetti nostrani con ampie sezioni dedicate alla loro origine. In aggiornamento costante è anche il Dizionario dei dialetti d’Italia come la versione dialettale di testi famosi».

La Roma Virtuale presenta, in fatto di dialetti, una introduzione al Romanesco che comprende una serie di cinque lezioni di grammatica, un glossario e una raccolta di modi di dire. Con la massima serietà viene spiegata, per esempio, l’origine etimologica di un’espressione come “vammorì ammazzato!”, da indirizzarsi “a colui che abbia suscitato in noi un senso di disapprovazione”.

Per il milanese è d’obbligo rivolgersi al sito del paese di Melegnano, per una completa panoramica sul dialetto meneghino che comprende anche ricette tradizionali e l’immancabile storia del Duomo di Milano. Un consiglio a chi desidera imparare un dialetto ostico anche nella grafia come quello genovese: provate prima di tutto ad avvicinarvi a questa che è praticamente una lingua attraverso i testi delle canzoni di Fabrizio de Andrè; sul sito a lui dedicato potrete provare anche la pronuncia cantando assieme a lui sulle note delle canzoni più famose.

A Bari che succede? È presto detto: dopo la promettente partenza di un Seminario sul dialetto barese, a causa di contrasti intercorsi all’interno del gruppo, non si è addivenuto a nessun accordo sul modo di scrivere il dialetto barese, nonostante i potenziali contributi che alcuni studiosi e cultori portarono e avrebbero potuto ancora dare all’iniziativa.

La nota positiva che si può registrare è la realizzazione da parte di alcuni volontari (Giuseppe Gioia, Gaetano Mele e Francesco Signorile), già aderenti al Seminario, di un corposo Dizionario Barese/Italiano – Italiano/Barese “Per non dimenticare” (WIP Edizioni, 2020), che «accompagna per mano amorevolmente in un mondo apparentemente scomparso, ma meritevole di non cadere nell’oblio, rinverdendo le proprie radici e scoprendo la personale maniera più giusta per apprezzare e valorizzare il dialetto barese».

Secondo Pasquale Sorrenti (1927-2003), poeta, scrittore, giornalista, autodidatta, titolare a Bari di una libreria dal 1947 al 1993, “Il dialetto è un linguaggio vivo, sentito, e quello che più spesso tiene a mantenersi puro”.